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  • L’Arena di Pola 28/10/11 Da Pola a Como e poi a Lecco, tra incomprensione e accoglienza

    Da Pola a Como e poi a Lecco, tra incomprensione e accoglienza

    Sono un esule; orgogliosamente ripeto: «sono un esule istriano». Sono passati ormai oltre sessantaquattro anni dal lontano 1947 quando vidi per l’ultima volta il profilo dell’Arena che si stagliava confuso sullo sfondo nebbioso della bruma mattutina di quel triste gennaio. La Grado, piccolo trabiccolo da diporto utilizzato per il collegamento via mare di Pola con Trieste, lentamente si staccava dal molo mentre con i tre fischi tradizionali salutava la città. Io con alcuni altri partenti fissavo l’immagine del nostro triste distacco dai luoghi che ci avevano visto nascere, crescere e respirare l’aria della nostra libertà, ora più che mai da difendere.

    Il gennaio nevoso, freddo e umido, sembrava rilevare l’atmosfera della nostra disgraziata disavventura tutta ancora da vivere, sopportare e affrontare con i molteplici problemi conseguenti la scelta di abbandonare la città ormai condannata.

    Il mio pellegrinare iniziava così quel 29 gennaio del 1947, anno fatidico della firma del trattato di pace: il Diktat con il quale si pagava lo scotto di una guerra persa e di una politica perversa, di aggressione, di oppressione e di inconcludente visione della civiltà. Purtroppo era l’Italia, culla secolare e storica della civiltà occidentale, una delle nazioni responsabili. Lei, l’Italia, pagava il tristo debito con il sangue e il sudore dei suoi figli.

    Noi istriani in particolare, per non perdere la nostra identità, abbandonavamo la terra natia, mentre l’Italia rinunciava a sostenerci e a rivendicare quelle terre da secoli legate alla sua civiltà, a causa di una guerra voluta da pochi, condotta penosamente e sofferta da tutti. Quando non erano ancora consumati i resti dei seicentomila caduti con la quarta guerra d’indipendenza, altri sfortunati fratelli seguivano la stessa sorte, sacrificati in suo nome. Per il solo fatto di essere stati suoi fedeli servitori giacevano dispersi senza tomba né luogo di meditazione e preghiera.

    L’Esilio iniziato già da alcuni anni si manifestava in tutta la sua tragica evidenza ora che si era posta la firma a quell’infausto Diktat e che la sorte della città era definitivamente segnata.

    Per molti la scelta volontaria non fu esclusivamente per il rimanere italiani, dato che fu offerta a loro l’opportunità di crearsi una nuova esistenza altrove, ma per tutti la scelta fu motivata dal non voler divenire sudditi di un’altra cultura e civiltà diverse da quella che ci aveva dato i natali e per la quale ci sentivamo cittadini liberi, fratelli uniti e orgogliosi della nostra originaria identità latino-veneta.

    Il primo passo sofferto fu quello dell’impronta digitale imposta sulla carta d’identità che il Governo Provvisorio Alleato ci aveva regalato quando da cittadini italiani eravamo diventati sudditi della nuova compagine politica della Iugoslavia Comunista.

    Così si era concordato già dal 1941, quando, con la promessa della cobelligeranza del Regno di Iugoslavia con l’Inghilterra, in caso di vittoria parte della Venezia Giulia, Istria inclusa, sarebbe stata assegnata alla vicina nazione iugoslava. La nostra terra, abitanti inclusi, era stata considerata merce di scambio per tacitare un contributo a favore di terzi. Questa, pressappoco, era la considerazione a noi riservata.

    Al ponte di Pieris sull’Isonzo, fiume caro alle vicissitudini della Prima Guerra Mondiale, al primo contatto con l’Amministrazione della Nuova Repubblica Italiana, la Polizia Ferroviaria all’esame della documentazione di viaggio ci rilasciava un permesso di solo transito con destinazione Roma, per il Campo Raccolta Stranieri, a quel tempo istallato nell’area dell’«E 42» (oggi quartiere denominato «dell’EUR»).

    Magra e scioccante consolazione per noi giovani istriani. Avevamo sostenuto lotte durante le manifestazioni in difesa della italianità di Pola, rischiando anche la vita e comunque mettendo a repentaglio la nostra insistenza sul posto. Eravamo diventati dei numeri nel campo provvisorio ove trovammo, per compagni di sventura, disertori degli eserciti alleati, profughi monarchici slavi delle diverse regioni balcaniche, vecchi venditori di cravatte cinesi internati e rinchiusi sin dall’epoca fascista, oppositori del regime comunista titoista e vagabondi nostrani. Fu quello un altro atto d’inciviltà riservatoci dalla allora Amministrazione italiana il cui Ministero degli Interni era affidato al democristiano Mario Scelba.

    La Celere dell’epoca, forza di Polizia reclutata fra ex partigiani, non si lasciava sfuggire occasione per battere e rinchiudere nelle patrie galere gente che all’occhio dei governanti non poteva che essere residuo del passato regime fascista. Noi profughi, considerati fuggitivi per evitare la giustizia della nuova Repubblica Popolare Comunista di Iugoslavia, eravamo considerati indesiderabili avversari della democrazia proletaria.

    Le famiglie profughe invece assistite in modo meno ristretto troveranno rifugio in vecchie caserme abbandonate e assistenza al limite della decenza. La completa promiscuità, lo scandaloso alloggiamento in ambienti antigienici, con il sostegno di una scarsa sussistenza alimentare obbligò a sopportare per mesi e mesi sofferenze e umiliazioni che non trovano altro riscontro nella recente e passata storia nazionale. Chi nell’indigenza non aveva i mezzi minimi per potersi isolare ed escludersi dalla pubblica assistenza era sottoposto a tali condizioni.

    Era doloroso – e lo capimmo – gravare sulle disastrose condizioni dell’Italia stremata, con la nostra numerosa presenza. Saremmo stati negli anni successivi oltre trecentomila. Gli italiani, occupati militarmente, debitori di tutto verso tutti e per di più con lotte politiche intestine tendenti chi a imporre una nuova forma politica, chi a difendersi dalle prepotenze dei sedicenti vincitori e da chi infine, sopravvissuto al disastro nazionale, individuava nei profughi una concausa della miseria.

    Alle bieche rimostranze comuniste nel non assistere le povere comunità viaggianti in quel maledetto freddo inverno risposero le organizzazioni umanitarie religiose e patriottiche sopravvissute al disastro della guerra. L’Esercito, la Marina e la Croce Rossa prestarono tutta la loro scarsa disponibilità.

    I profughi provenienti dalla penisola istriana, sbarcati nei porti di Venezia e Ancona, tra balle di paglia sistemate nei carri bestiame, erano accolti e trasportati nei fatiscenti campi di accoglienza e lì la gente senza mezzi sufficienti per una propria autonomia, in carico all’Ente Comunale di Assistenza, attendeva sperando di rifare altrove quanto aveva dovuto abbandonare.

    Ricordo che la mia famiglia, destinata a Bogliaco del Garda, accolta in un edificio sgomberato dagli ex prigionieri di guerra tubercolotici, dovette prima di accasarsi pulire, disinfettare e adattare i locali, non essendoci collaborazione da parte della gente del posto, solo protesa a isolarsi da quella massa di diseredati, per paure diverse.

    Furono punti di gratificante comprensione il contributo genuino dei marinai italiani memori dell’assistenza avuta l’otto settembre del passato 1943 quando la popolazione di Pola seppe privarsi del poco disponibile per aiutare i ragazzi nel loro triste difficile viaggio verso i campi d’internamento nazisti. I marinai rinunciando alla loro colazione cedevano il latte caldo per i bambini profughi.

    Nonostante a Bologna i ferrovieri comunisti avessero minacciato sciopero se si fosse dato aiuto ai profughi in transito, l’aiuto giunse puntuale alla successiva fermata grazie la tenace intraprendenza del personale religioso e al volontariato.

    L’Arma dei Carabinieri sempre e comunque presente e con i mezzi modesti di cui disponeva allora, a volte anche contraddicendo alle disposizioni dei prefetti, dava costantemente aiuto alle famiglie nei loro travagli di sbarco, trasferimento e alloggiamento nelle poche scarse strutture semi abbandonate messe a disposizione del governo di allora.

    D’accordo: c’era miseria, difficoltà, fame, freddo, non solo materiali però… Purtroppo anche morali.

    Passarono gli anni e dopo le mie prime esperienze di lavoro svolto a Como come scaricatore di porto, passai da scaricatore e responsabile doganale. Ancora oggi passando da quelle parti rivedo i giorni felici quando, soppesando i primi denari guadagnati (avevo allora diciotto anni), offrivo da bere ai miei compagni di lavoro. Loro ancora intenti nell’umile, modesto ma decoroso lavoro, io, con qualche migliore orizzonte, ritornavo per qualche chiacchierata ricordando i tempi passati. Trovavo sempre comprensione, amicizia e rispetto fra la gente umile e modesta. Loro avevano il dono della considerazione per gli sventurati, sapendo della mia condizione.

    Nel frattempo non ero più profugo. Ero diventato ufficialmente Esule. Pur sapendo il significato della definizione di Esule – Chi volontariamente abbandona la Patria per motivi politici, religiosi e morali – rimanevo tuttavia alquanto confuso perché ero esule in Patria.

    Sopra ogni presunzione emotiva e paura fisica, penso che il recarsi in volontario esilio sia stato, per tutti noi esuli, una scelta meditata perché non si poteva immaginare di convivere e sottostare a un sistema completamente opposto alla nostra natura e civiltà. Forse erroneamente tante migliaia di esseri appartenenti a condizioni socio-culturali diverse non hanno potuto o voluto ignorare un innato sentimento comune, quello di appartenenza a una cultura e a un sentimento religioso, arricchito da un attaccamento nazionale che ha unito tutti nella comune decisione di non sottostare a un metodo, a un sistema non solo diverso ma accanitamente contrario.

    Personalmente non m’immedesimo in Foscolo che immortalò il suo essere esule tra l’altro con i versi… Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque… anche perché esule in Patria stride un po’ con la tradizione non solo dottrinale ma anche politica e metodica.

    Molti di noi emigrarono in altri paesi acquisendo una nuova nazionalità, altri addirittura ritornando sui loro passi, forse un po’ delusi dalle attese di un’immaginaria fortuna poi non verificatasi. Per molti è stato un passo doloroso ma inevitabile. Coraggio, determinazione e forza di volontà hanno determinato la mia scelta che non è stata religiosa né morale, ma solo – e non nego né mi vergogno a dirlo – patriottica.

    Ognuno di noi umani è soggetto a sbagliare come persona ed io so che se ho sbagliato la responsabilità è solo mia. Ho creduto e tuttora credo nel concetto di Patria, nonostante tutto. Che poi l’Italia nei suoi ufficiali rappresentanti spesso si comporti da matrigna è un fatto. Ciò non mi autorizza tuttavia a perdere quella fiducia e quel senso di appartenenza che sento ogni qualvolta ne pronuncio il Nome e ne vedo sventolare la Bandiera.

    Con gli anni poi passai a Milano per completare gli studi tecnici iniziati a Pola. Lì m’imbattei ancora nella benevola ignoranza e nell’indifferenza della gente comune. I profughi, o gli esuli che dir si voglia, erano considerati un po’ gente di seconda categoria, perché senza dimora fissa né tradizione descrivibile e spesso chiusi in se stessi, pensosi del loro passato e non fiduciosi nel futuro difficile da immaginare.

    Ricordo che a Milano, all’Istituto ove cercavo con fatica di completare gli studi, nelle ristrettezze economiche nelle quali ci si dibatteva in famiglia, spesso ero oggetto di sufficienza e scarso cameratismo perché non potevo partecipare a certe iniziative goliardiche non disponendo, come si suol dire, dei novantanove centesimi per fare una lira. Fra le difficoltà di trovare lavoro, non senza qualche diffidenza e scarso appoggio da parte delle correnti politiche dominanti, venivo anche isolato per il come vestivo e la modestia del mio essere.

    Mi era accorto che un paio di calzoni di velluto di colore verde acquistato da mia madre a modico prezzo, nei mercatini rionali del tempo, ero spesso oggetto di scherno dei compagni, Qualcuno di loro, al mio arrivo in Piazza della Vedra a Milano, in attesa dell’inizio delle lezioni strillava «O Pesciou», che in genovese significava pesci in vendita. Avevo scoperto che venditori ambulanti di pesce usavano pantaloni di velluto appunto verde, cosa un po’ fuori dal normale per una Milano emergente e dalla squisita ilarità meneghina. Pazienza: anche questa situazione era una mia indiretta eredità marinara d’istriano.

    In provincia di Como poi le cose erano ancora più complesse. L’ambiente comasco alquanto chiuso impediva a quel tempo di entrare in diretto contatto con l’economia locale, già di per sé critica ma che comunque aveva una certa agiatezza grazie ai frontalieri che lavoravano in Svizzera. Il fatto di cercare lavoro era alquanto complicato specie per persone come noi, gente del confine orientale di consumata supposta origine zingara. Non ci si consolava a sufficienza rimuginando tra noi immigrati, un proverbio popolare che recitava testualmente: «Per fare un genovese ci vogliono tre ebrei ma per fare un comasco non bastano tre genovesi».

    Dopo le prime esperienze in campo professionale compiute grazie alla cordiale quanto rara disponibilità di alcuni professionisti, mi stabilii nel Lecchese. L’ambiente molto più aperto del Comasco mi diede qualche prospettiva migliore e così, nonostante la nomea di zingaro che mi portavo addosso, ebbi la fortuna di accasarmi in un paese che diverrà poi la mia seconda Patria. Superate le reciproche diffidenze, nell’ambiente alpinistico locale trovai modo di coltivare amicizie e di conquistare la fiducia, anche se io avevo solo mediocri esperienze marinare. Il rispetto che mi sarei conquistato poi mi diede molti proficui frutti. Io andavo orgogliosamente professando la mia origine istriana e spesso dovevo spiegare da dove venivo e come mai fossi lì capitato. Il paesaggio e la mentalità della gente di origine contadina in maggior parte, dedita più alle cose concrete che alle apparenze, seppero darmi ragione delle mie possibilità apprezzandone a suo vantaggio le mie buone capacità. Lì mi accasai e feci famiglia.

    Oggi che sono trascorsi oltre sessant’anni dai giorni dell’Esodo spesso ripassando a memoria i ricordi mi sento ben integrato e sorrido pensando alla numerosa multietnica presenza di extracomunitari che hanno notevolmente fatto cambiare l’assetto socio-economico della cittadinanza. Rari sono forse proprio i giuliano-dalmati, mentre molte migliaia d’immigrati delle più disparate origini e provenienze fanno dimenticare quasi i nativi e fra questi i primi immigrati, quelli cioè del primo dopoguerra quando appunto io misi piede per la prima volta nel territorio di Valmadrera.

    Recentemente sono stato delegato a rappresentare il Libero Comune di Pola in Esilio, associazione diffusa un po’ dovunque in Italia ma che qui da noi accoglie forse neanche una decina di giuliano-dalmati ed eredi in tutta la provincia. Se l’originaria ospitalità fu per me qualcosa di nuovo, noi fummo per i locali oggetto di curiosità. Oggi invece, con il fenomeno dell’integrazione globale, la presenza numerosa d’immigrati va lentamente disgregando la nativa comunità valmadrerese, tanto che il sentir parlare il dialetto locale diventa sempre più un fatto di curiosa rarità.

    Quest’anno l’assemblea annuale dei polesani in esilio è stata predisposta in trasferta proprio a Pola, ovvero a Pula, come geograficamente e politicamente oggi la città è conosciuta. Senza polemizzare con gli organizzatori, io non vi ho partecipato forse in contrasto con le confusioni della generale politica di globalizzazione perché, se fin qui mi sono sentito in difficoltà come esule in Patria, ancor più non mi vedo da esule proprio nella città di origine e presso quella nazione e quel popolo per il quale fui costretto ad abbandonare tradizioni, ricordi, amicizie coltivate fra tanti amici ormai dispersi per il mondo.

    Ricordando che lo scontro etnico fra le civiltà latino-veneta e balcaniche nasce per motivi di esasperazione sciovinistica nel passato, possiamo affermare che il regime comunista ne fu solo la concausa acceleratrice. Oggi che anche la Croazia e la Slovenia non hanno più i regimi del passato, rimane tuttavia nell’intimo slavo il desiderio di contrastare e ove possibile estirpare nei territori dell’Istria e della Dalmazia la centenaria presenza latina-veneta, nella speranza che nell’esaurirsi di quest’ultima quella balcanica trovi uno spazio e una propria ragione storico-culturale.

    Roberto Stanzione



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  • Da Il Piccolo 30/10/11

    INCHIESTA»LE GRANDI PROPRIETÀ CONFISCATE AGLI ITALIANI

    I tesori dei “von” rovignesi finiti nei palazzi di Tito

    La moglie e la figlia del barone triestino furono prima sequestrate dai partigiani che irruppero nella residenza istriana e poi uccise a sprangate e gettate in mare

    di Silvio Maranzana

    TRIESTE Razziati dai partigiani hanno finito per ornare le ville e i palazzi di Tito, compresa Villa Bianca a Brioni. È la fine che hanno fatto i tappeti e gli arredi storici dei baroni von Hutterott, industriali e commercianti triestini di origini tedesche, trasferitisi nel 1890 sulla costa rovignese dove investirono ingentissime somme per acquistare una serie di isole, nonché terreni, vigneti, pascoli e case, piantare alberi, ristrutturare spiagge e vie di comunicazione, progettare alberghi e ville. L’idea di Johan Georg Ritter von Hutterot, considerato il fondatore del turismo a Rovigno, era di creare una riviera istriana concorrente rispetto ad Abbazia e alle nascenti isole Brioni. Un sogno che ha avuto una clamorosa realizzazione proprio quest’anno allorché Rovigno ha superato i tre milioni di presenze e si è laureata città leader del turismo in Croazia. Il barone pose la propria residenza sull’Isola di Sant’Andrea (oggi Isola rossa) dove restaurò il complesso monasteriale trasformandolo in un castello. Qui e nelle sue altre tenute fece inserire arredi, quadri e suppellettili di grande valore provenienti anche dall’Oriente, meta di molti dei suoi viaggi, in particolare il Giappone di cui era appassionato e conoscitore tanto da essere nominato nel 1878 console del Giappone in Europa, di stanza a Trieste. Nel 1910 per un crak finanziario si suicidò a Trieste con un colpo di pistola (una sorta di harakiri mitteleuropeo), ma la sua morte, dato il rango del personaggio, venne fatta passare come dovuta a emorragia cerebrale. Eppure una morte ancora più atroce, molti anni dopo, attendeva la vedova, Maria e la figlia Barbara, che pure era nota per il suo altruismo e per le opere di beneficenza. Il 31 maggio 1945 vennero prelevate da un gruppo di titini alticci e barbaramente trucidate a sprangate. Gianclaudio de Angelini nel dizionario enciclopedico rovignese-italiano, afferma che facevano parte del commando omicida tali Pulcinovic, Baba, Spalato e il rovignese Benussi soprannominato “Canuciàl”. Spalato era stato visto brandire una “riguòla da timòn” come una clava. I corpi delle due donne, che avevano rispettivamente 85 e 48 anni, vennero gettati al largo di Bagnole, là dove il mare è più profondo. Oltre che dell’isola di Sant’Andrea i von Hutterott erano proprietari del prospicente scoglio di Mas’cein, di gran parte dell’odierno parco di Punta Corrente, di Monte Mulini e Scaraba. E ancora delle isole San Giovanni, Sturago e Asinelli. Nel 1894 il barone aveva acquistato lo yacht Georgette che lui ribattezzò Suzume (Passerotto in giapponese), una nave lunga 29 metri con propulsione fornita da una macchina a vapore da 50 hp e poi una pirobarca di 10 metri e un cutter a vela di 9 metri chiamato Icipici. La residenza dei von Hutterott venne vandalicamente spogliata dai titini degli splendidi arredi e di tutto quanto c’era di valore. Nel giugno 1945 tutti i beni della famiglia furono confiscati. Come detto, i tappeti e gli arredi storici furono portati in alcune delle ville e dei palazzi divenuti residenze di Tito. (8 segue – Precedenti puntate pubblicate l’11, 18 e 25 settembre, 2, 9, 16 e 23 ottobre)

    Soldi e gioielli forse preda di agenti Udba

    TRIESTE Dopo l’uccisione di Maria e Barbara Hutterott il loro patrimonio venne confiscato e dichiarato bene nazionale. La confisca venne effettuata in base all’ordine del Cp territoriale dell’Istria del 17 aprile 1946. Lo stesso ordine venne poi eseguito anche mediante la sentenza “in nome del popolo” del tribunale circondariale di Rovigno datato 18 giugno 1958. Nella sentenza si legge: «Visto che per Hutterott Maria e Hutterott Barbara in base ai sopralluoghi svolti è stata appurata la loro appartenenza al Reich, andava espressa la confisca dell’intero patrimonio, perché in questo caso si tratta del patrimonio di appartenenti al Reich tedesco che, conformemente alla legge sul passaggio in proprietà privata del patrimonio del nemico e sul sequestro del patrimonio di persone assenti (!) passa in proprietà statale. Perciò il suddetto decreto è giustificato e ha fondamento giuridico».

    Alcuni rovignesi hanno riferito che negli anni succesivi le “compagne” di alcuni dirigenti politici cittadini fossero solite pavoneggiarsi con gioielli di valore, ma si andava anche dicendo che erano stati visti in porto tre membri della polizia segreta jugoslava, l’Udba, con due boccali stracolmi di gioielli.

    Secondo altre voci raccolte per due notti consecutive dall’isola di Sant’Andrea si udirono le urla delle vittime e le grida dei boia. Forse l’unica colpa delle Hutterott, oltretutto di lontane origini ebree era, oltre a quello di essere ricche, di aver ripreso, dopo il patto tra Mussolini e Hitler, la cittadinanza tedesca. (s.m.)

    I pezzi orientali sono al museo

    Nel 2004, in occasione del cinquantesimo anniversario del Museo comunale di Rovigno, è stata inaugurata la nuova collezione della marina con oggetti provenienti dal castello di Sant’Andrea e che erano di proprietà dei von Hutterott. Una parte è formata da quadri che rappresentano navi e battaglie navali, una seconda è composta da quadri votivi che venivano commissionati dai marinai sopravvissuti ai naufragi. La terza infine è composta di oggetti provenienti dall’Oriente che il barone aveva portato dai suoi viaggi esotici. Tra questi, un pesce di legno della Cina che veniva usato per prevedere i terremoti.

    Hutterott si suicidò per la Viribus Unitis

    Aveva finanziato l’ammiraglia austro-ungarica nonostante il parere negativo della banca Rotschild

    TRIESTE C’è una causa clamorosa, ma sconosciuta ai più, dietro al mistero della morte di George von Hutterott, in realta un harakiri mitteleuropeo, com’è stato definito il suo suicidio messo in atto con un colpo di pistola. Il barone si sarebbe esposto per finanziare la corazzata Viribus Unitis, la nave ammiraglia, costruita a Trieste, orgoglio dell’Impero austro-ungarico costata 67 milioni di corone, senza prendere in considerazione il consiglio di cautela finanziaria emesso dall’istituto bancario Rotschild e non ottenendo alcuna sovvenzione dal Governo viennese. Non si sa se avesse dovuto dare in pegno a garanzia della costruzione non approvata il proprio patrimonio, ma comunque dopo la sua morte furono certamente venduti la villa “Adele” che la famiglia possedeva a Trieste in via Farneto 57, lo yacht Suzume e altri beni ancora. La scalognata Viribus Unitis aveva così già fatto la sua prima vittima prima del varo avvenuto a Trieste il 24 giugno 1911 alla presenza di Francesco Ferdinando. Sarà proprio con la Viribus Unitis che lo stesso arciduca nel giugno 1914 fu accompagnato in Dalmazia per raggiungere Sarajevo dove venne ucciso nell’attentato che darà origine alla Prima guerra mondiale. La corazzata fu affondata il primo novembre 1918 nel porto di Pola dopo essere stata minata con un’ardita azione a bordo di una mignatta da parte degli ufficiali italiani Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci. I von Hutterott, originari della città tedesca di Kassel, avevano incominciato a risiedere spesso a Trieste fin dal 1753. Il padre di George era un ricco commerciante triestino che acquistava e vendeva salnitro del Perù, titolare anche della ditta “Crisantemo” che produceva piretro insetticida che acquistava in Dalmazia. George fu presto nominato presidente dello Stabilimento tecnico triestino che comperendeva il cantiere navale Sant’Andrea di Trieste e quello navalmeccanico San Rocco di Muggia. Fu anche direttore dell’ippodromo di Montebello e consigliere della Prima pilatura di riso triestina, quella Risiera che diverrà poi tragicamente famosa come lager nazista. Dopo la guerra e la tragica fine di Maria e Barbara, la seconda figlia Hanna vendette un’altra villa che la famiglia possedeva a Vienna per stabilirsi a Muhlau presso Innsbruck dove morì nel 1960. (s.m.)

  • Messaggero Veneto 02/11/11

    IL RICORDO »LA CERIMONIA ALL’EX CAMPO DI CONCENTRAMENTO

    Gonars memoria e speranza per l’Europa dei popoli

    GONARS Memoria e speranza.

    Due parole che, pronunciate davanti al sacrario in cui riposano i resti di 471 persone che persero la vita tra il 1942 e il 1943, sembrano in antitesi. E invece il loro accostamento è ritornato in tutti i discorsi pronunciati ieri a Gonars. La cerimonia in cimitero si è aperta con i bambini delle scuole che, davanti al monumento realizzato dallo scultore Miodrag Zivkovic, hanno intonato gli inni sloveno, croato, italiano ed europeo. Presenti numerosissime autorità, prime fra tutte la moglie del presidente della Slovenia Turk, Barbara Miklic, la cui madre fu internata proprio a Gonars. E ancora: esponenti del Parlamento dei tre Stati coinvolti in queste celebrazioni, il prefetto di Udine, rappresentanti di Regione, Provincia e Comuni, dell’Anpi e dell’Associazione combattenti antifascisti di Rijeka, esponenti delle associazioni combattentistiche, d’arma e non solo. Il padrone di casa, il sindaco Marino Del Frate, ha rimarcato l’importanza di questa giornata. Ha espresso «il più sentito rincrescimento per quanto accaduto. Ciò che è successo non può essere cambiato, ma tutti dobbiamo impegnarci perché non si ripeta». Ha poi ricordato quanto è stato fatto nella sua comunità, in passato e di recente, proprio per non dimenticare. «Pur non mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti, -ha detto- tutti coloro che si macchiarono di crimini contro l’umanità vanno condannati… Molti italiani hanno chiesto scusa per quanto di biasimevole è stato compiuto durante quel conflitto. Speriamo che analogo atteggiamento venga rivolto verso quegli italiani i cui diritti furono violati in quegli anni terribili». E’ stato il presidente del Consiglio provinciale, Marco Quai, a tracciare la storia del campo, con fatti, numeri e testimonianze.

    «E’ triste, ma Gonars ha una vicenda tutta fascista e italiana. Va ammessa e non minimizzata. Qui uomini e donne furono spogliati di ogni dignità. Qui dovremmo portare i nostri ragazzi perché il “non senso” della guerra non può essere compreso solo sui libri di scuola». La parola è quindi passata al rappresentante del Parlamento croato Damir Kajin e al deputato sloveno Marijan Krizman. Il primo ha lanciato un appello alla pace, ricordando che la tragedia della guerra per i popoli dell’ex Jugoslavia si è prolungata con l’esodo istriano e si è rivissuta negli anni Novanta. Krizman ha ricordato le vicende del campo, interrogandosi sul perché di tanta sofferenza e di tanto terrore. Sono quindi intervenuti Dinko Tamarut dell’associazione combattenti antifascisti di Rijeka e Federico Vincenti dell’Anpi di Udine.

    Da quest’ultimo parole di preoccupazione per il sorgere, in Europa, di movimenti e partiti che esprimono posizioni xenofobe e razziste. Ha concluso gli interventi, in cimitero, il presidente della Regione, Renzo Tondo, che si è soffermato sulla visita di Napolitano a Pola, in Croazia, sull’incontro a Roma con il presidente sloveno Turk, sul Concerto dell’Amicizia diretto da Muti, a Trieste, alla presenza dei tre presidenti d’Italia, Croazia e Slovenia. «I valori della libertà, della democrazia e del rispetto per la dignità umana – ha detto – hanno richiesto sacrifici, sofferenze, e coraggio da parte di molti. Questi valori vanno attualizzati e trasmessi alle giovani generazioni». Nel luogo in cui sorse il campo di concentramento hanno invece preso la parola la signora Turk, il sindaco di Gonars e l’on. Ivano Strizzolo che, in rappresentanza del Parlamento italiano, ha espresso l’auspicio che «l’Europa sia l’insieme di popoli che collaborano affinchè queste tragedie non si ripetano mai più».

    Monica Del Mondo

    LA STORIA

    Sorse nel 1941 Vi morirono 500 persone tra cui 70 bimbi

    GONARS «Ogni giorno muoiono da 5 a 6 persone; periscono anche i giovani, come le pannocchie. Fa freddo intenso; non abbiamo la stufa; non spero più di rivedere Gerovo. Sapessi quanto tristi ci furono le feste! Salvateci, per carità, fin che siamo ancora in vita». (Slava Danic Malnar, 3 gennaio 1943).

    «Qui non è niente di meglio (in confronto di Arba); anzi è peggio. I bambini sino i 5 anni ricevono 3 pezzettini di pane al giorno; non ci danno il caffé latte; fa freddo. Non so se potremo resistere; se si prolunga, periremo tutti; i bambini ed io. Io piango tutto il giorno e mi dispero. Non siamo colpevoli di niente…». (Maria Volf, 27 dicembre 1942). «Ci affligge anzitutto la fame e il freddo. Siamo vestite insufficientemente. Se avessi saputo ciò che mi attendeva, avrei ucciso prima i bambini e poi mi sarei soppressa io stessa, poiché non è possibile sopportare ciò che sopportiamo ora…».(Rausel Paola, 3 gennaio 1943). Tre voci di donne, emerse dalle lettere censurate che partivano dal campo. Non occorre molto altro per rendersi conto della tragicità di quanto avvenne nel campo di Gonars dove furono internati migliaia di cittadini sloveni e croati. Il campo di Gonars, costruito appena fuori dal paese, in una zona vicina alla “Napoleonica”, era costituito da due complessi distanti tra loro circa un chilometro: il campo A e il campo B, a sua volta diviso in tre settori. Il filo spinato circondava baracche e tende. L’ordine era tenuto da circa 600 soldati, dalle mitragliatrici montate sulle alte torrette di guardia e dai fari che illuminavano a giorno l’area dove le persone erano tenute prigioniere. Il campo era stato costruito nell’autunno 1941 per ospitare prigionieri di guerra russi, ma non fu mai utilizzato a tale scopo. Nella primavera 1942 invece cominciarono ad affluire i civili della Jugoslavia, invasa il 6 aprile 1941 da fascisti e nazisti. Lubiana, nel febbraio ’42, venne circondata di filo spinato e i maschi adulti furono deportati. Molti finirono nel campo di Gonars che, quell’estate, conteneva oltre 6.000 persone (ma la capienza era per meno di 3000). Nelle baracche strette e lunghe dormivano da 80 a 130 prigionieri. Il riscaldamento era inesistente o affidato a stufe mal funzionanti. Il cibo era costituito da una minestra:

    acqua con qualche verdura e qualche pezzetto di pane. L’igiene impossibile.

    Alcuni tentarono la fuga. E così i maschi adulti vennero trasferiti in altri campi. Fu allora che a Gonars arrivarono altri uomini, ma soprattutto, vecchi, donne e bambini. Quest’ultimi erano circa un terzo del totale dei prigionieri. Provenivano dal campo di Arbe (Rab), già molto debilitati e le condizioni di fame e freddo che incontrarono nell’inverno gonarese furono per molti causa di morte. Fino al settembre 1943. Nel campo di Gonars persero la vita oltre 500 persone. Di queste almeno 70 erano bambini piccolissimi, nati e morti nel campo di concentramento. (m.d.m.)

  • La Voce del Popolo 31/10/11 Cultura –

    DALLE PAROLE DI ENNIO MACHIN EMERGE IL RITRATTO DI UN’EPOCA TRAVAGLIATA, MA ANCHE AFFASCINANTE

    Rimembranze di un ragazzino ottuagenario

    Versatile e dalle idee chiare, si è dedicato al canto, alla politica, al mondo del lavoro, alla scrittura

    FIUME – Ci si chiede sempre, e con parecchia curiosità, quale sia mai il “segreto”, l’“elisir dell’eterna giovinezza” delle generazioni di connazionali “più maturi”, e nel caso particolare, degli inossidabili connazionali fiumani: cantano, viaggiano, recitano, fanno concerti, fanno politica, “lustrano i parchetti” della Sala delle Feste della Comunità degli Italiani durante le serate danzanti esibendo uno stile “tango” o “valzer” da far invidia. Secondo noi, si tratterà del proverbiale “morbin fiuman”, o della “voia de viver” di chi ha vissuto tempi non sempre facili, per cui è portato ad apprezzare ogni lato positivo dell’esistenza. E se non è positivo, lo fa diventare tale. Oppure, altro possibile motivo di felice longevità, una vita vissuta intensamente, credendo in quello che si faceva, spendendosi in impegni significativi (per il soggetto “in primis”), cercando di “costruire” e di realizzare i propri sogni.

    Questo ci sembra essere il caso di Ennio Machin, uno dei personaggi chiave della realtà della CI di Fiume (e non solo), che in questi giorni compirà le sue “prime” ottanta primavere, e continua imperterrito nella sua attività sociale e a coltivare le proprie inclinazioni. Personaggio versatile e dalle idee chiare, Machin si è declinato tra musica, politica, lavoro, e negli ultimi anni, pure sul versante letterario con la sua autobiografia dal valore anche documentaristico “Rimembranze fiumane”.

    PERSONAGGIO CHIAVE DELLA REALTÀ FIUMANA Con incarichi politici a livello di Comune e di Regione, già direttore della ditta “Kompas” e quindi alla testa dell’EDIT per quattordici anni, con tanti riconoscimenti all’attivo (Ordine del lavoro, Ordine dell’unità e fratellanza, Ordine al merito verso il popolo, la Carta dello Zavnoh, Ordine al merito di Cavaliere), ha un passato giovanile di cantante nel genere della musica leggera, che gli ha dato tante soddisfazioni, a lui, come a quelli che lo hanno seguito. Un passato musicale legato pure alla storia della CI fiumana, che vale la pena di rinverdire, specie a beneficio delle generazioni giovani.

    Da dove le proviene la passione per il canto? È un’“eredità” di famiglia?

    “Non ricordo che i miei avessero inclinazioni musicali particolari; d’altra parte, c’era poco da cantare dopo la tragedia di mio fratello, che a ventun anni era affondato con il cacciatorpediniere ‘Scirocco’, e mia madre che non si riprese più. Venne a mancare nel 1943. So che a casa c’era un violino, forse ereditato, cui la mamma era molto legata. Da ragazzino frequentai per un anno la scuola di musica – violino e solfeggio con il maestro Marvin –, che aveva sede nel pianterreno della ‘Manin’. Dopo la disgrazia io fui mandato in Istria, in affido ai miei santoli, e lì mi affezionai alla radio. Ascoltavo la canzoni leggere dell’epoca. Prediligevo Natalino Otto, idolo del tempo, Luciano Tajoli, una voce bellissima, padronissimo del vibrato e del falsetto, e Giorgio Consolini. Scoprii in seguito di possedere una voce discreta di tenore, un orecchio facile, il senso del ritmo…”

    E dove spiccò il volo?

    “Erano tempi difficili, c’era bisogno di guadagnare. Iniziai a cantare nella terrazza di lato all’hotel ‘Bonavia’, sede del Club ciclistico ‘Rijeka’, diretto da Ettore Mazzieri e presieduto da Flaminio Bianchi. Confesso che avevo ben poche canzoni in repertorio. Erano i primi anni ’50. L’orchestrina era composta dai tre fratelli Stipanov (una chicca) – Paolo al clarinetto, Willy alla fisarmonica e Dido alla chitarra – alla tromba Rudi Gherlanc, alla batteria il ‘patrono’ Turcovich e alla chitarra classica e hawaiana il bravissimo Doro Marianovich. Guadagnavo 400 dinari per serata, quattro volte alla settimana, mentre mio padre che faceva il capoturno in Raffinera ne prendeva 1.200 al mese. Nel ’51 feci la naia, e al ritorno il canto diventò, quasi quasi, la mia professione, parallelamente al lavoro che svolgevo”.

    È stato molto attivo all’interno della sezione Arte varia della CI come cantante.

    “Su invito di Serafino Lenaz – al quale dobbiamo tanto –, Giulio Bontempo e altri presi a far parte della sezione Arte varia –, che si stava proprio formando – dell’allora Circolo Italiano di Cultura. Le serate sociali e i balli al CIC erano gremitissimi (c’era la fila fin giù al portone), gli applausi a non finire, e io cantavo senza microfono. Il primo fu procurato da Rudy Palisca. Da quasi professionista investivo moltissimo nelle partiture (pianoforte, contrabbasso, fisarmonica, tromba, chitarra, sassofono e canto) di canzoni dell’epoca, che acquistavo presso le case musicali più famose, quali la Ricordi, la Bolero, la Asso di Firenze. L’orchestrina era composta da Mario Delcaro alla tromba, Josip alla fisarmonica, Slavko Devjak al sassofono contralto, mentre Dino Stiglich suonava il sassofono tenore; al pianoforte c’era la bravissima Tatjana Devjak e alla batteria Serafino Lenaz. L’estivo l’avevamo alla cosiddetta Nafta, con una capienza formidabile; era sempre gremito. Da lì nacquero i famosi Festival della canzone della CI. La gente aveva fame di divertimento e seguiva moltissimo questo genere di spettacoli”.

    Continuò a cantare nelle terrazze estive e negli alberghi della Perla del Quarnero…

    “Solo al ‘Belvedere’ mi feci nove stagioni. Non c’è stata sala abbaziana o lauranese in cui non mi sia esibito. A cominciare dal ‘Kvarner’ e dal ‘Palace’… Cantavo in sei lingue: italiano, croato, inglese, francese, tedesco e spagnolo. La mia ultima uscita canora la feci sulla nave ‘Dalmacija’, presa a noleggio da un’ente turistico tedesco, proprio per questo mio repertorio internazionale.

    Sono stato il primo connazionale a cantare alla prima edizione delle ‘Melodie dell’Istria e del Quarnero’, con ‘Ljuljačka ljubavi’ di Celeste Srelz. C’erano i più bei nomi della leggera di allora – Ana Stefok, Toni Kljaković… – e l’orchestra del Teatro diretta da Zlatko Černjul. Sono stato il primo a Fiume a possedere la famosa apparecchiatura con l’eco ‘Meazzi’. Costava una barca di soldi. Feci tutta una stagione al Caffè centrale (Gradska kavana). In seguito fui impegnato quotidianamente al ‘Park Hotel’. Fui il primo a cantare con la grande orchestra di Radio Fiume diretta da Aco Petrović”.

    Come mai decise di smettere?

    “Le ragioni furono diverse. Sia per impegni lavorativi (ero appena stato nominato direttore della ‘Kompas’) che di salute. Subii infatti un intervento alle corde vocali in conseguenza del quale cantare mi riusciva difficile, e sebbene avessi l’ingaggio in caldo con il ‘Park Hotel’, non volli firmare il contratto. In seguito mi esibii solo raramente e in occasioni particolari.

    È stato pure presidente della Società artistico culturale (all’epoca operaia) “Fratellanza”.

    “Sì, dal 1974 al 1976, e fu un mandato molto difficile e battagliato. ‘Con la mano’ tesa andavo in giro a chiedere sovvenzioni per ‘La tore’ che non usciva più, e sicuramente mi avranno anche riso dietro, ma non importa; riuscii comunque a racimolare i mezzi per tre numeri. Il nostro coro era assai quotato, molto stimato e contava su bellissime voci. Da parte mia mi sono impegnato a ‘spingerlo’ e a farlo cantare nei luoghi che contavano. Infatti, partecipò al Festival dell’Unità a Milano, esibendosi al Castello Sforzesco. Ci fu quindi l’uscita a Faenza, nell’ambito del gemellaggio con Fiume; prima però brigai al Comune per ottenere i mezzi per i vestiti nuovi dei coristi, ormai lisi”.

    Che ricordo ha di Celestino Srelz?

    “Un musicista straordinario, sapeva suonare tutti gli strumenti. Era molto impegnato a fondare un sacco di orchestrine nei luoghi del circondario. Autore di tante canzoni, era pure un ottimo arrangiatore. Dirigeva e faceva gli arrangiamenti per l’orchestra di Radio Fiume”.

    La sua opinione di Sanremo…

    “Seguo il Festival entro certi limiti. Apprezzo le canzoni che dicono ‘qualcosa’, a parte che tantissime assomigliano a dei proclami, cioè non divertono. Apprezzo la buona musica, i testi di qualità e il cantante, ma non quelli che esibiscono una ‘moda’, un’‘ideologia’. Per me una canzone deve essere riconoscibile, orecchiabile, deve esprimere qualcosa, e deve anche divertire. La vita è già di per sé molto pesante, e se qualcuno, tramite la musica, me lo ricorda, io spengo la tv”.

    E come non dargli ragione!

    Patrizia Venucci Merdžo

  • Osservatorio Balcani 28/10/11 Nel bunker di Tito

    Nel bunker di Tito

    Azra Nuhefendić

    Dal bunker antiatomico di Konjic, trasformato in galleria d’arte contemporanea, alle vie del centro di Sarajevo.

    Chi ha fatto la guerra? Perché? Un viaggio nel cuore della Bosnia alla ricerca di risposte

    Mi affretto per vedere, prima che chiuda, uno degli eventi culturali del 2011 in Europa, la mostra d’arte contemporanea di Konjic. Dopo un’oretta di pullman, da Sarajevo, arrivo nella città di Konjic. L’esposizione è allestita nel bunker antiatomico di Tito, rimasto segreto per sessant’anni. Mentre aspetto l’ora della visita guidata, mi siedo sul muretto dell’edificio del Kulturni Dom (la Casa della Cultura). Un palazzo costruito negli anni Sessanta, semplice ed elegante, innalzato sulla sponda destra del fiume, ben integrato con l’ambiente. Oggi però è trascurato, maltenuto, semivuoto. Peccato, penso. Dall’altra parte della strada stanno costruendo un mostro di cemento, acciaio e vetro. È ingombrante per il luogo, non ha nessuna bellezza, sarà un altro degli innumerevoli centri commerciali. In BiH non si produce più niente, si commercia solo.

    Due donne

    Dopo un po’ arriva un’anziana e si siede accanto a me. Un attimo, ed eccone un’altra che si accomoda vicino. Sono delle donne paesane, della campagna, tutte e due con il fazzoletto sulla testa, una di colore nero mentre l’altra variopinto, il che vuole dire che una è musulmana e l’altra cattolica. Chiacchieriamo. Sono dei due villaggi vicino, aspettano l’autobus per tornare a casa. Tutte e due vivono da sole, i figli sono altrove, emigrati oppure spariti o uccisi durante la guerra. Le nonnine sospirano in modo identico quando gli chiedo come è andata con la guerra. Nei loro villaggi hanno compiuto massacri prima i croati e poi i musulmani per vendetta. Con malinconia parlano della solitudine. A una s’illumina il viso quando parla di una capra: “Non era come le altre, mi guardava dritto negli occhi, quella capiva tutto”. Poi ci spiega che è arrivato il figlio dalla Norvegia e l’ha convinta a dare via la capra. “Ma ne prenderò un’altra”, afferma con la voce insicura, come se stesse cercando di darsi coraggio o di convincere se stessa. Guardo quelle due donne, una cattolica, l’altra musulmana, si parlano, si capiscono, tutte e due mangiano il burek, e hanno destini simili, la stessa solitudine e lo stesso abbandono.

    Arrivo davanti all’entrata del bunker antiatomico, è la porta di una casa come tutte le altre intorno. Il posto è idilliaco, niente preannuncia che da là si entra nel rifugio blindato, cinquemila metri quadrati scavati nella montagna a 300 metri di profondità. Il segreto del bunker fu svelato all’inizio della guerra degli anni novanta, perché quelli che avevano giurato il silenzio non si sentivano più vincolati al Paese che si stava disintegrando, la Jugoslavia.

    Il gruppo è composto da una ventina di tedeschi che fanno parte delle forze internazionali in BiH. Tito non era mai stato personalmente nel bunker, e adesso ecco, ci sono i soldati di un Paese che, in teoria, la Jugoslavia temeva e contro i quali si proteggeva costruendo fortezze come questo bunker. Un altro gruppo è costituito da montenegrini, poi sei sloveni, uno studente italo-tedesco e due di Banja Luka. Un ufficiale dell’esercito bosniaco ci spiega, un po’ annoiato, cosa stiamo per vedere. È alto e robusto. Noto che la sua divisa, a differenza degli ufficiali dell’ex armata popolare jugoslava (JNA), non è in perfetto ordine. Hmmm, forse meglio, perché erano proprio quelli perfettini, in uniforme, a seguire ciecamente gli ordini anche quando si trattava di attaccare il proprio popolo.

    Il posto è da favola, arredato, ben curato, tutto funziona: le sale, le camere, i bagni, gli uffici, le stanze con vari macchinari e sistemi che permettono la sopravvivenza nel luogo per sei mesi senza alcun bisogno del mondo esterno. Alcuni soldati tedeschi si sdraiano sul letto di Tito, uno si guarda allo specchio nella stanza della first lady, altri toccano i vecchi macchinari stampa. In una stanzetta c’è un aggeggio che ti permette di registrare e riascoltare subito la voce. Scherziamo e io, abbracciata con un certo Boris di Banja Luka, mi ritrovo a cantare “Druže Tito mi ti se kunemo” (Compagno Tito, ti giuriamo di non abbandonare la tua strada).

    L’ufficiale che ci fa da guida è preciso quando parla dei dettagli che riguardano il bunker, mentre sull’esposizione di arte contemporanea non si sofferma, si limita a dire: “Sì, quello là è di tizio…” Non gli interessa, non capisce e non cerca neanche di coinvolgerci.

    Finita la visita, dopo due ore e mezza, mi preparo per tornare a Sarajevo. Gli sloveni mi offrono un passaggio in pullman, ci vanno per una breve visita perché già l’indomani hanno in programma di fare rafting sul fiume Neretva. Scherziamo, offro loro da assaggiare il formaggio torotan, comprato al mercato locale. È una specialità erzergovese, un formaggio fresco di capra, ottimo. Lo prendiamo direttamente dal sacchetto con le mani, e questo gesto – che non si deve fare – ci fa sentire complici. Ridiamo. Mi invitano ad andare con loro l’indomani a fare rafting, li avverto che il livello della Neretva è ai minimi storici. “Non fa niente, è bello lo stesso, quello che conta è la compagnia, poi si mangia bene”, ribadiscono. Non ho né l’attrezzatura né il guardaroba necessario. Telefono, e dall’altra parte una voce amichevole, uno dei tanti organizzatori di rafting, mi assicura che “basta venire”, tutto il resto viene dato dagli organizzatori.

    Diaspora

    A Sarajevo sono tutti fuori, letteralmente e simbolicamente. Il tempo è bello, le vie sono piene di gente sorridente, spensierata come se tutto andasse a meraviglia in questo Paese che, secondo i politici internazionali, rischia la disintegrazione.

    Sono sulla via Ferhadija, là dove a causa dei tavolini dei numerosi bar messi all’aperto, si riesce a malapena a passare. “Se vuoi vedere o incontrare qualcuno, appostati in quella zona”, mi hanno detto. Appena mi siedo: bingo! Arriva Gordana Knežević, amica e collega, la mitica redattrice del quotidiano “Oslobodjenje” proclamata eroina del giornalismo nel 1992 (http://en.wikipedia.org/wiki/International_Women%27s_Media_Foundationnternational Women’s Media Foundation Courage in Journalism Award). Non ci vediamo da otto anni. Lei, emigrata in Canada, adesso è a Praga dove fa la direttrice di Radio Free Europe. È a Sarajevo da appena due ore. Urli di gioia, abbracci. I curiosi ci guardano. Dopo, uno dal tavolo vicino mi dice che scene come queste sono frequenti nei mesi di luglio e agosto. “Diaspora”, conclude quello, con una certa antipatia. In Bosnia, dopo i nazionalisti serbi (cetnici), i più odiati sono i bosniaci emigrati altrove, cioè la gente come me. Le stesse parole/accuse le sento da mia sorella, anche se lei stessa è stata profuga in Germania per due anni.

    Poi passa Mladen Jelačić, che tutti conoscono come Troka. Negli ultimi quarant’anni non c’è bambino a Sarajevo che non abbia una foto con Troka: è il nostro “Babbo Natale”. È il suo mestiere e fu personalmente colpito quando le autorità del partito musulmano SDA avevano proibito il “Babbo Natale”, con il pretesto che si trattava di un’usanza estranea ai bosniaci. Io e Troka ci siamo visti l’ultima volta circa vent’anni fa, sulla spiaggia nudista a Dubrovnik. Stavo sdraiata sulla pancia, e quando mi sono girata ho visto Troka accanto. “Ehilà, scusa, non ti ho riconosciuta dal fondoschiena”. In questi anni, ogni volta che mi ricordavo di lui ridevo per questa battuta. La figlia di Troka, con gravi problemi di salute, sta facendo delle cure in Italia. Gli italiani si sono sbrigati ad aiutarla, e questo fatto ha ispirato il collega Zlatko Dizdarević a scrivere che “ogni persona deve avere almeno due patrie, quella di origine e l’Italia, come seconda”.

    Poi, sorpresa delle sorprese, passa Selma. Viveva “da sempre” a Belgrado, ed eccola qui, cittadina di Sarajevo. È disperata. “Non mi abituerò mai a questa città, stretta, con solo due vie principali, ma non potevo più vivere in mezzo a quelli (i serbi) che ci hanno fatto la guerra”, dice.

    La protesta di Enjo Hadžiomerspahić

    Il rumore della strada è talmente forte che mi devo avvicinare per sentire quello che mi stanno dicendo. Ciononostante un suono sottile, ma penetrante, sopraggiunge da non lontano. Troka mi dice che davanti alla “fiamma eterna” Enjo Hadžiomerspahić, direttore generale di Ars Aevi, sta suonando il flauto. Enjo protesta con un happening artistico, chiede simbolicamente l’elemosina perché le autorità bosniache da vent’anni promettono di procurare uno spazio per la galleria d’arte moderna. Enjo è conosciuto al pubblico internazionale come autore del progetto Ars Aevi, che ha spinto i più importanti pittori contemporanei a donare le proprie opere a Sarajevo. Costituita durante la guerra come resistenza di cultura, la collezione contiene oltre 120 opere di noti artisti mondiali tra cui Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Joseph Beuys, Braco Dimitrijević e Joseph Kosuth. La genesi di quest’opera visionaria è lunga due decenni. Tutto cominciò durante l’assedio di Sarajevo. Mentre sulla città piovevano le bombe, un gruppo di intellettuali immaginò un’utopia: “Sembrava folle parlare di un futuro museo in quei giorni nei quali nessuno di noi sapeva se un minuto o un’ora dopo sarebbe stato ancora vivo”, spiega Enjo. Oggi la collezione ha un valore inestimabile, ma manca il posto per custodirla ed esporre le opere.

    La stessa sera, su una terrazza che offre una meravigliosa vista sulla città, con un gruppo di amici facciamo una grigliata. Il vino fa il suo: dopo un po’ litighiamo su cosa è più importante per Sarajevo, la galleria d’arte contemporanea, che non c’è, oppure la pinacoteca nazionale chiusa dopo sessant’anni di esistenza, per mancanza di fondi. “È una tragedia nazionale” afferma Momo, un veterano dell’ultima guerra. Per tre anni e mezzo aveva combattuto, a sue parole, “per la Bosnia”. “Ma è questo il mondo per il quale rischiavo la vita…?”, si chiede, e ci chiede. Poi comincia a piangere, e la serata finisce.

    Tutto, ma non la rakija

    Quest’anno è piovuto poco in BiH, l’estate è stata lunga e calda e, di conseguenza, le prugne sono piccole. Ma gustosissime. Alcuni si lamentano perché non c’è niente per l’esportazione, ma molti sono contenti. Ce ne saranno di più per la rakija, la grappa fatta in casa. Ogni anno, in questo periodo, tutta la Bosnia, per la costernazione dei mullah locali, profuma di rakija. Il famoso giornalista Boris Dežulović scrive, con superba ironia, che “i bosniaci con la riscoperta dell’islam sono pronti a ritornare nelle moschee, a pregare cinque volte al giorno, a fare il pellegrinaggio, a rinunciare al prosciutto e alla carne di maiale, a espellere Babbo Natale, a non ascoltare più il rock n’roll; acconsentono a lasciarsi crescere la barba, ad avvolgere le donne in lenzuola, sono disposti a rinunciare a tutto, tranne che alla rakija”.

    Al mercato di frutta e verdura i banchi scricchiolano sotto il peso delle prugne. Un chilo cinquanta centesimi. Spesso i venditori al mercato hanno un aspetto diverso dai contadini dei dintorni di Sarajevo. Si distinguono perché sono più alti, più robusti e tra di loro molti hanno gli occhi azzurri. Parlo, scopro che vengono in gran parte dalla Bosnia orientale, dai bellissimi e fertili luoghi lungo il fiume Drina. Sono i musulmani “ripuliti” da Višegrad, Foča, Goražde, Srebrenica, Cerska. Le loro case sono state distrutte, ma molti di quelli che incontro hanno ancora là vasti terreni e boschi. “Mi fanno pressione per venderli (i serbi) ma finché sono viva no, non gli vendo la terra dei miei antenati”, dice una che prima della guerra faceva la maestra di scuola elementare; adesso vende la frutta che raccoglie nel proprio frutteto a duecento chilometri dalla capitale. I suoi figli sono cresciuti a Sarajevo, non hanno intenzione di tornare dove sono nati, ma lei si sente a casa solo là.

    Chi ha fatto la guerra?

    Un’amica, Ferida Duraković, poetessa, tornata da Belgrado, mi racconta di come sia stata accolta calorosamente, di come i partecipanti al congresso mondiale del Pen Club (l’associazione mondiale degli scrittori), compresi i serbi, abbiano salutato con un lungo applauso la proposta di fare Sarajevo, nel 2014, capitale culturale d’Europa. Il tassista, al quale esitava a dire da dove arrivava, le aveva detto rassegnato: “Ci hanno ingannato tutti”. Un altro amico, un giudice in pensione, tornato entusiasta dal raduno degli amici della montagna, tenutosi a Spalato, in Croazia, mi ha detto che “venivano da tutta l’ex Jugoslavia, e ci siamo divertiti tantissimo, ho fatto una nuova amicizia, c’è un amore in vista”, facendo piani per i futuri incontri.

    Penso alle due vecchiette, una cattolica e l’altra musulmana che si capiscono e condividono la stessa sorte, penso a Boris, il serbo che canta con me, agli applausi nel centro di Belgrado a favore di Sarajevo, all’amicizia nata a Spalato. Mi chiedo: “Ma chi ha fatto la guerra? E perché?”

  • Il Piccolo 16/10/11 Parenzo: I conti de Vergottini, in Istria dal ’600, non sopravvissero all’arrivo dei titini – Risarciti con 251 milioni di lire dall’Italia

    I cugini “nemici del popolo” cancellati con i loro averi

    I conti de Vergottini, in Istria dal ’600, non sopravvissero all’arrivo dei titini

    Hanno perso palazzi, castelli, ville padronali, aziende agricole, cave di pietra LA CITTà Era il capoluogo dell’Istria

    Parenzo divenne nel 1861, sotto l’Austria-Ungheria, il capoluogo della regione istriana e ospitò la sede del parlamento regionale, cioé la Dieta istriana, oltre a uffici giudiziari e amministrativi. Nel 1844 il Lloyd austriaco aprì una linea turistica di vaporetti che includeva Parenzo, nel

    1866 l’arciduchessa austriaca Stephanie entrò in porto a bordo del suo yacht Fantasy, nel 1867 l’arciduca Carlo Stefano e l’arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo-Lorena vi trascorsero le vacanze, nel 1868 fu visitata da Carlo Luigi d’Austria. Il più vecchio hotel è il Riviera costruito nel 1910. Nel

    1902 venne inaugurata la ferrovia a scartamento ridotto detta la Parenzana che arrivava a Trieste.

    di Silvio Maranzana

    TRIESTE Erano in Istria dalla fine del ’600 i de Vergottini. Superarono l’invasione napoleonica, la repressione dell’Austria, l’occupazione nazista.

    Ma non l’arrivo dei partigiani di Tito. Giuseppe era già uno dei notabili al tempo della presenza francese, Nicolò fece parte della Repubblica veneziana di San Marco guidata da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo che nel 1848 si oppose all’Austria, Giuseppe fu uno dei deputati della Dieta del nessuno che nel 1861 rifiutò di mandare propri rappresentanti a Vienna, Tomaso, deputato al parlamento viennese, fu il presidente del Comitato di salute pubblica di Parenzo che che nel 1918 consegnò la città all’Italia. «Nel 1943 – racconta Giuseppe de Vergottini, oggi professore ordinario di Diritto costituzionale all’università di Bologna – l’arrivo dei partigiani slavi pose tragicamente fine alla fase istriana della mia famiglia. Antonio, ex podestà di Parenzo venne prelevato la mattina del 24 settembre, da lì condotto a Pisino nel castello di Montecuccoli trasformato in prigione, e ucciso all’inizio di ottobre. Negli stessi giorni venne sequestrato, ucciso e gettato nella foiba di Vines il cugino Nicolò. Da questa foiba i vigili del fuoco di Pola comandati dal leggendario maresciallo Arnaldo Harzarich il 18 ottobre estrassero 23 salme. Sua moglie Wilma rimase sotto le bombe di un attacco aereo tedesco mentre si recava al carcere per incontrarlo. Il corpo di Antonio invece non venne mai ritrovato». Con l’occupazione jugoslava i de Vergottini vengono dichiarati nemici del popolo e le loro proprietà, che erano suddivise tra due rami della famiglia vengono confiscate. «La prima proprietà – riferisce ancora Giuseppe – comprendeva un’azienda agricola di 400 ettari con numerosi capi di bestiame e fabbricati rurali nel territorio di Parenzo e nelle frazioni di Sbandati, Monghebbo, Monsalice, Fontane, Foscolino e Orsera, la casa in via della Stazione dove risiedeva la famiglia di Antonio, altri immobili urbani, metà del castello vescovile di Orsera, un’importante biblioteca e altri beni ancora. La seconda proprietà invece comprendeva l’antico palazzo risalente al diciassettesimo secolo, di stile tipicamente veneziano costruito in pietra d’Istria, con balconi e loggiati su tre piani. prospicente il protiro della basilica e includente l’intero isolato situato tra le vie “Alla basilica eufrasiana”, Vergottini e Peteani.

    E poi, nel comune di Orsera, l’altra metà del castello e la fattoria di San Martino costituita da un complesso di edifici dove abitavano cinque famiglie di coloni, e poi stalle, silos, fienili oltre al bestiame. All’interno i terreni coltivati a vigneto si estendevano per 126 ettari. Vi erano le cave di pietra site in Monte Ricco e poi la villa padronale in località Santo Spirito costituita da un castelletto con torre merlata con annesso parco. I terreni, per un totale di 200 ettari con diverse case coloniche, attrezzi e bestiame, erano in parte in località Santo Spirito collegati a una pineta che costeggia il mare e in parte in località Maio, nel comune censuario di Villanova». (6 – segue; precedenti puntate pubblicate l’11, 18 e 25 settembre, 2 e 9 ottobre)

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    Risarciti con 251 milioni di lire dall’Italia

    TRIESTE «Tutti i nostri averi – racconta ancora Giuseppe de Vergottini – vennero confiscati, trasformati in proprietà sociale e oggi divenuti proprietà privata. Il palazzo di famiglia venne lasciato in stato di abbandono per finire oggetto dopo la fine del regime comunista di speculazioni immobiliari. Oggi sembra destinato a un recupero da parte delle autorità locali che lo trasformerebbero in un centro destinato a ospitare iniziative culturali e forse a sede del museo diocesano. La casa di via della Stazione fu trasformata in una fabbrica di conserve di pesce e venne completamente sfigurata nella sua fisionomia originaria. Oggi si presenta del tutto irriconoscibile». Secondo quanto riferì lo stesso padre Flaminio Rocchi, in base alla legge del 1985 i de Vergottini vennero risarciti dallo Stato italiano con la somma complessiva di 251 milioni 760 mila lire. «La famiglia ha seguito la trafila della richiesta di indennizzo secondo la legge italiana – riferisce da parte sua Giuseppe de Vergottini – ottenendo nel tempo una riparazione irrisoria rispetto al valore commerciale attuale degli immobili e dell’avviamento commerciale delle aziende agricole». Mai richieste di restituzione o indennizzo sono invece state avazate nei confronti dello Stato croato. «Conosciano già la risposta – afferma de Vergottini – non abbiamo diritto a nulla perché siamo stati optanti a favore della cittadinanza italiana. Non so se qualcosa potrà cambiare con l’ingresso della Croazia in Europa, non ci facciamo alcuna illusione».

    (s.m.)

  • Secolo d’Italia 24/09/11 Jugoslavia, così i militari italiani fermarono le stragi

    Jugoslavia, così i militari italiani fermarono le stragi

    La giornalista Mila Mihajlovic racconta il massacro di Jadovno

    Manlio Croce

    Verità nascoste e falsi storici troppo a lungo veicolati emergono ora con evidenza dopo la recente presentazione della ristampa anastatica del volume, fin’ora introvabile, Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943. Un testo preparato dal governo italiano e presentato alla Conferenza di pace di Parigi del 1947 per controbattere alle pretese territoriali jugoslave. Mila Mihajlovic, giornalista e storica serba, si sofferma su questo documento che ci racconta come andarono veramente le cose riguardo alla pulizia etnica perpetrata dal maresciallo Tito verso gli italiani.

    Mila Mihajlovic, qual è la portata storica e politica di questo documento?

    È l’inequivocabile testimonianza sulla tremenda sorte dei civili serbi ed ebrei nel campo di sterminio ustascia Jadovno e si collega alla documentazione che, fino a poco tempo fa, giaceva silente negli archivi italiani. Documentando un’immane eccidio, testimoniano dell’operato delle forze armate italiane tra il ‘41 e il ’43 in Jugoslavia e impongono una radicale revisione storica sul reale ruolo svolto dalle forze armate italiane. Dall’altra parte, annullano le tutt’ora divulgate “teorie della sinistra”, secondo le quali sono state le pressioni dei partigiani di Tito a fermare l’eccidio “fascista” e a far chiudere il campo di sterminio Jadovno.

    La verità è tutt’altra…

    La verità per oltre 60 anni negata è la seguente. Nello stesso momento in cui presero potere sul territorio prima assegnato al loro alleato, allo Stato indipendente croato, dunque alla fine di agosto 1941, le forze d’occupazione italiane ordinarono la chiusura del campo di concentramento sull’isola di Pago. Si fa presente che gli ustascia, nel luogo di sterminio che comprendeva l’isola Pago e una quarantina di foibe site sul monte Velebit nei pressi del villaggio Jadovno, in soli 132 giorni, tra aprile e agosto 1941, uccisero oltre 42.000 civili, uomini, donne, bambini, soltanto perché serbi o ebrei. Dunque, i militari italiani, arrivati come forza d’occupazione, salvarono i superstiti, tirarono fuori i corpi delle vittime dalle foibe e dalle fosse comuni, bruciarono i loro poveri resti e alle polveri dettero una degna sepoltura.In questo contesto, si pone una legittima domanda: forze armate, per di più fasciste, che il primo giorno d’arrivo chiudono i campi di concentramento, salvano la gente, aprono le fosse comuni, documentano le vittime e le seppelliscono, si prendono cura della popolazione, possono chiamarsi “forza d’occupazione” ? Inoltre, alla popolazione sotto le autorità italiane viene garantita la pace. I partigiani di Tito sparavano sui militari italiani per produrre le azioni punitive contro la popolazione serba. Secondo le numerose testimonianze storiche, questo non è mai avvenuto.

    Lei si focalizza su un’altro momento, importantissimo per l’Italia, sia storicamente che politicamente.

    Prima di tutto, c’è la questione che la Croazia non ha mai giuridicamente posseduto la costa adriatica; in secondo luogo, l’Italia è stata costretta, dopo la fine della seconda guerra mondiale, a rinunciare in favore della Jugoslavia di Tito ai propri territori. Tale rinuncia ha comportato una grave ingiustizia. Poiché l’Italia, fino all’8 settembre 1943, era forza d’occupazione sul territorio del Montenegro, dell’Erzegovina, di una parte della Bosnia, in Dalmazia, in Lika e in tutti i territori vicini, dai Paesi vincitori l’Italia venne indicata come responsabile per l’immane numero di serbi uccisi e infoibati in queste zone ad opera di ustascia croati.

    Si è veicolato un falso storico, quindi?

    Sì, l’Italia venne indicata come responsabile anche per l’eccidio compiuto dagli ustascia sull’isola di Pago, su quella d’Arbe, nei campi di sterminio di Jadovno. Sembra incredibile, ma all’Italia è stato attribuito il crimine altrui, crimine che essa, con tutte le sue forze disponibili, cercava di fermare e impedire. In questo modo, l’Italia viene condannata a pagare un risarcimento la cui entità e modalità furono stabilite dai Paesi vincitori. Con la Jugoslavia, l’Italia firmò un’accordo di pace dove testualmente si dichiarava di «rinunciare ai territori in favore della Jugoslavia». Dunque, non alla Croazia. In questo senso converge anche la tesi dello sloveno Zmago Jelincic, presidente del Partito nazionale sloveno, membro del Parlamento sloveno e deputato europeo. L’anno scorso, ha, infatti, invocato l’apertura di un contenzioso giuridico in ambito europeo, in accordo con le regole del vigente diritto internazionale. Da parte sua, la Croazia, che durante la seconda guerra mondiale era alleata di Germania e Italia, non ha mai pagato ad alcuno un risarcimento di guerra. Bisogna ricordare che, oltre la Germania, la Croazia era l’unico stato ad avere i campi di concentramento, il Paese che con le proprie leggi aveva definito, proclamato e ordinato lo sterminio dei serbi, ebrei e zingari. Eredità pesantissima.

    E quel famoso “grazie Italia” del giugno scorso??

    A differenza della Germania, tale verità storica non è stata ancora confessata dalla Croazia. Il primo barlume, il primo tentativo di confessione, è rappresentato dall’incontro del 26 giugno scorso in Croazia, presso la foiba Saranova, una delle più grandi del complesso di sterminio Jadovno. L’incontro e la successiva commemorazione, avvenuti alla presenza delle massime autorità croate, serbe e bosniache, sono stati in buona parte determinati dalla divulgazione della documentazione storica italiana, riportata a gran voce dai media di questi Paesi. Ragione per la quale la parte serba presente alla commemorazione ha pronunciato «Grazie Italia», rivolgendosi direttamente ad Ajmone Finestra, testimone e partecipe degli avvenimenti del 1941, in qualità di giovane ufficiale del VI Reggimento Bersaglieri. Forse, tra breve, anche le vittime italiane delle foibe potranno ricevere un simile riconoscimento, magari davanti alla Foiba di Basovizza, come da tempo invocato dalle associazioni dalmate ed istriane. Sarebbe un grande contributo alla reciproca riconciliazione.

  • Il Piccolo 25/09/11 Salvore: Il castelletto dei triestini finito alla Marina di Tito (3)

    Il castelletto dei triestini finito alla Marina di Tito

    A Salvore la Jugoslavia sequestrò fattorie e ville delle famiglie Cesare-Slavich

    L’erede è il cardiologo Gianni: «Abbiamo chiesto la restituzione, non ci speriamo» italiancich

    Italiancich burla sul cognome giocata ai fascisti

    Mario Slavich, il papà di Gianni era a propria volta medico, primario alla Maddalena. É stato anche medico della Triestina fin dal 1926, prima che la Federcalcio imponesse l’obbligo di questa figura. Come riferisce il figlio, riuscì a “giocare” anche il regime fascista. Il “costume” di allora prevedeva infatti anche l’italianizzazione dei cognomi. Di conseguenza il dottor Slavich venne chiamato all’anagrafe e all’impiegato che lo invitava a scegliere un altro nome disse che aveva deciso per Italiancich. Prevedibile la reazione. «Fummo tra i pochi – commenta divertito Gianni Slavich – che riuscirono a mantenere il discusso cognome originario».

    di Silvio Maranzana

    TRIESTE «Tu, che scuola farai?, mi chiesero quegli individui armati fino ai denti che avevano fatto irruzione nella grande cantina di Villa Cesare.

    Risposi: slava. E mi illusi così di aver salvato tutta la famiglia». Era il periodo della vendemmia in quella fine estate del 1945 e il cardiologo triestino Gianni Slavich non aveva ancora compiuto quattro anni. Ma gli individui tornarono nel pomeriggio gridando: «Xe ora de finirla co ’sti siori, taliani e nemici del popolo», e trascinarono fuori a forza le donne:

    mamma e zie. Avevano già puntato i fucili quando arrivò Toni, il colono:

    «No, le mie parone no». Si salvarono, ma era l’addio al castelletto di Salvore, conosciuto come Villa Cesare e alle fattorie denominate Stanzia Grande e Stanzia di Groppia con altre tre signorili dimore: Villa Lotta, Villa Ziani e Villa Ana. Le famiglie infatti si rifugiarono a Trieste dove del resto avevano da sempre la propria residenza. «Mia madre non volle più tornare a Salvore dove trascorrevamo tutte le estati e dove, bambini e donne ci eravamo trasferiti in pianta stabile dopo il tragico bombardamento di Trieste del 10 giugno 1944 – racconta ora Slavich – Io ci sono tornato molto tempo dopo. Non esiste più né una vite, né un ulivo, la terra è stata usata per il cementificio di Umago. Villa Ziani è diventata una pensione, Villa Lotta fu utilizzata anche da una fabbrica di biciclette di Lubiana, Villa Ana è proprietà di austriaci o di tedeschi. Ma è il castelletto, cioé Villa Cesare, a fare la pena maggiore: dopo la guerra fu anche un comando della Marina militare di Tito. Sulla torre venne costruita una guardiola in cemento armato e collocato un radar. Oggi, disabitato, sta andando in rovina. I croati all’ingresso hanno piantato una tabella con la scritta:

    «Monumento culturale», accompagnata però dall’avviso: «Pericolo di crollo».

    Eppure da lì si gode sempre una splendida vista sul golfo di Pirano e di sera si vedono brillare in lontananza le luci di Trieste. Un tempo era una delle dimore più belle della costa istriana. Conoscevo quelle fattorie essendo della zona, mi disse un giorno il senatore del Pci Paolo Sema – racconta ancora Slavich – allora era un vero paradiso». Nell’azienda agricola Cesare composta da Stanzia grande e Stanzia Groppia sulla Punta di Salvore lavoravano come coloni o agricoltori 42 nuclei familiari. Ogni anno si producevano 15 ettolitri di olio d’oliva, 550 quintali di frutta, 500 ettolitri di malvasia, 200 di refosco, 12 di pinot. Quasi un’ottantina i capi di bestiame da cui si ricavavano annualmente 60 quintali di carni bovine, 9 di suine, 250 ettolitri di latte e 9 di formaggio. Slavich mostra il contratto messo in cornice che attesta la proprietà di Stanzia grande, castelletto compreso. «Dal governo italiano – afferma – abbiamo ottenuto un risarcimento irrisorio. Dopo la dissoluzione jugoslava abbiamo fatto alla Croazia richiesta di restituzione. Non siamo esuli o optanti, siamo sempre stati residenti a Trieste. Le nuove leggi croate dovrebbero prenderci in considerazione, ma le nostre speranze sono minime».

    Su quegli scogli fu colpito il piroscafo “San Marco”

    Il 9 settembre 1944 sulla scogliera sotto il castelletto andò a incagliarsi dopo essere stato colpito e il piroscafo San Marco addetto al trasporto passeggeri da Umago a Trieste. Venne attaccato da una squadriglia di aerei amgloamericani. Morirono oltre 150 persone. «Tra i primi ad accorrere per i soccorsi fu mio padre – ricorda Gianni Slavich – il caso aveva voluto che quel giorno non avesse lasciato Salvore per rientrare a Trieste. E nella più vicina casa colonica, con l’aiuto dei soldati della postazione tedesca e di alcune persone locali, prestò le prime cure a coloro che erano riusciti a uscire dall’acqua. Nello stesso specchio di mare quasi 800 anni prima, nel

    1177 era avvenuto lo scontro tra le galere veneziane comandate dal doge Sebastiano Ziani e quelle genovesi e pisane capeggiate dal figlio del Barbarossa, il futuro ottone IV. La battaglia si concluse con la vittoria dei veneziani. Ma Ottone si salvò raggiungendo a nuoto la riva e calandosi nella cisterna davanti la chiesa di San Giovanni Evangelista. I veneziani dopo l’attracco non lo trovarono. Un’iscrizione nella chiesa ricorda la battaglia. Secondo alcuni il nome di Salvore deriverebbe da quel fortunoso salvaggio (Salvore). «Mio nonno – racconta Slavich – che aveva fatto costruire una delle ville, l’aveva chiamata Ziani in onore del Doge». La vittoria dei veneziani portò alla riconciliazione tra Chiesa e Impero e il Papa per ringraziarli offrì allo Ziani l’anello con cui sposare il mare.

    (3 – segue)

  • La Voce del Popolo 24/09/11 E & R –

    CIACOLADE di Roberto Stanich – In Arena co’l «Va pensiero»

    a cura di Roberto Palisca

    Mio zio Tonin xe un bon omo, qualche volta fin tropo bon e ingenuo. Quel che lo ga sempre fregà xe la passion per la politica, anche se no’l xe mai sta un vero politicante ma pretamente un idealista. La politica lo atirava, come le vespe xe atirade dal miel e, ingenuo come che’l iera, el se fasseva insinganar de certi sui amici militanti del partito, che i parlava de socialismo, de rivoluzione proletaria, de potere ai lavoratori e altre robe simili. Lui a ‘ste robe el ghe credeva veramente, iera i sui ideali. Parlemo dei ani 1946-47, quando che a Pola iera ancora i aleati ma zà se saveva che saria rivadi i druzi. La magior parte dela gente, pur con la morte nel cuor, la se prontava per lassar la cità ma iera anche quei che, qualchedun per problemi personali ma altri anche per idee politiche, i gaveva deciso de restar. Uno de questi iera Tonin.

    LE DISCUSSIONI CON BEPI Lui no’l gaveva fato la guera, el iera ancora tropo giovane, ma el gaveva visto come che la iera stada bruta e le brute robe che gaveva fato el fassismo. El gaveva anche sentì parlar dele foibe e dele altre brute robe che gaveva fato i druzi ma i sui compagni de partito i ghe diseva che iera la “giusta reazione popolare alla barbarie fassista” e lui, ingenuo come che’l iera, el ghe credeva.

    Anche quando che iera sucessa la strage de Vergarola, el referente del partito lo gaveva convinto che probabilmente iera stada una disgrassia, una fatalità opur, se iera un atentato, alora lo gaveva fato i servizi segreti italiani, per far confusion e darghe la colpa ala Jugoslavia. Lui el parlava de ‘ste robe a casa e iera grandi discussioni, specialmente con Bepi, suo fradel de qualche ano più vecio. Bepi gaveva idee completamente diverse, e, dopo la guera, el se gaveva aruolà nela Polizia Civile, el iera un “Cerin” o un “Bacolo nero”, come che i ciamava a Pola ‘sti polissioti.

    FRADEL CONTRO FRADEL Tonin el lavorava al mulin dei Sansa e, quando el 3 genaio 1947, durante la dimostrassion per impedir che i paroni del mulin i portassi via i machinari, la polissia civil ga sbarà sui dimostranti e tre operai xe morti, lui iera coi dimostranti e Bepi con la polissia, fradel contro fradel. Questo fato gaveva causà la rotura completa dei raporti e, dopo che Bepi xe andà via con l’esodo, i due fradei no se gaveva più visto ne parlà per ani.

    Tonin iera restà a Pola e, quando che iera rivadi i druzi, el se gaveva dà de far nele organisassioni del partito e dei lavoratori. I dirigenti i lo gaveva inquadrà subito come uno che gaveva voia de lavorar e che no dava problemi e i ghe gaveva afidà diversi incarichi. Ma Tonin iera tropo onesto e idealista e presto el se gaveva acorto che una roba xe la teoria, quel che predicava el partito e l’altra xe la pratica, la realtà dei fati. Iera tempi duri, rassionamento del magnar con le tessere, miseria.

    Co’ Tito gaveva fato barufa con Stalin, tanti compagni, i cosideti “cominformisti”, monfalconesi ma anche istriani, i iera finidi a Goli Otok. Paura de parlar ma anche de pensar, per no andar in disgrassia, Tonin gaveva imparà a sue spese che el silensio xe veramente de oro, come che disi el proverbio e pian pianin el se gaveva tirà fora dei incarichi politici.

    STRANIERI IN CASA De italiani ghe ne iera restai pochi a Pola e iera rivada altra gente de l’interno de l’Istria e anche de altre parti dela Jugoslavia. Iera gente diversa e iera dificile capirse e andar dacordo. Tonin qualche volta se sentiva straniero a casa propria. Ma el tigniva duro el iera orgoglioso dela sua identità italiana e el voleva mantignirla. El frequentava el circolo italiano e, anche se se saveva che, come tute le organisassioni, anche el circolo iera soto el controlo del partito, iera bel trovarse con gente nostra, che parlava el nostro bel dialeto. Nel fratempo el se gaveva anche sposà con la Pina, una mula polesana de Castagner e ghe iera nati due fioi, un putel e una putela. Quando che i xe stai in età de andar a scuola, el gaveva avù qualche problema a iscriverli ala scuola italiana per via del cognome che finiva in “ic”, ma ala fine i li gaveva acetai. Intanto passava i ani, adesso se stava un poco meo, cominciava rivar i primi turisti, iera più libertà.

    NOVI POLITICANTI La moglie gaveva eredità un tochetin de tera visin Veruda e Tonin con grandi sacrifici e el prestito dela banca, el iera riussido a farse una caseta. El gaveva fato far un per de camere in più che’l afitava ai turisti e questo iera un bel aiuto economico per la famiglia. Gaveva comincià a vignir anche Bepi con la famiglia in ferie a Pola ma i raporti tra i due fradei iera ancora ‘sai fredi.

    Le robe andava avanti cussì, un poco meo un poco peso ma se capiva che i tempi stava cambiando. Nel 1980 xe morto Tito e Tonin gaveva pianto, quando che’l gaveva savesto. No xe che’l aprovava tuto quel che el vecio ditator gaveva fato ma con lui spariva un grande toco dela sua vita. Dopo, Tonin no xe rivà più a capir quel che stava sucedendo in politica. Iera tropa gente nova, tropi novi politicanti de diverse nasionalità sempre in barufa tra de lori. L’unico fato positivo iera che l’Unione degli Italiani se gaveva dà un novo statuto con un ordinamento democratico, indipendente dal partito. Tonin nel fratempo iera andà in pension. La pension iera picia ma Tonin se rangiava con qualche lavoreto e lui e la moglie no’i gaveva grandi pretese.

    UN’ALTRA GUERA Ma eco, quasi al improviso una nova tragedia, una nova guera tra Serbia e Croazia. Tonin no gavessi mai dito che saria sucessa una roba del genere. Per lui, Croati, Serbi, Bosniaci, iera tuti uguali e lui iera ancora restà ai slogan del partito de una volta che el predicava la “fratellanza tra i popoli”. Se vedi che questo principio no valeva più per i novi politicanti e alora ancora morte e distrussion, omini, done, fioi, colpevoli solo de esser de un’altra nasionalità o de un’altra religion. L’Istria, fortunatamente, no la xe stada tocada più de tanto ma i morti inocenti no ga nasionalità e tuti merita rispeto.

    Xe finida anche questa guera ma la ga lassà gravi conseguense, bisognava incominciar de novo, ricostruir ma Tonin no gaveva più voia, ghe ne gaveva viste trope. No’l se trovava più, iera cambiado ancora tuto, le legi, el sistema, la gente. Adesso se podeva far tuto, anche quel che no se dovessi mai far, iera libertà ma anche anarchia, iera un mondo fato per i furbi e i prepotenti. Se trovava de tuto ma la vita iera diventada ‘sai cara, La pension no ghe bastava più ma per fortuna el gaveva l’orto dove che cresseva tanta verdura e due boni fioi che lo iutava.

    INDRIO NEL TEMPO Tonin no’l andava squasi più in cità e quele rare volte che’l andava, no’l vedeva nissun de quei che’l conosseva. El preferiva lavorar in orto o andar a pescar o anche solo caminar lungo el mar. Dele volte el se sentava su una grota e vardando el mar, che se perdeva in lontanansa, el andava indrio nel tempo, el se ricordava dela Pola una volta, dela gente che la abitava, dei amici e conossenti e el se domandava dove che iera andai a finir Rudi o Nini o Giordano. Intanto passava el tempo, adesso el gaveva più dificoltà a moverse ma el iera sempre informà de tuto, el legeva el giornal, el scoltava la radio e la television. Le notizie del mondo iera per la magior parte brute, guere, atentati, rapine, omicidi ma, ogni tanto el legeva qualcossa de bel.

    Cussì el gaveva leto che ai primi de luglio saria vignù a Pola el presidente italian Giorgio Napolitano e che, insieme al presidente croato Ivo Josipovic ei gavaria partecipà a un concerto in Arena.

    Iera tempo ormai de meter una piera sule dolorose vicende del passato e tuti i citadini, specialmente i italiani ma non solo questi, iera invitadi a partecipar, per far sentir la propria solidarietà al gesto simbolico dei due presidenti. Tonin ga deciso subito che’l voleva andar. El ghe ga telefonà al fio e lui ghe ga promesso che lo porterà. Purtropo, Napolitano ga dovù cancelar la visita dei primi de luglio per impegni urgenti e el ga spostà el concerto in Arena, al 3 de setembre. “Va ben lo stesso”, ga dito Tonin, “speteremo altri due mesi e speremo che Dio ne daghi la salute.”

    UN GROPO IN GOLA Xe passadi due mesi e xe rivà el tre de setembre. Come promesso, el fio ga portà Tonin in arena. L’Arena iera piena, ma el fio ghe gaveva fato tignir el posto in una bela posission, dove che’l podeva veder e sentir ben. Iera una bela serata, el ciel iera seren e una bavisela rinfrescava l’aria.

    Davanti al palco iera l’orchestra che zà provava i strumenti. De drio stava el coro, duecento coristi scelti tra i cori de tute le comunità dei italiani de l’Istria. Dopo i saluti preliminari i ga sonà i inni nazionali e quando che i ga fato quel italian, Tonin ga sentì che ghe vigniva come un gropo in gola, un gropo che no’l rivava smolar e che no ghe andava ne su ne zò ma no’l voleva lassarse andar ala comossion, el voleva tignirse su.

    Dopo, ga parlà i due presidenti, el stesso discorso in italian e croato. “Bele parole”, ga pensà Tonin, “ma bisogna veder i fati. Però anche le parole xe importanti, se le xe sincere” e el ga batù le mani convinto, insieme con tuti i presenti.

    LEGER COME UNA PIUMA E finalmente ga incomincià la musica, tochi de opera: l’Ouverture del Nabucco, el Te Deum dela Tosca, mi chiamano Mimì de La Boheme di Giacomo Puccini e altri tochi ancora de musicisti croati, che Tonin no conosseva. Tuto bel, bela musica, bravi cantanti ma quel che Tonin spetava con impazienza iera el “Va pensiero”, el “Va pensiero” sonà e cantà in Arena, dopo tanti ani, finalmente!

    E, quando che el coro ga intonà “Va pensiero su l’ali dorate…”, Tonin ga sentì che el gropo che’l gaveva in gola el se smolava. Alora el ga serà i oci e el se ga lassà andar completamente.

    El se sentiva leger come una piuma, el andava in alto seguendo l’onda dela musica, el volava sule “ali dorate”, sempre più su, tra le arcate de l’Arena, sempre più in alto, sora el mar, sora la città, la via Medolin, dove che’l iera nato, Veruda, dove che’l stava,Verudela, Scoio dei Frati, Frascher, picio e grande, Promontore, el faro de Porer.. el volava e insieme con lui iera tanta altra gente, istriani, polesani, iera suo fradel Bepi, el suo amico Mario, i sui compagni de scola, quei dela squadra del balon, quei che iera andadi in Italia, in America, in Australia, tuti insoma e iera tuti contenti, tuti in pase, che i se sorideva l’un con l’altro e iera bel, bel, cussì bel che’l no gaveva più voia de tornar in tera.