POLA..UNA STRAGE DIMENTICATA ..LA SPIAGGIA DI VERGAROLLA

  • Fonte Internet :

    Archivio CORRIERE DELLA SERA

    Inediti Documenti britannici svelano i retroscena dell' esplosione di Vergarolla

    Pola 1946: Tito dietro la strage sulla spiaggia

    «I sospetti si dirigono oltre confine, ma Pola è come un' isola, oltre confine non si può indagare». Così Corrado Belci, profugo istriano ed ex parlamentare della Dc, riferisce nel libro Quei giorni di Pola (Libreria Editrice Goriziana, pp. 260, 18) le diffuse impressioni successive alla strage di Vergarolla, avvenuta il 18 agosto 1946. E ora i sospetti dell' epoca trovano conferma: a far saltare un deposito di mine e a trasformare in carnaio una spiaggia della città adriatica, secondo documenti dei servizi segreti britannici, furono attentatori legati alle forze jugoslave, che occupavano tutta l' Istria tranne la stessa Pola, presidiata provvisoriamente dagli inglesi. Non si trattò dunque di una tragica fatalità, ma del primo e più sanguinoso eccidio di civili del dopoguerra, oggi pressoché dimenticato. La rivelazione risale a domenica scorsa. Sul quotidiano triestino Il Piccolo, Pietro Spirito ha anticipato i più clamorosi risultati della ricerca compiuta da Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino negli archivi londinesi di Kew Gardens. Nel terzo volume della serie Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra, in vendita giovedì 13 marzo con il giornale giuliano, i due studiosi svelano che il controspionaggio italiano, soprattutto un' unità speciale di carabinieri denominata Battaglione 808º, diede ai britannici informazioni preziose sui collegamenti tra l' eccidio di Vergarolla e le attività dell' Ozna, la polizia segreta jugoslava. In particolare un documento inglese del 19 dicembre 1946 riporta che «una fonte attendibile» indicava tra gli autori del massacro Giuseppe Kovacich, un agente di Tito che faceva la spola tra Fiume, sua città natale, e Trieste. Il suo aspetto fisico corrispondeva a quello di un individuo scorto da alcuni testimoni mentre si aggirava vicino al deposito delle mine, poco prima dello scoppio. La strage, che contribuì ad accelerare l' esodo degli italiani da Pola, avvenne su una spiaggia affollata di gente per via di una gara di nuoto e causò una settantina di vittime innocenti. Sarebbero state certamente di più se il coraggioso medico Geppino Micheletti, che aveva perso due figli piccoli nell' esplosione, non si fosse prodigato, vincendo lo strazio del suo animo, per soccorrere i feriti.

    Carioti Antonio



    Like this post to subscribe to the topic.
  • Fonte Internet: da Wikipedia

    POLA - LA STRAGE DI VERGAROLLA

    La strage di Vergarolla (o anche Vergarola) fu causata dall'esplosione di un deposito di materiale bellico, avvenuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla a Pola. L'esplosione provocò la morte di non meno di 80 persone.

    Il fatto:

    In quel periodo l'Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l'aveva occupata fin dal maggio 1945. Pola invece era amministrata a nome e per conto degli Alleati dalle truppe britanniche, ed era quindi l'unica parte dell'Istria al di fuori del controllo jugoslavo.

    Le responsabilità dell'esplosione, la dinamica e perfino il numero delle vittime sono tuttora fonte di accesi dibattiti.

    Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla (Pola), si sarebbero dovute tenere le tradizionali gare natatorie per la Coppa Scarioni, organizzate dalla società dei canottieri "Pietas Julia". La manifestazione aveva l'intento dichiarato di mantenere una parvenza di connessione col resto dell'Italia, e il quotidiano cittadino "L'Arena di Pola" reclamizzò l'evento come una sorta di manifestazione di italianità.

    La spiaggia era gremita di bagnanti, tra i quali molti bambini. Ai bordi dell'arenile erano state accatastate - secondo la versione più accreditata - ventotto mine antisbarco - per un totale di circa nove tonnellate di esplosivo - ritenute inerti in seguito all'asportazione dei detonatori. Alle 14,15 l'esplosione di queste mine uccise diverse decine di persone. Alcune rimasero schiacciate dal crollo dell'edificio della "Pietas Julia".

    Il boato si udì in tutta la città e da chilometri di distanza si vide un'enorme nuvola di fumo. I soccorsi furono complessi e caotici, anche per il fatto che alcune persone furono letteralmente "polverizzate". Questa è una delle cause per cui non si riuscì a definire l'esatto numero delle vittime, tuttora controverso.

    L'ospedale cittadino "Santorio Santorio" divenne il luogo principale della raccolta dei feriti: nell'opera di assistenza medica si distinse in particolar modo il dottor Geppino Micheletti, che nonostante avesse perso nell'esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni, per più di 24 ore consecutive non lasciò il suo posto di lavoro.

    Le reazioni, i funerali e la quantificazione delle vittime

    Il consiglio comunale di Pola si radunò d'urgenza e inoltrò una protesta formale al comando supremo alleato del Mediterraneo, all'ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione Alleata di Controllo a Roma, al Comando del Corpo al quale appartenevano le truppe di stanza a Pola, al Colonnello dell'AMGVG (Allied Military Government Venezia Giulia - Governo Militare Alleato della Venezia Giulia) di Trieste e dell'Area Commissioner di Pola. Le autorità furono fermamente invitate a "stabilire le responsabilità" della strage.

    L'"Arena di Pola" titolò a tutta pagina "Pola è in lutto", e scrisse: "non è finita la guerra. Lutti che si rinnovano, bare che si compongono in lunga fila, lamento di feriti che riempiono ancora le corsie degli ospedali. Un martirio che poche città hanno conosciuto!".

    L'intera città partecipò ai funerali, tanto che si dovettero organizzare due diversi cortei funebri. Tutti gli stabilimenti, gli uffici ed i negozi rimasero chiusi in segno di lutto. Le esequie furono celebrate dal vescovo di Parenzo e Pola , Raffaele Mario Radossi, che durante l'omelia disse: "Non scendo nell'esame delle cause prossime che hanno determinato un simile macello; io rimetto tutto al giudizio di Dio (...) al quale nessuno potrà sfuggire nell'applicazione tremenda della sua inesorabile giustizia".

    I feriti furono molte decine, fra cui anche due militari britannici, mentre il numero esatto dei morti non venne mai accertato: alla manifestazione sportiva erano accorse anche centinaia di persone dai villaggi limitrofi, e se circa cinquanta furono i cadaveri riconosciuti ufficialmente, ai funerali ventun bare contenevano corpi non identificati, oltre a quattro bare di resti non ricomponibili. Il totale più accreditato di morti stimati è di circa ottanta, ma alcune stime arrivano ad ipotizzarne cento.

    La notizia sulla stampa italiana

    Il modo di riportare la notizia della strage di Vergarolla nella stampa italiana in qualche modo può essere considerato un indicatore della rovente temperie politica dell'epoca, nonché della difficoltà di recepire notizie da una zona ancora formalmente parte del territorio italiano, ma di fatto separata da esso.

    La prima segnalazione del quotidiano del PCI l'Unità fu del 21 agosto 1946, a esequie avvenute. Il titolo è "Gli anglo-americani responsabili della strage di Pola", ed in esso si dà spazio alla notizia secondo cui il vescovo di Pola avrebbe "stigmatizzato con roventi parole le autorità angloamericane, che presidiano la zona, chiamandole "responsabili" della tragedia per non aver rimosso le mine dalla spiaggia, dove erano state gettate dalla marea, per non averle disinnescate dopo averle lasciate sulla spiaggia". La tesi del quotidiano - nonostante i vari sospetti sull'ipotesi dell'attentato doloso - è che si sia trattato di una disgrazia, dovuta all'incuria degli angloamericani. Il numero delle vittime è stabilito in 62.

    Il giorno successivo, l'Unità riportò un "rapporto telegrafico della Camera del Lavoro di Pola" secondo il quale il numero delle vittime sarebbe salito a "oltre 100", ma la tesi è sempre quella della "sciagura dovuta ad incuria dei colpevoli". L'articolo segnala la "giusta indignazione della popolazione di Pola e di tutta l'Italia", affermando che il consiglio municipale della cittadina istriana avrebbe votato un ordine del giorno "di protesta".

    E' da notare che il quotidiano comunista italiano in quegli stessi giorni conduceva una continua campagna di stampa in difesa degli interessi jugoslavi nella regione, contro - dall'altra parte - "i servi del fascismo e dell'Italia fascista" che contrapponendosi alla Jugoslavia assieme agli Stati Uniti avevano portato l'Europa sull'orlo di una nuova guerra.

    La Nuova Stampa di Torino diede la notizia il 20 agosto, intitolando "Sventura a Pola" e inserendo nel sommario l'interrogativo: "Si tratta di un attentato?".

    L'inchiesta inglese

    Il comando inglese istituì una commissione militare d'inchiesta, che però non riuscì a determinare le responsabilità della strage, aumentando i dubbi su alcune circostanze. La relazione finale raggiunse le seguenti conclusioni:

    Gli ordigni erano stati messi in stato di sicurezza, ed in seguito controllati varie volte, sia da militari italiani, sia alleati. Un ufficiale britannico di nome Klatowsky affermò di aver ispezionato tre volte le mine - l'ultima il 27 luglio - concludendo che le stesse potessero essere fatte esplodere solo intenzionalmente.

    Testimoni diretti - fra i quali uno dei militari inglesi feriti - avevano affermato che poco prima dell'esplosione avevano udito un piccolo scoppio e visto un fumo blu correre verso le mine.

    Il comandante della 24ma Brigata di fanteria inglese- M.D.Erskine - segnalò che le mine non erano né recintate né sorvegliate, proprio perché ritenute inerti e non pericolose.

    Erskine espresse nella relazione finale il parere secondo cui "Gli ordigni sono stati deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute" ("The ammunition was deliberately exploded by person or persons unknown").

    "L'Arena di Pola" ribadì varie volte l'argomento: "Stando così le cose, le mine non possono essere scoppiate da sole senza l'intervento di alcuno".

    La cittadinanza ebbe la netta impressione che i militari alleati agissero con poca determinazione nella ricerca dei colpevoli, ed essendosi maturata la convinzione che Pola fosse una sorta di pedina di scambio nel gioco delle potenze vincitrici della guerra, tutto ciò esacerbò ulteriormente gli animi.

    La strage nel quadro dell'esodo

    A differenza del resto dei territori in seguito ceduti dall'Italia alla Jugoslavia col trattato di pace, ove l'amministrazione militare era affidata all'esercito jugoslavo, l'esodo da Pola fu effettuato sotto la sovrintendenza delle forze alleate. La maggior parte della popolazione andò via dalla città.

    L'idea dell'abbandono di Pola da parte della "larghissima maggioranza" dei cittadini era maturata mesi prima della strage di Vergarolla. Le feroci contrapposizioni fra i filoitaliani e i filojugoslavi erano condite da accuse e minacce, e la radicalizzazione della frattura non lasciò ai perdenti "alcun margine di accettazione della soluzione avversa". Complessivamente, la popolazione di Pola ritenne di trovarsi di fronte ad un'alternativa secca: o rimanere nella propria città in balia di un potere che non offriva nessuna garanzia sul piano della sicurezza personale, né su quello della libera espressione del proprio sentire nazionale e politico, oppure abbandonare tutto per prendere la via dell'esilio.

    Le notizie trapelate a maggio del 1946 in merito all'orientamento delle grandi potenze riunite a Parigi a favore della cosiddetta linea francese - che assegnava Pola alla Jugoslavia - rappresentarono un fulmine a ciel sereno: in città si era infatti convinti che il compromesso sarebbe stato raggiunto sulla linea americana o sulla linea inglese, che avrebbero lasciato la città all'Italia.

    Il 25 giugno, la Camera del Lavoro proclamò uno sciopero generale di protesta che raccolse un'adesione altissima. Il 3 luglio si costituì il "Comitato Esodo di Pola". Il giorno successivo "L'Arena di Pola" titolò a piena pagina: "O l'Italia o l'esilio". Nell'articolo principale a firma di Guido Miglia, si legge: "Il nostro fiero popolo lavoratore, quello che pure aveva creduto nella democrazia e s'era ribellato ad ogni forma di schiavitù, abbandonerebbe in massa la città se essa dovesse sicuramente passare alla Jugoslavia, e troverà ospitalità e lavoro in Italia, ove il governo darà ogni possibile aiuto a tutti questi figli generosi che preferiscono l'esilio alla schiavitù ed alla snazionalizzazione. A Pola rimarranno forse alcune migliaia di fanatici che, dopo alcune settimane di occupazione jugoslava, si pentiranno atrocemente di tutto il male fatto da loro e cercheranno allora di sfuggire alla persecuzione violenta ed all'oppressione. E proprio perché sanno che a loro toccherà questa sorte, e per continuare ad essere dei gerarchi della "minoranza" italiana, fanno ogni sforzo per convincere la gente a rimanere in città; dopo averla terrorizzata con un anno di propaganda bestiale, con deportazioni in massa di innocenti e con lancio di uomini vivi nelle foibe, fra lo sghignazzare di alcuni ubriachi di sangue".

    Il 12 luglio, il "Comitato Esodo di Pola" cominciò la raccolta delle dichiarazioni dei cittadini che intendevano lasciare la città nel caso di una sua cessione alla Jugoslavia; il 28 luglio furono diffusi i dati: su 31.700 polesani, 28.058 avevano scelto l'esilio. Pur essendo da considerarsi queste dichiarazioni prevalentemente come un tentativo di pressione sugli Alleati a sostegno della richiesta di plebiscito, cionondimeno esse avevano assunto un significato più profondo: "L'esodo si era trasformato nella maggior parte della popolazione da reazione istintiva in fatto concreto, che acquistava via via uno spessore organizzativo e iniziava a incidere sulla vita quotidiana degli abitanti".

    Nell'estate del 1946 l'esodo era già un'opzione molto concreta. Tuttavia, nella memoria collettiva della popolazione la strage di Vergarolla venne ritenuta come un punto di svolta, in cui anche gli incerti si convinsero che la permanenza in città alla partenza degli Alleati sarebbe stata impossibile.

    « (...) lo scoppio fece abbassare il volume alla città. A quel punto si operò lo scollamento decisivo, inesorabile. L'impalpabile nevrosi della catastrofe vicina era già diffusa nell'aria e fra la gente. Lì, a quel funerale, dilagò il senso dell'ineluttabile e della sua accettazione, lì ci furono scene drammatiche, scene di fuga da un luogo di morte. (...) L'esodo a quel punto si fece visibile, massiccio, collettivo. Vergarolla aveva modificato radicalmente le sorti della città. »

    Le ipotesi sulle cause e le responsabilità

    Le ipotesi sulle cause e le responsabilità delle esplosioni iniziarono a formarsi fin dalle ore immediatamente successive alla tragedia. Esse possono essere così riassunte:

    L'ipotesi dell'incidente. Nei memoriali di alcuni testimoni del tempo, si affermò che nelle prime concitate ore si parlò di una tragica fatalità dovuta all'incauto comportamento di qualcuno dei presenti oppure ad un fenomeno di innesco delle cariche esplosive causato dal caldo: "Quando arriva la voce della tremenda disgrazia, sento dire che forse qualcuno può aver acceso il fornello per far da mangiare, troppo vicino alle mine".

    Per decenni tale ipotesi venne spesso proposta - all'interno dello stesso scritto - in alternativa a quella dell'attentato, senza però una netta prevalenza dell'una o dell'altra.

    L'ipotesi dell'attentato terroristico.

    I primi ad escludere in un documento la possibilità di un incidente furono - come si è già visto - gli inquirenti inglesi nel periodo immediatamente successivo alla strage.

    Ciò non fece che alimentare i sospetti di una parte dei polesani, che ragionando sulla base del cui prodest puntarono immediatamente il dito contro gli jugoslavi: si disse quindi che la strage di Vergarolla fosse stato un attentato organizzato da chi aveva interesse a mandar via la popolazione di lingua italiana dalla maggiore città istriana.

    Lo stesso sindaco di Pola Luciano Delbianco durante le celebrazioni del 2004 suffragò l'ipotesi dell'attentato: "Quel 18 agosto 1946 ignobili e ancora ignoti sabotatori attivarono a distanza nove tonnellate di esplosivo contenuti nelle mine, residuati di guerra, sparse lungo la spiaggia provocando un'ecatombe".

    Nella memorialistica di molti esuli di Pola l'ipotesi assume spesso i tratti di assoluta certezza: "In una soleggiata giornata estiva avvenne un atto terroristico mai rivendicato. Durante una manifestazione nautica di stampo patriottico nove tonnellate di tritolo contenute in mine subacquee, accatastate sulla riva come residuati bellici, disinnescate da tre squadre di artificieri, per effetto di una mano criminale che le riarmò, detonarono in devastante esplosione.

    Morirono 110 persone, giovani e bambini (...). Fu per gli istriani un chiaro segnale: andate via!".

    Sono da rilevare anche alcune rare posizioni nettamente più estreme, che arrivano ad ipotizzare un interesse di "gruppi nazionalisti italiani" ad organizzare la strage, in accordo con lo stato italiano, al fine di mettere in cattiva luce la Jugoslavia, impegnata nelle trattative di pace.

    Le novità degli archivi inglesi

    A marzo del 2008, "Il Piccolo" pubblicò una serie di quattro volumi sulla storia di Trieste, a cura di Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino. Sulla base dei documenti del Public Record Office di Kew Gardens (Londra) - desecretati recentemente - i due autori ricostruirono il complesso quadro storico delle vicende che interessarono Trieste, la Venezia Giulia e l'Istria fra il 1946 e il 1951, assemblando una scelta delle lettere, delle informative e dei dispacci segreti in possesso degli Alleati.

    Nel terzo di questi volumi, gli autori riportarono il testo di un'informativa riguardante la strage di Vergarolla, secondo la quale l'esplosione sarebbe stata in realtà un attentato pianificato dall'OZNA (il servizio segreto jugoslavo). Nell'informativa - datata 19 dicembre 1946 e intitolata "Sabotage in Pola" - si indica anche il nome di Giuseppe Kovacich come agente dell'OZNA, nonché uno degli esecutori materiali dell'attentato stesso.

    Il documento riporta la sigla "CS" che indica una delle formazioni di spionaggio più attive nell'Italia del dopoguerra: il Battaglione 808° per il controspionaggio, con sede a Roma, composto interamente da carabinieri. L'informativa è quindi prodotta da un reparto italiano, a quel tempo al servizio anche dei servizi segreti americani e britannici.

    La pubblicazione dei documenti su "Il Piccolo" è stata poi ripresa e commentata in vario modo dalla stampa croata e da altri quotidiani italiani, determinando una netta frattura interpretativa: da parte croata si è sostenuta la sostanziale non attendibilità di un rapporto dei carabinieri italiani per manifesta parzialità di vedute, e Tomislav Ravnić - segretario dell'"Associazione dei combattenti antifascisti della regione istriana" - chiamato a commentare - ha definito l'intera questione "Fiabe per bambini", affermando che a quel tempo i carabinieri che collaboravano con gli angloamericani erano tutti "neofascisti" e che una parte della popolazione di Pola li chiamava "bacoli neri" ("scarafaggi neri", nel dialetto polesano); da parte italiana invece, si è accreditata la tesi colpevolista: "Il Corriere della Sera" ha perentoriamente intitolato un suo articolo "Pola 1946: Tito dietro la strage sulla spiaggia", mentre la stampa degli esuli ha semplicemente rammentato di aver sempre pensato che questa fosse l'interpretazione più probabile.

    "La Voce del Popolo" - il quotidiano della minoranza italiana in Slovenia e Croazia - ha dato ampio spazio alla notizia, dedicandole una parte importante nel suo supplemento storico.

    Fra i commenti del mondo accademico, cauti ma possibilisti rispetto alla veridicità delle notizie contenute nei rapporti informativi archiviati al Public Record Office si sono dichiarati lo storico italiano Roberto Spazzali e la storica slovena Marta Verginella.

    La memoria della strage

    Per quasi cinquant'anni, in Jugoslavia prima e in Croazia poi, non si parlò della strage di Vergarolla: il più cruento fatto della storia cittadina avvenuto in tempo di pace, non trovava spazio nella memoria di una città notevolmente mutata nella composizione etnica della sua popolazione, rispetto al 1946.

    Viceversa, le associazioni degli esuli istriani mantennero vivo il ricordo dell'evento: ogni anniversario veniva segnalato puntualmente dalla stampa associazionistica.

    In un clima di rinnovata fiducia, considerato il processo di democratizzazione della nuova Croazia indipendente, la Comunità degli Italiani di Pola chiese ufficialmente alla Città di Pola il permesso per l'erezione di un cippo-memoriale, in unione col "Comune di Pola in Esilio", l'associazione che riunisce gli esuli polesani. Dopo alcune trattative sul testo del cippo, a settembre del 1997 questo venne finalmente inaugurato: un semplice blocco di pietra d'Istria, con incise in alto le laconiche parole "Vergarola 18.08.1946 13 h." e in basso "Grad Pula - 1997 - Città di Pola".

    A partire da quell'anno, ogni 18 agosto una delegazione di esuli polesani ed una delegazione della Comunità degli Italiani di Pola commemorano la strage. In alcune occasioni ha partecipato alla cerimonia anche un rappresentante croato. Non sempre l'incontro fra esuli e "rimasti" polesani è stato visto di buon occhio dai media croati: la stessa esistenza di un'associazione denominata "Comune di Pola in Esilio" viene spesso ritenuta una "provocazione irredentista", ed alcuni commentatori hanno duramente attaccato la manifestazione

  • TESTIMONIANZE DELLA STRAGE DI VERGAROLLA

    ..era un giorno di festa..

    Luigi B.

    "Vergarolla era la festa di una società sportiva, di cui io facevo anche parte: facevo non dico calcio, ma correvo. Lì io ho perso sei cugini, sei o sette cugini: c’eran queste mine appoggiate sulla spiaggia e a un certo punto son scoppiate, e son morte più di cento persone. E c’era anche il mio maestro, c’era. Di quel giorno il ricordo ce l’ho, perché mi sembra come se fosse stato ieri che uscivo di casa alla mattina con mia sorella, e le dico: guarda, dobbiamo arrivare per le dieci a Vergarolla perché io devo fare la gara; dovevo fare una gara anche io, di podismo. E come siamo usciti, eravamo nel portone, abbiamo sentito una bomba, uno scoppio bestiale, tremava tutto, finestre e vetri che andavano giù… Niente, poi abbiamo continuato e abbiamo incominciato a sentire le sirene, un casino. E la gente diceva: ah, è scoppiata questa roba qua. E infatti dovevamo andare a Vergarolla perché avevamo i nostri cugini che ci aspettavano, e allora siamo andati in un’altra spiaggia a Vancale, che non era lontano e allora arrivavano notizie. Mio fratello faceva parte della polizia inglese, è andato in questa spiaggia, trova mia cugina e le dice: Mirella alzati di là, non vedi che casino che c’è?! Era morta, con la spina dorsale che le era saltata dalla botta, e mio fratello l’aveva presa, [credeva] che stava lì ancora a prendere il sole: io ho perso cinque o sei cugini, ma lì ne son morti tanti. Ma poca gente [sa]; proprio i polesani sanno questa cosa, Vergarolla a noi ci è rimasta impressa. Io perché l’ho sentita proprio scoppiare, poi perché avevo dei cugini, avevo dei maestri, avevo degli amici. Ad una festa sportiva, che senso aveva? Come fai a non odiare sta gente, poi? Come si fa a non odiare sta gente?"

    Claudio D.

    "Io vissi, per esempio a Pola il giorno dell’esplosione delle mine di Vergarolla: ecco, quello fu senz’altro un atto che rientra in questo programma di nazionalismo. Io quel giorno ero diretto a Vergarolla. Noi abitavamo in città, in centro: dopo la guerra, quando gli italiani sono andati via, mia madre ha avuto un alloggio grande in centro, e tutta la famiglia si sistemò come in un albergo! Quel giorno io ero diretto al bagno, a Vergarolla, perché a Vergarolla doveva esserci una manifestazione sportiva che non mi ricordo di che tipo, se velica, o regata o nuoto. Insomma, una manifestazione sportiva con i fiocchi, di livello regionale. E io mi ero incamminato, facevo la strada a piedi - i pullman non c’erano quella volta, e il tram era già stato tolto - ed ero a metà strada. Se ha presente, in città, dove c’è il Circolo degli ufficiali, che incomincia un viale che va verso Veruna. Ecco, io sono arrivato a metà strada di quel viale quando ho sentito lo scoppio: è arrivato un macigno, di un metro di lunghezza e mezzo di larghezza, è volato da là ed è caduto proprio nel viale, con altro materiale eccetera. E io sono rimasto allibito, mi son fermato, non sapevo cosa era successo - perché il fatto era successo alla distanza di due chilometri - e niente, ho rinunciato ad andare a Vergarolla e sono tornato a casa. Più tardi ho saputo della disgrazia: c’erano delle mine là, depositate, ma di quelle grosse per le navi, una accanto all’altra, e i bagnanti intorno a loro a spogliarsi, a mangiare e a fare il fuoco e a fare i bagni. Ecco, non ricordo altro."

    Otello S.

    Ah [Vergarolla] è importante! Perché un mese o due fa si è saputo anche chi, materialmente, ha fatto scoppiare quelle mine. Noi l’avevamo sempre pensato - saputo no -, ma scusa eh? Oltretutto quel giorno dovevo andare là alla festa anche io. Senonché quella mattina, mi ricordo sempre quel cielo azzurro e queste nuvole che correvano perché c’era una forte corrente d’aria...I miei amici dovevano fare tutto il centro cittadino per venire alle Baracche, il sobborgo dove abitavo io, per chiamarmi e poter andare a questa festa là. Perché noi andavamo a fare gare e pallanuoto per conto nostro, come Azione Cattolica. E io le ho viste quelle mine, ma chi se ne fregava? Erano là, e se non le toccavi non succedeva niente, hai capito? E allora anche quella domenica là avremo dovuto andare. Arrivano i miei amici, ma siccome quella domenica mattina, sarà perché ho un sesto senso o non lo so, mi son svegliato verso mattina e nel dormiveglia tra sogno e veglia ho sentito come una radio che diceva: attenzione, attenzione al porto di Ancona è scoppiata una polveriera! Comunque io quella mattina non avevo nessuna idea di fare un sogno del genere, di sentire la radio così. E son rimasto sai come i cani quando sentono il terremoto? Inquieto. Dico no, io non vengo. Ma come! Dieci minuti che mi han parlato - era l’una e mezza - hanno sentito [lo scoppio]. Loro son partiti, hanno perso dieci minuti, e io mi son fermato davanti a casa. Sono arrivati a metà strada ed è successo il finimondo, per cui, tutto sommato, gli ho slavato anche la vita! Si parla tanto di attentati, ma il primo attentato lo abbiamo avuto noi durante la guerra, e nessuno ne ha mai parlato!"

    Maria G

    "Oh, quel giorno, combinazione... Andavamo molto al mare, però non frequentavamo quella parte lì, perché Vergarolla era vicino a Stoia. Stoia era il bagno dell’élite, [mentre] noi andavamo molto a Valcane, noi si andava a Valcane. E quel giorno - non eravamo sposati- volevo andare al mare e mio marito mi disse: ah, guarda, non andiamo oggi al mare, lasciamo perdere, io devo stare a casa con mamma e papà, che poi brontolano. Mia mamma - non so perché - si è incavolata e ha detto: vuoi venire, andiamo al mare io e te! Oltretutto non c’erano bus, andavi a piedi e facevi chilometri e chilometri. E siamo andate a Verotella, dove [oggi] c’è un affare [albergo] enorme, bellissimo, però quella volta c’era proprio, proprio niente. E mi ricordo che abbiam sentito sto grosso botto e diciamo: chissà che diavolo è successo? Poi tornando giù [abbiamo visto] sirene, ambulanze e abbiam saputo di questo fatto. Ancora oggi la faccenda non è chiara di cosa sia stato realmente: chi dice che i tedeschi quando sono andati via avevano lasciato le bombe che qualcuno poi ha dato fuoco, chi dice invece che magari il caldo il sole o cosa abbia fatto scoppiare; insomma, la verità [non si sa]. Si sa solo che [ci sono stati] un sacco di morti."

  • (fonte internet da: Storia de Trieste-Vergarolla)

    POLA..SPIAGGIA DI VERGAROLLA

    /DOMENICA 18 AGOSTO 1946

    Sono figli del freddo calcolo politico e ideologico il terrore, la morte, lo strazio esplosi a Pola, sulla spiaggia di Vergarolla, alle 14,10 di quella calda domenica datata 18 agosto 1946: non meno di 90 morti e oltre un centinaio di feriti.

    Un’incognita lunga più di sessant’anni, sulla quale si è recentemente aperto uno squarcio di tragica luce che conferma i sospetti di tanti: dietro la strage

    c’era l’Ozna, la polizia segreta del maresciallo Tito; la mano, quella di tale Giuseppe Kovacich.

    Lo ha rivelato nel marzo del 2008 “Il Piccolo” a firma di Pietro Spirito. Per Pola, la data è

    memoria di tanti dolori personali che, tessera su tessera, ferita su ferita, compongono un enorme, incancellabile dolore collettivo. E non si sa quale sanguini di più.

    Per la città, la data è memoria del tempo e del luogo che ne cambiarono per sempre l’anima aprendo interrogativi e sospetti. E accelerando senza alternative la scelta obbligata dell’esodo.

    Il fungo che si innalza altissimo nel cielo di Vergarolla, causato dallo scoppio delle 28 mine, evoca l’immagine drammatica dei tragici funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki.

    Il 18 agosto 1946 è domenica. Una tranquilla, pigra, calda domenica estiva. È il primo pomeriggio. La spiaggia di Vergarolla è affollata: si disputa la “Coppa Scarioni”, grande

    appuntamento non solo sportivo organizzato dalla storica Società remiera “Pietas Julia”. Pola vive il suo incerto dopoguerra. È in mano alleata, ma anche gli ottimisti di prima, quanti credevano che gli Alleati non se ne sarebbero andati o che la città, dopo

    due anni di tutela non avrebbe cambiato bandiera, ormai sentono che il

    compromesso la consegnerà irrimediabilmente, assieme a tutta l’Istria, alla Jugoslavia di Tito. Per i pessimisti tutto era perduto già da tempo, ed essi sentono, con la morte nel cuore, di aver avuto purtroppo ragione. In questa situazione di grande incertezza e

    preoccupazione, Pola cerca solo un po’ di normalità, quasi ad esorcizzare scenari che si vorrebbero con tutte le forze evitare.

    Quella domenica a Vergarolla tutto è pronto per la Coppa. Sull’arenile tantissima

    gente: intere famiglie, genitori, figli, anziani, bambini. È la spiaggia della tradizione, la più frequentata. Su quella stessa spiaggia sono accatastate ventotto grosse mine di profondità, residuato bellico. Brutte, spaventose, ma la loro è una minaccia innocua:

    sono state disattivate e non c’è modo di farle esplodere. Né gli jugoslavi né le autorità anglo-americane hanno mai provveduto a rimuoverle; ormai fanno parte del paesaggio.

    I bagnanti ci convivono.

    Disattivate sono un brutto ricordo, un monito e monumento alla guerra che ha sfiancato la città, ma niente di più. Sono là da tempo. Qualcuno si sistema nella loro ombra, ci

    mette vicino vivande e bibite, vi appende gli abiti, mentre i bambini le cavalcano senza paura.

    L’inferno in riva al mare

    Sono da poco passate le due. Un grido improvviso: Scampé, scampé che s’ciopa tuto! D’istinto, molti scattano in piedi. Nello stesso istante si scatena l’inferno. Ore 14.10: le ventotto mine di profondità all’improvviso si risvegliano: esplodono in tutta la loro

    distruttiva potenza. Nove tonnellate di tritolo. Pensate per affondare navi

    e sommergibili, urlano la loro rabbia contro civili inermi, donne e bambini.

    Vigliaccamente: non si è più in guerra.

    Quella è una spiaggia, non obiettivo militare. Il boato, tremendo. Poi un assordante silenzio. Vergarolla si è trasformata in un mattatoio.

    Il mare si è tinto di rosso. I corpi, dilaniati, smembrati, giacciono scomposti sull’arenile

    e galleggiano nell’acqua. Urla, lacrime, lamenti, qualcuno cerca tra i

    cadaveri i propri familiari.

    Alla fine, sparsi un po’ dappertutto lì intorno, si conteranno non meno di 90 morti (qualche fonte parla invece di 80 vittime ed anche meno) ed oltre un centinaio di feriti.

    Una altissima, impressionante colonna di fumo nero comunica alla città – che già aveva tremato, senza capire, nell’esplosione – che qualcosa di tremendo è successo dall’altra parte della baia. Poi i soccorsi, le sirene urlanti delle autoambulanze che accorrono. E’

    un correre frenetico su e giù, una continua spola tra l’ospedale e Vergarolla:

    al “Santorio Santorio” si lavora al limite delle possibilità umane. C’è, tra il personale, anche il dottor Giuseppe Micheletti, triestino. La professione lo tiene all’ospedale; il suo cuore di uomo va altrove, ai figli Carlo e Renzo, alla famiglia, anche loro tra i tantissimi su quella spiaggia maledetta. Vergarolla ne fa un inconsapevole eroe.

    Il Consiglio comunale si raduna d’urgenza inoltrando un’indignata protesta

    al Comando supremo alleato nel Mediterraneo e ad altre autorità.

    Chiedendo inutilmente di “stabilire le responsabilità”. Il quotidiano

    “L’Arena di Pola” titola a tutta pagina «POLA È IN LUTTO!» e scrive che

    …non è finita la guerra. Lutti che si rinnovano, bare che si compongono in

    lunga fila, lamento di feriti che riempiono ancora le corsie degli ospedali.

    Un martirio che poche città hanno conosciuto!"

    Il Comando alleato istituisce una Corte d’inchiesta ma in città rimane

    viva la convinzione che i militari alleati, responsabili del governo cittadino,

    agiscano con poca determinatezza nella ricerca dei colpevoli.

    E vengono i funerali. Tutta Pola saluta i suoi morti con un silenzio irreale,

    angosciato, funesto, carico di cattivi presagi. E’ tale la partecipazione che

    vengono organizzati due diversi cortei funebri. Tutti gli stabilimenti, gli uffici ed i negozi rimango chiusi in segno dilutto. Le esequie vengono celebrate dal

    vescovo di Parenzo e Pola, monsignor Radossi, che si era già dichiarato pronto

    a “disfare i banchi della chiesa per fare le bare”. In un’atmosfera carica

    di dolore e di commozione, anche le parole che il presule pronuncia accorato

    nella mesta funzione funebre lascianospazio al sospetto: ...Non scendo

    nell’esame delle cause prossime che hanno determinato un simile macello;

    io rimetto tutto al giudizio di Dio... al quale nessuno potrà sfuggire nell’applicazione

    tremenda della sua inesorabile giustizia... La nostra opera è ben piccola cosa perché i morti sono morti ed i dolori sono piaghe che mai più potranno essere cicatrizzate.

    Questa è la tremenda verità!"

    Tante bare su camion militari, coperte dal tricolore: in ventuno le salme non identificate, in quattro casse solo i brandelli. Due bare in un funerale privato: sono i figli del dottor

    Micheletti. In una, Carletto, nell’altra solo giocattoli: quelli del piccolo Renzo. Di lui, la mamma non ha trovato che una scarpa...

  • GIUSEPPE «GEPPINO» MICHELETTI,

    IL CUORE DI UN PADRE E L’ANIMO DEL MEDICO

    Pola. Domenica 18 agosto 1946 il dottor Giuseppe Micheletti, da Trieste, Geppino per gli amici, è di turno alla Chirurgia del “Santorio Santorio”. Se avesse avuto la giornata libera, forse avrebbe portato la famiglia al mare.

    Così, la moglie Jolanda è rimasta a casa, in piazza del Mercato, mentre i figli, Carlo e Renzo, sono andati al mare con gli zii ed una cuginetta. Carlo ha nove anni, Renzo sette.

    Alle 14.10 l’ospedale trema. Uno scoppio violentissimo lo scuote fin nella fondamenta. Cos’è successo?

    Le autoambulanze escono a sirene spiegate, e quando rientrano si capisce

    che la tragedia è immane. Qualcosa è scoppiato a Vergarolla. Le mine!

    Quelle stramaledette ventotto mine di profondità. Ma non erano state disattivate? Micheletti non respira. I figlioletti Carlo e Renzo proprio a Vergarolla erano andati quella mattina. Che ne è di loro? E della sorella, e del cognato? E la nipotina?

    Le ore passano. I feriti aumentano. I morti, purtroppo anche. Qualcuno è in condizioni talmente disperate che muore lungo il tragitto dalla spiaggia all’ospedale.

    Mamma Jolanda non si dà pace: che ne è dei suoi figli? Forse sono vivi, stanno bene. Forse sono solo feriti. Se sono feriti, li avranno portati all’ospedale. Sì, sono là

    di sicuro. E allora, col cuore in gola, corre all’ospedale: là c’è suo marito, lui saprà di sicuro qualcosa; almeno potrà avere informazioni.

    Da casa al “Santorio”: il cammino della speranza. Che si spegne dietro una porta dell’ospedale. Dove giace, accanto ad altri sfortunati, il corpo senza vita del suo Carletto, il maggiore.

    Geppino Micheletti continua la sua incessante, eroica opera: il suo cuore di padre piange i due figli, la sorella, il cognato,la nipotina; il suo animo di medico non si dà per vinto e lotta con questa morte nel cuore per oltre 48 ore di fila, senza mai fermarsi, senza riposare un attimo, instancabile, per dare ai tanti feriti il respiro che ai suoi figli è stato negato.

    Il corpo di Carletto, alunno della quarta elementare alla scuola“Giuseppe Giusti”, viene trovato subito perché, per giocare, si era allontanato dalle mine dove la maggior parte della gente si era sistemata. Il piccolo Renzo, invece, sparisce nel nulla perché era rimasto con gli zii e la cuginetta proprio a ridosso degli ordigni. Di lui viene rinvenuta solo una scarpetta.

    Il 18 agosto 2008 a Trieste, in piazzale Rosmini, il vescovo mons. Ravignani ha solennemente inaugurato il monumento a Giuseppe Geppino Micheletti, l’eroe di Vergarolla.

    In tal modo l’Unione degli Istriani, con il Libero Comune di Pola in esilio e la Famiglia Polesana di Trieste, ha inteso perpetrare la memoria del medico triestino che, prodigandosi oltre ogni umana resistenza, salvò i numerosissimi feriti nello

    scoppio delle cariche esplosive depositate sulla spiaggia di Vergarolla.

  • tratto da internet

    "Il Giornale" - Domenica 18 Agosto 1996

    Tratto da: www.italia-rsi.org

    POLA LA STRAGE DI SERIE B

    Il 18 agosto di 50 anni fa morirono in un attentato 64 italiani

    di

    Mario Cabona

    Erano sobri i giornali una volta. Per la strage di Pola Vergarolla, alle 14,10 di domenica 18 agosto 1946 - sessantaquattro morti dilaniati sulla spiaggia dallo scoppio di ventotto mine navali -, la nuova Stampa di Torino del martedì seguente titolava, su tre colonne in basso: -"Sventura a Pola". Come fosse caduto un fulmine... E, nel sommario, il pudico interrogativo: "Si tratta di un attentato?".

    L'inchiesta risponderà di sì. Le mine, residuati bellici, erano state disinnescate da artificieri italiani. E reinnescate di nascosto da partigiani, pardon, in quel 1946 ormai da militari jugoslavi, che avevano eluso la sorveglianza delle truppe britanniche di occupazione. L'esplosione fu provocata nel momento di maggiore affollamento di italiani, riuniti per assistere alla coppa Scarioni di nuoto. Il messaggio era chiaro: o la valigia o la tomba. Mezzo secolo dopo, è di nuovo domenica 18 agosto, come allora. A Pola, stamane, una cerimonia ricorda quegli adulti mai invecchiati, quei bambini mai cresciuti. A Pola, ora Croazia, si commemorano italiani completamente dimenticati dall'Italia, fatti a pezzi e finiti in pasto ai gabbiani: a Parigi, proprio in quei giorni, De Gasperi rinunciava a chiedere il referendum che, forse, avrebbe salvato all'Italia la loro terra. In tal modo voleva evitarne un altro, imbarazzante, in Alto Adige.

    A Pola non c'è un orologio rimasto fermo alle 10,24 da usare come simbolo, genere stazione di Bologna. A Roma non c'è un vecchio comunista slavo da processare: una strage di italiani uccisi perché italiani non è un "crimine contro l'umanità"; non c'è nessuno a linciare carabinieri e magistrati; non c'è nessun Flick a placare nessuna Zevi; non c'è nessun Mentana, nessun Mimun, a riempire telegiornali di filmati e di foto consunti a forza di mostrarli.

    Non si consumano certo così le foto dei cumuli di cadaveri nelle foibe di Basovizza e Monrupino, scattate dal presidente del Gruppo speleologico monfalconese, Giovanni Spangar, e da lui ingenuamente consegnate, il 4 novembre 1957 a Redipuglia, all'allora ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani. Il quale gliele aveva chieste, insieme ai negativi, promettendo che le salme sarebbero state recuperate: "Bisogna fare presto!", aveva detto. Invece sono sempre là sotto, mentre lui, decrepito, si aggira ancora per il Senato.

    Per una volta, diciamo noi quello che ci ripetono a ogni Eichmann, a ogni Barbie, a ogni Priebke: "Non bisogna dimenticare". Anche se non c'è un film-tv come Olocausto, né un film vero come La lista di Schindler per loro, onoriamo noi la memoria di Carlo e Renzo Micheletti, di nove e sei anni, squarciati con la madre Caterina e lo zio Alberto, entrambi di trentasette anni, su quell'ultima spiaggia.

    Proponiamo noi una medaglia d'oro - magari dopo averla strappata a Rosario Bentivegna - per il loro padre, marito, fratello: medico, operò fino a notte per salvare i feriti prima di piangere sui suoi morti. Non bisogna dimenticare. Giusto. Ogni volta che vediamo in TV quel bambino del ghetto di Varsavia, Polonia, con le mani alzate, col volto impaurito sotto un grosso berretto, un soldato tedesco alle spalle, immaginiamoci anche questi bambini di Pola, Italia: Alberto Brandis (tre anni), Luciana Berdini (cinque), Norina Dinelli (sei), Vitaliano Muggia (dieci), le sorelline Marina e Graziella Maresi (tre e cinque anni), Nadia Giurina (undici), Silvana Marchi (cinque), Carlo Succi (sei), Aurelio Ricato (dieci), le sorelline Gianna e Licia Rocco (cinque e otto anni), i fratelli Gianfranco e Lucio Roici (dodici e quindici anni), Maria Luisa Niccoli (dodici), Edmondo Zelesco (sei), Sergio Vivoda (otto), fratello di Lino, l'autore dell'Esodo da Pola (Ed. Nuova Litoeffe, Castelvetro, 1989), l'unico libro in circolazione a ricordare la strage.

    Non bisogna dimenticare. Giusto. Non dimentichiamo i morti delle Ardeatine, ma neanche i morti militari e civili di via Rasella. Non dimentichiamo i giustiziati di piazzale Loreto dell'agosto 1944, ma neanche gli appesi di piazzale Loreto dell'aprile 1945. Passiamo il Ferragosto come fosse il 2 novembre, del resto a Pola è già successo.

    --------------------------------------------------------------------------------

    Racconto in dialetto sulla strage di Vergarolla di Bepi Nider

    L'Arena di Pola (1996)

    VERGAROLA

    di Giuseppe (Bepi) Nider

    El sol brusa le piere, tremola l'aria e viensu da l'asfalto de catrame vampade.A Vergarola xe festa Su le barche, bandiere,soni, canti, ridade.El mar, lucido e fermo, par de smalto.Ogi nissun, sicuro, a casa resta.Sfarfala i cuters, motoscafi cori,passa barconi pieni de mame e fioi sereni,foleti scuri come tanti mori,scherzosi, alegri come useleti(sarà presto su, in cel, tanti angioleti)...E tuti quanti va là, a Vergarola...Circa le due e venti, quando tremar se senti,La tera, el cel, le case, tuta Pola.Tremendo un rombo, 'na grande fumada,e poi da Vergarola 'na fumada ,nera se alza in alto e paurosa.Vetri roti...rolè sbregadi via......che disastro...che strage...Mama mia!E` la notizia cori dolorosa...El sol brusa le piere,tremola l'aria e viensu da l'asfaltode catrame vampade.A Vergarola la morte.a mez`asta bandiere ....Sangue...vite sfalzade...el mar xe rosso, fermo e par de smalto.Quanti i colpidi de la bruta sorte?...Un brazo qua...là do mani...'na testa...stroncadi come fiori...i fioi coi genitori...A Vergarola che tragica festa!Pica dai rami dei pini spiantadi,tochi de carne...intorno, seminadi,corpi de fioi ne le pose più strane,scrivelai, tuti storti,poveri pici morti!Calca de gente a l'ospedal davanti.done palide, oci gonfi de pianto...spedinade....mal vestide...Dio santo!Dove xe el picio mio?...Mia sorela?...I miei cognadi..i mi parenti tuti?...Assasini...vigliachi...farabuti...Maria!..Tonin!...dove xe la mia putela?...El giorno se fa scuro...campane a morto co l'Ave Maria. In capela stivadi, da l'altar, a fanco a fianco,per tera, lungo 'l muro, riposa i masacradi...I feridi vanegia su in corsia...Vea piansendo un dolor tanto stanco...Per i nostri morti un pensier...un adio....pei assassini...tuto vedi Idio...!...

  • ,