TESTIMONIANZE SULLE FOIBE

  • Fonte: Internet

    LA MORTE IN FOIBA: il racconto di un sopravvissuto

    Dalle esecuzioni nelle foibe qualcuno uscì miracolosamente vivo. Uno dei pochissimi casi conosciuti è quello del protagonista di questo racconto, che si riferisce a un episodio accaduto nei pressi di Albona nell’autunno del 1943.

    Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell’alba, sentì uno dei nostri aguzzini dire agli altri:< Facciamo presto, perché si parte subito >.Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico fil di ferro, oltre quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo solo i pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze.

    Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un fil di ferro, ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chilogrammi .Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera.

    Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, ci impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accAdde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il fil di ferro che teneva legata la pietra, cosicché quando mi gettai nella foiba, il sasso era rotolato lontano da me.

    La cavità aveva una larghezza di circa 10 metri e una profondità di 15 fino alla superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo, non toccai fondo, e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole - Un’altra volta li butteremo di qua , è più comodo -pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e a guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutivi, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese per timore di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo.

    da: "Storia e Dossier", n. 116, maggio 1997).

    SALVO PER MIRACOLO

    (testimonianza di Graziano Udovisi)

    Mi fecero marciare sulle sterpaglie a piedi nudi, legato col filo di ferro ad un amico che dopo pochi passi svenne e così io, camminando, me lo trascinavo dietro. Poi una voce in slavo gridò: "Alt!". Abbassai lo sguardo e la vidi: una fessura profonda nel terreno, come un enorme inghiottitoio. Ero sull’orlo di una foiba. Allora tutto fu chiaro: era arrivato il momento di morire.

    Tutto è incominciato il 5 maggio 1945. La guerra è finita, depongo le armi e mo consegno prigioniero al comando slavo. Vengo deportato in un campo di concentramento vicino Pola. Prima della tragedia c’è l’umiliazione: i partigiani di Tito si divertono a farmi mangiare pezzi di carta ed ingoiare dei sassi. Poi mi sparano qualche colpo all’orecchio. Io sobbalzo impaurito, loro sghignazzano.

    Insieme ad altri compagni finisco a Pozzo Vittoria, nell’ex palestra della scuola. Alcuni di noi sono costretti a lanciarsi di corsa contro il muro. Cadono a terra con la testa sanguinante. I croati li fanno rialzare a suon di calci. A me tocca in sorte un castigo diverso: una bastonata terrificante sull’orecchio sinistro. E da quel giorno non ci sento quasi più.

    Eccoci a Fianona. Notte alta. Questa volta ci hanno rinchiuso in un ex caserma. Venti persone in una stanza di tre metri per quattro. Per picchiarci ci trasferiscono in una stanza più grande dove un uomo gigantesco comincia a pestarmi. "Maledetti in piedi! " strilla l’Ercole slavo. Vedo entrare due divise e in una delle due c’è una donna. Poi giro lo sguardo sui i miei compagni: hanno la schiena che sembra dipinta di rosso e invece è sangue che sgorga. "Avanti il più alto", grida il gigante e mo prende per i capelli trascinandomi davanti alla donna. Lei estrae con calma la pistola e col calcio dell’arma mi spacca la mascella. Poi prende il filo di ferro e lo stringe attorno ai nostri polsi legandoci a due a due. Ci fanno uscire. Comincia la marcia verso la foiba.

    Il destino era segnato ed avevo solo un modo per sfuggirgli: gettarmi nella voragine prima di essere colpito da un proiettile. Una voce urla in slavo "Morte al fascismo, libertà ai popoli!", uno slogano che ripetono ad ogni piè sospinto. Io, appena sento l crepitio dei mitra mi tuffo dentro la foiba.

    Ero precipitato sopra un alberello sporgente. Non vedevo nulla, i cadaveri mi cascavano addosso. Riuscii a liberare le mani dal filo di ferro e cominciai a risalire. Non respiravo più. All’improvviso le mie dita afferrano una zolla d’erba. Guardo meglio: sono capelli! Li afferro e così riesco a trascinare in superficie anche un altro uomo. L’unico italiano, ad essere sopravvissuto alle foibe. Si chiamava Giovanni, "Ninni" per gli amici. È morto in Australia qualche anno fa.

    LA MATTANZA DEI CARABINIERI

    La cattura e la barbara uccisione di 18 Carabinieri da parte del IX Corpus titino.

    tratto da:

    DOSSIER del QUOTIDIANO NAZIONALE

    settembre 2004 "Il tricolore a Trieste"

    articolo di Lorenzo Bianchi

    Per dieci anni ha coltivato la speranza. Per dieci anni ha acceso una piccola candela sul davanzale di una finestra, il cuore in gola, il respiro accelerato. Era un filo sottile, il tentativo disperato di segnalare al marito la strada di casa. Quel minuscolo punto luminoso avrebbe potuto guidarlo nelle tenebre che lo avevano ingoiato dall'altipiano di Tarnova a Gorizia. Ernesta Stame, moglie del carabiniere Paolo Bassani è una donna ostinata e fiduciosa. Prima di sparire, la sera del 18 maggio 1945, durante i quaranta giorni di occupazione dei partigiani jugoslavi, il militare era riuscito a impietosire un carceriere e gli aveva affidato un biglietto laconico, ma rassicurante: "Ti saluto e spero tanto di poter ritornare. Non pensare a male, io sto bene. Tanti saluti e baci. Tuo marito Paolo". Ernesta, caparbia e fiduciosa, non "ha pensato a male". Ha acceso la fiammella per illuminare il sentiero dell'improbabile ritorno. Non sapeva che Paolo giaceva sul fondo della foiba di Zavnj, a 150 metri di profondità, assieme a 17 colleghi e a tanti altri, civili inconsapevoli, partigiani cattolici sloveni, fascisti italiani, vittime di una puilizia etnica e politica feroce, sistematica, organizzata.

    Nell' archivio dello storico di Pordenone Marco Pirina, fondatore del "Centro studi e ricerche storiche Silentes Loquimur", sono archiviati 5700 nomi per la sola area di Gorizia. Il destino dei diciotto carabinieri della stazione di via Barzellini, inghiottiti nel nulla a guerra persa e ampiamente finita è il paradigma della sciagura collettiva. Dopo l'8 settembre 1943 erano rimasti nel presidio, proprio di fronte al carcere, quaranta militari agli ordini del tenente Tonarelli. Avevano ancora la scritta RR CC, Reali Carabinieri sugli elmetti.

    I tedeschi li tollerano a fatica. Non li utilizzano per le operazioni delicate, come i rastrellamenti di partigiani. Delegano ai militari dell'Arma la funzione inferiore di contrastare i ladri e la borsa nera dei generi alimentari, il piccolo traffico dei contadini che vendono in nero polli, grano, carne e verdura sottratti al razionamento. La rarefazione di cibo si fa sentire. "Una catenina d'oro per un chilo di sale", esemplifica Pirina.

    Il 30 aprile Gorizia è attraversata da squadracce di "cetnici", nazionalisti serbi che razziano e sparacchiano a 360 gradi nella corsa precipitosa verso Palmanova dove progettano di consegnarsi alle unità inglesi. Il primo maggio entra in città il IX corpo sloveno. Cominciano le retate sistematiche. Vengono arrestate 940 persone. Di 665 non si saprà più nulla. Restano solo le memorie dei parenti disperati e i nomi incisi sul lapidario del Parco della Rimembranza. I diciotto carabinieri rimasti nella tenenza di via Barzellini finiscono nelle celle del carcere. Il diciotto maggio vengono bastonati o spinti a forza a sbattere la testa contro i muri del penitenziario e caricati su un camion. Il mezzo si dirige lentamente verso l'altipiano. Da allora solo silenzio sulla loro sorte. Un vuoto opprimente che si infrange solo nel 1994. Marco Pirina viene mobilitato da Giovanni Guarini, figlio del brigadiere Pasquale, leccese della provincia, classe 1902. Lo storico decide di aggrapparsi all'unica, esile, memoria storica che è rimasta, il parroco di Tarnova. Il prete lo indirizza a una Gostilna, una trattoria. Una donna di 84 anni, Elena Rjavec, suggerisce di sentire un partigiano di Nenici, un certo Antonio Winkler, settanta anni. L'uomo ha abitato a Gorizia per un ventennio e parla perfettamente l'italiano. Pirina alza una cortina fumogena sul vero scopo della visita. Finge di essere interessato alla sorte di un gruppo di dispersi sloveni. Winkler abbocca."Ma lei non sa nulla dei carabinieri?", si stupisce.

    Il bosco è fitto. L'ex guerrigliero ha la strada scolpita nella memoria. Indica i luoghi, il tragitto del camion, "avevano i polsi legati con filo di ferro rinserrato con le pinze", la buca nella quale è stato sepolto un finanziere che è crollato per terra a venti metri dalla bocca del pozzo naturale che ha ingoiato i condannati a morte. Pirina ha annotato il racconto del partigiano, parola per parola: "Li feci salire all'imbocco della foiba. Lì c'era la squadra che li buttava nell'abisso. Qualcuno era vivo. Ad altri sparavano prima di sospingerli nel vuoto. Sono quasi cinquanta anni che non vengo più in questo posto. A quelli che uccidevano avevano dato una bottiglia di rum a testa. Dovevano stordirsi. A noi, che avevamo fatto una faticaccia per trasportarli fin lassù, non toccò nulla, neppure un goccio". Giovanni Guarini piange quietamente.

    Pirina, storico per passione dopo una lunga carriera di responsabile marketing per l'Agip, ha ricostruito un elenco incompleto. Dieci famiglie che non hanno un posto nel quale depositare un fiore, persone accomunate a migliaia di altre alle quali è negata perfino la normalità del ricordo. Scomparsi che suscitano ancora imbarazzo. La foiba di Zavnj è stata recintata con una staccionata di legno. C'è una croce che sovrasta un altare minuscolo. Su una targa è riportato un verso ecumenico e generico di una poetessa slovena: "Viandante che passi ascolta le grida di chi è stato gettato qui dentro". Nella vecchia caserma di via Barzellini la targa dedicata ai carabinieri rastrellati è confinata in un corridoio interno che immette negli uffici. Ai familiari stretti è stata riconosciuta la pensione di guerra, quattrocentoquindicimila vecchie lire. Ai figli le provvidenze che spettano agli orfani del conflitto. Ora si aggiungono un distintivo e un certificato firmato da Ciampi. Clara Morassi, 78 anni, figlia dell'ex vicesindaco di Gorizia spiega. con velata ironia, che possono fregiarsene le famiglie degli infoibati fino alla sesta generazione. Pirina non riesce a capacitarsi del silenzio sloveno e della disparità di trattamento rispetto agli austriaci: "Loro hanno avuto un elenco di 5400 nomi. Noi nulla. Io sono convintissimo del fatto che sia giusto chiudere con il passato, riconoscendo però a tutti la dignità della memoria".

    FOIBA DI VINES- Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943 cinquantuno salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell'acqua, gli assassinati dopo essere stati torturati, finirono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani. Furono poi lanciate delle bombe a mano nell'interno. Unico superstite, Giovanni Radeticchio, ha raccontato il fatto.

    Riuscì a sopravvivere Giovanni Radeticchio di Sisano.

    Ecco il suo racconto: "Addì 2 maggio 1945, Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da ragazzi armati di pezzi di legno.

    Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio.

    Ad un certo momento della notte vennero a prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Ero l'ultimo ad essere martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio.

    Prima dell'alba mi legarono con le mani dietro la schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi condussero fino all'imboccatura della Foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo dietro Lidovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell'acqua della Foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo l'ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore non reggevo più.

    Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le mie carni,poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che doveva essere la mia tomba"

    Le foibe del Monte Maggiore

    Durante l'occupazione del litorale istriano da parte delle bande slavo-titine, nel settembre del 1943, vissi a Laurana giorni terribili.

    Eravamo in preda alla disperazione, poichè, accanto all'angoscia per la nostra sorte che ci torturava ora dopo ora, ci giungevano da ogni parte le notizie più orripilanti. A Laurana (ove vissi dal febbraio del 1936 al dicembre 1943) come ad Abbazia, ad Icici, ad Ica, a Medea, continuava la sequela dei "ricercati", dei "prelevati", dei "torturati" e degli "infoibati". Papà era stato condannato da un "tribunale del popolo" al martirio delle "foibe" perchè "italiano" e direttore dell'Ufficio Postale, e per questo tutta la mia famiglia trovò un rifugio sicuro in una villa vicina alla nostra, presso la professoressa Vescovich che salvò la nostra vita, mettendo a rischio la propria. Non c'era giorno che non prelevassero da Laurana o da altre frazioni vicine qualche italiano. Dopo averli sottoposti ad un doloroso e lungo tragitto a piedi nudi, essi venivano torturati, uccisi e, poi, gettati negli anfratti del Monte Maggiore.

    Il Monte Maggiore (oggi ribattezzato Ucka) è il più alto monte dell'Istria; il terzo o il quarto in ordine di altezza di qulli che segnano il confine della Liburnia, che partendo dalla valle di Fianona, ridiscende al mare nella Forra di Polvilje. Dall'ex Rifugio Duchessa d'Aosta (a 922 metri) potei più volte ammirare l'intero "Golfo del Quarnaro". "Villa Carlotta" - la mia abitazione - si adagiava sulle colline che fanno da cuscinetto alla montagna istriana sulla quale vivevano, secondo un'antica leggenda raccontata dai pescatori del luogo, alcune famiglie di stregoni. Essi accendevano grandi falò sulle pendici e nelle caverne; così la terra, dolorante e indispettita per le scottature, cominciava ad agitarsi e muoveva venti violentissimi che provocavano forti tempeste e uragani. Ben altri stregoni albergavano sul Monte Maggiore nel settembre del 1943! Ben altri fuochi! L'uragano dell'odio etnico si scatenò sugli italiani inermi e innocenti con inaudita efferatezza.

    Nei giorni successivi all'8 settembre, perdurando l'occupazione e le persecuzioni dei partigiani slavi, erano assai rari i contadini che scendevano dalle loro piccole borgate di collina per allestire il consueto "mercatino". Era fame! Mi sentivo rabbrividire quando essi mi raccontavano quello che avevano visto lungo i pendii del Monte Maggiore. Un mio compagno di scuola - un certo Bernecich che abitava in un casolare sperduto e che amava passeggiare con me nei fitti boschi - mi raggiunse nel giardino di "Villa Carlotta" e mi disse: "Carlo, questa mattina ho visto salire in alto tre uomini, legati tra loro da una fune, costretti a camminare a piedi nudi, di continuo bastonati. Poi, d'improvviso, li vidi scomparire uno ad uno, gettati in un burrone profondo moltissimi metri". Solo dopo la guerra imparai a chiamare col nome di foibe quegli enormi baratri, fattisi oggi nella nostra memoria altrettanti simulacri.

    Un giorno volli spingermi al di là delle "terre rosse" (un terreno scarlatto, estremamente friabile e morbido, simile alla sabbia). Due boscaioli mi invitarono a fare ritorno in paese; e, indicandomi la vetta del Monte Maggiore, mi dissero: "Vedi, lassù... In questi busi ne buttano giù ogni giorno; se ci sentono parlare italiano, i ne butta dentro anche noi senza discuter". Un altro contadino, intento a zappare la terra, mi disse: "Qui passano i partigiani spingendo verso l'alto della montagna alcune persone prelevate nelle zone vicine, a Laurana, ad Abbazia e a Fiume".

    "Avanti fogne italiane; quando saremo di sopra, vi faremo un bel regalo".

    Erano i primi martiri di un olocausto che continuerà: Amministratori pubblici, dirigenti, insegnanti, podestà, avvocati, postini, farmacisti, commercianti ecc. e non solo i responsabili del P.N.F.

    Quando mi recavo nell'orto di casa, a ridosso delle colline, pensavo all'ultima frase di un partigiano titino che era venuto con un folto gruppo di "compagni" a prelevare papà (salvato per l'intervento del suo fattorino, Rudi, un buon croato, amico dell'Italia e affezionato a noi): "Torneremo, si prepari...". In quegli attimi di disperazione, maledivo quella montagna divenuta nella mia immaginazione un vasto cratere infernale. Pregavo intensamente Iddio che preservasse papà da chissà quali pene.

    Mio padre potè fuggire a Fiume a bordo di un bragozzo, travestito da pescatore, con l'aiuto di due portalettere croati che vollero testimoniargli tutto il loro affetto. Noi lo seguiremo tre mesi dopo, esuli disperati.

    Fummo salvi per grazia di Dio! Arrivarono i tedeschi, una lunga colonna di carri armati, cannoni, autoblinde con mitragliere, cavalli bellissimi sui quali troneggiavano elegantissimi ufficiali in alta uniforme. Erano i nuovi padroni di casa che portavano a termine una complessa operazione militare denominata "Wolkenbruh". Anche se ciò stride con la nostra coscienza, essi di fatto furono i nostri attesi "liberatori".

    Poi venne l'ora dolorosa della "sradicazione", stranieri in patria ed esuli da quella terra tanto amata, per il Veneto, tra l'indifferenza e il rifiuto di tanti concittadini.

    Fui profugo a Venezia, e partecipai alle manifestazioni per Trieste italiana negli anni '46 e '47 in Piazza San Marco, quando i partigiani comunisti impedivano con la violenza che noi gridassimo "W Trieste Italiana!" All'indirizzo del Patriarca Cardinale Piazza - che parlava dal pulpito di Piazzetta S. Marco - urlavano "Scendi giù, hai le mani sporche di sangue!".

    Questa era il clima. Ed io, insieme ai miei compagni della Lega Nazionale di Trieste e del Comitato Giuliano Dalmata - che aveva già la sua sede sopra la Biblioteca "Marciana" dove ci incontravamo - gridavamo in faccia ai partigiani comunisti: "Foibe! foibe!". Essi negavano tutto, e reagivano con spranghe di ferro e bulloni. Mi ruppero le spalle, mi sputarono in faccia e mi rubarono il cappotto. "Balle! Balle!" - ci dicevano gli "arsenalotti" comunisti -, "Viva Tito! Viva Stalin!".

    Nello stesso giorno della mia partenza da Laurana, mi avviai verso i viottoli alti sotto la vetta del Monte Maggiore.

    Ma quel giorno anche il vento del Monte Maggiore piangeva! Scavai una manciata di terra tra i sassi e l'erbe di montagna e la misi con devozione tra le pieghe di una bandiera tricolore che nelle ricorrenze nazionali issavamo dalla balaustra di fronte al Quarnaro: Terra del Monte Maggiore! Terra Istriana! Terra d'Italia!

    Carlo Toniolo



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  • Fonte: Internet)

    GINO PAOLI: i miei parenti finiti nelle foibe (tratto dal "Corriere della Sera" del 21 dicembre 2005).

    La vita e la storia devono essere davvero più complicate di quanto si creda, se accade di scoprire quasi per caso, in fondo a due ore di conversazione, che Francesco De Gregori non è l’unico cantautore simbolo della sinistra (mai rinnegata) ad aver vissuto in famiglia i crimini compiuti dai comunisti, sul confine orientale, al finire della guerra.

    Racconta Gino Paoli che «mio padre, figlio di un operaio analfabeta delle ferriere di Piombino, aveva fatto l’accademia di Livorno ed era arrivato ai cantieri di Monfalcone come ingegnere navale. Là aveva sposato mia madre, che invece veniva da una famiglia benestante, i Rossi. Io sono nato nel 1934 e ho vissuto i primi mesi Monfalcone, poi ci siamo trasferiti a Genova. Dieci anni dopo, parte della famiglia di mia madre morì infoibata. miei parenti non erano militanti fascisti, erano persone perbene, pacifiche. Ma la caccia all’italiano faceva parte della strategia di Tito, che voleva annettersi Trieste e Monfalcone. I partigiani titini, appoggiati dai partigiani comunisti italiani, vennero a prenderli di notte: un colpo alla nuca, poi giù nelle foibe. Mia madre e mia zia non hanno mai perdonato. Mi ricordavano spesso i nomi dei loro cari spariti in quel modo, senza lasciare dietro di sé un corpo, una tomba, una memoria. Peggio: una memoria negata. Per questo mia zia odiava gli jugoslavi; e per me è stata una bella sorpresa, da adulto, andare per la prima volta in Jugoslavia e scoprire che non erano affatto tutti così». Interviene Amanda, la splendida figlia che Paoli ha avuto dal suo amore con Stefania Sandrelli diciottenne: «Papà, ho fatto una lettura pubblica sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, e non hai idea di cosa abbiano commesso i nazisti...». «Sì invece Amanda, conosco bene quella storia. È atroce ma, vedi, le atrocità ci sono state da entrambe le parti. È la guerra che rende l’uomo atroce; per questo io odio la guerra. Una parte della nostra famiglia è finita nelle foibe e di queste cose per decenni non si è parlato. E la sinistra porta una responsabilità culturale, perché il partito doveva coprire la connivenza dei partigiani rossi con la strategia di Tito. Vedrai che ci vorrà un altro mezzo secolo perché le passioni si spengano e se ne parli liberamente. Atrocità hanno commesso anche gli alleati che risalivano l’Italia. Le truppe d’assalto avevano il diritto, riconosciuto per iscritto, di saccheggiare e stuprare: e le truppe d’assalto erano per gli americani i neri, per i francesi i marocchini, per gli inglesi gli indiani. Le conseguenze le hanno patite le donne italiane, finché queste truppe non si sono attendate al Tombolo, in Toscana, in un accampamento frequentato da femmine alla disperata ricerca di cibo, finché non sono arrivati gli americani ad arrestare tutti. Io stesso, Amanda, dovetti scendere dal treno che ci riportava a Genova e passare tra le macerie di Recco distrutta dal bombardamento alleato - non avevo ancora dieci anni - camminando tra due pile di cadaveri. È un ricordo indelebile. Per questo, quando le due torri crollarono, ho reagito diversamente da chi la guerra non l’ha conosciuta, da chi bombardamenti non ne ha subiti mai. Anche se riconosco agli americani (al di là del comportamento di Bush che ha usato la tragedia come un pretesto) di aver reagito dimostrando il loro senso dello Stato. Magari ce l’avessimo anche noi italiani».

    La politica appassiona Paoli fin da ragazzo. «Le mie prime manifestazioni furono quelle contro Scelba». Un altro ricordo indelebile, il luglio 1960. «Quando a Genova si seppe che per il congresso missino sarebbe tornato in città Basile, l’uomo che aveva compilato le liste degli operai da mandare in Germania, allora studenti e portuali, professori e camalli reagirono allo stesso modo, senza neppure bisogno di parlarsi. Il Pci fu del tutto scavalcato, come lo fu Togliatti dal fratello, che insegnava all’università e marciò in testa ai cortei. Io presi la mia razione di botte. Le jeep caricavano fin sotto i portici, e i respingenti di gomma facevano male. Il congresso dei missini, che allora si chiamavano ancora fascisti, non si fece più, il governo cadde, ma una generazione ha pagato cara quella vittoria: c’è gente che ha passato in galera vent’anni, un mio amico portuale in galera c’è morto».

    «Facevo politica ma non mi sono mai iscritto al Pci. Mai amato le bande, i gruppi, i movimenti: ho visto troppi capi dei movimenti finire da Vespa. Meglio pochi amici, con cui passare la notte a parlare», musicisti come Tenco, Lauzi, Endrigo, ma anche Bagnasco e Renzo Piano. «Più di Marx ho sempre amato Rousseau: i beni della terra e dell’intelletto devono essere beni comuni. Come ogni artista, sono un po’ anarchico. Mi piaceva una scritta che vedevo da ragazzo a Pegli: "Comunismo sì, ma anarchico". Non so bene cosa voglia dire, però mi ci riconosco». Anarchico si dice fosse De André, «ma con lui non ci frequentavamo. Apparteneva a un’altra casta, suo padre era il braccio destro di Monti, comandava all’Eridania». La politica ha portato Paoli in Parlamento, tra gli indipendenti di sinistra, nel 1987. «Non è stata un’esperienza del tutto negativa. Ho imparato molte cose. Però avrei preferito rendermi utile agli altri. Invece la politica è complicata; per questo gli improvvisati che vi arrivano da fuori combinano un sacco di guai».

    Non che Paoli sia entusiasta neppure dei professionisti. «Una volta avevamo politici che facevano affari. Oggi abbiamo affaristi che fanno politica. E il fenomeno non è esaurito da Berlusconi; riguarda anche la sinistra. Io capisco se uno come Della Valle si arrabbia: se perde soldi, son soldi veri. Questi altri giocano: spostano soldi virtuali. E mi dispiace che in questo gioco sia rimasta invischiata la sinistra. Che ora si trova in un bel guaio. Se dice la verità sugli anni di sacrifici che ci attendono, non vince le elezioni. Se dice balle, le vincerà ma sarà cacciata appena comincerà a fare l’inevitabile. In Inghilterra la società è più avanzata: non a caso Marx aveva previsto che la rivoluzione si sarebbe fatta là. Non è andata così ma in compenso hanno avuto la Thatcher, che nei primi anni ha messo il Paese alle strette, però a lungo andare ha portato risultati. Mi farò odiare, ma l’Italia avrebbe bisogno di una destra seria: liberale e dotata di senso dello Stato; che non privatizzi scuola e sanità ma imponga le ristrettezze necessarie a preparare la stagione delle riforme. Prima un po’ di conservatorismo per mettere da parte i soldi, poi gli investimenti per ristrutturare la casa». Paoli non rinnega il passato; piuttosto, non si riconosce nel presente. Pur non amando Berlusconi, non si è unito alla mobilitazione di artisti e intellettuali contro di lui. «Ho attaccato Berlusconi quando non voleva pagare la Siae, negando alla cultura la sua fonte di sostentamento. Per il resto, non avevo nulla da dimostrare. Tutti sanno bene come la penso. E io non ho cambiato idea; sono loro ad averla cambiata. Io sono sempre di sinistra, diciamo pure comunista; sono loro a non esserlo più. E poi, come dicevo, non credo alle bande. Nel 1968 smisi di suonare per fare l’oste a Levanto: le mie cose non erano più adatte ai tempi, e non mi andava di cantare "viva" o "abbasso". Restai zitto per sette anni, fino a quando Gianni Borgna, allora capo della Fgci romana, mi invitò a suonare qualche canzone al Pincio. Andai avanti per due ore, e scoprii che i giovani comunisti potevano ascoltare Sapore di sale, che avevano capito come anche la poesia e l’amore fossero politica».

    Sapore di sale, forse la più bella canzone mai scritta da un italiano, è del 1963. Sono gli anni in cui Paoli vive come Tenco e come una sua giovane scoperta, Lucio Dalla, nel mito degli chansonniers , degli esistenzialisti, degli artisti maledetti. È l’anno in cui si spara al cuore. «Ogni suicidio è diverso, e privato. È l’unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l’amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l’unico, arrogante modo dato all’uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero. Il proiettile bucò il cuore e si conficcò nel pericardio, dov’è tuttora incapsulato. Ero a casa da solo. Anna, allora mia moglie, era partita; ma aveva lasciato le chiavi a un amico, che poco dopo entrò a vedere come stavo». L’anno dopo Paoli ha avuto due figli: Giovanni, che ora ha curato per Laterza la sua biografia; e Amanda, con cui adesso discute di storia.

    Aldo Cazzullo

  • Fausto BILOSLAVO

    Foibe, il mio 10 febbraio ricordando il nonno morto

    tratto da: Il Giornale, 9.2.2008.

    "La sua unica colpa era l’italianità. E il non credere che il comunismo potesse guarire tutti i mali". Ma nella nuova Europa i tempi sembrano ormai maturi per una riconciliazione. Domani celebrazioni a Roma, Milano e in molte città all'estero

    La storia è piena di crimini ma spesso i crimini non fanno storia, nel senso che strategie o ideologie dei vincitori di turno (ma spesso anche degli sconfitti) possono mandare rapidamente in archivio le peggiori atrocità dell’uomo. La tragedia istriana, con gli orrori di tanti italiani gettati nelle voragini carsiche dai comunisti jugoslavi e di tanti altri costretti a fuggire per salvarsi, è il classico esempio di una ragion di stato che ha voltato rapidamente pagina. In occasione del «Giorno del ricordo» di domani pubblichiamo un articolo di che nella tragedia istriana ha avuto coinvolti due nonni.

    Mio nonno materno, Ezechiele, pur non avendo mai fatto del male a nessuno fu prelevato dalle truppe di Tito che occuparono Trieste nei famigerati «40 giorni» del 1945 e sparì nel nulla dopo essere stato deportato verso Lubiana. Mio nonno paterno, Giacomo, scampò per miracolo ad una sommaria fucilazione dei partigiani, mentre da Momiano, dove era nato e vissuto, cercava di raggiungere Trieste alla fine della seconda guerra mondiale. Pure lui non aveva mai imbracciato un fucile, ma possedeva un po’ di terre ed una casa colonica. La vera «colpa» dei miei nonni, agli occhi dei «liberatori», era la loro italianità e la scarsa convinzione che il comunismo potesse risolvere i mali del mondo. I nonni non ci sono più, ma ogni anno tornano a vivere il 10 febbraio, Giorno del ricordo della tragedia dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati dopo il 1945. Questo strano articolo, in prima persona, è tratto dagli atti del seminario sull’Esodo dell’Associazione delle comunità istriane di Trieste presentato giovedì in occasione del Giorno del ricordo 2008. Domani si celebrerà in tutta Italia la tragedia dell’esodo e delle foibe.

    PULIZIA ETNICA

    Un aspetto devastante mi ha profondamente colpito seguendo dieci anni di guerra nell’ex Jugoslavia come giornalista: la strategia della pulizia etnica, che a fasi alterne tutti hanno tentato contro tutti. Un tragico copione che avevo già sentito raccontare dai miei nonni. In qualche maniera ho rivissuto come testimone le tragedie delle foibe e dell’esodo assistendo alle prime riesumazioni delle fosse comuni di Srebrenica. In Bosnia Erzegovina i serbi avevano massacrato e sepolto nel 1995, talvolta ancora vive, 8mila vittime musulmane. In particolare ricordo i resti di una madre e di un ragazzino, con le mani legate dietro la schiena dal filo di ferro, come gli infoibati del 1943 o del ’45. In Kosovo, pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti della Nato nel 1999, mi sono mescolato ad una colonna di profughi lunga chilometri, in fuga dai miliziani serbi. Fra loro anche un’anziana albanese paraplegica trascinata in carriola dai nipoti in fuga. Un altro esodo, come quello degli italiani mezzo secolo prima, mentre anni dopo, sempre in Kosovo, mi calai, assieme agli specialisti dell’Onu, in una vera e propria foiba. Sul fondo giacevano i resti dei serbi trucidati dai guerriglieri indipendentisti albanesi, prima dell’attacco della Nato.

    I CRIMINI DEL PASSATO

    Per cinquant’anni si è volutamente steso il velo dell’oblio sulla tragedia dell’esodo e sui crimini perpetrati contro gli italiani alla fine della seconda guerra mondiale. Si è trattato di una vera e propria «verità negata» e rimossa, che dal crollo del muro di Berlino e dalla disgregazione della Jugoslavia in poi, è venuta pian piano a galla. Come giornalista mi sono occupato dei cosiddetti «boia» titini. Una lunga lista, da Ivan Motika a Ciro Raner, fino a Mario Toffanin. L’unico ufficiale di Tito processato recentemente in Italia, per alcune uccisioni a Fiume, è stato Oskar Piskulic, che alla fine l’ha scampata per carenza di giurisdizione. Anche le notizie più scabrose venivano trattate con cautela, per usare un eufemismo, oppure completamente snobbate dalla grande stampa. Il fatto che Toffanin, massacratore dei partigiani non comunisti a Porzus, avesse una regolare pensione Inps, grazie al servizio militare in Italia, mantenuta per tutta la vita nel suo buon ritiro oltre confine, fece scandalo, ma solo sul «Giornale». Lo stesso per Raner, famigerato comandante del campo di Borovnica. Le foto dei soldati italiani sopravvissuti ai Lager titini come quello di Borovnica e ridotti a scheletri ambulanti, non a caso sono rimaste nascoste per anni. Nonostante le difficoltà, penso che i tempi siano maturi per un grande e necessario gesto di riconciliazione. I presidenti italiano, sloveno, croato e pure quello serbo devono inginocchiarsi assieme sui luoghi della memoria del Nord Est dalla Risiera di San Sabba alla foiba di Basovizza e se i nostri vicini lo desiderano anche nelcampo di concentramento fascista, per gli slavi, di Gonars. Non si tratta di mettere una pietra sopra il passato e dimenticare, ma di voltare pagina e guardare avanti per il bene delle future generazioni.

    VERSO UN FUTURO EUROPEO

    Bisogna dare il benvenuto nell’Europa libera ai vicini sloveni e croati ed auspico che pure i serbi e le altre nazioni dell’Est aderiscano ad un’Unione che perme non è soltanto quella dell’euro, ma anche un’idea di libertà in cui ho sempre creduto. Purtroppo sono state affrontate in maniera assolutamente insoddisfacente le ferite del passato, con gli eredi della Jugoslavia. Nessuna iniziativa veramente incisiva per ristabilire la verità negata e rimossa è stata messa in piedi. E soprattutto non si è fatta giustizia sui beni non soltanto abbandonati, ma seq u e s t r a t i agli esuli. Forse si è persa per sempre un’occasione, ma la domanda ora è: «che fare?». Il treno della storia non si ferma ed il binario dell’Europa va giustamente percorso, proprio in nome di quella libertà strappata agli esuli. Il famoso striscione «Volemo tornar», innalzato durante una manifestazione sull’esodo in piazza Unità d’Italia a Trieste non deve rimanere uno slogan vuoto. Realizziamolo, torniamo, ora che si può comprare un rudere italiano da ristrutturare o un fazzoletto di terra in prima persona. Non si tratta di una riconquista ma di una presenza, di cultura, di tradizione, di storia nel nome di una terra che fu italiana e ora è europea.