RICORDI..MEMORIE..RIFLESSIONI..GLI ESULI RACCONTANO..

  • Maria Curkovic

    tratto da Internet

    “Ricordi di un esule” di Francesco Covelli

    Rastrellamento

    Delle volte basta un niente, una parola, un suono o un articolo di giornale per far scattare la memoria verso tempi lontani, verso ricordi sepolti che non avrebbero motivo di rinascere e ricreare situazioni ormai dimenticate nel tempo.

    Ho letto in una e-mail: “La Voce del Popolo - 02/07/02 – Fiume – Il sindaco con i giornalisti: restauro grattacielo” . Notizia non eccessivamente importante né per i fiumani esuli né per i restanti. Una necessità di riparare il nostro grattacielo di Piazza Regina Elena, di riparare il palazzo più alto della nostra città, di riparare quello che noi vecchi chiamavamo “el grataciel dela Standa” , il palazzo sul quale in cima a tutto, dal 1945, spiccava la scritta “TITO” , parola d’odio e d’amore secondo il punto di vista.

    Appena letto l’articolo ho fatto un salto in dietro di cinquant’anni. Anno 1944, primi mesi del 1945, non ricordo con più esattezza la data. Con mio papà eravamo scesi in città, così si diceva visto che abitavamo in collina, su in Valscurigne, eravamo appena giunti in Piazza Regina Elena provenienti da Via Carducci, proprio all’ingresso della salumeria, davanti al grattacielo, che si trovava sull’angolo con Via Ciotta, quando all’improvviso comparvero dei camion pieno di militari tedeschi che bloccarono tutte le strade che immettevano in piazza. Subito delle esclamazioni da parte di persone terrorizzate:“i tedeschi”…,”scampemo”…. “Dio mio ma cosa i vol”….un fuggi fuggi generale. Per lo più uomini che cercavano di non farsi prendere, forse per la paura di dover andare a lavorare per la Todt o per motivi ancor più gravi visto l’epoca. Mio papà mi prese la mano e mi disse “sta sitto” , figuriamoci se avevo la forza di parlare. Guardavo sbalordito il tutto e non mi rendevo conto del dramma per molte persone che sino a quel momento passeggiavano, chiacchieravano o pensavano ai loro problemi magari fiduciosi di non dover subire per quel giorno né bombardamenti né mitragliamenti.

    Un’ombra improvvisa, un giovane mi sfiora come un lampo, entra in negozio, vedo ancor oggi i due salumieri, un uomo e una donna con i loro grembiuli bianchi e il berrettino dello stesso colore in testa, il giovane tutto trafelato che dice : “per favor, xe i tedeschi, nascondème” uno dei due disse subito “zò, cori in cantina”, Tutto si svolse in un attimo, sì proprio un attimo perché intesi alle mie spalle una voce brusca ed autoritaria “document, bitte”. Mio papà non ebbe alcun problema perché era in possesso di documenti che dimostravano che lavorava per la Vulkan, ditta di Sussak, che riparava i motori dei pochi natanti tedeschi ancora in porto. I tedeschi non entrarono nella salumeria per ulteriori controlli, dettero solo una sbirciatina all’interno senza nemmeno aprire bocca. Era finito! I camion ripartirono pieni di uomini e giovani donne per chissà dove. Per costruire altri fortini nella periferia della città o per località delle quali il solo nome era simbolo di orrore.

    Immagino il terrore subito dai due salumieri. Avevano fatto una buona azione. Avevano salvato la vita a quel giovane. Chissà se avranno ricevuto anche loro un così grande regalo. Già, avevano compiuto, senza nemmeno pensare alle conseguenze, un’azione veramente degna di ogni rispetto. Purtroppo mio zio e mio cugino non hanno conosciuto delle persone come loro anzi, conobbero dei delinquenti che in nome di un’ideale commisero dei crimini degni solo a delle bestie che s’illudevano di combattere.

    Chissà che fine avrà fatto quel giovane? Sarà riuscito a trovare un’ altra volta delle persone che avrebbero rischiato la loro vita per salvare la sua. Chissà se, a sua volta, avrà contraccambiato il favore ricevuto o invece si sarà comportato in tutt’altra maniera.



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  • Maria Curkovic

    tratto da Internet

    Storie di un esodo fra desolazione e sofferenza

    di

    Anna de Angelini Dobrilla

    Mi riferisco ai diversi articoli apparsi sul giornale "L'Arena" con i quali alcuni compaesani hanno descritto la storia del loro esodo. La loro lettura mi ha commossa a tal punto che, riportandomi indietro nel tempo, mi ha fatto rivivere quei tristi momenti e mi ha invogliato a narrare anche la mia esperienza.

    Era il giorno 27 febbraio 1947. La nave "Toscana" imbarcava il IV scaglione, fra cui eravamo io, mio marito ed i miei tre figli. Il viaggio per mare fu tremendo. Ricordo che eravamo tutti stipati, il mare era mosso ed io dovetti stare per tutto il tempo in coperta, perchè avevo la nausea. Quelle ore furono eterne. Sembrava non si dovesse mai arrivare a terra ed io soffrivo ancora di più per il pensiero che mio marito era giù ad occuparsi da solo dei bambini.

    Finalmente arrivammo ad Ancona, dove facemmo una breve sosta. Poi, proseguimmo in treno per Firenze. Prima di salire sul convoglio, fecero prendere a ciascuno una balla di paglia che dovemmo riporre alla meglio nel carro bestiame e lì dovemmo salire. Il nostro viaggio fu accompagnato dai lamenti e dal rumore degli animali e penso proprio che fummo scambiati per bestie, perchè nemmeno il ferroviere che chiuse il portello del nostro vagone ci disse nulla e non aprì se non all'arrivo a Firenze.

    Passammo una notte bestiale. Il mio bambino più piccolo aveva 22 mesi; si svegliava piangendo per la sete e io non potevo aiutarlo. Eravamo al buio pesto, immersi nell'oscurità, tutti appiccicati; udivamo solo i lamenti delle bestie ed il loro acre odore stomachevole che aveva impregnato tutta l'aria.

    Arrivammo a Firenze a mattino inoltrato, distrutti dal viaggio, con ancora addosso le tracce di paglia che ci era servito per giaciglio. Eravamo disperati, non sapevamo cosa fare, né dove andare e non vi era un cane ad aiutarci. Si doveva pensare ad una sistemazione. Grosse lacrime cominciarono a cadere per l'angoscia, quando si avvicinò, dopo non so quanto tempo, qualcuno che si presentò come quello "del Comitato profughi".

    Fummo accompagnati nel centro di Firenze e sistemati in una ex fabbrica di tabacchi, già tutta occupata da altri esuli. Le nostre reti per dormire furono sistemate in mezzo ai corridoi. Un tetto lo avevamo, ma si può comprendere lo strazio ed i pianti che ho fatto.

    In quelle condizioni, poichè ero sul passaggio, dovevo stare sempre vestita.

    Mio marito, già sofferente, si aggravò e si ammalò pure il più piccolo dei miei figli.

    Il dottore che riuscii ad interpellare mi assicurò che il bambino sarebbe guarito solo se fosse tornato a respirare aria nativa.

    Non mi restava altra scelta, prima che fosse troppo tardi, che riportarlo a Rovigno dove era nato e dove, fortunatamente, avevo ancora una sorella.

    Ella lo prese con sè e lo curò, prima del male per cui era tornato là e poi anche del group, che gli venne fuori in un secondo tempo.

    Il mio pensiero era sempre là con il mio bambino e soffrivo pensando che laggiù mancavano anche le cose più indispensabili. Da come scriveva mia sorella si dovevano arrangiare parecchio con la polenta ed il pane lo potevano trovare solo in qualche casa di contadini.

    Ogni tanto, quando potevo, inviavo loro dei pacchi senza valore, contenenti pane ed altre cose, pensando così di essere più vicina ai miei cari. Lo lasciai là sino a che non si cominciò a ventilare che avrebbero chiuso le frontiere. Allora scrissi a mia sorella che lo venisse a portare a Trieste dove mi sarei recata per aspettarlo.

    Ella pensando che vi fosse più tempo e forse anche perchè supponeva che non avrebbero fatto caso ad un bambino di due anni, temporeggiò e quando si decise le frontiere erano già chiuse.

    I partigiani non lo vollero far passare e a nulla valsero le proteste e le indignazioni di mia sorella. Allora ideò di trasportarlo a mezzo di una delle barche che facevano la spola tra le due zone. Così mi scrisse di recarmi a Trieste, dove le imbarcazioni si fermavano ed aspettare lì il piccolo.

    Passai 15 giorni in quella città e tutti i giorni ero al molo in attesa e del mio bambino nemmeno l'ombra; tutte le volte tornavo indietro piangendo. Seppi poi che anche questo tentativo era fallito.

    Il piccolo era stato imbarcato, ma ad Isola la finanza jugoslava lo aveva scoperto e lo aveva rimandato indietro.

    Mia sorella non sapeva più come fare; in un certo senso si sentiva in colpa per non averlo rimandato indietro in tempo.

    Non si perse d'animo e dopo qualche giorno supplicò, dopo avergli raccontato la storia del piccolo, un diplomatico jugoslavo, che sapeva avrebbe dovuto passare la frontiera, di condurlo con sè.

    Ma nemmeno lui riuscì nello scopo e dovette lasciare il bimbo in custodia ad una famiglia del posto di frontiera, con l'assicurazione che si sarebbe preoccupata di riportarlo indietro.

    Dopo qualche giorno, il bambino fu messo su una corriera, affidato al conducente e riportato da mia sorella che, preoccupata ed avvilita, rivide il piccolo tutto piangente e talmente spaurito che dallo schock non riusciva più a parlare.

    Fu solamente dopo che furono riaperte le frontiere che potei riabbracciare mio figlio e passò molto tempo prima che si potesse riprendere dalla triste avventura.

    Nel frattempo, passato un anno che eravamo a Firenze, morì mio marito, senza neppure avere la gioia di poter rivedere suo figlio.

    Rimasi così sola, lontana dai parenti, fuori di casa e con tre figli a cui pensare, senza alcun aiuto e comprensione dalla gente del luogo che avrebbe dovuto ospitarci, con solo le spalle per lavorare e una gran forza di volontà per tirare avanti.

    Nonostante tutto sono riuscita a superare tante traversie, a sistemare i figli ed oggi posso dire di essere contenta.

    Anche se in modo un pò sconclusionato, ho potuto esprimere i miei tormenti comuni anche ad altri articolisti dell'Arena che più o meno hanno vissuto lo stesso triste esodo.

  • Maria Curkovic

    tratto da internet

    Ricordi di Etta Nardini

    Esule istriana

    Fener, 15 aprile 2002

    A Davide

    perché possa conoscere e comprendere l'esperienza di sua nonna Dori e dei 350.000 esuli istriani. Con l'augurio che questo racconto di vita faccia nascere in lui, in futuro, l'interesse per approfondire un argomento che ancora oggi non trova spazio nei libri di scuola.

    Sono nata a Lussingrande nel 1920, periodo in cui il mio paese apparteneva al Regno d'Italia: infatti io ho sempre parlato l'italiano e ho frequentato scuole italiane.

    I miei genitori, anche se sotto l'Impero Austroungarico, hanno frequentato la scuola italiana e parlavano in lingua italiana perché ad ogni popolo sottomesso all'impero erano concesse queste libertà, come quella religiosa.

    Lussingrande è un piccolo paese che si trova nell'isola di Lussino(oggi denominata Losinij ). Ricordo che la gente viveva di pesca e di turismo; infatti c'erano diverse ville-pensioni per gli ospiti che venivano a respirare l'aria salubre e a godere del clima mite.

    In paese c'era la residenza estiva (una grande villa con un bellissimo parco) del Principe Carlo Stefano d'Asburgo che si rivolgeva alla gente del luogo parlando il nostro dialetto istriano che assomiglia a quello triestino.

    Le immagini che porto sempre nel cuore sono il piccolo porto con i "bragozzi" del pesce e della frutta e verdura che venivano da Chioggia; il Duomo con le opere d'arte del Vivarini e della scuola del Tiziano e il suono delle campane spiegate a festa.

    Ho ancora vive nella memoria le immagini del mio mare limpido e blu, con gli scogli che noi chiamiamo "grotte", dei bagni, del sole caldo, delle pinete con il frinire delle cicale… ricordo il suolo dell'isola sassoso, con tanti ulivi e la terra rossa.

    La vita scorreva tranquilla e vedo ancora davanti a me i capitani di lungo corso, in pensione, seduti in riva che raccontavano a noi bambini dei loro viaggi nel mondo e noi ascoltavamo come se fossero state fiabe… Per noi piccoli, quei vecchi erano come dei veri patriarchi.

    Nel 1941 , per motivi di famiglia, ero a Parenzo con mio padre e mio fratello sacerdote. Con l'Armistizio, l'8 settembre 1943, l'Istria veniva occupata dalle truppe di Tito e per gli istriani è iniziato il calvario: incominciava la pulizia etnica nei confronti degli italiani da parte delle truppe slave. Noi istriani eravamo spaventati e ci sentivamo abbandonati perchè da quella data non esisteva più nessuna autorità italiana civile e militare a cui far riferimento.

    Di notte le truppe di Tito entravano di prepotenza nelle nostre case e prelevavano i capifamiglia ed anche famiglie intere per poi gettarli nelle foibe, che sono delle voragini naturali profonde anche 200 metri, che si trovano nella terra carsica.

    Per queste ragioni molti istriani hanno abbandonato la loro terra senza permessi, con la motivazione di andare a Trieste, un viaggio che era consentito.

    Avevamo capito che niente sarebbe più stato come prima della guerra e che per non rinunciare alla nazionalità italiana, l'unica possibilità era quella di lasciare la nostra terra, le nostre case, gli amici, i parenti e venire esuli, poveri e spesso con i soli indumenti del viaggio addosso, in Italia.

    Nel 1946 ho lasciato Parenzo imbarcandomi su una piccola nave (che noi chiamavamo piroscafo) per accompagnare fuori dall'Istria due piccoli nipoti maschi, gli altri due (Dori - nonna di Davide - e Claudia ) avevano intrapreso il viaggio di abbandono del loro Paese qualche ora prima, con la madre e il nonno (mio padre ), seguendo il percorso "per via terra", per non far nascere il sospetto che una famiglia intera se ne andava. Ricorderò sempre il viaggio per mare da Parenzo a Trieste con i nipotini che indossavano tutti gli indumenti che era possibile far loro indossare(doppia biancheria…) perché sarebbero stati gli unici capi di vestiario che avrebbero potuto avere per chissà quanto tempo…

    Siccome era una calda giornata di maggio, i bambini sudavano e volevano spogliarsi, ed io dovevo convincerli a non lamentarsi ad alta voce, a resistere, finchè non avessero visto la bandiera italiana nel porto di Trieste.

    Dopo quattro ore di viaggio siamo arrivati a Trieste dove ci siamo ricongiunti con mio padre, con mia sorella e con gli altri due nipoti.

    Da lì siamo andati a Torino ad accompagnare mia sorella Maria con i figli nel Centro Profughi, chiamato "Casermette": lì l'aspettava il marito che l'aveva preceduta nella fuga.

    Questo luogo era una ex caserma dove venivano accolti i profughi in grandi stanze, con le pareti divisorie formate da coperte militari; dove non c'era l'acqua corrente; dove i servizi erano all'esterno, in comune, per tutti; dove c'era una cucina da campo che preparava i pasti e dove venivano distribuiti indumenti usati che arrivavano dall'America…

    Tutti soffrivano per la mancanza di spazi personali e per la mancanza di tutto quello che è necessario ad una vita dignitosa.

    I capifamiglia si sono dati subito da fare per trovare un'occupazione per mantenere la propria famiglia e per farla vivere in una vera casa. Mia sorella è riuscita ad avere il permesso dal Comune di Torino per aprire un piccolo negozio di generi alimentari.

    Così dopo qualche tempo è andata finalmente a vivere in un appartamento con tutta la sua famiglia.

    Mentre mia sorella si trovava alle "Casermette" , io e mio padre siamo tornati a Parenzo per stare vicini a mio fratello sacerdote perché la situazione in Istria diventava sempre più pericolosa, soprattutto per i religiosi.

    Ho abbandonato definitivamente l'Istria nel 1947.

    Ho fatto il viaggio da Parenzo a Trieste con mio padre, in corriera, in treno e in un carro bestiame, di nascosto, perché vigeva l'ordinanza che considerava "nemico", chi si rifiutava di prendere la nazionalità slava e chi era contrario al passaggio dell'Istria all'Italia.

    Quel viaggio è stato molto doloroso: ero consapevole che stavo abbandonando per sempre la mia terra e il mio mare; avevo il cuore carico di angoscia per il pericolo che correvo e sapevo che andavo incontro ad un futuro senza certezze, mentre lasciavo il mondo in cui ero vissuta con serenità tra gli amici e i parenti, in una casa confortevole che guardava la piazza, con l'orto, tra gente allegra e benevola…

    Mio fratello ha abbandonato l'Istria da solo , viaggiando per mare. Ci siamo ritrovati a Trieste e abbiamo incominciato insieme il nostro ESILIO…

    Con il Trattato di pace, nel 1947, le grandi potenze avevano deciso la cessione dell'Istria da parte dell'Italia, nazione sconfitta, alla Jugoslavia.

    A molti istriani veniva dato il permesso di partire, portando con sé solo pochi indumenti e poche lire. A molti altri il permesso veniva negato per ragioni politiche. Ma l'esodo è continuato ancora per alcuni anni, con fughe drammatiche nelle quali si rischiava continuamente la vita.

    Soltanto gli abitanti di Pola, che era sotto la protezione inglese, hanno potuto imbarcarsi nelle navi dirette in Italia.

    L'esodo per noi tutti è stato una decisione sofferta, meditata e obbligata per sopravvivere e per poter rimanere italiani.

  • Maria Curkovic

    tratto da internet

    Ricordi dell'esodo tratti dal libro "Verde Acqua"

    di Marisa Madieri

    La scrittrice Marisa Madieri, nata a Fiume nel 1938 e deceduta a Trieste nel 1996, moglie del noto storico triestino Prof.Claudio Magris, oltre a racconti ed articoli vari, ha scritto due romanzi: "La Radura" e "Verde acqua", pubblicati da Einaudi.

    Di "Verde acqua", racconto-diario che intreccia episodi attuali e ricordi dell'Esodo, trascriviamo due brani che testimoniano le vicende comuni agli Esuli giuliano-dalmati.

    19 marzo 1982

    [...] Tra il 1947 e il 1948 a tutti gli italiani rimasti ancora a Fiume fu richiesta l'opzione: bisognava decidere se assumere la cittadinanza jugoslava o abbandonare il paese. La mia famiglia optó per l' Italia e conobbe un anno di emarginazione e persecuzioni.

    Fummo sfrattati dal nostro appartamento e costretti a vivere in una stanza con le nostre cose accatastate.

    I mobili furono venduti quasi tutti in previsione dell' esodo.

    Il papà perse il posto e, poco prima della partenza, fu imprigionato per aver nascosto due valige di un perseguitato politico che aveva tentato di espatriare clandestinamente e, catturato, aveva fatto il suo nome.- Con la sua consueta ingenuità, il papà si fece cogliere con le mani nel sacco.

    Questi mesi di vita sospesa, non più a casa e non ancora del tutto altrove, furono da me vissuti con un profondo senso di irrealtà, non con particolare sofferenza. Giocavo con mia sorella sul marciapiede sotto la nostra nuova casa, a "porton", con la palla o con la corda, fraternizzavo con i gatti del rione che conoscevo uno ad uno, andavo a trovare il nonno al caffè Sport e i miei vecchi amici nella casa vera e, per la prima volta, mi spingevo da sola lontano, ad esplorare una città che fino allora avevo poco conosciuta.

    Ero più grande, più riflessiva e matura.

    E così che ricordo la mia Fiume - le sue rive ampie, il Santuario di Tersatto in collina, il teatro Verdi, il centro dagli edifici cupi, Cantrida - una città di familiarità e distacco, che dovevo perdere appena conosciuta.

    Tuttavia quei timidi e brevi approcci, pervasi di intensità e lontananza, hanno lasciato in me un segno indelebile. Io sono ancora quel vento delle rive, quei chiaroscuri delle vie, quegli odori un pó putridi del mare e quei grigi edifici.

    Per molti anni, dopo l'esodo, non ho più rivisto la mia città e l' ho quasi dimenticata, ma quando ho avuto nuovamente l' occasione di passare per Fiume e quel tratto di costa che porta a Brestova, dove generalmente prendiamo il traghetto per Cherso e Lussino, ho provato la chiara sensazione di ritornare nella mia verità.

    Eppure non ricordavo nulla, almeno consapevolmente, di Icici, Mucici, Laurana, Moschiena, e poco di Abbazia e di Fiume stessa.

    In realtá era me stessa che trovavo, guardando come in uno specchio, quel paesaggio mutevole di asprezze e di incanti. [...]

    E qui, Marisa Madieri descrive il Silos di Trieste, simile ai tanti campi profughi sparsi in tutta l'Italia dove fummo accolti .....

    29 aprile 1983

    [...] Feci cosí la mia prima conoscenza del Silos, dove vivevano accampati migliaia di profughi istriani, dalmati o fiumani come noi. Era un edificio immenso di tre piani, costruito sotto l' impero absburgico come deposito di granaglie, con un ampia facciata ornata da un rosone e due lunghe ali che racchiudevano una specie di cortile interno, dove i bambini andavano a giocare a frotte e le donne stendevano i panni.

    L' esterno di questo edificio è ancor oggi visibile vicino alla stazione ferroviaria.

    Il pianterreno, il primo e il secondo piano erano quasi completamente immersi nel buio. Il terzo era invece rischiarato da grandi lucernai posti sul tetto, che però non potevano essere aperti.

    In ogni singolo piano lo spazio era suddiviso da pareti di legno in tanti piccoli scomparti detti "box", che si susseguivano senza intervalli come celle di un alveare. Si aprivano tra di essi strade maestre e stradine secondarie di collegamento.

    I box erano tutti numerati e qualcuno aveva anche un nome, proprio come una villa. Anche le strade avevano nomi di riconoscimento: la strada della dalmata, quella dei polesani, la via della cappella o quella dei lavandini.

    Naturalmente i box più ambiti erano quelli vicino a una delle rare finestre che si aprivano sull' esterno o quelli del terzo piano, che almeno ricevevano dal tetto la luce del giorno.

    Entrare al Silos era come entrare in un paesaggio vagamente dantesco, in un notturno e fumoso purgatorio.

    Dai box si levavano vapori di cottura e odori disparati, che si univano a formarne uno intenso, tipico,indescrivibile, un misto dolciastro e stantio di minestre, di cavolo, di fritto, di sudore e di ospedale.

    Di giorno, dall' intensa luce esterna non era facile abituarsi subito alla debole luce artificiale dell' interno. Solo dopo un poco si riuscivano a distinguere i contorni dei singoli box e ci si rendeva conto della disposizione complessa e articolata del tenebroso villaggio stratificato e dell' andirivieni incessante di persone che si muovevano nelle sue strade e nei suoi crocevia.

    Anche i rumori erano molteplici e formavano un brusio uniforme, dal quale si levavano ogni tanto le note acute di qualche radio, una voce irata, colpi di tosse o il pianto di un bambino.

    Trovai la mamma intristita e trascurata e mia sorella cresciuta e un pò inselvatichita. Lucina si era abituata alla vita del Silos e aveva fatto tante amicizie con cui giocava felice tutto il giorno, nella spensierata adattabilità dell ' infanzia.

    Il nostro box era tra quelli fortunati del terzo piano, proprio sotto un lucernaio.

    Era formato da due piccoli ambienti, di cui uno serviva da cucina, quasi tutto occupato dal tavolo e dalle sedie, e l' altro da stanza da letto comune.

    Nella cucina era stato ricavato uno sgabuzzino che fungeva da deposito di scope, rifiuti, bottiglie vuote, scarpe, giornali e riviste vecchie.

    C'erano anche parecchi secchi e catini che, nelle giornate di pioggia, venivano disposti in vari punti del box per raccogliere l' acqua che filtrava in piccoli rivoli dal tetto.

    La nonna Quarantotto stava un pó con la zia Nina e più spesso con noi, poiché la mamma le era maggiormente sottomessa.

    A pranzo e a cena, tutta la famiglia si metteva in cammino per raggiungere da Piazza Libertà la mensa di via Gambini e spesso, quando la nonna non se la sentiva di fare quel lungo tragitto a piedi, la mamma le portava il pasto a casa, in una gamella.

  • Maria Curkovic

    Memorie di Pola

    di

    Valeria Bonacchi Onori

    inviate da

    Alberto Onori

    Non riesco considerare l'Istria terra croata e soffro quando sento dire da qualcuno: "vado in Croazia", e scopro che va a Pola.

    Pola! Sono passati tanti, tanti anni eppure gli occhi della memoria mi ripresentano, vivide, le immagini dei luoghi più cari, dei percorsi consueti. Abitavamo, il babbo, la mamma ed io, in un appartamento al terzo piano, poco a valle della Fortezza che vedevo dalle finestre sul retro, separata da grandi orti. Sul davanti, oltre una selva di tetti, s'intuiva il mare.

    Frequentavo la quinta elementare, e la scuola era vicina alla parrocchia: Sant'Antonio. Non doveva essere lontana da casa perché andavo sola per una larga e quieta via in costa e risento il freddo soffio della bora, nelle mattine d'inverno. Avevo una maestra indimenticabile, Maria Tintor, cui devo tra l'altro la base sintattico-grammaticale e che mi preparò, insieme ad alcune compagne, per l'esame di ammissione al ginnasio. La preparazione fu accurata e del tutto gratuita, compensata da un ottimo risultato che la rese felice. Delle cinque maestre elementari che mi seguirono nelle cinque città diverse, è solo di lei che ricordo il nome, il volto e la dolce fermezza.

    Alla fine dell'estate il babbo fu di nuovo trasferito e dalla nave la vidi che si allontanava pian piano, la mia Pola, ma una cartolina recente (di mio figlio!) me ne ha riportato l'immagine, identica: la collina e la città digradante, Sant'Antonio, l'arena, il porto.

    C'è ancora il bosco Siana? La mamma mi ci accompagnava, i pomeriggio di sole e mi divertivo a farmi largo tra la fitta vegetazione, quasi fosse la giungla e raccogliere i ciclamini. E' nel bosco Siana che ho colto i primi ciclamini, per continuare a farlo, in luoghi diversi, fino a qui. E l'Arco dei Sergi? Immetteva nel corso, se ben ricordo, meta delle passeggiate domenicali della famiglia. Una città romana e veneziana, la mia Pola, una città italiana. Perché l'Istria non è trattata dai Croati come gli italiani trattano l'Alto Adige? Mi basterebbe questo, ma non mi risulta che sia così.

    Valeria Bonacchi Onori, nata a Pistoia nel 1925, figlia di un dipendente pubblico, costretta a cambiare sede ogni anno per la professione del padre, fu a Pola nel 1935/36 e non c'è più tornata in vita sua. Non è contenta per questo.

  • Francesca Toffetti

    Oggi i nonni sono ben diversi da quelli di una volta e, magari, mentre freneticamente recapitano in auto i nipotini super impegnati tra sport, attività musicali e corsi vari, seguono anche loro un’ora di fitness o di danze latino-americane e a merenda concedono patatine e popcorn.

    Io, invece, ho avuto nonni ancora per così dire tradizionali. D’inverno ci si sedeva attorno al potagé in una grande, calda cucina, e nelle sere d’estate si cercava un po’ di fresco nell’orto: mentre nonna Maria impastava crostate di marmellata casalinga o rammendava calzini, nonno Francesco raccontava. Non, però, di Cappuccetto Rosso o di Cenerentola. In loro la storia aveva ucciso le favole e ciò di cui narravano era sempre realtà, o forse quella che come tale avevano vissuto e patito; e il condimento era una struggente nostalgia, che a noi nipoti faceva sognare di una terra di zolle rosse, magica proprio come nelle fiabe doc, e del tempo dei “c’era una volta”.

    Per ricordarli e dire loro ancora tutto il mio bene, vorrei concludere questa mia tesi in un modo del tutto anomalo, riportando il loro racconto. Mi rendo conto che esso è lontano da qualsiasi metodologia storiografica e che non è mai stato verificato su alcun’altra fonte, ma lo espongo solo come testimonianza personale, al confine tra verità vissuta e mito, pensando che la mia esistenza è così come la vivo oggi anche in conseguenza di queste vicende: una sorta di marchio che ha lasciato la sua impressione sulla famiglia da cui provengo.

    Come ricordo il racconto dei nonni

    A Dignano d’Istria, non lontano da Pola, erano nati nel primo decennio del secolo scorso Maria e Francesco.

    Il paese era allora sotto l’Austria, ma, quando la fine della prima guerra mondiale portò l’annessione della regione all’Italia, si tennero festeggiamenti così memorabili che, loro, appena ragazzini, li ricordarono per sempre: “Mio papà – raccontava mia nonna – tirò fuori la bandiera tricolore che fin dalla gioventù aveva serbato nascosta come un tesoro e corse per primo a sventolarla in piazza!”.

    Lei proveniva da una famiglia relativamente benestante, che, nonostante la morte precoce del padre, le aveva consentito di studiare fino all’avviamento e di trovare poi un impiego da contabile in un magazzino (al fontego), considerato allora “un buon posto”. Era una ragazza che le babe del paese, con una buona dose di sospetto e forse un po’ d’invidia, giudicavano moderna, “all’avanguardia”, poiché lavorava fuori di casa (contravvenendo ai detti secolari della tradizione: “donna e rosa meno si mostrano e più piacciono”, “donne e gatti amano la casa”, “donne e galline per troppo andar fora si perdono”!). In ogni caso - tutti ammettevano - viveva da brava putela, mantenendo la madre e un’anziana zia, per le quali non solo sbrigava comunque le faccende domestiche, ma anche risolveva ogni piccolo problema quotidiano.

    Lui era figlio di una donna rimasta vedova con due bambini piccolissimi da crescere, austera e rigida d’aspetto e di temperamento, capace di zappare da sola un po’ di stentata campagna e di lavorare per terzi di maglia e cucito per sfamare i suoi figli. Sentendosi responsabile anche del futuro della sorella maggiore, Francesco aveva interrotto gli studi e cominciato come ragazzo di bottega presso un falegname. Ben presto, però, grazie alla sua facilità di apprendimento e ad un’innata creatività, aveva aperto un piccolo laboratorio in proprio. Di buonora, con la cassetta degli attrezzi sottobraccio, scendeva canterellando dal Pian per raggiungere il centro attraverso la Calnova tra continui saluti e richiami: la gente del paese gli voleva bene e lo stimava, gli affidava volentieri lavori anche impegnativi ed aveva scelto proprio lui per costruire il grande altare ligneo che in piazza del municipio doveva celebrare il Congresso Eucaristico (1936). Molto tempo dopo, percorrendo le strade del paese in chiaro abbandono e popolato solo da rari Slavi e zingari, il nonno mi indicava ancora con orgoglio ogni portoncino o balcone di sua fattura: le modanature, le volute raffinate, le incisioni e i rilievi, che ancora addolcivano quel legno ormai arido, privo delle cure di anni, mi facevano pensare alle sue mani prodigiose, che anche nelle nostre case costruivano o aggiustavano qualsiasi cosa.

    Entrambi frequentavano la parrocchia, il grande duomo settecentesco dedicato a San Biagio, patrono di Dignano; amavano quella chiesa che, dal cuore del paese, sembrava vigilare con cura affettuosa su ogni suo angolo, slanciandosi al cielo con il campanile veneziano che orgogliosamente i Dignanesi dichiaravano il più alto dell’Istria. Fin da allora la fede era per loro un fondamento solido, che dava un senso più pieno alla vita, ogni giorno spesa semplicemente in solidarietà e accoglienza.

    Soprattutto il nonno aveva un carattere allegro che immediatamente gli raggruppava intorno la gente: c’erano sempre per tutti un bicèr di robusto Teràn, pane e prosciutto (“quel bon, de Dignan!”), ma anche un orecchio attento all’ascolto e un incoraggiamento, forte di una sapienza concreta. Suonava con gioiosa allegria il sassofono nella banda del paese ed era un giovane infaticabile e pieno di vita.

    Maria era più riservata, forse un po’ timida; nonostante nonno la definisse “la più bella di tutta Dignano”, era piccolina, poco appariscente e solo i grandi occhi azzurri rivelavano una dolcezza mite e serena. Di lei non posso dimenticare come, ancora dopo gli ottant’anni, avesse il coraggio di aprire la porta di casa sua a chiunque avesse qualcosa da chiedere e subito preparasse la tavola per un mendicante, uno straniero, uno sbandato; quando le rapinarono l’orologino d’oro che Francesco le aveva regalato per qualche anniversario importante, senza alcuna rabbia o rancore, si limitò a supporre che forse chi glielo aveva preso ne aveva più bisogno di lei.

    Sposarsi per loro non fu facile.

    Si erano innamorati durante un pellegrinaggio diocesano a Roma (1933): Francesco, che l’adocchiava da un pezzo, con un timore e un tremore per lui insoliti (Maria aveva un paio d’anni in più e anche socialmente gli sembrava irraggiungibile), scoprì di essere ricambiato, ma la famiglia della donna riteneva che questa figlia dovesse dedicarsi esclusivamente all’assistenza dei suoi e che un matrimonio avrebbe sconvolto tali progetti. Solo la pazienza, o forse la cocciutaggine, del nonno, che si assunse comunque l’onere dell’intero parentado, riuscirono a vincere un atteggiamento così egoistico, ma in quel tempo ritenuto normale, se non doveroso. Le nozze tanto sospirate si celebrarono, infine, cinque anni più tardi (1938).

    E così gli sposi andarono a vivere nella casa di lei insieme a due donne anziane.

    Da subito la vecchia dimora, una grande porzione di una lunga fila che scendeva con la strada al limitare del paese, sembrò tornare ad antichi fasti: nuove tinteggiature, infissi e steccati perfetti, il pozzo che riprendeva a funzionare senza cigolii, l’orto e la vigna che riconquistavano forme regolari, mentre ogni stagione produceva i suoi frutti e i suoi fiori, aromi colorati nelle sere d’estate, che Maria tanto amava.

    Nacquero due bambini, prima una femmina e poi un maschio, ma fu troppo breve il tempo spensierato delle gite al mare a Fasana, fatte sul carretto tirato dall’asino, e delle raccolte di spàrisi selvatici in Pròstimo, dove le feste di benedizione della campagna si ripetevano da secoli e i canti si prolungavano ad addolcire la notte.

    La guerra, il mostro nero che non muore mai, venne presto a sconvolgere la vita tranquilla del paese.

    Francesco fu richiamato e partì per la Sardegna, dove, per fortuna, non corse mai pericoli gravi, non patì troppo la fame, riuscì a stringere qualche buona amicizia, anche se tornò portandosi dietro la malaria. Non appena era stata scoperta la sua abilità, lo avevano assegnato alla costruzione di quelle file di casette di legno colorate che ancora pochi anni fa orlavano il Poetto, la luminosa e interminata spiaggia bianca di Cagliari.

    Però, la lontananza dalla famiglia pesava molto e gli scambi di notizie, rarissimi e difficoltosi, generavano ansie e timori dolorosi.

    Quando, infine, poté rientrare, scoprì che i suoi figli, nonostante le inevitabili miserie di ogni conflitto, erano diventati “grandissimi” (6 e 4 anni!), ma il paese lo ritrovò malato di strani e inquietanti sintomi, che serpeggiavano subdoli tra la gente e creavano, anziché la gioia di una pace riconquistata, tensioni e sospetto. L’incertezza pesava come una cappa greve sul futuro e nuovi e antichi odii etnici e politici sembravano aver spazzato via dal borgo ogni solidarietà. Mentre lontano la diplomazia svolgeva sulla carta lunghe e astratte trattative, accuse di collaborazionismo e di rivoluzione, rivendicazioni di razza, rancori e gelosie sembravano aver frantumato il luogo, non più, come una volta, consono, fatto di uomini compaesani, ma di “nemici”, “fascisti”, “comunisti”, “titini”, “italiani”, “slavi”, “bastardi”, “capitalisti” e mille altre etichette, che avevano in comune soltanto lo sprezzante livore con cui venivano pronunciate.

    I nonni, forti del ritrovarsi di nuovo uniti, pensarono con una certa ingenuità di essere abbastanza al di fuori del marasma e credettero che sarebbe bastato ricominciare a lavorare seriamente per affrontare con serenità il domani, ricostruendo a poco a poco affetti e amicizia.

    Invece, vennero giorni cupi, scanditi dal freddo acre della paura.

    Francesco aveva trovato lavoro a Pola in un grande mulino, in cui si occupava della manutenzione dei macchinari. Ogni giorno percorreva in treno i pochi chilometri che lo portavano in città; lo sguardo vagava sui segni dell’autunno inoltrato, sui familiari campi rosseggianti di stoppie dorate, riquadrati dalle masiere, faticose tracce di generazioni passate, e sul mare sempre scintillante d’azzurro, su cui si rincorrevano, incalzate dalla bora, onde di spuma fino all’approdo di Brioni, ma il viaggio si faceva sempre più lungo e difficile. Ispezioni continue di militari, di partigiani, di alleati e di chiunque si arrogasse una qualche pretesa autorità causavano mille soste, mille sospettosi controlli in cerca di qualcosa che nessuno sapeva.

    Proprio in una di queste fermate salì sui vagoni un gruppo di persone armate, che intimarono a tutti di scendere e li trascinarono in quella che si definiva una “prigione della polizia patriottica”: fu una di quelle retate, di cui si era già sparsa voce in paese, che si mormorava finissero spesso con la sparizione misteriosa dei malcapitati.

    Nonno ebbe due gravi colpe ai loro occhi: era italiano e cristiano. Gli fu trovata in tasca una vecchia tessera dell’Azione Cattolica: il che gli valse, per cominciare, un bel pestaggio. Per altro, era il periodo in cui una furia rivendicativa e indiscriminata colpiva anche la Chiesa, ritenuta implicata in colpe di ogni sorta: il parroco del paese fu portato via a forza dalla cattedrale, mentre ben di peggio capitò ad un vescovo della zona, ucciso come un malfattore e mutilato in segno di disprezzo. Ma dei momenti che seguirono mio nonno non parlava mai: credo rifiutasse ancora di credere alla crudeltà insensata e bestiale che aveva visto. Posso immaginare come l’intera vita gli fosse scorsa davanti agli occhi e quanto l’angoscia per il destino dei suoi cari, più che per il proprio, gli fosse dilagata nell’animo.

    E’ a questo punto che Maria, la discreta e pacata Maria, si fece leonessa. Qualcuno, forse uno dei tanti amici che Francesco ancora aveva, era corso a casa a riferire del rastrellamento sul treno e lei, immediatamente, si recò in ogni dove, alla polizia, dalle autorità locali, alle postazioni dei partigiani, infine al comando alleato a Pola, chiedendo, supplicando, forse persino esigendo, sfidando, forte solo della sua retta coscienza, finché non ebbe qualche notizia certa e, grazie all’intervento degli Americani, ottenne il rilascio di Francesco. Ma della maggior parte delle persone che erano su quel treno non si seppe più nulla. Solo molti anni dopo si pronunciò una parola di spiegazione, sommessa quanto tremenda: foibe.

    Fu dopo questo episodio che la famiglia decise di lasciare l’Istria.

    Da Trieste, dove un cugino di Maria stava gestendo da sindaco l’incerto dopoguerra, venne un consiglio: andare “più in là”, per ritrovare almeno la sicurezza fisica e una situazione più stabile.

    Quello che seguì fu la trafila affrontata da molti: abbandonare ogni cosa, e anzitutto i ricordi più cari, sbarrando case e cuori e gettandone via le chiavi; povere valige da migranti; qualche pezzo di mobilio spedito al deposito di qualche porto; e loro caricati sul vapore, il Vulcania, gemello del più famigerato Toscana, con un groppo di lacrime in gola che mai si sarebbe davvero sciolto.

    I nonni partirono con due bambini, tre vecchie e una sorella-cognata nubile, tutti con addosso due cappotti pesanti, che il piccolo bagaglio al seguito non riusciva a contenere e che qualcuno di loro aveva anche frettolosamente scambiato all’ultimo momento con lo scrittoio “bello” dello zio prete o con il servizio dei piatti della domenica.

    Arrivarono fino a Torino, dove non mancarono loro accoglienza e disponibilità, anche se quel termine “profughi” risuonava di continuo più freddo del gelo terribile dell’inverno del 1947.

    Ebbero il coraggio di ricominciare e ricostruirsi una vita normale affrontando con forza e serenità problemi e fatica.

    Sono morti in età avanzata, lui, per un cedimento del cuore, nel 1992, la vigilia della festa di San Giuseppe, il “protettore dei falegnami”, lei nel 2001, una notte di prima estate, inavvertitamente, in un sonno sereno, come al solito senza far rumore e senza disturbare nessuno.

    Ma di entrambi sono certa di conoscere l’ultimo pensiero: la preghiera che il Signore nel suo paradiso lasciasse loro, per ritrovarsi, un angolino di terra dalle zolle rosse.

  • Maria Curkovic

    Cara Francesca,

    ti ringrazio molto per aver lasciato la tua testimonianza, e averci fatti partecipi della storia dei tuoi nonni..è bellissima e toccante..Mi commuovo sempre quando leggo i ricordi di esuli..storie personali diverse.. ma simili nel dolore per l'abbandono della nostra terra italiana..

    E' stato un bel pensiero postarla proprio oggi nel Giorno del Ricordo.. in segno di rispetto alla memoria dei tuoi nonni e di tutti gli esuli..e questo è giusto e doveroso, affinchè il ricordo rimanga vivo nelle menti e nei cuori di tutti gli italiani..e la nostra storia, non finisca ancora nell'oblio del silenzio.. con la morte di noi veci esuli..

    grazie..ti abbraccio forte..

    10 febbraio 2011

  • “Ricordi di un esule”

    di Francesco Covelli

    Eravamo nel 1915, per ordine della Marina Imperiale Austro-ungarica, migliaia di treni bestiame allontanarono dall’Istria donne e bambini. Gli uomini no! Dovevano rimanere per produrre o per essere arruolati.

    La nonna paterna, con cinque figli, ebbe la fortuna di essere trasferita nei pressi Wiener Neustadt in Austria. Non ebbero sofferenze salvo la fame. D’altra parte questo era il problema di tutti gli austriaci. Il nonno, con i restanti due figli, rimase a lavorare in arsenale. Mio padre, verso la fine della guerra, fu richiamato a Pola per essere arruolato nella marina e destinato all’imbarco sui sommergibili.

    La nonna materna, con cinque figli e due nipoti fu inviata in Ungheria, nei pressi di Mohac. Per loro e logicamente per tutte le migliaia di persone che erano in quel campo furono quattro anni di sofferenze. Mia mamma era una bambina ma ricordava tutto, quando raccontava di quei tempi. Mi raccontava sempre di quel lunghissimo viaggio nei carri bestiame. La sete, la fame, le scomodità fisiologiche, i pianti dei più piccoli ed infine le preoccupazioni dei grandi per i congiunti lasciati a casa.

    Sarà forse una malattia della razza tedesca l’utilizzo dei campi di concentramento e dei carri bestiame per il trasporto delle persone indesiderate?

    Di quegli anni, la mia mamma, si ricordava bene solo della fame, del freddo in inverno ed il caldo estivo.

    Ricordava le paffute contadine ungheresi che ridevano delle disgrazie dei profughi e “sporchi talianski”. Ricordava i carri di queste contadine che trasportavano in città i loro prodotti: latte, burro, formaggi, carne.

    Riesco immaginare le sofferenze di quei bambini abituati alle loro case abbandonate dove non mancava mai un pezzo di pane, del formaggio ed un bicchiere di latte.

    In quel campo la mia mamma lasciò il suo fratellino più piccolo, morto di bronchite e di stenti.

    Finita la guerra ritornarono tutte alle loro case, sia la famiglia di mia nonna paterna che quella materna. Non ebbero altre sofferenze dai congiunti rimasti a casa.

    Finalmente arrivò il 1940! L’anno della riscossa! L’anno della vittoria del bene sul male! L’anno dell’espansione delle italiche legioni! L’anno del riscatto!

    La nave sulla quale era imbarcato mio padre, mi sembra il “Carducci”, fu una delle prime ad affondare nei pressi di Durazzo. Trasportava merci e militari. Mio padre si salvò per miracolo, riuscì, nonostante la sua mole, ad uscire dall’oblò! Dei militari imbarcati, quasi nessuno si salvò! Immaginatevi, in divisa, con gli scarponi e quelle famigerate fasce, come potevano salvarsi. Logicamente la nave non viaggiava da sola, ma in convoglio fortemente scortato.

    Per mio padre iniziò la giostra di tutti i marittimi dall’ora, Napoli - Tripoli, Napoli - Tobruck, Napoli - Bengasi, cambiava delle volte il porto di partenza ma quelli d’arrivo, erano sempre quelli. Mi parlava dell’ansia durante i viaggi. Delle navi che, vicino alla sua, affondavano e pochi erano i superstiti, tra i quali tantissimi amici che anch’io conoscevo.

    Merci trasportate in Libia e prigionieri trasferiti in Italia.

    Arrivò la sera del 13 dicembre 1942. Partirono dal porto di Trapani due navi mercantili stracariche di fusti di benzina, scortate da un cacciatorpediniere, destinazione Tunisi. Erano i tempi della ritirata da El-Alamein.

    Su una delle due navi, “Ugo Foscolo”, era imbarcato mio padre. A due ore dalla partenza, nella fitta oscurità, a 40 miglia di distanza dalla costa due idrovolanti, dopo aver lanciato i bengala e centrato le navi, lanciarono anche i siluri. Il cacciatorpediniere non “sparò neanche con le scacciacani”, queste furono le parole di mio padre. Sono certo della veridicità delle sue parole, confermate da Trizzino in un libro, del quale non ricordo più il titolo. Una nave riuscì a fuggire grazie all’oscurità, ma fu affondata nei pressi di Tunisi. Il cacciatorpediniere si allontanò senza dare alcun’assistenza ai naufraghi. Mi raccontò d’essersi salvato dal risucchio della nave perché era riuscito ad afferrarsi ad uno zatterone di salvataggio destinato alle truppe. Trascinato in fondo al mare, lo zatterone schizzò come un tappo di spumante. Si ritrovò a galla in mezzo ad un inferno di fiamme. Chiazze di nafta in fiamme. Fusti di benzina che esplodevano innaffiando le fiamme d’altro combustibile. Rimase in mare per tre ore e mezzo. Ad un certo momento senti il rumore di un motore di un’imbarcazione ed alcune voci che parlavano tedesco. Parlando perfettamente quella lingua, chiese aiuto e così fu salvato da un MAS tedesco.

    Eccomi, a Fiume, alle 18,30 dell’8 settembre 1943.

    Eravamo a tavola, stavamo per iniziare a cenare, quando dalla compagnia del genio che custodiva la polveriera, che si trovava a cento metri da casa mia, vennero delle urla di gioia: “Viva l’Italia”, “Viva il Re”, “Viva la pace”, ”Torniamo a casa”. Mio padre rimase un po’ in silenzio, poi disse: “Zighe, zighe stupidi! Apena adeso per noi ‘riva la guera!”.

    Fu, certamente un vero profeta.

    Nei tre giorni che seguirono, fu un susseguirsi di militari istriani, conoscendo il nostro indirizzo, venivano a chiederci abiti per cambiarsi.

    Al terzo giorno, alla compagnia del genio giunsero sei tedeschi comandati da un sottufficiale. Si fecero consegnare le chiavi della polveriera, inquadrarono i nostri militari, li obbligarono a portare anche le armi e munizioni e s’avviarono verso la città.

    Fu uno spettacolo triste. Molti di quei militari avevano giocato con me.

    A prendere consegna della polveriera venne un reparto di truppe da montagna tedesche. Requisirono sei o sette case di Via Trento, proprio sotto la mia, e rimasero sino la notte del 2 maggio 1945.

    Ho già detto, mio padre parlava tedesco e quindi approfittarono per venir ad ascoltare ogni tanto “Radio Londra”. Divenni la loro “mascotte”. Mi facevano giocare con le loro armi, con il piccolo mortaio italiano “Brixia”, preda di guerra, con i loro fucili, piazzavano apposta per me anche la loro mitragliatrice. Un tedesco, addirittura, smontò due bombe a mano affinché fossi sufficientemente armato. Logicamente le armi erano state tutte rese inoffensive.

    Non c’è che dire. In tutte le parti del mondo esistono delle bestie ma anche delle brave persone.

    Ritorniamo ai primi di settembre del 1943. Si udivano racconti incredibili. La gente, sottovoce, parlava non solo di militari uccisi, ma anche di civili.

    Non era come ai nostri tempi che basta accendere il telefonino ed ecco fatto!

    I mezzi di comunicazione erano scarsi se non inesistenti.

    Mio padre non aveva notizie dei suoi familiari da Pola e da Trieste. Mia mamma dai suoi da Sanvincenti. Dopo essersi consultati tra loro, mio padre decise di partire, magari a piedi, verso Sanvincenti. Si presentò al comando tedesco per il lasciapassare che gli fu negato. Fu una fortuna. Erano i giorni della massima “mattanza” dei compagni slavi.

    A metà ottobre riuscimmo arrivare a Sanvincenti. Nessuna notizia del fratello di mia mamma e del figlio più piccolo di mia zia. Il marito di mia zia era stato liberato dai tedeschi a Pisino. Era stato catturato assieme al figlio, a suo cognato ed altri sanvincentini. Si può ben immaginare la tristezza nella mia famiglia e, se non bastasse, mio padre fu informato della scomparsa di suo fratello a Spalato.

    Ad ogni notizia di ritrovamento di cadaveri in qualche foiba, mio padre accompagnava mia zia per le eventuali identificazioni. Ai primi di novembre del 1943, giunse la triste notizia: nella cava di bauxite di Gallignana avevano estratto 44 salme. Tra queste c’era mio zio e mio cugino. Furono ritrovati tutti nudi, con le mani legate dietro la schiena con il filo di ferro. Mio zio fu riconosciuto dalla fede nuziale e mio cugino da un calzino.

    Era forse l’8 o 9 di novembre. La giornata era tetra, c’era stata quasi per tutto il giorno una pioggerellina fastidiosa. L’umidità stagnava nell’aria. Assieme agli altri ragazzini, come sempre, giocavo in piazza, intorno alla cisterna, proprio davanti al Castello dei Grimani. All’improvviso le campane iniziarono a suonare a morto. Credetemi! Le sento ancora oggi. Corsi verso il lato destro del castello e dalla strada di Pisino vidi avvicinarsi lentamente un’ambulanza militare. Vidi mia zia sporgersi dalla finestra e gridare “Renato! Renato mio”. L’ambulanza si fermò davanti al castello. Furono estratte le sei bare. Mio cugino Omero prese la bara di suo fratello e s’incamminò su per le scale verso la camera ardente, verso il salone delle feste del castello. Mentre saliva le scale, io dietro a lui, lo sentivo dire “ No Renato, non te laso portar da nesun, ghe son mi”. Lascio a voi giudicare lo stato d’animo di un ragazzo di nove anni che vede le casse da morto dove si trovano suo zio più adorato e suo cugino con il quale aveva trascorso un’infinità d’ore.

    L’indomani il funerale. Mai si era visto in paese una cosa del genere. Sei morti dello stesso paese, accompagnati nel medesimo momento, al cimitero. Mi sembra che tre anni prima ci fu il funerale di cinque minatori uccisi nella miniera dell’Arsia ma erano delle varie frazioni, non abitavano una vicino l’altra.

    Sei abitanti del paese massacrate per vendetta o per odio, mai!

    Pochi giorni dopo ritornammo a Fiume. Le famiglie di mia mamma furono trasportate a Dignano, dove rimasero fino al 1948 quando, con il“Toscana” raggiunsero l’Italia, destinazione Torino, che divenne la città dei “bumbari”.

    Eravamo ormai alla fine del 1943.

    Strane voci circolavano nelle riunioni tra amici o amiche. Molti dicevano: “ciacole de babe”. Sembrava impossibile che fosse vero quello che si vociferava. Atti di una atrocità inimmaginabile. Militari ritrovati con il cranio completamente schiacciato dai calci dei fucili. Militari scuoiati. Militari con le loro stellette al posto degli occhi. Militari eccitati dalle “drugarize” e poi evirati. Sentivo parlare di queste mostruosità ma alcune non le comprendevo. Non sapevo nemmeno cosa fossero.

    Certamente tutte queste voci non hanno contribuito a creare un’atmosfera tanto favorevole nei confronti dei “druzi slavi”. Bisogna considerare che eravamo appena agli inizi del 1944. Più passava il tempo, più le voci aumentavano di ritrovamenti di cadaveri, di persone seviziate. Per completare le preoccupazioni cominciarono i bombardamenti dei nostri futuri liberatori. Le prime bombe cadute su Fiume, caddero proprio nei pressi della mia casa. Pensavano che un bombardiere di una formazione di B17, di ritorno da Vienna, si fosse liberato delle sue bombe. Doveva proprio sopra casa mia? D’allora furono tre, i bombardamenti, che sicuramente involontari, mi coinvolsero. Poi venne quello serale sulle raffinerie ROMSA, che colpirono anche il Cantiere di Cantrida e il Silurificio. Vedo ancora oggi il fumo nero se si alzava dalle cisterne di carburante in fiamme.

    Che cosa posso dire ancora! Dei rastrellamenti ai quali ho assistito? Delle file fatte per tutto, dal cibo alle frattaglie che, in tutte le famiglie, erano utilizzate per fare il sapone. Che puzza!

    Una sera, ero sulla terrazza antistante la chiesa dei salesiani quando quattro cacciabombardieri attaccarono con bombe e raffiche di mitraglia il cacciatorpediniere “Pigafetta” uscito dal cantiere per le prove macchina. Che spettacolo! Per noi ragazzini era meglio di un bellissimo film d’avventura. Il caccia che viaggiava a tutta birra per scansare le bombe. Il fuoco delle sua contraerea. Il fuoco di sbarramento da parte delle postazioni fisse e dalle “maone” che cercavano di appoggiare quello del cacciatorpediniere.

    Vicino ai salesiani, in cima di Via Trieste, c’era una caserma, mi sembra dell’ex nostra Divisione Lombardia, occupata ora dalle truppe tedesche. Qualche volta capitava che per noi ragazzini, eravamo in tanti, giungeva una cucina da campo che ci rifocillava. Che sbafate di risotto o di maccheroni!

    E’ difficile raccontare delle tante piccole cose che per noi, a quei tempi, erano immense.

    I miei genitori, per farmi completare gli studi elementari, mi tolsero dalla scuola che frequentavo, quella di Via Trieste, e m’iscrissero come privatista presso il maestro Rabaz che abitava in Belvedere davanti al Sacrario di Cosala.

    Qui completai la quarta e la quinta classe. Ricordo il bombardamento che molti fiumani ricorderanno come il bombardamento del cimitero. Il maestro Rabaz, faceva lezione, quando si udì il preallarme e subito dopo l’allarme. Uscimmo e, cominciarono a cadere le bombe. Corremmo tutti verso il rifugio che si trovava a circa trecento metri. Pensavamo, almeno io, di non farcela. Le bombe cadevano che sembra grandine. L’ultima cadde davanti al rifugio, pochi istanti prima che entrassimo. Che fortuna! Non è una cosa di tutti i giorni correre sotto una pioggia di bombe!

    Dopo i grandi bombardamenti, giunsero quelli chiamati del “Pippo”. Una bomba, una sventagliata di mitragliatrice, e via. Questa era la classica guerra terroristica attuata dagli alleati dei nostri futuri liberatori.

    Una mattina mi trovavo in “Braida”, nei pressi del cinema Impero. Sapevo che c’era in programmazione nel pomeriggio un film per i “grandi”. Avevo appena svoltato da Via Manzoni in Viale Mussolini, in cielo volteggiava “Pippo”, era una cosa normale, nessuno più lo notava. Udii il fischio di una bomba e, questa cadde sulle persone in fila. Immaginatevi le immagini che scorrevano davanti ai miei occhi. Ero frastornato dall’esplosione ma, ancor più da quello che avevo visto e quello che vedevo.

    Il 17 marzo 1944, una bomba, mi asportò tre dita della mano sinistra.

    Inutile cercare di ricordare tutti gli avvenimenti del 1944 e dei primi mesi del 1945. Sì, ricordo tutto, ma non riesco a localizzare l’avvenimento nel tempo. Era un susseguirsi di bombardamenti, di mitragliamenti, di fame, giornate e notti passate nei rifugi.

    Mi viene da ridere nel ricordare la faccia della signora Calcagno, una napoletana moglie del Direttore delle Poste fiumane, amici dei miei genitori, quando le riferii il messaggio di mio padre “c’è una buon’occasione d’acquistare dell’olio di macchina adatto all’alimentazione, l’avevano distillato dei bravi tecnici in Romsa”.

    Il giorno di Pasqua, 1 aprile 1945, nacque mio fratello. Per me fu una sorpresa.

    Uno strano uovo pasquale. Al posto di una “pinza”, un fratellino!

    Certamente poche persone conoscono il “brodo brustolà”: olio, cipolla, farina e tanta acqua. L’avevo al mattino per colazione, a pranzo ed infine a cena. Non c’era pericolo di cattiva digestione! Sono sicuro che non necessitava il bicarbonato per digerire! Quanta fame! Riuscivo a mangiare qualcosa solamente quando i tedeschi, nostri vicini di casa, m’invitavano da loro. M’accompagnavano nella polveriera e mi regalavano, ogni tanto, qualche scatola di gallette o di marmellata. Ecco perché conoscevo perfettamente il contenuto della polveriera: testate di siluri, cariche per cannoni da marina, casse di spolette, casse di marmellata, di scatolette di carne, tonno e di galeotte. C’erano tante di quelle munizioni e di viveri da far paura. I corridoi erano intransitabili per la quantità di casse accatastate. Era a questo ben di Dio che facevano la guardia la compagnia di militari italiani prima dell’8 settembre, ed ora i tedeschi.

    Circa alla mezzanotte del 2 maggio 1945, sentimmo bussare con violenza alla porta. Dormivamo tutti. Da noi abitavano degli amici sloggiati dai tedeschi. Mio padre andò ad aprire: “Il tenente dice d’andare in rifugio e d’avvisare tutti perché avrebbe fatto saltare la polveriera”.

    Corremmo in rifugio, riuscimmo ad avvisare tutti gli abitanti di Via Trento e di Via Pola. Per noi bambini, il sonno, la fame, la noia fu insopportabile. Per i grandi la tensione, l’attesa doveva essere stata snervante. Circa alle 2,30 un’esplosione indescrivibile, un boato da stordire, uno spostamento d’aria che fece cadere quasi tutti in terra, tutte le luci artificiali si spensero. Che inferno! Donne che urlavano, bambini che piangevano, uomini che cercavano al buio di mantenere unita la famiglia! Più tardi, uscimmo dal rifugio. L’odore aspro dell’esplosione ci attanagliava la gola. Ricordo gli urli di dolore di una mamma che, in Via Pola, chiedeva aiuto per disseppellire i suoi figli che, incuranti alle esortazioni, erano rimasti in casa ed ora erano coperti dalle macerie del tetto.

    Era la mattina del 3 maggio 1945. Il giorno della liberazione!

    Per la prima volta vidi le truppe dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo!

    Ricordo solo la paura che avevo nei confronti di questi uomini sporchi e puzzolenti. Ricordavo i racconti intesi ai primi dell’anno precedente. Abbinai la loro presenza all’uccisione dei miei parenti. Avevo sicuramente paura!

    Poiché la nostra casa, causa l’esplosione della polveriera, era inabitabile, ricevemmo dal Comune l’abitazione, in Via Acquedotto, di un gerarca fascista che era riuscito a scappare in Italia con la famiglia. Nella vita succedono tante cose peggiori, ma è indescrivibile il disagio che si prova nell’entrare in un appartamento lasciato in fretta e furia. Letti sfatti, piatti sporchi ed il gabinetto abbandonato senza tirare la catena.

    Abitammo in quell’appartamento fino al 16 marzo 1947.

    Mio padre abbandonò il suo lavoro alla “Vulkan” di Sussak e riuscì ad ottenere un’imbarco, a Trieste, su una nave italiana che faceva viaggi verso l’India.

    Al suo primo ritorno a casa ci portò una valigetta di cartone piena di pane bianco (non l’avevo mai visto in vita mia), di cioccolata di tutti i gusti e di frutta (banane).

    Non potete immaginare la mia gioia a vedere il pane bianco, il mio stupore nel vedere le banane, frutto che conoscevo solamente perché l’avevo visto sulle figurine che esaltavano le nostre conquiste nell’Impero, prima della guerra, d’assaggiare la cioccolata ripiena d’arancio o di menta.

    Però, come dissi in un’altra occasione, sentivo cose non piacevoli. Non comprendevo bene a cosa si riferissero, però ero certo che dovevano esserci.

    Nei primi giorni dopo la guerra, feci con mio padre alcuni viaggi a Trieste, a trovare mia zia e mia cugina. Allora avevo visto il “cimitero delle navi” nella baia di Muggia. Avevo visto il movimento di gente e di mezzi completamente diverso da Fiume. A Trieste si riusciva a mangiare cose buone, quasi senza alcuna preoccupazione.

    A Fiume si facevano code per tutto. Una volta fui inviato a fare la coda per acquistare patate liofilizzate, fiocchi d’avena tedeschi e scatolette americane di noccioline. Non n’avevo mai mangiato. Imparai a mangiare stufato di maiale con lo zucchero e, qualche volta, riuscivamo acquistare, raramente, qualche razione K.

    All’inizio del 1946, mio padre, dopo un colloquio con mia madre, scelse la via del non ritorno a Fiume. Avrebbe anticipato quello che avremmo fatto di lì a poco anche noi. Era troppo pericoloso vivere in quella città. Aumentavano le persone che chiamate dalle autorità per un colloquio, sparivano.

    Già una volta raccontai delle raffiche di mitra che si sentivano provenire dal cimitero di Tersatto. Purtroppo non è fantasia di un ragazzo. Il fatto è menzionato in altre fonti. Ho paura che non si saprà mai il numero esatto dei “nemici del popolo” giustiziati.

    Mio zio, fratello maggiore di mio padre, ex funzionario delle Miniere dell’Arsia, dopo sei mesi di prigione nelle carceri d’Albona, era stato liberato. Dall’Eritrea era rientrata in Arsia, mia zia che con il marito era partita per fare fortuna. L’aveva fatta ma, causa la guerra, anche perduta. Ora tutti aspettavano l’occasione d’andare a Pola e da lì, in Italia. Infatti, da lì a poco, riuscirono a partire e, dopo un’attesa nel campo profughi di Venezia, mio zio ottenne un posto di lavoro alle miniere di Bacu Abis in Sardegna. Giunsero pochi mesi prima delle elezioni del 1948. Ebbe un’accoglienza inaspettata: ”Vede”, disse un’amico del popolo, “dopo le elezioni l’impiccheremo a quell’albero, sporco fascista”. Già, essere un’esule era la dimostrazione evidente che eravamo tutti dei fascisti, secondo loro, come poteva una persona scappare dal paese dove “governava il popolo?”.

    Ritornando a Fiume, con mia madre andammo a Dignano a trovare mia nonna e tutti gli altri parenti. Anche loro aspettavano l’occasione per evadere.

    Passando da Barbana, mia mamma offrì a mia zia, moglie dell’infoibato, l’occasione di prendere una sua figlia, giacché con l’altra figlia piccola e con il padre anziano, avrebbe avuto più facilità di espatriare. Mia zia accettò, mia cugina rimase con noi ma, sua madre e la sorella non ebbero la possibilità di partire. Solo molti anni dopo seppe, che non ottenne il permesso d’espatrio solamente per una questione di odi paesani non di problemi cartacei.

    Fu in quel breve soggiorno a Barbana che fummo informati delle gesta del famigerato gobbo: Ivan Kolic. Giacomo Scotti l’ha soprannominato il “terrore di Barbana” io, alcuni anni dopo lo conobbi come “il gobbo di Saini”. Le gesta di questo condottiero dell’ Esercito Jugoslavo, eroe del popolo, furono di un’inaudita violenza. Gli infoibati di Barbana, furono opera sua. Riuscì ad uccidere 15 persone schiacciandole la testa con il tacco degli scarponi. Potete ben immaginare che le notizie erano sussurrate. Il terrore era tangibile. Purtroppo sono passati più di cinquant’anni e di testimoni viventi c’è ne sono, forse, molto pochi.

    Mia mamma, perdeva delle giornate in code per ottenere la documentazione per l’espatrio. Si sentiva parlare di sequestri da parte dei doganieri di tutti i beni di un certo valore. Tutti cercavano di vendere le macchine da cucire, gli apparecchi radio, tutti i gioielli rimasti dalla svendita per acquistare dei viveri durante la guerra. Alcuni si facevano modificare i mobili per creare uno scomparto ove nascondere qualche gioiello, caro ricordo, che non avevano voluto svendere. Parlarne oggi, sembrano racconti da giornaletti umoristici.

    Due cugine di mia mamma, di Montona, furono liberate dal carcere. Raccontarono delle persone condannate senza processo. Della fame, della sporcizia, della paura, subita nei lunghi mesi di prigionia nelle carceri di Via Roma.

    Finalmente il 15 marzo 1947, dopo aver espletato tutte le mille formalità doganali, il pomeriggio verso le 16, partimmo verso l’Italia, verso l’ignoto.

    Il viaggio sino a Trieste, già di per sé lungo, non finiva mai!

    Al confine la sosta fu snervante. Tutte le persone furono fatte scendere e perquisite minuziosamente. Poi rifatti salire ad attendere. Era buio, freddo, i bambini piccoli che piangevano, le persone si chiedevano il perché di quest’attesa. Erano tutti trepidanti. Avevano paura di essere rispediti indietro.

    Finalmente, verso le 23, il treno si mosse. Si fermò dopo pochi minuti. Quale diversa accoglienza! Le guardie confinarie, le crocerossine, tutti si prodigarono a rifocillarci, a darci del tè, della cioccolata calda. Nel treno ci fu un urlo di gioia, di liberazione, la fine di un incubo.

  • "Verso il Vento"

    (Racconto)

    di

    Ondina Lusa

    Rievoco gli attimi più salienti della tua vita,papà, voglio captare i tuoi sentimenti,le tue gioie,le tue ansie,i tuoi dolori acciocché la tua figura di uomo non sia annullata e dimenticata. Mi immedesimo in te e ti dedico questo racconto.

    Frammento della vita di mio padre del 1939 - Ritorno dalla miniera

    Facevo ogni mattina la strada che mi portava a Monte Verde, a casa mia; ogni mattina respiravo a pieni polmoni l'aria fresca, dopo aver passato tante ore nella miniera buia, asfissiante. Mi sembrava di ossigenarmi, quando, con il fiato mozzo, percorrevo quella ripida salita; la brezza mattutina mi rinfrescava il viso, mi sentivo libero, felice e pieno di brio nonostante la salita si facesse sempre più ripida. Finalmente raggiungevo la cima e un sospiro di sollievo mi usciva dal petto ansante. La strada era invasa d'erba; mi piaceva il profumo che ne usciva quando la calpestavo con le mie grosse scarpe. Alle volte mi munivo di un ramo secco di albero, che mi faceva da sostegno in quella lunga salita. Voltandomi indietro l'occhio spaziava nelle ampie saline o nel cielo terso ed azzurro e potevo vedere Salvore aspro e lontano. Camminando ancora un po', sempre per viottoli insicuri o pieni di sassi rotolanti, ce alle volte mi facevano quasi cadere, intravedevo la mia casa tra gli alberi che la difendevano dal vento e dalle raffiche di bora che solevano sollevarsi alle volte all'improvviso. Il capitello mi aspettava all'inizio del viottolo che percorrevo, ora, con passo sicuro, perché la porta di casa era vicina. Mia moglie non era ancora alzata, ma sul tavolo, in bella mostra, c'era il pane che mi aveva fatto la sera prima, fresco; la cucina odorava di una buona minestra. Mi levavo in fretta gli scarponi pesanti e provavo un gran sollievo a camminare sulle pietre dell'entrata a piedi scalzi. Mi lavavo nel catino e gocciolavo per terra l'acqua dai gomiti, una bella rinfrescata al viso sudato dalla lunga camminata e, oplà, a magiare a grandi cucchiaiate con grandi morsi di pane. Facevo piano le scale per non svegliare la mia donna e la bambina, che la porta cigolante della camera faceva voltare nella cuna in cerca di altro riposo. Sì, mia moglie era lì che mi aspettava e, come sempre, era sveglia e mi salutava calda nel grande letto con materassi di lana soffice ma fresca per aver riposato tutta la notte. Entrare nel letto e farla mia era un attimo. Ero stanco, ma desideravo quell'amplesso che mi svuotava di tutte le mie energie e mi addormentavo come un bambino che ha poppato tutto il suo caldo latte.

    Frammento della vita di mio padre del 1940 - Un sogno irrealizzato

    Le donne curve nel campo di fragole, sudate, ridevano e si raccontavano gli ultimi pettegolezzi. Incitai mia moglie a sbrigarsi, altrimenti non sarei riuscito a portare a vendere le fragole quel giorno. Allegramente mi riempì due cesti, che avvolse con due tovaglioli acciocché le fragole non cadessero. La salutai con la mano e mi avviai con passo leggero fischiettando verso la discesa. Non avevo fatto quattro passi che mi imbattei in Toto, mio compare, che teneva a mano una bicicletta nuova fiammante. Ricordai per un attimo quante volte gli avevo prestato la mia, ora vecchia e fuori uso, e ci feci un pensierino. Colse al volo il mio sguardo e mi esortò a prenderla, mentre, dalla casa vicina intravedevo la moglie che gli faceva dei segni. Non mi sembrava vero pedalare energicamente, era la mia passione. Superai le curve in un baleno. La strada si srotolava davanti a me e, come nei sogni, fui a Santa Lucia prima di avvedermene. Appoggiai la bicicletta presso un muretto. Con sveltezza sollevai i cesti. Avevo intascato 4 soldi. Soddisfatto cercai con gli occhi la bicicletta. Il muretto era vuoto. Forse l'avevo lasciata dall'altra parte, sull'altro muretto; disperato volsi la testa, un presentimento si faceva strada e una rabbia mi salì alla testa. Ero stato un ingenuo, stupido, contadino ignorante, credevo di aver raggiunto con un dito il cielo ed ora mi trovavo pere terra nella melma.. si perché quella bicicletta era un mese di guadagno. Camminavo con rabbia verso Pirano. Sapevo quello che volevo. Mi pareva ancora di vedere i cenni di diniego della moglie e vedevo ora il suo disprezzo, sentivo le chiacchiere maligne. Le zie furono comprensive e mi prestarono il denaro. Malinconico ripercorsi la strada del ritorno con la speranza che qualcuno mi fermasse per una buona notizia. Le ventotto lire consegnate all'amico fecero svanire il sogno di una bicicletta nuova sognata da sempre. Lucia, mia moglie, sapeva già tutto. Il suo sguardo cercava nel mio il perché. Comprensiva e silenziosa si avviò verso la nostra linda casa.

    Frammento della vita di mio padre del 1940 - La partita di bocce

    Andremo alla fiera di San Bortolo. Negli occhi di Lucia scorgo tutto l'amore che nutre per me. Si prepara, raccoglie in crocchia i suoi lunghi capelli neri con forcine, li annoda sulla nuca. Ha gli occhi ridenti. Con passo svelto raccoglie le stoviglie, sbircia, attraverso le tendine ricamate, il lento calare del sole. Vedo un'ombra passare sul suo volto: - Muoviamoci, faremo tardi! - Mette ancora ordine, la sedia, le mollette accanto al camino; il gatto è rimasto in casa: bisogna cercarlo. Chiude le imposte, può far maltempo. La porta è chiusa. le chiavi nella cuccia del cane stanno al sicuro. A frotte la gente cammina velocemente. Sorrisi e approcci. Gli amici, tanti, troppi, tutti si fermano alla stazione delle bocce. E' ancora buon'ora. Il ballo a San Bortolo inizia più tardi. E' peccato non lasciare agli uomini un momentino la soddisfazione di fare una partita. Lucia si siede sulla panchina. Sono seccato, non voglio deludere Lucia, ma nemmeno essere deriso dagli amici. Le partite si accavallano, siamo due squadre dei più forti, contro i cortesani, invidiosi da sempre, ci battiamo all'ultimo sangue. I miei tiri sono i più indovinati, la boccia rallenta al punto giusto oppure scaccia il pallino che va a mettersi assieme alla boccia nel punto più impensato. Raddoppiamo i punti e le puntate. Una cassetta di birra per la prima partita; due per la seconda;Mi volto, Lucia non è più seduta sulla panchina, la scorgo che mesta, mesta si avvia verso il viottolo che conduce alla nostra casa. La chiamo. Non mi risponde. Ha le spalle curve, la testa china, vorrei fermarla, l'impeto del gioco mi trascina. - Dino, dai che gliela facciamo vedere a questi marmocchi!!- Mi gira la testa, la scontentezza di dentro mi travolge, la boccia non centra più il pallino, fa cilecca. Siamo sopraffatti dagli avversari; Dividiamo le spese; Sono rimasto solo. Sono una testa calda! La strada del ritorno è buia e deserta. La casa è silenziosa e cupa. Mi sembra vuota. Nessun buon odore la invade. Salgo le scale a tentoni. Mi intoppo su uno scalino, perdo l'equilibrio e cado in ginocchio. Un nodo mi serra la gola. Sono un uomo, non voglio piangere. Mi sento vile, ridicolo, non ho neanche il coraggio di accendere il lume; e soprattutto non ho il coraggio di specchiarmi negli occhi limpidi di mia moglie. Mi butto sul letto; mi rivolto, mi volto. La sagoma di mia moglie al bordo del letto è come un mesto rimprovero, piè duro di qualsiasi parola è il suo silenzio.

    Frammento di vita di mio padre del 1940 - Disperazione

    La carretta dondolava e cigolava, quel cigolio mi ricordava il lamento di Lucia, il suo bel viso addolorato egli occhi che mi cercavano per un conforto che non le potevo dare. Silva, la nostra bambina, se n'era andata, ce l'avevano portata via, rubata;persa per sempre. - Il convulso - aveva detto il dottore. Freneticamente l'aveva immersa prima nell'acqua calda e poi nella fredda; - se piange è salva. Aveva declinato il capo, esalato l'ultimo sospiro. Non volevo, non potevo credere. Ero arrivato sulla porta un attimo dopo. Avevo alla gola un nodo, non ero capace di piangere; piangere per quella creatura che ci aveva lasciati. Al ritorno dalle esequie mi ero abbandonato sulla sedia ad una nera disperazione. Lucia mi conforta, sa quanto ci tenevo ad avere una bambina, e quella era venuta, rosea, paffuta, con i capelli neri e gli occhi azzurri, che mi tendeva le manine;sei mesi di dolcezze, di sorrisi gorgoglianti, di preoccupazioni, di notti insonni;di morte! La camera è fredda, cerco il calore di Lucia, ho paura di offenderla, di oltraggiare la piccola appena scomparsa. Si rifugia nelle mie braccia, cerca quel calore che solo nell'unione sappiamo trovare entrambi; la sua voce è flebile ma sicura, vuole un altro figlio, che ci faccia dimenticare questa disperazione che ci opprime. Sono meravigliato: altri dolori…no latro amore, da dare e da ricevere.

    Frammento di mio padre del 1941 - Una nuova vita

    O n d i n a; le zie scandirono quel nome con fare meravigliato, cosa poteva significare per loro, nessun santo lo portava. Lucia stava con il fiato sospeso, non voleva cambiarlo, però, non voleva neppure offendere le religiose zie. Risero benevolmente facendomi l'occhiolino, trovando che la nuova nata poteva diventare una Santa lei; Ondina cresceva vispa e adorabile. Non vedevo l'ora di tornare a casa e ora la salita del ritorno mi lasciava indifferente, non mi voltavo ad assaporare l'aria o il panorama, volavo a prendere in braccio quel "topolino" che mi saliva sulla schiena e la facevo passeggiare come in groppa al cavallino, non appena mettevo un piede in casa. Era un giocattolo allegro che mi faceva, all'istante passare la stanchezza. Lucia ci guardava e, quando la incitavo a mettersi anche lei in quella posizione, ci voltava le spalle e trovava mille impegni. Seduta sulla sedia, ricamava o cuciva e ci seguiva nelle nostre piroette, disapprovando con la voce, ma ammiccando con gli occhi. Era tanto diversa da me: seria, compunta, mai mi avrebbe assecondato in quei giochi pazzi;forse per questo mi piaceva tanto. Poi l'incidente ruppe l'incanto di quei giorni spensierati; Mi ritrovai a casa con il pollice della mano destra amputato. Non ero più io, muto, scorbutico, ribelle, intransigente, avevo nella mente solo il tragico ricordo dell'attimo del crollo nella miniera. Lucia mi rimproverava tacitamente e prendendo in braccio la bambina si allontanava, quando si accorgeva che la loro presenza mi innervosiva. Mi assopii quel giorno e nel dormiveglia le sentii rientrare e la voce addolorata di Lucia sgridare Ondina che silenziosamente singhiozzava. Come un fulmine a ciel sereno capii che la perdita di un dito non doveva significare la perdita della nostra pace in famiglia. Il malessere che mi attanagliava il cuore si sciolse con i singhiozzi della mia bambina;

    Frammento della vita di mio padre del 1943 -La guerra;la miseria;la paura

    La guerra ci aveva attanagliato con i suoi viscidi tentacoli: fame, miseria, paura, dolore, sacrificio e morte. I più giovani furono richiamati, altri riformati come il mio caso. Avevo ricevuto un lasciapassare per andare alla miniera ala lavoro. L'alt dei tedeschi, che sbucavano all'improvviso dai viottoli, mi faceva cercare con mano tremante il permesso. Le rappresaglie dei tedeschi erano più ampie da quando i partigiani avevano cominciato ad intralciare i loro piani. Si vivevano momenti di stremata paura. Lucia e Ondina erano in casa sole proprio quando scoppiò una bomba dietro alla nostra casa. Tremanti dalla paura le trovai alla sera al mio ritorno. - Era stato un segnale e un'intimidazione - ci disse il nostro vicino e ci fece capire che con lui non si doveva scherzare. Cercai di rincuorare mia moglie perché noi non avevamo nulla da temere, però da quel giorno non ebbi più lamia pace soprattutto per aver perso la speranza negli uomini.

    Frammento della vita di mio padre del 1943; Verso il vento

    Il tedesco mi aveva stretto il braccio in una morsa di ferro. Teneva il fucile puntato contro Lucia che teneva in braccio la bambina che mi tendeva le braccia e la minacciava che avrebbe sparato, se non rientrava in casa. Dietro la casa la colonna dei tedeschi era allineata, mentre gli ostaggi venivano strappati dalle case. Non riuscivo a connettere. Mi ritrovai sulla strada sospinto e urtato nella lunga fila di uomini impauriti. Alte grida si levavano dalle case frugate alla ricerca di altri uomini scappati come topi nei nascondigli. Tedeschi armati fino ai denti spuntavano da tutte le parti. Sparavano ai cespugli; inferociti infilavano la lama della baionetta nei covoni. La lunga marcia di uomini stremati dalla lugubre visione si snodava perla ripida discesa sconnessa, la paura mi strinse la gola, le gambe cominciarono a tremarmi, il respiro misi fece affannoso, la testa mi girava. Ci sospinsero verso la strada del mulino al Gorgo. Ammucchiati uno vicino all'altro, con i respiri affannosi, le braccia ciondoloni sui fianchi ci imposero l'alt. Prendevano gli ordini; perla nostra fucilazione? - Dino, scappiamo, dai, oltre i campi, siamo nell'ultima fila; da qui non ci possono vedere; Salto nel fosso, inciampo nel filo spinato che protegge i confini, cado; il tedesco mi spara alla gamba, voglio rialzarmi; arrendermi;è troppo tardi;mi spara alla testa; la mia anima si libra verso il vento; Vago per la campagna in cerca della mia bambina. E' lì sul prato. Si spaventa di quest'ombra. Chiama la mamma che la rincuora. E' l'alba, la finestra è aperta. Ondina dorme beatamente. La chiamo - Bambina mia non ti disturberò più, mandami un bacio. Me lo manda con la sua manina. Sono finalmente libero e volo verso l'eternità.

    ONDINA LUSA

  • Ricordi di Furio Percovich

    La Storia insegna e bisogna ricordarla spesso, per non ripetere errori.- Desidero rinfrescare la memoria a tanti nostri giovani amici della MLH che, appunto perché giovani, non conoscono a fondo tante vicende che non si leggono nei libri di storia. Questa é una modesta miscela di ricordi personali e storici.

    Marzo/Aprile 1941 : vigilia dell'attacco alla Jugoslavia che non faceva caso alle minacce/lusinghe dell'Asse Berlino/Roma. A Fiume sfollamento della popolazione civile, (che poi si riveló prova generale dell'Esodo). Cittá di frontiera, l'inferriata e le reti confinarie passavano ai bordi del centro cittá, riva destra dell'Eneo e della Fiumara a est, per le colline e lungo la ferrovia FM/TS a nord.- Moltissimi fiumani furono accolti in Centri Raccolta governativi sparsi nella Penisola e nelle Isole, ma tanti sfollarono lí vicino, nella Riviera Quarnerina, Trieste e nell'Istria.- Prima di partire,il Vescovo Ugo Camozzo impegnó la popolazione con un voto: erigere un Tempio al Redentore se la guerra non recava danni a Fiume.- Io, con mia madre e tre fratelli, siamo andati a Lindaro, piccolissimo villaggio presso Pisino (dove andavamo anche in vacanza), a casa della sorella di mio nonno paterno.- Non avevo ancora 8 anni, e continuai andare a scuola in quella del paese: una maestra e pochi scolari, tanto che dava lezioni assieme a due o tre classi contemporaneamente. Naturalmente in italiano, ma poi, fuori scuola, i miei compagni istriani conversavano in croato, ed io ??? ??? Naturalmente ogni giorno sentivamo i soliti motti: Credere,Obbedire, Combattere; Vincere e vinceremo, Libro e Moschetto, Balilla perfetto: Eravamo sicuri di formar parte della Nazione piú forte del mondo ! Mio padre era rimasto a Fiume, militarizzato perché lavorava in uno stabilimento elettro-tecnico che era impegnato con la Marina da Guerra italiana, ecc. Peró ogni settimana veniva a trovarci, facendo in bicicletta una sessantina di chilometri da Fiume a Lindaro, scavalcando il passo del Monte Maggiore a circa 1000 mt. (non c'era la galleria autostradale). A Lindaro ho conosciuto vari aspetti della vita dei contadini istriani, la loro semplicitá e modestia, l'accoglienza fraterna agli ospiti, e anche il "muss" l'acqua bisognava andare a prenderla fuori paese, in una sorgente, e il povero "muss" carico con due bigonce di legno, una per fianco, credo che ognuna si riempiva con 20 o piú litri d'acqua e, affinché non si perdesse per i bordi lungo il cammino, si mettevano rami di cespugli coprendo la bocca delle bigonce. E oltre a quelle, il povero "muss" doveva portare anche me, a cavallo ! Il 6 aprile 1941, l'Italia invade e occupa la Jugoslavia, quasi senza resistenza e, il confine si sposta ad est, credo fino Porto Re e si crea la Provincia di Lubiana ( ! ), quasi mezza Slovenia annessa all'Italia !!! La cittá di Sussak, di fronte a Fiume, ora si chiama Sussa (e dovevamo far sentire la doppia esse, per non confonderla con la piemontese Susa). E poi ci lamentiamo se Tito voleva portare la frontiera al Tagliamento ! Ritornati a Fiume (intatta), bisogna compiere il voto del Vescovo e si raccolgono fondi: nelle scuole distribuiscono salvadanai (scatoline rettangolari in legno) e un bel giorno d'estate tutte le scolaresche adunate nei Giardini Pubblici - dove poi si eresse el Tempio, distrutto dagli Slavi nel 1945) - e il Vescovo chiede ai bambini: Avete raccolto i soldini per il Tempio ? e tutti noi alzammo in alto i salvadanai, contenti perché la guerra non aveva danneggiato Fiume .- Poveri ingenui : fu in quell'aprile del '41 che inizió la Tragedia di Fiume, della Dalmazia e dell'Istria: prima i bombardamenti degli anglo-americani, poi l'occupazione tedesca e, infine, quella dei partigiani con tutto quello che ben sappiamo .......... In questi giorni si compiono 60 anni di questi avvenimenti. Spero che non si ripetano piú.

  • Il Gazzettino 07/08/01"Dalmazia e..nonno Pino"

    Martedì, 7 Agosto 2001

    Dalmazia

    La settimana di Pasqua cadeva nella splendida atmosfera del mese di aprile. Avevamo fatto un lungo giro fuori città sulla collina di Bellafusa, con la chiesetta della Madonna degli Ulivi, sino alla pineta con la spiaggia di Puntamica in mezzo alla natura in pieno risveglio.Il polline dei pini si schiudeva e la polvere gialla alitava al primo soffio del maestrale sui rami. Gli enormi cespugli di ginestre sul declivio verso il mare e lungo la strada polverosa esplodevano di gioia coi loro profumatissimi fiori color zafferano. Ne avevamo fatto un mazzo, ci avrebbe profumato ed illuminato la stanza d'albergo. Ora sedevamo di fianco a S. Donato sulle pietre del Foro di Zara. La chiesa di S. Maria, di fronte, chiudeva l'enorme spiazzo dove pietre vetuste si mescolavano a scavi disordinati, erbacce ed anche immondizie. Mentre il sole limpido faceva sentire il suo benefico tepore da un cielo azzurrissimo con rade nubi, spiegavo a chi era con me che quella era stata un tempo la Piazza delle Erbe. Si vedeva ancora al centro del vecchio selciato l'impronta dell'antico pozzo veneto. Poi le tracce incrociate di Calle Papuzzeri e di S. Maria, Piazza del Laurana sino alla Riva Nuova. Il tutto ora su uno spazio enorme, aperto sino al fondo della vecchia Calle Ciprianis. Su quell'angolo, dove c'è ora un bar, mio padre allora aveva il negozio, si vedevano ancora le vecchie case prima dell'orribile nuova costruzione moderna che scende al vecchio Viale Tommaseo.Erano i risultati dei bombardamenti 1943-1944.

    Mentre io spiegavo col braccio teso, la donna anziana seduta vicino a noi su una antica pietra bianca, che risaltava ancor più coi suoi abiti vecchi, neri, mostrava un certo interesse. Crescente, mentre scendevo nei particolari. Ferma come una statua antica, quasi lucertola al sole, quando nominai "la Drogheria" di Calle S. Maria volse il capo e, svegliandosi dal torpore, disse: "Allora siete zaratini, sapete tante cose ...".

    Io annuii e dissi chi ero e lei subito si aprì al dialogo, sempre più fitto. "Vi conosco, eravate piccoli, sempre al "Ryci" a Bercagno, con le barche a vela ... mio marito era il custode ("el Mice" - a malapena riuscii ad interromperla) ...; abitavamo alle Case Vlahov in Val di Maistro ... la vostra drogheria era là sul "canton" ...". Anche lei stava "fotografando" quello che non c'era più innanzi ai nostri occhi. Eravamo tornati indietro nel tempo, insieme, sullo stesso filo dei ricordi e delle visioni. Tirando fuori dal nostro cuore, con quel vuoto davanti, quello che avevamo nascosto e serbato gelosamente per tanto tempo. "El Mice come sta? - chiesi, naturalmente. "È morto tanti anni fa" - rispose con gli occhi già lucidi, dopo lo scioglimento improvviso precedente -. "È morto di crepacuore, ha patito per anni, non ha resistito al dolore. Abbiamo perso una figlia nel bombardamento del 28 novembre, sul vaporino in porto". Le lacrime ormai le scendevano brillando al sole; "Era una bambina ... non l'hanno più trovata, non ho una tomba dove piangere ...". Tacque ed io pensai di scusarmi per aver riaperto una ferita dolorosa."Ma no" - disse - "sono rimasta sola, abito in quel casamento vicino alla Colonna, non conosco nessuno ... loro non sanno ... voi siete amici, sapete ... posso piangere. Mi fa bene, potete capirmi ...".

    Nubi bianche come fiocchi di cotone veleggiavano nell'azzurro. Ogni tanto la loro ombra passava veloce tra le bianche pietre del Foro.

    Oscurò anche le nostre facce al sole, togliendoci il tepore. "È mezzogiorno" - suonavano le campane del Duomo - "vado a cucinare. Grazie". La donna ci salutò allontanandosi verso la Colonna.Il suo volto rassegnato, con le gote umide, era rimasto oscurato nonostante fosse tornato il sole. Anche noi sentimmo che non ci riscaldava come prima. Sentimmo inutile anche quel mazzo di ginestre fulgenti che avevamo in mano. Sarebbe stato bene sulla tomba di una bambina.

    Sergio Brcic

  • Sono stato a casa mia!

    di

    Furio Percovich

    (Gennaio 1996)

    Quella che segue, non é una cronaca di viaggio, ma una semplice espressione delle sensazioni che provano tanti emigranti o esuli quando, dopo 20, 30 o più anni, ritornano al luogo natìo.

    E le ho provato anch'io, come le hanno provato tanti connazionali con i quali ho parlato di questi ritorni dopo tanto tempo, e vorremmo trasmetterle anche ai nostri figli, ai nostri nipoti e a tanti emigranti che non hanno avuto finora la possibilità di un ritorno, magari fugace, alla casa che li ha visto nascere e, un triste giorno, partire.

    In occasione del Convegno svoltosi a Trieste nel gennaio scorso, sulla Storia dell' Emigrazione Giuliana nel Mondo, al quale partecipai rappresentando il Circolo Giuliano dell' Uruguay, ho avuto la possibilità di ritornare nella Regione Venezia Giulia dopo 26 anni dall' ultima visita, e dalla quale sono partito, prima per l' Italia e un anno dopo per l' Uruguay, nel 1949.

    Già durante il trasferimento in autobus, dall' Aeroporto di Ronchi alla città di Trieste, a destra le scogliere della costa tra Duino e Sistiana e le brulle rocce del Carso a sinistra, mi hanno fatto ritornare indietro nel tempo : mi sembrava di esser partito il giorno prima e non 47 anni fa !

    Appena finito il Convegno, sono partito per l' Istria e Fiume.- Da ragazzino, tra Trieste e Fiume attraversavo i posti di blocco dei "drusi" titini e degli Alleati che governavano il T.L.T. (Territorio Libero di Trieste).

    Questa volta pure ho attraversato non uno, ma due confini ! Prima quello fra l' Italia e la Slovenia, appena fuori della periferia del capoluogo giuliano e, pochi chilometri dopo, la frontiera fra Slovenia e Croazia. A differenza di quello che avveniva mezzo secolo fa,invece dei posti di blocco ci sono i "passi di frontiera", più civilizzati e con più tolleranza nel controllo dei passaporti, peró ugualmente si soffre constatando com' é stata divisa la nostra terra, e la collettività italiana tutt' ora residente colà.

    Accompagnato da un amico istriano, residente ad Albaro Vescovà, presso Capodistria (ora Slovenia), conosciuto attraverso suoi parenti residenti in Uruguay, cioè il Sig. Leandro Zugna, abbiamo visitato famiglie istriane che ci hanno accolto fraternamente, conversando non solo nel dialetto veneto, ma anche in lingua italiana.

    Sono passato per un villaggio dove, da bambino, i miei genitori mi portavano in vacanza: Lindaro, presso Pisino, e soffermato a Gallignana, altro villaggio sulla strada per Fianona, sul Quarnero.

    Ho trovato poca gente, i villaggi quasi disabitati, ormai la gente si trasferisce nelle città più grandi, lavorando per i turisti, mentre l' agricoltura langue.

    Il sabato a mezzogiorno arrivammo ad Abbazia, la principale località turistica sulla costa orientale dell' Istria: oltre ai numerosissimi alberghi e pensioni che risalgono all' epoca dell' Impero Austro-Ungarico, quando i nobili di Viennna svernavano qui, ci sono ora anche molti alberghi moderni per i turisti centro-europei ed italiani.

    E, finalmente, siamo giunti a Fiume ! La giornata era grigia, triste, eppure mi sembró estiva.- Ripercorrendo il viale d'entrata nella città, tra file di platani spogli, ho visto di nuovo la Stazione, la Chiesa dei Cappuccini (dove presi la Prima Comunione e la Cresima), la Riva del porto, il Corso, la nostra cara Torre Civica oggi senza l' Aquila, distrutta dagli invasori.

    Camminai a lungo per le strade, dove la gente mi sembrava dei fantasmi : più che i cambiamenti edilizi (la popolazione é passata da 60 a 200.000 abitanti, tutti venuti dalle ex repubbliche jugoslave, per i quali sono stati costruiti infinità di rozzi grattacieli di cemento nelle colline periferiche), ciò che più mi impressionó di Fiume furono le persone che incontravo per la strada, totalmente diverse dai 50.000 fiumani che la lasciarono dopo la guerra.

    Decisi allora di non far caso alla gente e soltanto ripassare i ricordi della gioventù..

    Cosa strana : case, muretti, alberi, distanze, strade : tutto mi sembrava più piccolo, più vicino. Però, c'è una spiegazione : come succede a tutti coloro che lasciano un posto da bambini e vi ritornano adulti, c'è il cambio del punto di vista e delle gambe più lunghe. Tutto ció che, visto da un metro d' altezza e percorso con passetti corti, ci sembrava grande e lungo,ora ci appare diverso.

    Salvo questa differenza anche a Fiume, come a Trieste, mi pareva non esserci mai andato via : tante decadi di assenza svanirono d' incanto.

    Poi andai presso casa mia, nel rione di Valscurigne, sulla collina, in periferia, da dove prima si vedeva il Golfo e le isole di Cherso e Veglia. Oggi, invece, il piazzale è pieno di case che lasciano vedere soltanto il cielo.

    Feci delle fotografie e poi, presi coraggio e, con Leandro come interprete, salì al primo piano, bussai e chiesi agli attuali inquilini dell' appartamento dove passai la mia gioventú, il permesso per visitarlo.

    Erano marito e moglie, croati. Lei però parlava il dialetto fiumano e quindi mi fu possibile entrare nuovamente a casa mia.

    Naturalmente riciclata, peró riconobbi la cucina, il balcone, le stanze,..... c'era ancora la porta in ferro del focolaio nel muro ( il "winthofer" ) , trasformato peró come sfogo della stufa a metano.

    Anche qui, tutto più piccolo mi sembrava, peró era ... spiritualmente almeno... CASA MIA !

  • Considerazioni sugli italiani rimasti a Zara

    di

    Giorgio Varisco e Walter Matulich

    A seguito di una disussione creatasi all'interno di una mailing list su internet, è stata posta la domanda in cui si chiedeva testualmente "perché gli italiani a Zadar sono 4 gatti". Così risponde Giorgio Varisco:

    La domanda che si pone ed a cui rispondo con alcune personali considerazioni è la seguente : "Perchè gli italiani a Zadar sono 4 gatti".

    Elementare il perchè per chi "conosce" Zadar e l'ultima storia della Zara italiana.

    Zara è stata Italia in una maniera così totale da divenire poi Zadar in un'altrattanto totale maniera.

    "Gli italiani" non sono poi "quattro gatti" come numero a Zadar. Meglio sono quattro gatti gli iscritti alla C.I.

    Tuttavia quelli che in famiglia parlano usualmente in italiano credo siano alcune migliaia.

    Preferisco non azzardare numeri "più esatti". Qualcuno mi potrebbe chiedere da dove nasca questa convinzione che, non essendo "scientifica", non è attendibile. Dovrei poi "spiegare" troppe cose, iniziare a dire i "perchè" della mia stima che desidero tenere riservati anche perchè sono frutto di un personale "studio" che peraltro trova conferme . . . . .

    A Zadar infatti ogni giorno puoi essere "scoperto".

    In genere hai la sensazione che chi ti avvicina sa chi sei, sanno con chi vanno a parlare, sanno di parlare con una persona che "conosce" la città. Non fermano il "turista" quasiasi, ma chi dimostra una attenzione "diversa" per la città, per come parla e si comporta.

    Chi "sceglie" di avvicinarti, parla in italiano con trasporto, con la gioia di chi parla una lingua che non usa da tempo.

    Come un godimento, una liberazione, vuol dimostrarti di parlare la tua lingua, ma anche che è ben informato di quanto accade del tuo Paese, quasi fosse il suo.

    I suoi occhi sono la cosa più bella da osservare, hanno cento sfumature, dimostrano gioia, fierezza, una volontà ed una forza che sembrano venire da lontano per poi, magari d'improvviso, si incupiscono nella consueta, abituale tristezza.

    Ma forse sono solo i miei occhi che cercano di guardare dentro me stesso. E' una lingua parlata con termini semplici, talvolta italiano e dialetto veneto insieme, in genere espressi frettolomente, altre volte le domande, i concetti, tutto il colloquio si sviluppa con una grande, quasi incomprensibile lentezza.

    Non sono giovanissime le persone che ti incontrano, hanno 50 anni o qualche anno in più.

    Lo svolgersi dell'incontro sembra non essere mai casuale ed in ogni caso non sei tu che "lo gestisci", in qualche modo lo "subisci" tuo malgrado parlando anche in fretta di un'infinità di argomenti tra loro spesso non collegati. Sono persone queste che non "si vedono", naturalmente non sono iscritti alla C.I., ma ci sono.

    Per chi conoscesse la città sono uomini e donne che appiano e scompaiono, quasi fossero fantasmi, ogni giorno diversi. Soprattutto si possono incontrare nella "direttice" di popolo che si muove al mattino da Porta San Rocco, il mercato, al ponte che porta a Cereria. Ma ti può accadere d'incontrarli in Piazza dei Signori, in Riva Nova, come alla Porta Terraferma o a Borgherizzo. Non mi è mai accaduto in Calle Larga, ma a mio avviso a tutto vi è un motivo, la via è troppo centrale, non è luogo che si presti per "parlare".

    Parlano, cercano di "riconoscerti" e di farsi riconoscere. Sono incontri con persone che dimostrano una grande dignità. Non chiedono mai nulla per sè, intuisci invece che vorrebbero da te qualcosa per altri, in famiglia, ma poi si guardano intorno e nello stesso modo in cui sono "comparsi", "scompaiono", volutamente senza "lasciar traccia".

    Sono incontri "affascinanti" per loro entrinseca essenza.

    Quando hanno termine resti a guardarti intorno chiedendoti perchè fosse accaduto.

    Era lo stesso quando andavo in vacanza nelle isole di fronte a Zara, d'improvviso si presentava qualcuno che ti aveva atteso anche più di un'ora; voleva parlare con te, aveva sentito dire che eri un italiano nato a Zara .

    . . . . Ma chi me li "mandava".

    Vero è che chi si è dichiarato di nazionalità italiana a Zadar, una città di oltre 80 mila abitanti, in un ormai lontano censimento, sono state 87 persone, meno di un terzo degli iscritti alla C.I. . . . . . Questo fa pensare.

    Ho parlato con più di qualcuno che si è dichiarato italiano allora e mi ha confidato che non è stato facile sia l'approccio con il verificatore inviato dall'autorità, che le reazioni all'interno della propria famiglia.

    Nella sostanza "il dopoguerra" a Zadar è stato ed è particolarmente "duro" per chi sia voluto o si voglia dichiarare di lingua, di etnia italiana. Questo comportamento è stato molto più difficile da esprimere a Zadar che a Spalato o a Traù, in maniera diversa, ma ugualmnete difficile per chi vive a Sebenico.

    In ogni città delle Dalmazia vi è un perchè, articolato e difficile da spiegare a chi non sa, ma chiaro da comprendere per chi conosca la storia dei luoghi e ne frequenti il territorio.

    Riprendendo l'argomento dall'inizio, a Zadar per la gran parte sono rimaste persone che parlano italiano, ma, dopo troppi anni di isolamento della città, anche dallo stesso mondo economico e politico croato, non lo sanno nè ben scrivere ne ben tradurre. Una larga fetta di popolazione di lingua o etnia italiane, spesso di livello culturale non elevato, non è riuscito a crescere essenzialmente per l'ostilità che ancora trova nel mondo che la circonda.

    Per questo motivo " gli italiani a Zadar sembrano" ancor meno di quelli che in effetti sono.

    Soprattutto mancano di iniziativa, è anche vero che ogniqualvolta hanno provato a prenderla, sono stati rigettati, anche con violenza, nel loro dignitoso e commovente isolamento.

    Ecco perchè "gli italiani" a Zadar sono 4 gatti.

    A queste prime considerazioni si sono aggiunte quelle di Walter Matulich:

    Dimentica il querente che :

    i numeri fan la forza ( luogo comune, lo so, lo so ). L' elemento autoctono italiano, in Istria, a Fiume, nel Carnaro, non si dissolse nel secondo dopoguerra: i centri abitati e le campagne non si spopolarono. Le strutture scolastiche ressero: dagli Asili, alle Elementari, alle Superiori;

    cosa che non si può dire di Zara. Nel dopoguerra vi ha funzionato , fino al 1953, una Scuola della Minoranza Italiana, prima settennale, poi ottennale. Chi scrive la frequentò, per l'appunto, dal 1949 al 1953, allorché , esplosa la questione di Trieste , fu chiusa d'imperio e per ritorsione. I suoi allievi furono sbalzati, dall'oggi al domani, sui banchi degli omologhi istituti croati. Dal 1953, in altre parole, mancò e manca l'istruzione elementare in lingua italiana. Quella materna mai vagì;

    chi, in precedenza, terminato il corso settennale/ottennale, aspirava a proseguire negli studi in lingua italiana, si vedeva costretto ( non c'erano alternative) a recarsi a Fiume, continuandoli presso il locale ginnasio-liceo; ammesso che i genitori, oltre all’orgoglio, alla lungimiranza ed al coraggio (ce ne voleva tanto), possedessero quattrini sufficienti per affrontare le spese del figlio nella dimora fiumana. Ignoto era l’istituto della “borsa di studio”;

    la vicinanza della Venezia Giulia e di Trieste, è stato humus che ha prodotto, da sempre, effetti benefici nella regione istro-quarnerina. Troppo lontane, entrambe, dalla Dalmazia, per giunta collegata con Fiume, fino ai primi anni ’60, solo da un servizio marittimo costiero.

    Di più. In virtù dei numeri, l'Istria è riuscita a proporsi con una propria lista autonoma nell'agone politico di oltre Adriatico. In virtù dei medesimi numeri, ha fatto sedere sui banchi del Sabor e del Governo propri rappresentanti: Jakovcic, Kain, Radin. I quali sono pronti a farsi scannare, pur di tutelare la specificità e gli interessi del territorio e della gente d’origine, che li ha sostenuti ed eletti.

    Nulla di simile in Dalmazia. Men che meno, a Zara: dal dopoguerra in qua costantemente sotto esame e sotto tiro, per le sue vicende storiche, e recenti e remote, invisa ai reggenti di turno, quali che fossero o siano i colori e le insegne del potere .

    E così “…finché il sole splenderà sulle sciagure umane…". Portato, va da sé, delle ideologie e delle passioni politiche che, ottenebrando le menti, alla tolleranza nulla o poco concedono. Alle sortite fideiste , peraltro, assistiamo anche nell’amata Penisola, in cui pur ha attecchito, di riffa o di raffa, e non da ieri, uno Stato di diritto. Figurarsi ad est…

  • La Fonte Carolina Augusta

    Ricordi di Sergio Zuccoli

    Era per tutti noi mularia di allora, un percorso quasi obbligato quello di passare per il Ninfeo prima di raggiungere la Riva. Arrivati presso quel basso e vetusto edificio che copre l'antica sorgente, un richiamo inevitabile ci attirava verso quelle sue strane finestre a mezzaluna, basse e quasi sempre immerse nell'ombra proiettata dai vecchi platani nodosi. Abbarbicati, con mani e piedi serrati sui puntuti ventagli dell'inferriate protettive che sbarravano quelle finestre, curiosavamo attenti, quasi rapiti di poter seguire i lenti silenziosi giri di uno dei tre maestosi volani che coronavano i possenti assi delle pompe a vapore di quell'acquedotto. Spettacolare ed attraente era ancora il poter osservare da vicino, che la macchina era a un passo dalla finestra, il continuo rincorrersi delle grosse teste a croce degli stantuffi, scivolanti silenziosamente sui loro cuscinetti argentei umidi appena di un velo d'olio, dosato dagli oliatori di cristallo incappucciati di ottoni risplendenti come ori.

    Contemplavamo assorti le brevi corse delle aste agenti sui cricchi dentati e i tenui sbuffi di vapor acqueo sfuggente dalle trinelle flangiate dei cilindri e dei distributori, che subito si condensavano in perle d'acqua raccolte dalle capaci ghiotte degli zoccoli.Il cilindro enorme pesante della vecchia macchina era rallegrato dalla guaina antitermica racchiusa in una festosa cornice di dogherelle brune, brillanti, inanellate con cerchi di rame luminoso.

    Però i nostri sguardi curiosi e indagatori si spingevano lontano, più in là delle raggere lampeggianti e vorticose dei regolatori, che le loro sfere ballerine tracciavano nell'aria: cercavamo, nelle penombre di quella sala macchine, di indovinare l'ubicazione di quel catino marmoreo donde sommerso e misterioso proveniva il gorgoglio dell'acqua sorgiva.

    Quasi sempre un po' delusi ci staccavamo dall'inferriata contenti solo di aver potuto soddisfare la nostra curiosità, in quanto avevamo finalmente potuto leggere quella grande targa bronzea che sporgeva bassa, a pel di paiolo, sotto il riquadro d'acciaio della balaustrata:

    AD. 1861 - HP 30 - Kgc. 3 - T. 30 - I : h 30 c.m.

    Si trattava della targa di una pompa da tempo scomparsa conservata come ricordo.

    Nell'anno 1848, data del trasferimento delle forze militari austriache da Venezia a Pola, la nostra città contava appena 1.100 abitanti: fino a questo momento la Cisterna - costruita dal Comune nel 1792 a fianco del Duomo, sull'area della scomparsa chiesa di S.Tomaso - e la Fontana, sorgente naturale che sgorgava poco fuori le mura, nei pressi dell'Arena, potevano con larghezza supplire al bisogno d'acqua della città.

    Ma alla decisione di adattare il nostro porto alle occorrenze della Marina austriaca, seguì un immediato e notevole aumento della popolazione onde si rese subito necessaria la sistemazione idrica, sia per le esigenze della guarnigione, sia per quelle degli abitanti civili.

    Il Comune finanziariamente impossibilitato a provvedere agli accresciuti bisogni dell'alimentazione idrica, cedeva nel 1855 la Fontana, i resti del Ninfeo romano che la circondavano e tutto il terreno limitrofo alla Marina austriaca, che tosto, col concorso del governo, iniziava i lavori di assestamento e apprestamento dell'impianto di un nuovo acquedotto. Questo fondato sulla stessa sorgente che già i romani sistemarono chiamandola Ninphaeum, prese il nome di Fonte Carolina Augusta ( 1792 - 1873 ), moglie dell'imperatore Francesco I.

    Il progetto dell'impianto idrico comprendeva: la sistemazione della vasca alla polla sorgiva, costruendo sui resti - allora ancora visibili - del ninfeo romano un'opera muraria semicircolare, perfettamente stagna di m. 8 di diametro al fine di impedire la trapelazione dell'acqua marina, nonostante la polla si trovasse già discosta dal mare per l'avvenuto interramento dell'insenatura antistante e trasformata poi in piazzale. La nuova vasca doveva venir protetta con un edificio sovrastante, di forma rettangolare, destinato alle pompe e alle caldaie a vapore e per questo munito di camini in muratura. Il progetto comprendeva ancora l'installazione di due pompe sulla vasca per la mandata dell'acqua al serbatoio da erigere al Castello a quota 43 metri sul livello del mare; infine la collocazione della rete di distribuzione per il convogliamento dell'acqua dal serbatoio verso i diversi settori entro e fuori le mura cittadine.

    Appena iniziati questi lavori, per esigenze militari, furono montate sulla vasca della Fonte delle piccole pompe a vapore trasportabili che fornivano l'acqua allo Scoglio OLivi.

    Una condotta d'acqua era stata distesa anche lungo le mura per alimentare le prime officine dell'Arsenale sorgenti in Val del Buso.

    Nel 1861 il progetto era compiuto e finalmente i vecchi cittadini poterono usufruire dell'acqua della Carolina spillandola dai rubinetti delle prime fontanelle pubbliche, al Cristo, in Piazzetta, al Mercà e in Pian de la Madona.

    Fu allora che, per accordi precedentemente stipulati, il Comune cominciò ad incassare sette carantani e mezzo ( 25 cent. ) per ogni metro cubo d'acqua erogato dal serbatoio.

    Ma negli anni che seguirono il primo impianto idrico si rese insufficiente, il consumo d'acqua salì oltre i 1200 m.c. giornalieri e le autorità della Marina provvidero all'installazione di una terza pompa di una capacità d'erogazione doppia rispetto alle prime.

    Nel 1876 la popolazione si era quadruplicata e si dovette aggiungere un quarto gruppo di nuove pompe e di caldaie per una capacità oraria di erogazione di 135 m.c. e per una potenza effettiva di 104 cav.vap. Tutto procedette bene fino al settembre del 1886 allorchè ebbero a manifestarsi alcuni casi di colera; sorsero allora dei dubbi sulla potabilità e purezza di quell'acqua che da tempo immemorabile sgorgava limpida e fresca dalla fessura naturale del masso calcare posto a metri 2,25 sotto il livello del mare.

    Anche le fontanelle pubbliche vennero chiuse e munite di grandi cartelli ammonitori: Acqua Non Potabile!

    Malgrado i lutti e la mestizia di quei tristi giorni, l'innata allegria del popolo polesano trionfò e nacque quella canzone che noi ricordiamo ancora: L'acqua no xe potabile - bevemo sempre vin.

    Fu nell'anno 1890 che le autorità comunali e militari, preoccupate da una forte epidemia di tifo che si estese e mietè centinaia di vittime iniziarono la ricerca di altre sorgenti più copiose e di acqua più pura, dichiarando inquinata e non più potabile l'acqua della Fonte Carolina.

    A favorire l'inquinamento fu il sorgere dei nuovi borghi dell'Arena e San Martino; sotto queste due colline di calcare fessurato, che favorì l'infiltrazione dei rifiuti lordi, scorre la vena d'acqua che alimentava l'acqudotto Carolina.

    Questa è in breve la storia di quel nostro vecchio acquedotto; polla sorgiva zampillante attorno alla quale i primi abitanti delle colline, sulle quali nacque la nostra città fissarono la loro dimora; qualcuno sostiene che le abbia dato il nome: Pola

    Certo è che ricordarlo adesso, dopo tanti anni farà piacere a più di qualche vecio polesan.

  • Ricordi e riflessioni

    di Umberto Usmiani

    A Bolzano, quando avevo 4 o 5 anni, ogni sera mio papà veniva vicino al mio lettino per darmi la buona notte. Ricordo ancora l’odore del metallo delle sue spalline e il ruvido tessuto della diagonale. Ho poi saputo che molti miei amici, a quell’età, chiedevano al proprio padre di parlare di calcio o di eroi dei fumetti. Io invece gli chiedevo di raccontarmi le storie della sua giovinezza, quando era studente a Pola, frequentava il Carducci, aveva come professore il padre di Alida Valli, andava alla domenica in Siana oppure a Stoia. E mentre lui parlava davanti ai miei occhi passavano la Via Sergia, Veruda, Promontore, i suoi compagni di scuola, Lisetta, la cavalla di mio nonno, Hansele, il coniglietto nero di mio papà.

    Ricordo ancora la prima volta che andammo a Pola e ad Arbe. Avevo 12 anni e lo avevo chiesto con tanta insistenza che mio papà, allora Generale dell’Esercito, finse di perdere il suo passaporto e se ne fece fare un altro con scritto “impiegato statale”. E così potè ottenere il visto per sè e mi portò a vedere i posti di cui parlava da tanto tempo. Gli sono ancora infinitamente grato, 40 anni dopo, del rischio che corse per me e del senso iniziatico che diede a quel viaggio che nella mia memoria rimane quasi magico.

    La mia vita, come quella del mio papà, è passata nella certezza di essere di sangue diverso, di tradizione lingua e cultura diverse da quella di coloro che mi circondavano. Non migliori o peggiori, semplicemente diverse. Certo vengo da una famiglia “conservativa”. Ho uno scatolone di lettere di mio bisnonno, conservo come un tesoro tutta la corrispondenza scritta da mio nonno quando era nel 93 K.u.k. Infanterie Regiment, ho appese al muro vicino al mio computer le foto di 4 generazioni della mia famiglia. Ecco forse perchè per me continuare ad essere Dalmato è stato naturale, normale e non so immaginare che avrei potuto essere null’altro.

    Ho “convertito” a questa mia passione (una passione che spesso mi arde ancora dentro come una fiamma inestinguibile) le persone che mi hanno accompagnato nella mia vita. Ho portato le mie ragazze in Dalmazia e la mia prima moglie in un gommone da 3 metri e sessanta in un meraviglioso viaggio da Fiume a Zara. Sempre con lei sono sopravvissuto all’incendio del mio piccolo cabinato a vela a qualche miglio fuori Traù. Quando la sento, me lo rinfaccia ancora.

    Ho percorso la Dalmazia baia per baia, molich per molich alla ricerca di ciò che già sapevo e che ritrovavo nelle pietre, negli arbusti e nei campanili.

    La famiglia della mia seconda moglie è serba e viene da Srebrenica e lei ha una serie di ricordi così tremendi che ciò che di orribile so del passato della mia famiglia quasi scompare e diviene leggero in confronto al peso che lei si porta dietro e che ancora, quando se ne parla, la fa piangere senza consolazione. Lei mi ha insegnato che l’odio, la morte, la fuga, le carovane di profughi, gli anni passati nelle aule delle scuole dormendo sui pagliericci non sono discusso “privilegio” della nostra gente ma fanno in qualche modo parte dell’anima cupa dei Balcani a cui anche noi Dalmati venetofoni, sebbene di sangue non slavo, abbiamo dovuto sottostare.

    Da lei ho avuto una bambina, luce dei miei occhi, a cui mi toccherà spiegare un giorno che papà e mamma vengono da lontano ma ricordano con amore le terre perdute che furono dei propri antenati, perchè queste terre sono la voce dei loro genitori, la memoria dei loro nonni, l’origine del loro sangue.

    Sono sicuro che capirà.

  • Esuli di seconda generazione

    di Olinto Mileta Mattiuz

    " E chi i saria sti qua?" Semplice, quelli nati in Istria, Fiume e Dalmazia prima dell'esodo, ma così piccoli da ricordare pochissimo o non ricordare affatto. I polesani come me e così i dignanesi, rovignesi, fiumani, pisinoti, zaratini... che seguirono frastornati ed impauriti i loro, a dir poco, sgomenti genitori.

    (Mi rendo conto che tale divisione di generazioni è arbitraria perché non comprende i figli già grandicelli la cui gioventù l'hanno passata in quelle terre, o quelli nati dopo l'esodo nei campi profughi; ma tant'è). Io sono uno di questi. Nato a Pola nel '41, a differenza di mio fratello più giovane di due anni, ricordo qualcosa; per lo più sono dei flash, degli episodi di cui trovo talvolta difficile dare un'esatta collocazione temporale.

    Tralasciando i ricordi legati allo sfollamento in quel d'Albona ed altri ricordi di Pola, mi limiterò a dire dalla vigilia della Partenza.

    "Concitazione, nervosismo, voci irate. Mobili spostati, smontati, valige, stanchezza e risveglio al mattino dopo non più nel mio lettino, ma su un materasso in una stanza quasi vuota di quella casa isolata a forma di V su uno dei sette colli, a Monvidal."

    "Papà grida, rompe tutto quello che gli capita, divelle finestre e sfonda porte, finché si accorge che lo sto guardando, impaurito. Si calma e mi dice qualcosa, non ricordo, ma mi tranquillizza."

    "Una colonna di gente imbacuccata, intirizzita dal freddo s'incammina sulla banchina del molo imbiancato con pacchi e valige verso una porta oscura di un'enorme nave nera.": ho saputo anni dopo che era proprio il suo colore.

    "Lassù in alto, una grande scritta bianca. Cossa xe scrito? chiedo. Toscana, risponde papà. E cossa vol dir? Xe el nome de un toco de Italia, mi risponde con voce strana."

    "Dall'alto di quella rampa vedo, verso l'Arena, cortei di gente allegra con bandiere colorate (rosse, per lo più) e li sento cantare. Papà, perché i xe cussì contenti, perchè non cantemo anche noi?" Non ricordo cosa mi disse, ma poi non ebbi più voglia di cantare: subito dopo fui inghiottito in un'enorme caverna di metallo, quasi buia."

    "Di traverso sono stese delle àmache oscillanti e tanta gente che bisbiglia tra qualche isolato ma forte pianto di bambino."

    "Un treno lungo e rumoroso che mi porta sotto un enorme arco di metallo della stazione di Milano. Una bevanda calda in quel freddo pungente."

    "Lo stesso treno che si ferma lentamente tra alti cumuli di neve della stazione di Torino." "Grandi casermoni con stanzoni pieni di gente vociante; famiglie divise da coperte e stracci appesi a corde. Rumore, grida, pianti, confusione."

    "E di nuovo in treno, verso Gorizia."

    "Sanatorio, e sulla porta Mamma. Una corsa, mi prende in braccio e dopo qualche attimo di strozzata apnea, un pianto irrefrenabile tra i singulti."

    Ed è in questa città che vissi la mia giovinezza, come in tante altre contrade della nostra dispersione, d'Italia, d'Australia, Canadà, USA, America del sud, ecc. altri miei coetanei della seconda generazione vissero la loro.

    A studi terminati, al lavoro! Matrimonio, figli (la terza generazione in attesa - per quanto mi riguarda - della quarta: ma che pigri questi figli!). Pensione, con un po' di tempo per fare.

    Cosa? Ad esempio scrivere queste righe. Girare per l'Istria alla ricerca delle radici, dei miei antenati in archivi polverosi o leggere di una storia antica e bellissima che parla di mare di boschi e di bora. Devo a questo punto fare una confessione: c'è stato un periodo, diversi anni fa, che le memorie, le lamentazioni, le maledizioni e gli struggimenti nostalgici del popolo dell'Esodo mi hanno dato disagio, quasi fastidio. E nello stesso tempo trovavo insopportabile tornare in Istria.

    E' stato un percorso lento, il mio. Un maturare quasi inconsapevole, una lenta ma costante sedimentazione di pregiudizi, errori di valutazione, per scoprire di colpo il perché del mio atteggiamento di repulsa sia verso quel "piangersi addosso all'infinito", sia verso gli odiati "occupanti" e "rimasti": mi ero vestito con gli abiti della prima generazione! Abiti non miei e pesantissimi da portare.

    Pensavo, vedevo, sentivo con la mente , gli occhi ed il cuore dei miei genitori. Ma non erano i miei ricordi, sofferenze non mie, nostalgie struggenti che non mi appartenevano: dovevo scrollarmi di dosso un dramma di cui avevo solo un flebile ricordo.

    E così ho fatto.

    Solo allora ho potuto tornare a conoscere e gustare la mia Istria, le sue genti, i miei antenati. Un'Istria un po' diversa da quella che ho sentito raccontare, anche se lo sfondo continua ad avere un tenue riflesso di quella grande nave ancorata alla banchina di Pola del febbraio del 1947.

  • Storia di una deportazione

    DA POLA A BELGRADO

    di

    Tomasello Angelo

    E-mail: tomangelo@libero.it

    Siamo appena entrati nel terzo millennio ed abbiamo aperto la porta alle future generazioni.

    Ponendomi alcune domande su come sarà il loro futuro, sento il desiderio di voltarmi mentalmente indietro nel tempo per ripercorrerlo a ritroso.

    Legata al motivo di questo mio scritto è la telefonata che feci tempo addietro all’indimenticabile sig. Fulvio Farba che, pur non conoscendolo di persona, ho avuto modo di stimarlo leggendo i suoi articoli sull’Arena di Pola.

    Nel breve dialogo gli accennai che, con il suo aiuto la sua esperienza e conoscenza, avremmo potuto proporre un incontro - con data e luogo da stabilire - con gran parte di quei reduci istriani che avessero vissuto drammi tali da poter essere raccontati e scrivere così una grande e unica Storia sul Martirio dell’Istria, dato che molti di questi episodi sono stati portati a conoscenza tramite il nostro giornale e in altre autorevoli pubblicazioni. Fatti e testimonianze destinati però a rimanere isolati come la mia che sto per raccontare.

    Nella sua risposta Fulvio Farba mi accennò all’impossibilità di poter organizzare un incontro del genere, ciò anche per la dispersione nel mondo della gente istriana e mi ha consigliato di scrivere, scrivere e ancora scrivere riportando sulla carta tutti i nostri ricordi, la nostra testimonianza.

    Nel ricordo di questo nobile istriano, e con lo sprone di mio nipote Olinto anche dalle pagine di questo Foglio, ho deciso di levare fuori dalla mia mente tutto quello che il tempo non ha cancellato e di mettere “nero su bianco” quello che successe dopo la resa e durante la mia prigionia. Ometterò per riservatezza i nomi dei miei compagni di sventura caduti nelle mani degli slavi, riportando però alcuni ricordi ancora vivi, come ad esempio la tragedia del naufragio della Lina Campanella che non fu mai, a quanto mi risulta, raccontata nei dettagli.

    Su questo fatto posso narrare solo quello che mi successe direttamente, ma chissà quanti altri potrebbero raccontare di altre cose accadute in quei frangenti e darne testimonianza perché sopravvissuti a quella tragedia, come sto facendo io.

    Tengo anche a chiarire che, nel pieno rispetto di tutte le idee e convinzioni personali, chi ha aderito alla RSI non fu, ne sono certo, per viltà o per lucro ma, come nel mio caso, per pura e limpida idea di Patria; pertanto consentitemi di rendere omaggio a tutti coloro che sono caduti in prigionia o combattendo per difendere l’italianità dell’Istria.

    Se qualcuno al termine del racconto vorrà comunicare con me per eventuali informazioni o semplici scambi d’idee, lo potrà fare chiedendo il mio recapito a mio nipote Olinto.

    Angelo Tomasello

    FINE DELLE OSTILITA’

    La mia mente, vagando nei ricordi, si ferma ad una data per me indimenticabile come lo è per la gran parte degli istriani: esattamente al fatidico giorno del 2 maggio 1945.

    Sono passati ormai 55 anni, ma quella data mi fa rivivere quel lontano giorno a Pola, nel piazzale della marina, più precisamente nella caserma Bafile dove in quel periodo era di posto il battaglione autonomo Nazario Sauro della DECIMA Flottiglia MAS.

    In quel Corpo ho l’onore di essermi arruolato volontario negli ultimi mesi di guerra.

    All’imbrunire di quel giorno nel cortile antistante la caserma, fu ammainata per l’ultima volta la bandiera italiana ancora sventolante sulla nostra cara e italianissima città.

    La bandiera fu consegnata ad una persona fidata evitando che cadesse in mano agli occupanti slavi.

    In quell'occasione il nostro comandante, nel suo breve e doloroso commiato, ringraziò tutti noi per il nostro comportamento e per essere responsabilmente rimasti al nostro posto; con tristezza annunciò la definitiva resa allo scopo di evitare reazioni armate degli occupanti e che avrebbero potuto causare vittime tra la popolazione e danni alla città.

    Nelle settimane prima della resa, i rapporti con i tedeschi - che non furono mai buoni perché mai tollerarono la nostra indipendenza ed estraneità a qualsiasi ingerenza politica o straniera che non fosse concorde con la nostra volontà di mantenere l’italianità dell’Istria - si guastarono ulteriormente. Ciò a causa della posa di mine nei punti strategici e che avrebbero fatto brillare con l’entrata in città da parte dei partigiani. Pertanto prevedendo una nostra reazione, il comando tedesco fece piazzare davanti alla facciata anteriore delle carceri un cannoncino puntato contro la nostra caserma.

    Il nostro comandante, non gradendo questa situazione, diede il via a trattative con i responsabili militari tedeschi ed alla fine fu stipulato un accordo con la promessa di facilitare la partenza da Pola dell’alto comando tedesco per consegnarsi agli alleati in Italia.

    Grazie a quest’accordo la notte del due maggio - che avrebbe potuto essere l’inferno per la città e per la popolazione ignara di quello che i tedeschi ebbero a predisporre - fu invece una notte tranquilla e gran parte dei cittadini non seppe mai che quella tranquillità fu dovuta ai “marò” della X Flottiglia MAS rimasti da soli al proprio posto fino all’ultimo.

    (Rimando anche al libro scritto da Arrigo Petacco “L’Esodo” dove con lucidità e autorevolezza viene descritto quale fu la nostra posizione a quel tempo).

    Altri accordi furono pattuiti con le organizzazioni di liberazione e partigiane dove furono date garanzie d’incolumità, ma a cose fatte i patti non furono mantenuti.

    Alcuni giorni prima della resa quando cominciò lo sbando militare, anche quello dei tedeschi, fummo impegnati a raccogliere in tutte le caserme abbandonate armi e munizioni portando nella nostra caserma tutto il materiale di provenienza bellica che potesse rivelarsi pericoloso se maneggiato da persone incaute o da chiunque fosse entrato in quei locali ormai abbandonati.

    L’ultima uscita la facemmo nel primo pomeriggio del giorno 2 maggio a bordo di un camioncino Fiat 26 con una pattuglia di cui feci parte.

    Il nostro compito fu quello di controllare che tutto fosse tranquillo dato che ormai la popolazione era consapevole che i fatti stavano rapidamente precipitando.

    La nostra zona d’operazione fu quella ad Est della città e parte del circondario sulla strada che portava al paese di Sissano; il compito fu anche quello di recuperare gli uomini lasciati di guardia alla centrale elettrica e dintorni.

    Constatata la tranquillità della zona e che pochissima gente circolava frettolosamente per le strade, rientrammo in caserma.

    Dopo l’ammaina bandiera (l’ultima come ho detto prima) fu consumato un frugale pasto e ricevemmo l’ordine di ritirarci tutti nelle camerate in attesa d'ulteriori ordini.

    Ci ritirammo in silenzio. Moralmente a terra, nessuno di noi ebbe voglia di parlare; sentimmo nell’aria quel senso di sconforto che ci invase, consapevoli che tra poche ore avremmo dovuto affrontare un buio destino.

    Nonostante tutto potei notare sul volto dei miei commilitoni, oltre che una grande rassegnazione, la mancanza assoluta di paura, segno questo che le nostre coscienze furono sempre serene.

    Alle ore 20 suonò la tromba per l’adunata e ci riunimmo per inquadrarci perfettamente nel refettorio con tutto l’armamento personale.

    Dopo qualche minuto arrivò il nostro comandante con alcuni ufficiali partigiani scortati da una loro squadra d’armati. Questi, equipaggiati con mitra e fucili mitragliatori, furono quelli che per primi entrarono in città per prenderla in consegna ed evitare eventuali distruzioni e danni alla popolazione.

    A questo punto il comandante ci diede l’ultimo ordine ma il più doloroso: quello di uscire uno alla volta dopo aver depositato tutto l’armamento e di ritirarci nelle camerate. Lui consegnò la sua pistola prima di tutti nelle mani dell’ufficiale più alto in grado che - con un gesto di cavalleria militare che non avemmo più modo di apprezzare in seguito - gliela restituì in nostra presenza.

    Quella notte fu lunga ed insonne, ma venne finalmente l’alba e alle cinque suonò la sveglia. In pochi minuti fummo inquadrati nel cortile dove l’ufficiale partigiano, conosciuto la sera prima, c’informò in uno stentato italiano che “per motivi di sicurezza” avremmo dovuto essere scortati fuori dalla città, dato che alcuni soldati tedeschi armati continuavano ad opporre resistenza.

    Con ordine e con i nostri ufficiali e sottufficiali in testa attraversammo la città ed imboccammo il viale in direzione del bosco Siana.

    INIZIO DELLA PRIGIONIA

    Prima di arrivare alla chiesa di Siana in prossimità del omonimo bosco, i partigiani ci fecero entrare in una villa sulla sinistra della strada denominata Barba Rossa.

    Molto probabilmente in città si sparse la voce di questo spostamento e subito arrivarono parenti ed amici per conoscere la nostra situazione.

    Tra i primi ad arrivare fu mia sorella che, nonostante le sentinelle impedissero l’avvicinamento della gente, aggirò gli ostacoli riuscendo ad avvicinarsi all’inferriata del recinto della villa. Potei così rassicurarla perché portasse a casa notizie sulle mie condizioni.

    Il mio comandante vedendola si avvicinò e le chiese la cortesia di andare alla chiesa della Marina per chiedere al Cappellano militare di intervenire per far rispettare l’accordo preso con i comitati di liberazione o chi per loro, dal momento che fu lui uno dei principali intermediari nelle trattative.

    Così fece, ma la risposta che ci fu recapitata fu a dir poco deludente: ci fece intendere che “purtroppo i suoi impegni” non gli permisero più di intervenire!

    Da quel momento capimmo cosa avremmo dovuto aspettarci, tanto più che già in quel pomeriggio i nostri guardiani gettarono la maschera e circolando in mezzo a noi cominciarono a lanciare minacce di vendetta. In serata ci chiusero in un gran locale comunicante con altre camere e dormimmo sdraiati a terra, consapevoli però della nostra situazione che ci rese guardinghi ad ogni rumore sospetto.

    Passammo così la prima notte di prigionia in relativa tranquillità fino alle ore quattro del mattino quando ci diedero la sveglia.

    Fummo fatti uscire in giardino dove ad attenderci ci fu una nuova scorta formata da partigiani di non so quale etnia, armati fino ai denti con striscioni di cartucce incrociati alla messicana, alti di statura con capelli lunghi fino al collo e baffi affusolati, lunghi e perfettamente orizzontali.

    Si piazzarono in modo da formare due stretti cordoni ai lati e poco dopo ci avviammo attraversando il bosco Siana ed in breve tempo arrivammo al campo d’aviazione di Altura. Strada facendo mi assalirono i ricordi della nostra fanciullezza in quel bosco, nei giorni di Pasquetta in mezzo alle viole ed ai ciclamini, felici e spensierati quando ancora eravamo tutti amici e ci si rispettava. Quei tempi non si ripeterono più per nessuno di noi.

    Arrivati a destinazione ci chiusero in un grande capannone di legno, probabilmente un vecchio magazzino, dove nel primo pomeriggio cominciò un’accurata selezione: era il giorno quattro di maggio.

    Fummo separati in quattro gruppi: il primo formato da ufficiali e sottufficiali, il secondo da soldati italiani non istriani (chiamati soldati “regi”), il terzo gruppo fu formato da soldati istriani di genitori istriani ma italiani, infine il quarto formato da soldati istriani di genitori istriani di etnia slava.

    In quest’ultimo gruppo entrarono due miei commilitoni, cugini, nativi di Gimino: furono portati subito via e di loro non si seppe più niente; probabilmente, proprio perché di madrelingua istro-croata, furono considerati traditori.

    Cominciò così a delinearsi il nostro incerto ed inquietante futuro. Vedemmo la nostra situazione peggiorare quando, noi istriani appartenenti al terzo gruppo, fummo dichiarati traditori per non aver scelto la via dei boschi con i partigiani. Pertanto, solo noi nel tardo pomeriggio e su una corriera ben scortata, fummo portati nel carcere di Dignano.

    Apro una parentesi per dire che solo quando ritornammo dalla prigionia, seppi che gli ufficiali ed i sottufficiali furono separati dalla truppa, in data e luogo che ancora oggi ignoro, e trucidati in modo bestiale dilaniando i loro corpi con candelotti di dinamite.

    Colà arrivati, prima di scendere dalla corriera, dovemmo consegnare i nostri documenti ad un addetto alla organizzazione dell’UNPA; dopo di ciò, uno alla volta, scendemmo dal mezzo per entrare in cella. Per arrivarci, fummo costretti a percorrere un androne semi-buio in mezzo a due cordoni di armati tutti affiancati ai muri e nella semi oscurità vedemmo solo delle ombre, ma ben visibili furono le canne dei mitra puntate su di noi.

    Fu l’inizio di un martellamento psicologico allo scopo di fiaccarci moralmente. In questo ambiente restammo solo una notte; l’indomani alle quattro del mattino del 5 maggio ci portarono con la corriera al carcere di Rovigno: anche qui la stessa musica, stanze spoglie e per giaciglio il nudo pavimento, ciò per una settimana. Il primo giorno fummo sottoposti nuovamente ad un pressante interrogatorio conclusosi con la solita sequela di minacce, però questa volta vollero sapere tutto su di noi dalla nascita.

    Nei giorni che seguirono fummo impiegati in lavori pesanti come scavare buche per piantare pali della luce oppure far funzionare le pompe dell’aria sui barconi dei palombari. In quelle occasioni riconobbi tra quelli della scorta un ragazzo dei tempi delle colonie estive: fu il più accanito contro di noi, imbracciando un vecchio fucile modello 91 colpiva con il calcio chi si attardava al grido di “avanti cagnoni!”. Nel momento in cui trovandomelo vicino pronto a colpire, gli dissi a bassa voce e guardandolo diritto in faccia: “se un giorno doveria tornar libero te vegnerò a zercarte”.

    Mi resi subito conto della mia imprudenza che poteva costarmi cara, ma lui per mia fortuna passò avanti borbottando qualcosa che non capì. Quella fu l’ultima volta che ci vedemmo.

    In quella settimana a Rovigno dovemmo accontentarci di un po’ di brodaglia a mezzogiorno e alla sera: gli stimoli della fame cominciarono ben presto a farsi sentire.

    Il giorno 11, con un barcone, ci portarono a Fasana e di lì a piedi nuovamente al carcere di Dignano dove restammo per altri sei giorni a scaricare sacchi di farina dagli autocarri per i panifici. In quel carcere il nostro numero aumentò con l’arrivo del gruppo di commilitoni distaccati per servizio presso la polveriera di Vallelunga.

    La sera del 17 ci legarono i polsi strettamente con delle corde e a bordo di mezzi militari arrivammo a Pola verso le 22 ospiti del carcere. Nell’ampia cella dove fummo rinchiusi incontrammo un gruppo di persone appartenenti alla Questura.

    Tra loro riconobbi il commissario che conoscevo solo di vista e che avevo visto assieme al gruppo di persone (probabilmente delegati) che vennero nella nostra caserma durante le trattative di resa.

    All’indomani, durante l’ora d’aria nel cortile delle carceri, trovammo altri arrestati appartenenti a gruppi militari scioltisi diversi giorni addietro, di cui molti istriani.

    Quel giorno, dopo il rientro in cella, subimmo un altro interrogatorio molto pesante accompagnato dalle solite minacce.

    Nell’ora d’aria del giorno dopo ci trovammo con un altro gruppo di persone - civili questa volta – arrestati perché colpevoli di essere maestri di scuola, sindacalisti ed impiegati statali.

    Ormai il gruppo di prigionieri tra civili e militari fu alquanto consistente.

    Nel carcere di Pola restammo solo tre giorni, ma passammo le notti insonni a causa di milioni di insetti immondi, chiamati cimici, che scesero dai muri coprendoli completamente. Furono tre notti passate seduti fino all’alba al centro della cella uno a ridosso dell’altro evitando di avvicinarsi a quelle pareti brulicanti.

    Alla sera del 20 maggio – ore 23,30 - ci fecero uscire tutti dalle celle e ci legarono nuovamente i polsi, in modo ancora più stretto della volta precedente, con un cordino tirato al massimo della sopportazione. Finita questa operazione c'incamminammo incolonnati formando una lunga colonna e sotto numerosa scorta attraversammo tutta la città imboccando poi la strada per Fasana.

    Durante quella marcia notturna, parlando sottovoce dal momento che la pretesa dei nostri guardiani fu il silenzio per impedire ogni comunicazione fra noi, ci scambiammo qualche breve impressione: ma nessuno riuscì a capire quale poteva essere il motivo di quel trasferimento di massa. Arrivati al porto di Fasana capimmo: l’ombra di una grossa nave si stagliò davanti a noi: fu la Lina Campanella, nave da carico valutabile ad occhio in circa 5000 tonnellate, che ci aspettava.

    LA LINA CAMPANELLA

    La colonna divisa in piccoli gruppi ben sorvegliati per impedire eventuali fughe, fu trasferita a bordo tra mille difficoltà per noi dato che eravamo con le mani legate dietro alla schiena e dovevamo tenerci diritti uno con l’altro per non cadere in mare dalla scaletta.

    Sulla nave notammo verso prua un gruppo di prigionieri tedeschi saliti prima del nostro arrivo.

    Quando fummo tutti a bordo, ci accorgemmo che eravamo veramente in tanti: la tolda era piena zeppa; ognuno di noi cercò di accomodarsi alla meno peggio e mancando lo spazio, molti dovettero salire sui grandi boccaporti delle stive. La situazione rimase in ogni modo critica specialmente a causa dei polsi legati strettamente e che cominciarono a sanguinare e a dolere per i tagli che procurarono.

    Sistemata a bordo tutta la scorta capimmo che eravamo ben sorvegliati sebbene gli ordini fossero dati in lingua slava.

    La nave si mosse prima dell’alba e navigando lentamente nel canale di Brioni vedemmo spuntare l’alba: finalmente potemmo guardarci intorno. Alzando gli occhi, le prime cose che si poterono vedere al primo chiarore mattutino, furono quattro fucili mitragliatori del tipo Breda puntati contro di noi sul ponte di poppa con i mitraglieri stesi pancia a terra attenti a controllarci; dietro a questi altri soldati armati ed alcuni loro ufficiali.

    Il sole spuntò all’orizzonte e i primi raggi che fugarono la frescura della notte furono i benvenuti per tutti; passammo davanti al porto di Pola quando fu abbastanza chiaro e rivedemmo da lontano le nostre care spiagge mete di bellissimi giorni felici passati in piena libertà: parola questa mai tanto amata come in quel momento, man mano che ci si allontanava da quei luoghi.

    Il fatto di trovarci sopra una nave in movimento ci stimolò alla ricerca di un progetto per la fuga. Di bocca in bocca, diventando complici, maturò un’ipotesi che, vista la nostra situazione, giustificò ormai anche il serio pericolo di fallimento.

    Tra noi della Decima e tra quelli aggiunti durante le tappe precedenti, ci furono parecchi che prestarono precedentemente servizio nella marina da guerra imbarcati su sommergibili o su cacciatorpediniere, perciò abili a condurre una nave. Tutti noi che avevamo militato nelle varie armi e con l’adesione d'alcuni civili, fummo d’accordo per un’azione comune di forza. Formulare l’azione avrebbe richiesto qualche ora ma sufficienti per mettere a punto l’idea senza creare sospetti. Innanzi tutto coprendoci l’un l’altro per non essere visti (l’altezza dei boccaporti ci facilitò in questa operazione) riuscimmo ad allargare la stretta dei cordini in modo che al momento giusto saremmo riusciti a sfilare un polso liberando così entrambe le mani.

    Nella posizione in cui mi trovavo fui uno dei primi a mettermi nella condizione ideale per liberarmi.

    Mentre si procedette di nascosto a portare a termine questa prima operazione, uno dei nostri si avvicinò al gruppo dei tedeschi dove era giunta già la nostra idea: un loro ufficiale però ci fece sapere che, pur rimanendo solidali nel mantenere il segreto sulle nostre intenzioni, per loro la guerra era finita e non ebbero nessuna intenzione di rischiare ancora la vita, anche se ritennero interessante, in caso di riuscita, il dirottamento della nave verso l’Italia per consegnarsi agli Alleati.

    Dietro alla nostra si accodò fin dalla partenza da Fasana un’altra nave da carico: la Mont Blanc, molto più piccola ma piena di partigiani armati con una mitragliera da 20 mm piazzata sulla prora.

    Doppiata punta Promontore, la nave Mont Blanc scomparve dalla nostra vista e in noi balenò la speranza che avesse cambiato rotta, ma ci accorgemmo più tardi che la nave ci aveva sempre seguiti rimanendo nascosta alla nostra vista dal ponte di comando dato che mi trovavo sotto il castello di poppa.

    Il fatto che aumentò in noi la volontà di tentare la sortita fu la voce (non si seppe mai la fonte) che la nostra destinazione avrebbe dovuto essere i lavori forzati nelle miniere di porto Re! Ci organizzammo in gruppi dividendoci i compiti da mettere in atto al momento opportuno, con un segnale convenuto.

    Io feci parte di uno dei due gruppi che, lanciati sulle due scalinate laterali del castello di poppa, avrebbero dovuto ridurre al silenzio le mitragliere, mentre il terzo più numeroso ci avrebbe seguito per impadronirsi del ponte di comando.

    Il segnale stabilito sarebbe stato dato verso mezzogiorno durante o dopo il cambio della guardia che si sarebbe mossa per andare a mangiare. Questa prima azione sarebbe stata la più rischiosa, ma ne valeva la pena perché la riuscita di tutto il piano sarebbe da essa dipeso.

    Fummo pronti e decisi nell’attesa del segnale. La nave viaggiò sempre in vista della costa mantenendo la rotta verso Fiume. Fummo all’altezza della costa sotto l’altura di Carnizza già in vista dell’insenatura del braccio di mare che, inoltrandosi all’interno, porta al canale d’Arsa, quando alle ore 14,15 la nave urtò contro una mina.

    In quel momento non solo caddero tutti i nostri progetti fatti, ma cominciò la vera tragedia.

    Quanti furono i morti non saprei dire ma certo furono molti e non solo tra noi prigionieri, ma anche tra i nostri guardiani (pochi di loro sapevano nuotare) perché si buttarono in mare con tutto l’armamento per non riemergere più.

    L’impatto con la mina fu tremendo: l’esplosione avvenne a prora sul lato destro e fu tanto potente che la nave s’impennò con la prua verso l’alto per poi ricadere e beccheggiando s’inclinò nella parte anteriore. La colonna d’acqua c’investì quasi tutti.

    Per il contraccolpo si staccarono i ponteggi della gru che cadendo su di noi causò le prime vittime.

    La nave, imbarcando acqua dalla falla, s’inclinò sempre più in avanti e sul fianco destro. Cominciarono le prime invocazioni di aiuto; il caos s’impadronì specialmente di quelli che non sapevano nuotare o che ebbero i polsi ancora legati.

    Io mi trovai sulla parte sinistra e saltai sul parapetto per buttarmi in mare ma, data l’inclinazione della nave, probabilmente sarei caduto sul fianco della carena sporgente dall’acqua; notai anche un ufficiale della scorta che dal ponte di comando sparava con un mitra sui naufraghi. Solo allora notai, dalla posizione in cui mi trovavo, che dietro al ponte di comando era stata piazzata una mitragliera a canne binate da 20 mm e che proprio in quel momento sparò una raffica verso terra per attirare l’attenzione dell’equipaggio di un peschereccio che si trovava in prossimità della costa. Mi portai prudentemente sul lato opposto della nave in posizione più sicura per gettarmi in mare.

    Arrivato al punto scelto, mi si affiancò un giovane di qualche anno più anziano di me che mi esortò a buttarmi subito. Saltai sul parapetto dove lui mi raggiunse: gli chiesi se sapesse nuotare, mi rispose di sì. Gli feci però notare che la nave stava puntando verso terra per tentare l’incagliamento e che l’elica girando molto forte e in parte emersa rappresentava un grave pericolo; gli raccomandai, appena fosse in acqua, di nuotare molto forte per allontanarsi subito dal risucchio dell’elica, cosa che avrei naturalmente fatto anch’io.

    Ci buttammo insieme; io misi nelle braccia tutta l’energia che mi restava e nuotai con vigore fino a quando mi sentì libero dai vortici creati dalle pale dell’elica che passò non molto distante.

    A quel punto mi fermai a cercare il mio compagno: non lo vidi. Guardai verso la nave e scorsi un corpo sbattuto dalle pale e l’acqua arrossarsi: capì la triste realtà dell’accaduto, purtroppo non seppi mai il nome di quell’infelice.

    Ormai non mi restò che nuotare verso terra e possibilmente aiutare qualcuno in difficoltà.

    Guardandomi attorno vidi delle braccia alzate e mi giunse forte un richiamo di un mio amico: mi precipitai e vidi che cercava di far salire su un bidone vuoto uno dei tanti caduti in mare: un nostro sottufficiale che cadendo in malo modo urtò la schiena contro un ostacolo che galleggiava.

    Faticammo molto per caricarlo sopra il bidone dato che ogni movimento fu per lui uno strazio; pensammo che avesse la colonna vertebrale rotta o in ogni modo ridotta molto male. Lo caricammo prono con le gambe divaricate perché non cadesse mentre noi tenemmo il bidone in modo che non si rovesciasse. A questo punto il mio compagno mi chiese, indicando suo fratello poco più avanti, se potevo portargli aiuto dal momento che sembrò tenersi a galla con difficoltà. Recuperai un altro bidone e cominciai a spingerlo verso il ragazzo, ma arrivatogli vicino mi gridò di aver trovato un appiglio.

    Le grida di aiuto si sentirono da ogni parte e mi accorsi di due persone poco distanti in difficoltà, perciò spinsi il bidone galleggiante in quella direzione. Una donna e un ragazzo pressappoco della mia età faticavano a rimanere a galla; li aiutai a tenersi all’estremità dell’appoggio che sporsi loro raccomandando di portarsi lentamente verso riva sperando che nel frattempo giungessero dei soccorsi. Mi ringraziarono e mi allontanai da loro perché vidi un peschereccio che stava venendo nella nostra direzione: si trattò di quel peschereccio sollecitato dalla raffica di mitraglia a venire verso di noi.

    Cominciai a nuotare verso quell’imbarcazione; mi fermai e feci dei segni con le braccia per attirare l’attenzione delle persone a bordo e che sicuramente si furono già resi conto della situazione.

    Mi videro e puntarono verso di me, fummo già a distanza di voce quando si fermarono; gridai che venissero avanti, ma dal peschereccio risposero che non potevano avanzare perché eravamo in mezzo alle mine. Ebbero ragione e me ne accorsi di persona perché qualcosa stava emergendo dal fondo verso la superficie proprio sotto ai miei piedi spostandomi da un lato; quello che vidi mi sembrò quasi impossibile: una mina di un inquietante blu scuro, forse risucchiata dai vortici creati dalla nave, che scomparve subito dopo inabissandosi.

    Confesso che non fui particolarmente coraggioso in quel momento, perché la paura fu tale da darmi tanta energia per nuotare a tutta forza verso il peschereccio dove arrivai stremato.

    M’issarono a bordo e mi stesero sul tavolato per farmi riprendere fiato; credo che fossero due pescatori ma con loro ci fu anche un soldato armato.

    Uno di loro mi chiese chi fossimo ed io risposo che eravamo un gruppo di prigionieri. Il soldato armato mi puntò subito il fucile contro, ma l’uomo che mi fece la domanda con una mano spostò l’arma ed in bell’istriano gli disse “ meti via, n’do ti vol che’l scampi”.

    Guardata la situazione decisero, anche per motivi di sicurezza, di seguire la scia della nave che nel frattempo si era incagliata su un fondale vicino agli scogli. Seguendo quella via riuscirono a recuperare altri naufraghi ed a sbarcarci tutti a terra nelle vicinanze della nave.

    Le persone che furono ancora in buone condizioni, me compreso, si prodigarono ad aiutare quelli che si stavano avvicinando alla riva a nuoto, specialmente i feriti. Riuscimmo a portare a terra il sottufficiale e altri anche in cattive condizioni; quelli che non poterono camminare li stendemmo in un piccolo pianoro erboso: erano una dozzina (non ricordo il numero esatto) con brutte ferite.

    Non sapemmo mai quanti furono imbarcati sulla nave ne sapemmo mai quanti furono i morti di quel naufragio. Sono però sicuro che, in rapporto ai numeri, il peggio toccò ai nostri guardiani dato che si erano ridotti ad uno sparuto gruppetto.

    Un mio commilitone, che era l’organizzatore del colpo di mano che avremmo dovuto fare a bordo della nave, disse che vide sporgersi dalla cabina di manovra, subito dopo l’esplosione della mina, il probabile Responsabile della rotta e lo riconobbe: si trattò di un ex ufficiale della marina militare italiana in servizio su un cacciatorpediniere a Pola, probabilmente prigioniero anche lui. Mi espresse il dubbio che l’ufficiale avesse deliberatamente deviato la rotta della nave portandola nella zona minata per impedire la nostra deportazione in Jugoslavia.

    Arrivarono però presto i rinforzi da qualche guarnigione vicina ed incominciarono ad incolonnarci per portarci a una nuova destinazione.

    Con la colonna già in movimento un amico ed io ci attardammo ancora vicino ai feriti per chiedere ad un ufficiale se potevamo rimanere per assistere i feriti: ricevemmo un netto rifiuto e l’ordine di raggiungere subito la colonna perché avrebbero pensato loro a trasferirli all’ospedale più vicino. Entrambi dovemmo allungare il passo per raggiungere la colonna seguita dalla retroguardia; non mi convinse però il gruppetto di armati che si attardarono vicino ai feriti.

    Stavamo percorrendo un sentiero in salita e per inoltrarci in un boschetto, quando sentì provenire dalla riva il crepitio di alcune raffiche di mitra: in quel momento svanì l’illusione di rivedere qualcuno dei feriti lasciati sulla spiaggia.

    Interrompo brevemente il racconto interponendo un fatto accadutomi occasionalmente circa vent’anni dopo questi avvenimenti.

    Con alcuni amici mi trovai in quel di Albona, in una borgata sulla collina che costeggia il canale d’Arsa quando mi fu presentato un anziano signore residente del luogo.

    Amava parlare l’istriano con noi; ad un certo punto della chiacchierata un amico disse che mi avrebbe portato sulla strada sopra la collina perché da una certa posizione si poteva vedere benissimo il punto dove, con la Lina Campanella, saltammo sulla mina. A queste parole l’anziano signore mi chiese se fossi stato anch’io su quella nave: risposi di si ma in qualità di prigioniero.

    Mio figlio, disse, fu a bordo anche lui e faceva parte della scorta armata e durante quella tragedia fu tanto il terrore per quello che aveva passato e visto, che perse la ragione e ancora oggi è ricoverato a Pola in una casa di cura per malati di mente.

    Anche se militò dall’altra parte, provai dispiacere per quel ragazzo: ma almeno ebbe salva la vita.

    DALL’ISTRIA A SUSAK

    Riprendo il mio racconto portandovi sulla strada che ci vide allontanare dal luogo della tragedia della Lina Campanella.

    Nel tardo pomeriggio arrivammo nella zona di Vareschi dove fummo portati in una scuola che dal sentito dire fu quella di Carnizza. Nelle aule completamente vuote restammo sei giorni e colà poterono raggiungerci i nostri parenti che, avendo sentito della tragedia, seppero dove i superstiti furono trasferiti. Per noi fu vietato comunicare con loro; potevamo solo fare qualche breve cenno dalla finestra e le cose che ci mandavano dovevano passare per le mani dei nostri carcerieri e tramite loro ci furono recapitate.

    Anche in questo luogo le notti non furono tanto tranquille: al calare del sole un gruppo di persone iniziava il canto del “Kolo”. La “prima voce”, stridula, forte e penetrante fu quella di una ragazza ed il coro le faceva il ritornello, sempre il medesimo indirizzato al “grande figlio del piccolo padre” di allora: Tito.

    Cantando e saltellando intorno ad un falò la smettevano solo verso l’una o le due di notte, esausti. Fortunatamente di giorno potevamo recuperare qualche ora del sonno perduto.

    Nel pomeriggio del 27 maggio fummo nuovamente incolonnati e passando per Marzana ritornammo a Dignano dove rimanemmo chiusi per due giorni nelle cantine del comando militare. In questo spostamento però, un gruppo di prigionieri non ci seguì; dopo questa selezione ci accorgemmo dell’assenza di parte dei civili, degli agenti della questura e qualche altro militare.

    Seppi in seguito da una signora, che conoscevo sin dalla mia infanzia, che tra coloro che rimasero a Vareschi c’era suo marito e suo cognato entrambi impiegati alla Questura di Pola. Assieme ad altri non fecero più ritorno: furono fatti sparire e non si seppe mai in quale fossa o in quale foiba giacciono ancora i loro corpi.

    Il 29 fummo trasferiti nei magazzini della stazione ferroviaria dove rimanemmo fino al 10 di giugno con la denominazione di “compagnia lavoratori”, ma non uscimmo mai. Anche in questo luogo, se qualche parente portò qualcosa fu filtrato dai guardiani che comunque c’impedirono di comunicare con alcuno. Ricordo ancora mio padre e mia sorella che, in bicicletta, seguirono finché poterono il nostro peregrinare istriano.

    Tutte le mattine eravamo allineati in più colonne e ci contavano per controllare se c’eravamo ancora tutti. Questo conteggio, in quella sventurata prigionia e con tutte le nostre tragedie, fu l’unico diversivo comico dovuto all’analfabetismo dei nostri carcerieri: ogni fila ebbe un sorvegliante con il compito di contarci, ma il risultato non fu mai lo stesso. L’unico a imbestialirsi fu l’ufficiale – credo analfabeta anche lui – che facendo ripetutamente rifare la conta, si ritrovò con valori una volta più bassi l’altra più alti.

    Con questi risultati non sapemmo mai quanti in realtà fossimo con precisione; questa comica si ripeteva tutte le mattine.

    In quei giorni ci riunimmo in gruppetti e passando il tempo a raccontarci particolari della nostra gioventù, aumentò l’affiatamento tra noi rendendoci molto solidali. Con noi ci fu anche un ragazzo che divenne tenente della milizia, provenendo credo dalle Marche. Parlando della sua terra gli brillarono gli occhi dalla nostalgia: un carissimo ragazzo, di carattere sempre allegro. Io seppi che era un ufficiale perché lo vidi a Pola, e all’infuori del nostro gruppo, non lo seppe mai nessuno e volemmo che rimanesse un segreto.

    Tutti i giorni, infatti, il comandante dei nostri sorveglianti passò a chiedere se tra noi ci fosse qualche ufficiale perché “serviva a addestrare le sue truppe”! Questa richiesta non ci convinse mai: sapevamo che brutta fine avrebbe fatto nelle loro mani, perciò con noi si sentì sempre sicuro.

    Durante la notte tra il 10 e l’11, fummo svegliati da un forte rumore di mezzi militari che passarono sulla strada statale poco distante. All’indomani mattina quando c’incolonnarono per una nuova partenza sapemmo dell’arrivo degli Alleati.

    Riprendemmo la marcia a ritroso verso Marzana, dove imboccammo la strada per Fiume e passando per Barbana ed Arsia, senza alcuna sosta, arrivammo in serata ad Albona. Ci fecero salire verso il mercato vecchio di allora e ci chiusero nel recinto dei banconi destinato di giorno alla vendita della verdura.

    Strada facendo, la nostra colonna fu sorpassata da molti mezzi sia militari sia civili, camioncini, automobili, carri trainati da animali tutti pieni delle più disparate cianfrusaglie: dalle scope a pezzi di macchinari e capimmo che prima di cedere la città agli alleati l’avevano depredata di tutto ciò che era possibile portare via.

    Appena arrivati vedemmo venire verso di noi due soldati in divisa militare inglese spinti anche loro dentro il recinto. Incuriositi (era la prima volta che vedevamo quella divisa) ci avvicinammo chiedendo il motivo del loro arresto. In poche parole ci dissero che prestarono servizio militare nel meridione d’Italia e dopo l’armistizio furono fatti prigionieri dagli Alleati ed in seguito entrarono a far parte dei servizi di collaborazione con l’armata inglese fino alla fine della guerra, dopo di ché furono autorizzati a rientrare nei loro paesi: cittadini d’Albona rientrarono a casa.

    Appena arrivati furono portati al comando militare del luogo ed interrogati; conseguentemente subirono una specie di processo con l’accusa di spionaggio al servizio degli imperialisti. Rimasero con noi tutta la notte dormendo a terra in nostra compagnia; all’alba ci mettemmo in colonna pronti a ripartire, loro invece furono prelevati e portati via.

    Mettendoci in colonna mi accorsi che il mio vicino, arrestato perché sindacalista, stentò a mantenersi diritto; avvicinandomi mi disse di essere in difficoltà a camminare per una infezione alla gamba per un gonfiore provocato da un ascesso.

    Ormai sapevamo che chiunque si trovasse nell’impossibilità di proseguire, diventava preda dei nostri guardiani della retromarcia che ebbero l’ordine di non lasciare vivi quelli che dovessero cadere. Perciò gli dissi di rimanere con me in mezzo al nostro gruppo pronto ad aiutare chiunque di noi in caso di necessità. Mi passò il braccio intorno al collo e nonostante la sua sofferenza, riuscimmo a mantenere il passo della colonna.

    Fummo facilitati anche dal fatto che la strada da Albona verso Fiume fu quasi tutta in discesa; nella serata ci fermammo finalmente a Cepich dove dormimmo sull’erba al fresco della notte. All’indomani mattina, giorno 13 giugno, il mio amico fortunatamente riprese a camminare anche se zoppicando e con un po’ d’aiuto mantenne abbastanza bene l’andatura della colonna.

    Nella serata arrivammo in prossimità di Laurana dove passammo un’altra notte in uno spiazzo, all’aperto. La mattina del 14 nuovamente in partenza per arrivare nel pomeriggio ad Abazia dove fummo rinchiusi nell’albergo Delle Palme, ormai devastato con le camere completamente vuote; ci fecero salire al quinto piano dove rimanemmo per altri tre giorni. Al secondo giorno di permanenza uno dei prigionieri a me sconosciuto si uccise buttandosi dal quinto piano nel cortile interno dell’albergo.

    La mattina del 18 partimmo da Abazia lasciandoci alle spalle quelle camere piene di pulci che ci resero la vita quasi impossibile. Prima di sera, attraversando Fiume, alla sua periferia fummo accolti nel campo di concentramento di Sussak dove rimanemmo per quattro giorni.

    In questo campo trovammo molti prigionieri tedeschi ridotti a pelle ed ossa dalla fame. Pur non trovandoci in quelle condizioni, notammo una preoccupante riduzione del numero dei pasti, anche se furono sempre formati da brodaglia.

    Eravamo oramai sulla strada per l’Est e cominciarono così gli interrogativi su quale potesse essere la nostra nuova destinazione dal momento che eravamo già fuori dei confini nazionali ed in mano a carcerieri privi d’ogni considerazione per la vita umana. Ogni tanto qualcuno di loro venne tra noi e con disprezzo ad alta voce, oltre le solite parolacce, ci ricordò il nuovo detto: non più Roma "caput mundi" ma…Belgrado!

    Ricominciammo a considerare la eventualità di organizzare una fuga, ciò per due motivi: il primo fu il timore di allontanarci troppo dalla nostra terra: in seguito sarebbe stato tutto più difficile; il secondo, che un’eventuale fuga in un gruppetto ristretto forse non sarebbe stata notata dal momento che non eravamo stati ancora schedati. Nemmeno loro seppero quanti fossimo in quel momento e quindi non ci sarebbe stata alcuna rappresaglia sui rimasti.

    Al centro del campo, che una volta doveva essere un silo, ci fu una buca larga probabilmente provocata da qualche esplosione. Un amico del gruppo poté intravedere al fondo, sotto a dei sassi sistemati alla rinfusa, un’arcata di cemento e malgrado ci fossero anche dei massi abbastanza grossi, capimmo che quel passaggio avrebbe potuto condurre a qualche galleria.

    Ci mettemmo d’accordo per ispezionare il luogo solo in due per precauzione, perciò scegliemmo di dormire vicino al ciglio della buca. A notte inoltrata, quando fummo sicuri, scivolammo oltre il bordo e lentamente arrivammo nel punto prestabilito cominciando a spostare i sassi per aprirci il varco appena sufficiente per lasciarci passare. Entrammo così in una galleria di cemento armato abbastanza stretta; iniziammo a percorrerla scegliendo il ramo di destra in modo da trovarci verso la strada principale in direzione del mare. Dopo pochi metri nel buio, intravedemmo il debole chiarore dell’uscita. Restammo fermi qualche secondo in silenzio; fu un bene, perché sentimmo provenire dall’esterno un rumore di passi seguiti dalla sagoma di una sentinella con il fucile sulla spalla messo di guardia all’uscita insieme con un collega che incrociò con il solito passo cadenzato.

    Ci rendemmo presto conto che quella via di fuga ci fu preclusa; ci voltammo tornando indietro avendo cura di coprire il passaggio accuratamente con le pietre in modo che non potesse venire scoperto da un eventuale sopralluogo.

    Fallito il tentativo di fuga, dovemmo accettare a malincuore il succedersi degli eventi. Il giorno 22 giugno nuovo incolonnamento e partenza dal campo verso la stazione ferroviaria. Questa volta fummo molto più numerosi perché si aggiunsero altri prigionieri italiani ed un folto gruppo di tedeschi; ci caricarono sui carri bestiame e partimmo. Il tragitto però si ridusse a pochi chilometri causa un’interruzione dei binari: continuò così la marcia a piedi.

    DA SUSAK A MITROVIZA

    La nostra nuova destinazione, da voci confuse che girarono, doveva essere la città di Nova Gradiska; fu invece Srem. Mitroviza. Il percorso fu caratterizzato da una feroce decimazione a causa delle malattie, fame, parassiti che non ci davano requie e la stanchezza per le marce forzate. Passammo per paesi sconosciuti con nomi difficili da ricordare, perciò parlerò solo di quelli che dopo tanti anni sono rimasti indelebili nella mia memoria; descriverò certi percorsi e fatti accaduti ma isolati omettendo episodi che mi sono rimasti offuscati o non chiari.

    Eravamo nella zona di Ugolin quando prendemmo la strada per Karlovaz, ma data l'ora tarda facemmo una sosta notturna nelle campagne vicino alla località di General Stol. Al mattino continuò l'intimidazione con la sveglia dataci al suono di fucilate, con gran divertimento delle guardie; ma i colpi non furono tutti diretti in aria: qualcuno di noi rimase a terra colpito. Questo sistema continuò tutte le volte che fummo costretti a bivaccare di notte nei boschi o in aperta campagna.

    Ci rinchiusero in un baraccamento nei pressi della città. Su un lato del campo trovammo una casotto, allestito probabilmente da chi ci precedette per assolvere alle necessità corporali, che servì anche a noi. Ci avvisarono però che in caso di bisogno avremmo dovuto chiede il permesso, uno per volta.

    Non n'approfittammo sovente anche perché con lo stomaco costantemente vuoto di quelle necessità se ne presentarono raramente. Alle nostre richieste arrivò puntualmente un ragazzo molto giovane ed armato con il compito di accompagnarci al casotto e prima d'arrivarci fermava l'interessato puntandogli la pistola alla tempia e dopo avergli chiesto l'età, gli promrtteva una pallottola per ogni anno dichiarato. Cosi per ognuno di noi. All'indomani riprendemmo la marcia, senza mangiare, verso Sisak. Gli stimoli della fame aumentarono chilometro dopo chilometro. La colonna dei tedeschi, comandati da un maggiore che parlava discretamente l'italiano, continuò a marciare ancora ordinata ed inquadrata, ma ognuno badando a se stesso; senza solidarietà per chi rimaneva indietro e cadeva: ciò causò la perdita di molte vite. C'è da ricordare che loro furono in condizioni fisiche e morali peggiori delle nostre.

    Per quanto ci riguardò però, nella nostra indisciplina e disordine schiettamente latino, fummo sempre solidali tra noi e ci aiutammo nel limite delle nostre forze e possibilità: malgrado ciò avemmo anche noi nostri morti, ma in numero inferiore.

    A Karlovaz si aggiunsero, ancora una volta, altri prigionieri italiani e tedeschi e quando ripartimmo la colonna annoverò circa tremila anime. La fame può giocare brutti scherzi, però fa anche aguzzare l'ingegno: ci riunimmo in gruppetti (nel mio fummo in cinque, tutti di Pola e ben affiatati), ogni giorno uno di noi a turno ebbe l'incarico di procurare qualcosa da mettere sotto i denti, che poi si divideva.

    La colonna di noi italiani sembrò ormai uno sciame di cavallette: dove passavamo, incuranti delle frustate dei guardiani, furono depredati i campi lungo la strada, di solito con un magro bottino consistente in patate, cipolle, piante giovani di granoturco e qualche frutto di qualche raro albero.

    Ricordo un giorno - era il mio turno - vidi da lontano qualcuno che correva verso un albero che, aguzzando lo sguardo, erano mele. Mi strinsi bene la cintola dei pantaloni affinché la camicia mi facesse da sacco e corsi. Un gruppetto fu già sul posto affannato a raccogliere dai rami bassi quanta più frutta potesse e furono così veloci che chi sopraggiunse dopo ne trovo ben poca. Perciò non trovai niente di meglio che salire sull'albero che si presentò non molto alto.

    I soldati della retromarcia ci videro: si buttarono nel campo e ginocchio a terra cominciarono a sparare; uno di loro con il mitra scaricò anche una raffica. Grazie alla loro pessima mira avemmo fortuna: vedemmo i rami spezzarsi e le foglie volare via, ma nessuno fu colpito, cosa che li fece infuriare.

    Scapparono tutti come lepri; io purtroppo, dovendo scendere dall'albero e con la camicia piena di mele, fui l'ultimo a correre verso la colonna e con un soldato che mi corse dietro cercando di colpirmi con il calcio del fucile; entrato veloce nella colonna scattò l'ormai collaudata solidarietà: dopo il mio passaggio, dietro gli altri si chiusero impedendo al mio inseguitore di raggiungermi.

    Il tratto di colonna percorsa per far perdere le mie tracce fu alquanto lungo e quando fui sicuro, rallentai rientrando nel mio gruppo. Quel giorno mangiammo mele.

    Fu un periodo molto caldo con un susseguirsi di belle giornate, ma per noi fu un ulteriore prezzo da pagare perché il percorso da noi seguito non toccò quasi mai i centri abitati di una certa importanza. Ci accorgemmo che questo percorso, formato da strade in terra battuta in mezzo ai boschi, venne volutamente allungato di parecchi chilometri facendoci passare attraverso piccoli paesi e borgate sperduti tra vallate e colline con lo scopo di mostrarci ai contadini quale dimostrazione di vittoria finale.

    Mancava l'acqua e la sete cominciò ad essere un tormento. Quando ci capitò di percorrere un tratto di strada fiancheggiato da un canale, non guardammo niente: tuffammo la testa nell'acqua e solo dopo aver bevuto ci accorgemmo che fu una pozza d'acqua verde stagnante piena di zanzare; ma in quel momento tutto era buono.

    Una di quelle mattine arrivammo a Sisak; attraversammo la città nel silenzio più assoluto dei cittadini che assistettero al nostro passaggio. Arrivammo su un cavalcavia attraversante la ferrovia e sul terrapieno del ponte troneggiò quasi beffardo un altro bell'albero di mele; ma dovemmo tirare diritto perché alcuni soldati si fermarono proprio in quel punto.

    Si sparse poi la voce che in coda alla colonna uno di due fratelli istriani tentò di prendere qualche mela dall'albero, ma una guardia lo colpì alla testa con il calcio del fucile e cadde per terra dove rimase immobile, mentre il fratello fu costretto a rimettersi in colonna ed a proseguire la marcia.

    Attraversato il centro abitato, sostammo per la notte in una fattoria in disuso: una porcillaia dove ci chiusero nelle cellette dei maiali e lì dormimmo.

    Ripartimmo al levare del sole, ma ormai per la stanchezza ed il sole, la colonna rallentò la marcia perdendo molti sventurati, perdemmo il senso del tempo e dell'orientamento. Si seppe solo che la nostra meta fu la città di Nova Gradiska.

    Ad un certo punto del percorso, dovemmo attraversare un fiume di modeste dimensioni passando sopra una passerella provvisoria e traballante. Visto il tempo necessario che avremmo impiegato per attraversarlo, ci concessero di passare anche nell'acqua vista la sua modesta profondità. Fu un refrigerio provvidenziale per noi che accumulavamo polvere e sudore: ci servì anche per annegare parecchi parassiti.

    Attraversammo una borgata con gran parte di noi coperti solo dalle mutande con il resto degli indumenti appesi a delle frasche perché si asciugassero. Passammo, credo, sull'unica strada in mezzo alle case con la gente ai lati silenziosa ed incuriosita. Trovo doveroso affermare che durante gli attraversamenti degli abitati ci guardarono sempre ammutoliti ma non dimostrarono mai segni d'ostilità nei nostri confronti; anzi, in un caso notai una donna anziana con le lacrime agli occhi e con le mani giunte in segno di pietà.

    Finalmente all'indomani mattina, quella marcia straziante finì in prossimità del paese di Jasenovaz; ci chiusero in grandi baracconi lungo la ferrovia e finalmente ci diedero un pezzo di pane di mais e un po' di brodaglia. Il pane era un po' raffermo e dovemmo inzupparlo perché i denti persero l' abitudine a masticare.

    Come per le soste precedenti, anche in questa si presentò un ufficiale - mai lo stesso visto che ogni venti chilometri circa i nostri guardiani si dettero il cambio - riproponendo, in belle maniere, la solita richiesta per sapere se ci fossero ufficiali italiani fra noi con la solita storiella della loro necessità di istruire le truppe.

    Il mio amico, che come ho detto prima, fu un ufficiale della milizia e che con i consigli miei e del nostro gruppo non si espose mai, mi si avvicinò e mi disse con voce stanca, viste le condizioni in cui ci trovavamo, di voler tentare quella strada. A nulla valsero i nostri tentativi per dissuaderlo: era ormai deciso. Si diresse verso l'ufficiale e disse "io sono un ufficiale italiano": lo accompagnarono fuori dalla baracca e non lo vedemmo più.

    Quella fu l'ultima che vennero a cercare ufficiali italiani: sarebbe bastato tacere ancora una volta e si sarebbe salvato. Quando tornammo a casa, da quanto riuscì a sapere, nessuno lo vide più né si ebbe notizia del suo rientro.

    In serata ci caricarono nuovamente sui carri bestiame e partimmo senza conoscere la nuova destinazione. Nella notte ci fu una breve fermata del treno e potemmo vedere il nome del paese: Nova Gradiska . Viaggiammo tutta la notte, il giorno successivo e la notte seguente per arrivare al mattino alla stazione di Srem. Mitroviza.

    DA MITROVIZA A BELGRADO

    Fu questa la nuova destinazione: scendemmo dai vagoni ed incolonnati ci fecero percorrere una strada lungo la ferrovia ed arrivammo in un nuovo campo di concentramento. Era molto grande delimitato perifericamente con un massiccio recinto in filo spinato; all'entrata, baracche di legno destinate una al comando del campo davanti alla quali fummo inquadrati, un'altra destinata alla cucina da campo, le altre dormitori per i militari.

    Il resto del campo si presentò cosparso di pezzi di legno e lamiere: rimasugli di campi precedenti e demoliti. Il comandante del campo ci diede il benvenuto raccomandandoci di rispettare scrupolosamente le regole per non incorrere in gravi punizioni, ci disse inoltre che avremmo potuto lavorare anche fuori dal campo, sulla ferrovia, scaricando i vagoni merci. Concluse il suo discorsetto autorizzandoci ad usare il materiale sparso nel campo per costruirci un riparo per la notte!

    Ci mettemmo subito all'opera; il mio gruppo, i soliti cinque polesani, riuscimmo a piantare in terra delle tavole in modo da avere tre lati chiusi più la copertura dello stesso materiale, inoltre disponevamo di un'unica coperta.

    Descrivo brevemente la vita del campo: i pasti furono due al giorno (mezzogiorno e sera) di sola brodaglia fatta con sostanze grasse che, dall' indicazione delle scatole di provenienza, risultò essere grasso di bisonte americano: tale alimento, date le nostre condizioni fisiche, fu fatale per molti. L'acqua la potevamo attingere da un pozzo vicino alla cucina. In occasione di tali pasti fummo inquadrati in fila dai sorveglianti.

    Un fatto sgradevole accadde sin dal primo giorno e che si ripeté tutti i giorni che seguirono in occasione della distribuzione del rancio: il più giovane dei nostri guardiani - poco più che un ragazzino - scelse la sua vittima tra i soldati tedeschi, il più anziano di tutti; un uomo di statura sotto la media , magrissimo e curvo sulla schiena. Durante la distribuzione dei pasti, l'obbligava a correre attorno alla cucina frustandolo e quando cadeva lo prendeva tutte le volte a calci tra il divertimento e le risate sguaiate degli altri guardiani.

    Causa le nostre condizioni fisiche e il tipo d'alimento che fummo costretti a consumare, cominciammo ad avere i primi morti, di conseguenza ci assegnarono una parte del campo non occupata per poterli seppellire: ogni giorno dovemmo aggiungere qualche croce.

    Un giorno arrivò un fortissimo temporale con scrosci violenti d'acqua e fulmini; uno di questi si scaricò sul campo in mezzo a noi, uccidendo un ragazzo italiano che non conobbi, ma mi dissero che era un marinaio che si aggiunse a noi in località di Sisak.

    Nei primi giorni un gruppetto di prigionieri tentò la fuga in occasione di un uscita per lavorare: la libertà durò poco perché dopo qualche ora furono ripresi e portati al campo. In quell'occasione ci radunarono tutti davanti alla baracca del comando: da una parte gli italiani dall'altra i tedeschi in mezzo passarono i fuggitivi: cinque persone. Il comandante del campo parlò in italiano, mentre un altro soldato tradusse per i tedeschi. Affermò che i fuggitivi con quel gesto commisero un grave reato passibile di morte, volle però essere indulgente, ma fu chiaro nel promettere - se il fatto si fosse ripetuto - che avrebbe ucciso cinque prigionieri per ogni fuggitivo. Fummo contenti che i cinque l'avessero scampata bella e ci mettemmo il cuore in pace rinunciando ad ogni velleità di fuga.

    Dopo qualche giorno c'inquadrarono per una schedatura completa di tutti i presenti nel campo: sapemmo così che dei tremila uomini partiti da Karlovaz (circa mille italiani e duemila tedeschi), arrivammo a Mitroviza in 520 italiani mentre per i tedeschi non conoscemmo il numero, ma confrontando i due gruppi il loro numero fu inferiore al nostro. C'è da aggiungere che alla decimazione che subimmo contribuì anche una epidemia pidocchiale. In quell'occasione ci chiesero quale fossero le nostre capacità e quale era il nostro mestiere nella vita privata: saltarono così fuori meccanici, elettricisti, falegnami, ecc., mentre noi cinque - sempre più solidali - e molti altri, ci dichiarammo studenti senza mestiere. Il giorno dopo , tutti quelli che avevano dichiarato di avere un mestiere furono inquadrati e partirono.

    Si seppe dopo che furono mandati nelle campagne a zappare le piantagioni e in molti casi furono maltrattati dai loro guardiani: rientrarono in Italia un mese dopo di noi.

    Alcuni raccontarono delle sevizie subite, botte calci e pugni. Qualcuno di questi malcapitati fu costretto cantare "bandiera rossa" al suon di frustate.

    A noi italiani rimasti in campo chiesero, dopo qualche giorno, se volevamo fare un bagno nel fiume: rispondemmo di sì tutti perché n'avevamo urgente bisogno. Dopo qualche chilometro di marcia e ben scortati, arrivammo in riva alla Sava, fiume molto grande e tranquillo. Ci lavammo finalmente con entusiasmo ma, data la bassa temperatura dell'acqua, iniziammo presto ad uscire. Ma con sorpresa vedemmo i nostri sorveglianti che con i mitra spianati sulla riva ci obbligarono a rimanere in acqua. In quel momento passarono nelle nostre menti i pensieri più neri, perché ormai ci rendemmo conto che poteva accaderci di tutto. Per fortuna si trattò della solita bravata intimidatoria: dopo circa un'ora, indirizziti dal freddo ci fecero uscire tutti tremanti e non solo dal freddo.

    La paura di quel momento fu anche causata dalla notizia, avuta da alcuni contadini, che in quel campo furono fucilati prima del nostro arrivo parecchi partigiani italiani, probabilmente non comunisti. Non abbiamo potuto avere altri contatti con quella gente per poter conoscere i particolari e la motivazione dell'accaduto.

    Oramai il calendario non ebbe più significato per noi ma credo che la nostra permanenza in quel campo si protrasse per otto o dieci giorni. In uno degli ultimi (forse il 12 luglio) arrivarono al campo due partigiani italiani in divisa chiedendo se tra noi ci fossero anche degli istriani: furono mandati verso il nostro gruppo. Li riconobbi: erano due ragazzi di Rovigno, miei amici d'infanzia.

    Appena mi videro mi strinsero la mano e vollero sapere della nostra situazione, dopo di ché ci spiegarono il motivo della loro visita. Di servizio al comando della città, vennero a conoscenza dell'arrivo di prigionieri italiani e sapendo che, per l'intervento di una commissione inglese, era stato emanato l'ordine da Belgrado per il nostro rimpatrio, vollero darci la bella notizia. Grazie a questo ordine poterono entrare nel campo anche per cercare qualche conoscente: cosa che avvenne. Ci salutammo con molta gioia dandoci appuntamento in Italia, purtroppo non immaginavamo che il peggio doveva ancora arrivare dopo il nostro rientro!

    RIMPATRIO!

    Il 14 di luglio di sera, ci fecero salire sui soliti carri bestiame e partimmo per Belgrado, dove arrivammo in mattinata. Scendemmo alla stazione di Zemum e percorremmo il ponte sul fiume Sava proprio dove si congiunge con il Danubio.

    Attraversammo Belgrado fino all'estremità opposta e dal giro vizioso che ci fecero fare, capimmo che la loro fu una dimostrazione di vittoria di fronte alla popolazione.

    La gente non sembrò entusiasta, rimase indifferente e incurante delle esibizioni dei nostri guardiani di scorta che si sfogarono spingendoci e gridando improperi nei nostri confronti. Non potrò dimenticare una donna che venne verso la colonna, levò dalla borsa una pagnotta di pane e la porse perché qualcuno dei prigionieri la prendesse, ma non riuscì nell'intento perché una delle guardie subito l'aggredì gettandola a terra colpendola poi a calci.

    Noi purtroppo abbiamo solo e potuto assistere a quella cruda scena e dovemmo proseguire.

    Ritornammo a percorrere in senso contrario le strade della città e alla fine imboccammo un viale che portava fuori dal centro abitato e dopo qualche chilometro in un campo di concentramento nella borgata periferica chiamata Zeleznik. In questo campo trovammo altri prigionieri italiani che vedendoci vollero sapere da dove venivamo.

    Sentito il nostro racconto, narrarono con brevi parole il loro calvario: furono soldati che combatterono in Russia, nell'ARMIR. Fatti prigionieri dai russi, a guerra finita furono da questi equipaggiati con carri e viveri per una lunga marcia di ritorno verso l'Italia, ma arrivati a Belgrado, le truppe jugoslave sequestrarono tutto quello che avevano e li rinchiusero in quel campo senza sapere quando avrebbero potuto rientrare a casa.

    All'indomani fummo chiamati a raccolta da una commissione per la stesura e consegna dei documenti per il rimpatrio, consistenti in una autorizzazione di rientro su un documento della Croce Rossa Internazionale e di un secondo documento scritto in lingua inglese.

    Il 17 luglio salimmo nuovamente sui carri bestiame, questa volta però con le porte scorrevoli aperte, ci diedero una pagnotta di pane di mais a testa e finalmente la partenza per l'Italia.

    Questo viaggio durò quattro giorni. Passando per le zone collinari nei pressi di Lubiana che obbligarono il treno a rallentare, vedemmo nelle campagne lungo la ferrovia molti prigionieri italiani utilizzati a lavorare la terra; data la lentezza del treno e la mancanza di sorveglianza, incitammo qualcuno a salire sul treno e venire via con noi. Ma ci risposero di non poterlo fare perché anche per loro la rappresaglia sarebbe stata di cinque prigionieri fucilati per ogni fuggitivo.

    La mattina del 21 luglio arrivammo alla stazione ferroviaria di Trieste: eravamo finalmente nella nostra Terra. Ad attenderci ci furono delle camionette degli Alleati che ci portarono ai Silos. Il 24 mattina prendemmo il vaporetto e nel pomeriggio arrivammo a Pola, dove allo sbarco ci furono i nostri parenti e molti amici ad attenderci: finalmente era finita.

    Chiudendo questo racconto, il mio commosso pensiero va laggiù, dove rimasero sepolti in quelle straniere contrade ed in tombe senza nomi, i nostri meno fortunati compagni di sventura. Ora, dopo tanti anni provo un sentimento privo d'ogni senso d'odio e rancore, due componenti queste della vita umana che non dovrebbero esistere, perché chiunque abbia combattuto con fede ed onestà per la propria Patria (a qualsiasi ideale sia appartenuto) è degno di rispetto nei nostri ricordi, ma per quei barbari assassini che ci scortarono in quella marcia non ci può essere nessun perdono.