SARDEGNA: UN BELLISSIMO ESEMPIO DI FRATELLANZA ITALIANA - TESTIMONIANZE

  • Maria Curkovic

    Sardegna: FERTILIA (Sassari)...una piccola Istria

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    (tratto da Internet)

    FERTILIA

    "C’è un Paese in provincia di Sassari sulla costa Nord Occidentale della Sardegna, che si può considerare un vero e proprio “paradosso” etnico/geografico! A differenza di località “storiche” come Carloforte, dove si parla ancora un arcaico dialetto genovese, o Alghero, città centenaria di cultura, di tradizioni e di lingua Catalana, Fertilia (questo è il suo nome), da piccolo borgo pastorizio, ha subito nel giro di poche decine d’anni un cospicuo ripopolamento dal continente a causa due grossi flussi migratori. Verso gli anni 36/38, coerentemente alle grandi opere di sviluppo agricolo fiore all’occhiello del regime, iniziò la bonifica della Nurra (zona ove c’era ancora la fitta macchia mediteranea...) una terra molto fertile, compresa tra Sassari a Est, Porto Torres a Nord e Alghero a sud ovest. Per ottimizzare queste opere di bonifica e nel contempo risolvere altri problemi di aiuto a popolazioni di zone disagiate, con una intelligenza logistica non indifferente, i tecnici dell’epoca fecero questa pensata. - Se offriamo alle parti più vulnerabili del Polesine (mezzadri e piccoli agricoltori ormai sotto la soglia della povertà a causa delle frequenti inondazioni del Po), terra agricola in Sardegna di cui una buona parte offerta in proprietà, forse si riesce ad elevare il livello economico di questa gente, e a migliorare e rendere produttiva la Nurra! - E così fu!

    Nacque Fertilia.

    Strano paesotto, dall’architettura in perfetto stile Littorio, con la via centrale che porta dritta alla Rotonda di sasso affacciata sul Golfo di Alghero, piena di aiuole fiorite. Lungo la via, dietro a due file di Palme, il doppio portico sotto il quale presero vita le piccole necessità: il forno, la privativa, il bar, la farmacia, il fruttivendolo. Dalla parte opposta, verso il Monte Doglia, la Chiesa in pietra rossa, col caratteristico campanile dalla guglia in maiolica blu, la scuola elementare, e per finire il Cinematografo e la Posta, perchè si era pensato proprio a tutto. I coloni non tardarono ad arrivare, e fu un gran bene, perchè queste famiglie Ferraresi conoscevano solo la nebbia e le piene, e i braccianti risanati dal sole caldo e dal clima mite d’inverno, lavorarono come dei muli, ma alla fine crearono bellissime aziende agricole: chi iniziò con la stalla, chi con olivi e meloni, chi piantò la vite, chi provò a seminare pomodori, carciofi e melanzane, ortaggi prelibati che con un po’ d’acqua, crescevano con un vigore sconosciuto! E come la storia insegna, anche nel suo piccolo la nuova popolazione di Fertilia, in netta maggioranza sui nativi, assimilò i pochi autoctoni, e all’anagrafe del Comune, scorrendo i nomi di Gavioli, Ferrari, Perdomi, Cavicchi, pareva di essere a Comacchio!!!

    Mano a mano che la terra veniva bonificata e lavorata, si procedeva alla costruzione delle fattorie, perchè i contadini abitano volentieri sulla terra che lavorano, e Fertilia, paese pensato da un architetto sognatore, lentamente ma inesorabilmente si vuotò! La guerra passò da Fertilia in sordina, troppo poco abitata perchè qualcuno si ricordasse che esisteva, troppo distante dalle città distrutte dalle bombe e affamate. Al termine del conflitto, una grande parte di Italiani si trovò orfana di terra. L’Istria e le belle città della Dalmazia, assegnate dagli accordi di Osimo alla Yugoslavia di Tito, si vuotarono di più di trecentocinquantamila abitanti, che privati di ogni cosa, arrivarono profughi in una Patria poverissima, per nulla desiderosa di accoglierli.... Fertilia, paese fantasma, cosa di meglio poteva fare, che ospitare parte degli esuli? Chi in un modo, chi in un altro, persino con vecchie barche da pesca, gente di Orsera, di Rovigno, di Pola, di Fiume e di Zara, arrivarono numerosissimi nella cittadella, tanto che si iniziò subito a costruire nuove abitazioni. E la Sardegna li accolse con un rispetto e un senso di fratellanza commuovente, con una civiltà isolana da prendere d'esempio...! Come la storia insegna (...Ma non l’avevo scritto poco fa a proposito dei Ferraresi?)... insomma, avete capito! La situazione anagrafica venne capovolta. Ora i nomi erano Velcich, Sbisà, Marsan, Barison, Handel, Sponza, Zerhausek.... Sembrava di essere a Fiume o Trieste! Piccola particolarità: Queste terre adriatiche d’oltre mare, erano di lingua VENETA! Si, di lingua, perchè per i veneti, il dialetto è la lingua! Goldoni docet.

    Quindi Don Giuseppe da Rovigno, faceva le prediche in veneto, il farmacista Fuggiasco parlava veneto col dott. Braicovich, la maestra Gilardi insegnava l’Italiano in veneto! Tutt’ora, parecchi abitanti di nome Pinna, Soggiu, Piras, ultimi figli dei nativi sardi, parlano tra loro in veneto, sembra incredibile ma è così! Naturlamente, la chiesa era dedicata a San Marco Evangelista, e i nomi delle vie portavano alla memoria le terre lasciate...Via Pola, Via Parenzo, Piazza Fiume... In fondo allo stagno c'era lo “squero” dove artigiani mastri d’ascia di Zara, costruivano bragozzi e paranze per i “Pescadori”...e al centro della monumentale rotonda un obelisco sulla cui sommità ancora oggi troneggia El Gaton (leone di S, Marco, simbolo di Venezia) alla base del quale, una lapide celebra l’incontro e la solidarietà tra genti tanto diverse.

    Ora sono cambiate tante cose, a causa della popolazione in continua crescita,sono stati urbanizzati tutti i luoghi, specie quelli sul mare. Le villette dei Sassaresi o degli Algheresi benestanti, il porticciolo turistico pieno di cabinati, gli alberghi di lusso, i ristoranti dove si mangia bottarga e Aragosta, i supermarket, hanno pian piano inesorabilmente anonimizzato Fertilia. Ma se il sabato mattina, che è giorno di mercato, tra le bancarelle dei venditori di fomaggio di Tissi e Mamoiada, vedete delle persone anziane fare la spesa, non stupitevi se sentirete parlare in veneto o nel dialetto basso-padano! Non sono turisti! Sono i veri abitanti di Fertilia, strano paese, strano paradosso etnico geografico!

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    SULLE TRACCE DELL'ESODO

    (tratto da:www. paolobeccari.net)

    "Ci sono moltissimi elementi che mi hanno portato a individuare un filo rosso che collega la Venezia Giulia alla Sardegna.

    Tra le cose che mi hanno colpito c'è Fertilia: praticamente un quartiere distaccato di Alghero che ha una storia molto particolare.

    Edificata in periodo fascista assieme all'omonimo aeroporto, fortemente voluto da Italo Balbo, rimane praticamente deserta fino al 1947, anno in cui circa 150 famiglie di esuli istriani, fiumani e dalmati vi trovano una sistemazione.

    Fertilia si trasforma in una specie di oasi giuliana in piena Sardegna e ancor oggi non è raro sentire la nostra tipica parlata istroveneta sotto i portici del paese.

    Di Fertilia sapevo solo che è uno dei pochi luoghi in cui gli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia erano riusciti a trovare una integrazione e allo stesso tempo mantenere la propria identità.

    Con queste premesse mi ero immaginato un luogo di fervente attività, con forti riferimenti alla terra d'origine.

    Sono arrivato con parecchi anni di ritardo: l'integrazione ha fatto bene il suo lavoro, tanto che la comunità non è rimasta chiusa in sè stessa e, di conseguenza si è spalmata sul territorio. Per trovare la memoria storica di Fertilia, tuttavia, è sufficiente entrare al ristorante della signora Sbisà: davanti a un piatto della tipica cucina istriana si può iniziare un viaggio nel tempo...

    Resta alla fine l'amara sensazione che Fertilia non se la passi bene: la situazione economica non è certo delle migliori e in il degrado architettonico di molti palazzi è evidente."

    Visitando il sito potrete vedere le immagini di Paolo Beccari (fotografo)

    di questa piccola Istria

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    (tratto da internet)

    FERTILIA ''RISERVA INDIANA'' DEI GIULIANI DALMATI

    sabato 18 luglio 2009

    Lettera di Marco Coslovich pubblicata da Il Piccolo del 18 luglio 2009

    «Qui nel 1947 la Sardegna accolse fraterna gli esuli dell’Istria di Fiume e della Dalmazia»: suona sarcastica l’iscrizione riportata sulla colonna del leone di S. Marco che campeggia sul lungomare di Fertilia. La ex colonia fascista del 1939 è ancor oggi una «riserva indiana» per i pochi sopravvissuti istro-dalmati che hanno dovuto abbandonare le «terre redente» nel lontano dopoguerra. Il rapporto tra il microcosmo istro-dalmato e la vicina Alghero non sembra essere dei più idilliaci. La minoranza catalana di Alghero, di lunga e consolidata tradizione, gode di un prestigio e di un fascino che l’enclave istriana se lo sogna.

    Ho incontrato, chiusa nel suo ristorante pasticceria di via Pola, la signora Edda Sbisà. Arrivata a Fertilia nel lontano 1947, sembra essere sbarcata in Sardegna il giorno prima. Ricorda la sua Orsera in Istria come fosse ieri e lungo le pareti della sala da pranzo non trovi che foto e carte geografiche dell’Istria e della Dalmazia. Afferma che nessuno li ha mai veramente accettati in Sardegna, né lo stato li ha mai veramente aiutati. Sua figlia, nata a Fertilia, parla ancora il dialetto istro-veneto e lamenta che suo figlio, scendendo dal pullman, dopo una gita scolastica, è stato apostrofato da un insegnante come «un zingano». Luciano, zaratino, mi dice che non ha mai più messo piede in Dalmazia dopo la fuga, ma fino a pochi anni fa alcuni di loro organizzavano dei brevi tour di tre, quattro giorni, per rivedere i lontani paesi di origine.

    Un mix di nostalgia, di orgoglio, di vittimismo, pervade le anime di questi miei fratelli lontani. Io che sono istriano, che parlo la loro «lingua», che ho abbandonato l’Istria nel 1955, stento a riconoscermi nel loro livore. Nello stesso tempo li capisco e li compatisco. Penso che sia doloroso vedere ogni sera calare il sole sul mare e pensare che quel tramonto tocca la sponda adriatica alle loro spalle, troppo lontana per essere raggiunta anche solo con il pensiero.

    Penso che questo dolore risentito, andrebbe elaborato, come si fa per un lutto; penso che non è bastato dare le case e il lavoro ai nostri antichi profughi, ma che bisognerebbe offrir loro un’occasione culturale, uno spazio pubblico per manifestare ciò che sentono. Per troppo tempo sono stati vittime della retorica, citati in ogni discorso ufficiale, spesso preda del patriottismo reboante della destra.

    Ripercorrendo le vie geometriche della ex colonia fascista, tra via Fiume, Pola, Cherso, Parenzo, Rovigno, Istria…, mi sono sentito a casa, ma come in un sogno un po’ angosciante ho rivisto i campi profughi di un tempo sparsi per tutta l’Italia. Ho rivisto mio padre che a quarant’anni ha ricominciato da zero, lavorando come «un negro», ingegnandosi a fare l’orologiaio, l’elettricista, il carpentiere in ferro ecc. Ho pensato alla fierezza e alla laboriosità della mia gente, così simile a quella sarda. Ho pensato che dei tre sono stato l’unico figlio che ha studiato grazie all’Italia che ci ha accolto. Ma tutto questo ancora non basta perché bisogna incominciare a riparlane, «fraternamente», come sta scritto sulla colonna del leone di San Marco di Fertilia.

    Marco Coslovich



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