PERCHE' NON TUTTI GLI ITALIANI POSSONO FESTEGGIARE IL 25 APRILE LA GIORNATA DELLA LIBERAZIONE?

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    Il 25 aprile si celebra la Liberazione d'Italia e di tutti gli italiani..ma non tutti gli italiani possono festeggiare come tutti gli altri questo giorno...perchè?

    L'Italia è stata liberata il 25 aprile 1945 dagli Alleati e dalla Resistenza Italiana, ad esclusione di una regione italianissima, la Venezia Giulia e i suoi abitanti, questa non fu mai liberata ma bensì occupata dallo straniero, e per questi italiani fu l'inizio di un lungo calvario di morte e terrore, durato anni, sotto un'altra dittatura, forse più feroce di quella precedente, che il resto degli italiani, in questo giorno, ne festeggiano.. la fine.

    Per chi non conosce la storia

    per chi la conosce e non la ricorda

    per chi la ricorda ma vuole ignorarla

    per chi critica quegli italiani, che non possono festeggiare questo giorno, ritenendo sia solo per una questione politica

    .....RICORDO..

    gli eventi storici di Trieste e Venezia Giulia.. riassunti in una breve cronologia, che parte dal 1900 al 2004 .

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    -Novembre 1918 L'Impero Austro-Ungarico crolla e dopo 528 anni di annessione all'Austria, Trieste fa parte per la prima volta dello stato italiano

    -1924 L'Italia si allarga e include anche territori Bosniaci

    -1930 Adolf Hitler afferma: Trieste dovrà essere annessa alla Germania, in modo pacifico o altrimenti

    -23 Dicembre 1939 Ciano scrive sul suo diario: Se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare le testa

    -6 aprile 1941 - La Germania, dopo la violazione da parte della Jugoslavia del Patto Tripartito firmato il 25 marzo 1941, invade la Jugoslavia e l'Italia le dichiara guerra lo stesso giorno.

    - 8 Settembre 1943

    L'Italia si arrende firmando l'armistizio

    - Pomeriggio del 14 Settembre 1943

    Dopo 25 anni, l'Italia perde Trieste

    I tedeschi del XVI corpo d'armata guidati dal generale Wittholf iniziano l'operazione "Wolkenbruch" nella Venezia Giulia e occupano Trieste. Convertono la risiera di San Sabba in campo di transito per deportare i prigionieri in Polonia

    - 4 Aprile 1943

    I tedeschi installano un forno crematorio nell'ex risiera di San Sabba

    - 15 Ottobre 1943

    Dopo la dichiarazione di guerra del 13 ottobre dell'Italia alla Germania, i Tedeschi instaurano l'Adriatisches Küstenland (Supremo Commissariato per il Litorale Adriatico). Comprende le provincie di Trieste, Gorizia, Udine, Lubiana, Istria e del Carnaro, con a capo un Oberste Kommissar (l'austriaco Friedrich Rainer). Contemporameamente le provincie di Bolzano, Trento e Belluno formano il Voralpenland e sono annesse al Reich

    - 22 Ottobre 1943

    Diventa Prefetto di Trieste Bruno Coceani, e Podestà Cesare Pagnini

    - 2 Aprile 1944

    Primo bombardamento di Trieste. Gli alleati bombardano il nodo stradale di Opicina (36 morti)

    - 22 Giugno 1944

    Esce del fumo dai camini del forno crematorio dell'ex risiera di San Sabba

    - Settembre 1944

    Edvard Kardelj, vice-premier del governo provvisorio di Josip Broz (detto Tito) afferma:

    La nostra aspirazione è conquistare Trieste e Gorizia prima degli Alleati

    - 14 Aprile 1945

    Inizia "Operazione Trieste"

    La IV Armata Jugoslava (50.000 uomini) con l'appoggio della I, II e III circonda Trieste invece di puntare su Lubiana. Partecipano anche i partigiani del VII e del IX Korpus dell'esercito di liberazione sloveno

    A nord l'esercito passa dal Carso e Gorizia.

    Dal centro passa per Fiume (invadendo Cherso, Lussino e la costa istriana)

    Da sud dalla costa dalmata

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    25 APRILE 1945 - LIBERAZIONE D'ITALIA E DEGLI ITALIANI ..(ma non è così per tutti))

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    -27 Aprile 1945

    Gli alleati sono a 222 km da Trieste, gli slavi a 41 km

    -30 Aprile 1945

    Radio Londra annuncia che gli slavi hanno occupato Trieste

    - 1 Maggio 1945

    Alle ore 09.30, entra a Trieste il IX Korpus Sloveno, passando per Gorizia e Monfalcone

    Palmiro Togliatti, uno dei fondatori del PCI, che dal 1944 al 1945 ricoprì la carica di vice Presidente del Consiglio e dal 1945 al 1946 quella di Ministro di Grazia e Giustizia scrive sui giornali:

    "Lavoratori triestini! Il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo più stretto"

    Giovanni Padoan, detto "Vanni", commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone supportato da Togliatti, invierà il seguente proclama:

    “ Compagni! Tutti i partigiani italiani operanti nell’Italia nord orientale debbono porsi disciplinatamente alle dipendenza delle unità del maresciallo Tito. Sono nemici del popolo tutti coloro che non intendono appoggiare il movimento di adesione alla Jugoslavia progressista e federativa di Tito. I territori della Venezia Giulia sono legittimamente sloveni e sugli stessi perciò il maresciallo Tito ha pieno diritto di giurisdizione”

    - 2 Maggio 1945

    Nel pomeriggio pochi soldati neozelandesi di Freyberg entrano a Trieste. Gli altri sono bloccati dalla distruzione da parte degli slavi dell'unico ponte sull'Isonzo

    - 3 Maggio 1945

    I tedeschi ancora asserragliati nel castello di S.Giusto, nel palazzo di Giustizia e 2700 uomini a villa Opicina, si arrendono ai neozelandesi

    Gli Slavi emettono il primo ordine a Trieste:

    Ordine Nr.1 del Comando Supremo della Slovenia

    Coprifuoco per i civili dalle 20.00 alle 10.00.

    Domani 4 Maggio all'01.00 gli orologi saranno spostati indietro di un'ora

    per uniformare il tempo con il resto della Jugoslavia.

    Firmato Franc Stoka commissario politico

    Josip Cerni Maggiore Generale comandante di città

    - gli slavi occupano FIUME

    - 5 Maggio 1945

    Gli slavi occupano Pola

    Manifestazione di protesta a Trieste. Gli slavi sparano sulla folla uccidendo cinque persone

    - 6 Maggio 1945

    La X MAS si arrende in Dalmazia

    - 7 Maggio 1945

    La Germania firma la resa incondizionata

    - 8 Maggio 1945

    L'esercito slavo entra a Zagabria

    - 9 Maggio 1945

    Il generale jugoslavo Dusan Kveder annuncia dal balcone del Municipio che Trieste è annessa definitivamente alla Jugoslavia

    -19 Maggio 1945

    Il maresciallo Alexander garantisce il mantenimento dei confini italiani per quanto riguarda Trieste e Gorizia

    Gli jugoslavi lasciano agli alleati la Carinzia austriaca e trovano il Governatore tedesco di Trieste Rainer

    -11 Maggio 1945

    L'esercito slavo entra a Lubiana

    - 20 Maggio 1945

    Tornano a Trieste 250 uomini della Brigata Triestina. Erano stati inviati a combattere in Slovenia con la Brigata Natisone-Garibaldi

    - 23 Maggio 1945

    Trieste è annessa ufficialmente alla Jugoslavia

    I triestini devono munursi di una carta d'identità jugoslava. Si annuncia l'espulsione degli italiani che sono residenti a Trieste da dopo il 1918

    -27 Maggio 1945

    A Lubiana Tito proclama che la Venezia Giulia è e rimarrà jugoslava

    -9 Giugno 1945

    A Belgrado, la Jugoslavia e gli Alleati firmano un accordo

    -12 Giugno 1945

    Dopo 43 giorni di occupazione Jugoslava, con il trattato di pace nasce il TLT (Territorio Libero di Trieste) diviso in due zone:

    La Zona A (Trieste, Monfalcone, mezza Gorizia, Pola) sotto controllo Anglo-Americano. La Zona B: Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago e Cittanova... controllate dagli jugoslavi

    Gli altri territori della Venezia Giulia sono assegnati definitivamente alla Jugoslavia

    - 3 Agosto 1945

    Rapporto del 13° corpo angli-americano. Dopo l'occupazione slava risultano:

    A Trieste: Dispersi 1.500, Arrestati: 17.000

    Dei quali: 8.000 rilasciati, 6.000 internati, 3.000 uccisi.

    A Gorizia: Dispersi 1.000/1.500, Arrestati 3.000/4.000

    Dei quali: 1.500/2.000 rilasciati

    Pola: Dispersi 500/600

    Monfalcone: Dispersi 150

    -19 Agosto 1945

    I francobolli in uso a Trieste sono sovrastampati con la sigla AMG FTT -Allied Military Government - Free Territory of Trieste

    - 28 Agosto 1945

    Si recuperano 250kg di resti umani dalla foiba di Basovizza

    -2 Maggio 1946

    Alla riunione delle potenze vincitrici a Parigi, l'Unione Sovietica vuole il confine Jugoslavo sino all'Isonzo, incluse Trieste e Gorizia. L'Italia chede il ripristino dei confini del 1939, inclusa Fiume

    -10 Febbaio 1946

    Agenti della polzia civile sparano contro una manifestazione filo-jugoslava, 2 morti e 20 feriti.

    - 1947

    Secondo il Centro studi Adriatico

    994 salme esumate dalle foibe

    326 accertate ma non recuperate

    5.643 presunte vittime

    3.174 deportati e uccisi nei campi di concentramento

    37 foibe con vittime non sono state ispezionate a causa della bauxite

    16.500 in totale le vittime presunte tra Trieste, Gorizia, Istria

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    - 10 Febbraio 1947 L'Italia firma il Trattato di Pace (l'inizio dell'esodo..)

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    -20 Marzo 1947

    Il Generale inglese Sir Terence Airey, diventa il comandante del governo militare alleato a Trieste

    -2 Agosto 1947

    L'Italia ratifica il trattato di pace, si assegna solo Gorizia e Monfalcone all'Italia e si prevede la nascita di uno stato-cuscinetto chiamato territorio Libero di Trieste

    -12 Settembre 1947

    Truppe italiane entrano a Gorizia e truppe jugoslave entrano a Pola

    -1948 -

    28.000 abitanti di Pola (su 32.000) hanno dovuto lasciare la loro città

    -12 Giugno 1949

    Per la prima volta si vota. 176.000 triestini (86% degli aventi diritto) vanno alla urne:

    65.944 Democrazia cristiana

    35.568 PC del TLT

    11.514 Fronte indipendentista

    10.761 PS della Venezia Giulia

    10.222 MSI

    9.107 PRI

    8.273 Blocco italiano

    4.826 Blocco triestino

    3.971 Fronte popolare italo-sloveno

    3.109 PLI

    3.017 Lega democratica slovena

    2.298 Trieste libera

    -14 Marzo 1951

    Il simpatizzante slavo, generale inglese Sir Thomas Winterton, sostituisce come comandante miltare alleato il Generale Terence Airey

    -9 Maggio 1952

    Italia ottiene il diritto di nominare un "consigliere politico" italiano presso Governo alleato della zona "A". La carica è ricoperta dal triestino Diego De Castro

    Prima dell'accordo, il consiglio era formato da:

    15 inglesi, 13 americani e 5 italiani dopo l'accordo:

    6 inglesi, 5 americani e 21 italiani

    -11 Dicembre 1952

    Il senatore USA Jhon Kennedy arriva a Trieste e dichiara: "di sollecitare, nel limite delle mie possibilità, una più rapida soluzione del problema del Territorio Lbero di Trieste"

    - 11 Ottobre 1953

    A Skoplje, Tito minaccia:

    "La Jugoslavia terrà gli occhi bene aperti su ogni mossa e su ogni movimento italiano. Nel momento in cui gli italiani entreranno nella Zona A del Territorio Libero, anche la Jugoslavia vi entrerà"

    - 5 Novembre 1953

    Per la festa nazionale italiana, il municipio cerca di esporre il tricolore come aveva fatto l'anno precedente. Gli inglesi negano il permesso. Durante le proteste la polizia, al comando di ufficiali inglesi, spara uccidendo 2 manifestanti

    - 6 Novembre 1953

    Le proteste della popolazione aumentano. Gli americani rimangono in caserma mentre gli inglesi escono in assetto di guerra

    Gli inglesi ordinano ancora alla polizia di sparare, uccidono altri 4 triestini

    Gli Americani affermano che la polizia civile triestina ha sparato sotto ordini britannici. Il Generale Thomas Winterton è definito dalla stampa americana come "tipico ufficiale coloniale britannico"

    Ottobre 1954

    Sui giornali appare la notizia che a Londra è stato firmato l'accordo per il ritorno di Trieste all'Italia

    - 20 Ottobre 1954

    Gli italiani entrano a Trieste con quattro autocolonne militari e quattro navi da guerra, mentre 24 aerei dell'Aerobrigata di Treviso volano sulla città. Il Generale De Renzi arriva a Trieste con i bersaglieri

    - 26 Ottobre 1954

    Gli alleati si ritirano da Trieste. Il territorio è lasciato in gestione all'Italia

    A causa della pioggia, l'inglese Thomas Winterton non può salutare gli italiani e per paura di bagnarsi deve fuggire di nascosto su una nave inglese

    Il Capo di Stato Maggiore americano del TRUST (Trieste United States Troops) afferma: "Gli americani non hanno paura della pioggia" e salutano festosamente la città

    - 4 Agosto 1972

    Quattro serbatoi dell'oleodotto Trieste-Vienna sono fatti saltare dai terroristi di "settembre nero"

    - 10 Novembre 1975

    L'Italia firma il Trattato di Osimo (in provincia di Ancona)

    Si cancella il Territorio Libero di Trieste, e la città ridiventa italiana, ma lo stato rinuncia alla ex "Zona B" della Venezia Giulia

    -29 Aprile 1976

    A Trieste, si condanna all'ergastolo Joseph Oberhauser per gli eccidi nella Risiera di San Sabba durante l'occupazione tedesca. La Germania nega l'estradizione

    - 17 Dicembre 1976

    la Camera dei deputati ratifica il trattato di Osimo

    - 23 Dicembre 1990

    Con un plebiscito (88,5% favorevoli), lo stato Sloveno sancisce l'indipendenza dalla Jugoslavia, mantenendo parte della Venezia Giulia nel suo territorio

    - 19 Maggio 1991

    Con un referendum (94,17% favorevoli, ma la minoranza serba non ha voluto votare), lo stato Croato sancisce l'indipendenza dalla Jugoslavia, mantenendo la maggior parte della Venezia Giulia nel suo territorio

    -25 Giugno 1991

    Gli stati Sloveno e Croato si dichiarano stati sovrani ed indipendenti. La federazione Jugoslava dichiara guerra

    - 15 Gennaio 1992

    L'Italia riconosce i due nuovi stati

    Si prepara un "Memorandum" d'intesa per tutelare le comunità italiane, firmato dalla Croazia ma non dalla Slovenia, che però dichiara di volerne rispettare i contenuti

    - 30 marzo 2004

    viene istituito dallo Stato italiano IL GIORNO DEL RICORDO che si celebrerà il 10 febbraio di ogni anno, istituito il 30 marzo 2004 con la legge n. 92 per conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

    - 1 Maggio 2004

    La Slovenia entra nell'Unione europea

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    QUESTA E' LA STORIA....

    ..LA STORIA DI ITALIANI CHE DOVEVANO ESSERE LIBERI COME TUTTI GLI ALTRI ITALIANI DELLA PENISOLA...

    COSA DOVREBBERO FESTEGGIARE?

    LA LIBERAZIONE? L'UNITA' D'ITALIA?

    OGNI ITALIANO CON UNA COSCIENZA SI RISPONDA !!

    Ogni italiano provi a mettersi nei panni di quegli italiani, per un solo minuto tenti ad immaginare il dolore che si possa provare lasciare la propria terra, la propria casa, tutti i propri averi, i propri famigliari, i propri morti, TUTTO, partire verso un destino ignoto, per cercare nel mondo un posto dove ricominciare finalmente a vivere LIBERI...

    Maria

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  • (fonte : Internet)

    Le minoranze nella Jugoslavia di Tito

    La vittoria conseguita dalle formazioni partigiane comuniste nella guerra contro gli occupanti tedeschi e italiani e contro i gruppi partigiani nazionalisti creò le basi per la rifondazione dello stato jugoslavo nel 1945. Con il nuovo governo guidato da Josip Broz, detto Tito, i rapporti tra le differenti nazionalità vennero ridefinite rispetto alla situazione prebellica in cui i serbi avevano man mano acquisito un controllo sempre maggiore dell’apparato dello stato jugoslavo. Se a serbi, croati, sloveni, macedoni e bosniaci venne riconosciuto il ruolo di nazionalità costitutive dello stato, le altre nazionalità presenti sul territorio jugoslavo furono invece considerate "minoranze". La situazione era resa più complicata dal fatto che alcune di queste minoranze (italiani, tedeschi, ungheresi) avevano i "loro" stati nazionali, che avevano aggredito e si erano spartiti la Jugoslavia durante la guerra. Le truppe italiane, in particolare, avevano occupato buona parte della Slovenia e della Dalmazia (oltre al Montenegro, al Kosovo e a zone della Bosnia), mettendo in atto, nella guerra antipartigiana, crudeli misure di rappresaglia, internamento e deportazione nei confronti della popolazione civile. Dopo la vittoria partigiana queste nazionalità furono perciò vittime della vendetta per gli orrori perpetrati dagli occupanti nazifascisti.

    Il diverso trattamento di tedeschi e italiani

    Non tutte le minoranze ebbero lo stesso trattamento. I tedeschi furono espulsi, in quanto tali, dalla Slovenia e dalla Serbia (regioni della Voivodina e del Banato). Quasi 300.000 tedeschi dovettero lasciare il paese subito dopo la guerra: nel 1950 rimanevano in Jugoslavia solo più 82.000 "tedeschi etnici". Gli italiani, che vivevano nell'Istria e in Dalmazia (soprattutto nelle città di Fiume e Zara), non furono oggetto di una politica di criminalizzazione e di punizione per la "colpa collettiva". Ufficialmente, la linea del regime era quella della "fratellanza italo-jugoslava", cementata nella lotta partigiana, che in Istria aveva visto numerosi italiani combattere tra le fila dei partigiani comunisti slavi. Le repressioni avrebbero dovuto colpire solo gli italiani compromessi con il regime fascista. La realtà era però diversa.

    Occupazione, guerra partigiana e massacri di civili, 1943-45

    Le violenze risalivano a ben prima della fine della guerra. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, l'Istria centro-meridionale temporaneamente sotto il controllo dei partigiani jugoslavi fu teatro di un'ondata di violenza che si accompagnò alla proclamazione dell'annessione dei territori giuliani alla Slovenia e alla Croazia. Nel settembre si assistette a un piccolo "esodo nero", quando molti gerarchi fascisti fuggirono in Italia per sfuggire alla vendetta dei partigiani per le violenze dello squadrismo e del fascismo in Istria. Le foibe, profondi pozzi carsici, si riempirono di centinaia di corpi di molti comuni cittadini italiani, oltre che degli esponenti e collaboratori del regime fascista. Questi massacri furono interrotti, paradossalmente, dalla successiva e brutale occupazione nazista del territorio. Il periodo 1943-45 fu caratterizzato, per la popolazione italiana, dalla paura di un bagno di sangue che avrebbe fatto seguito a un'eventuale vittoria partigiana. Nell'aprile 1945, con la definitiva sconfitta tedesca, i massacri e gli infoibamenti ripresero, soprattutto a Trieste e nel goriziano, ma un po' in tutta l'Istria. Il terrore sparso tra la popolazione civile da questi avvenimenti creò un clima favorevole alla fuga della popolazione italiana, ma fu ben lungi dal provocarla meccanicamente.

    L’inizio dell’esodo

    Lo stesso nome invalso nella storiografia, quello di "esodo" è giustamente ambiguo rispetto a tempi e modi della fuga. Infatti, gli spostamenti di popolazione che interessarono la regione istriana si svilupparono in un arco di tempo piuttosto lungo, con dei picchi in corrispondenza dell'assestamento diplomatico dei confini tra Italia e Jugoslavia, e con forti differenze locali. Mano a mano che il dominio jugoslavo sull'Istria diventava irreversibile (fu sancito prima dal "Trattato di pace" del 1947, poi dal "Memorandum" del 1954), frazioni sempre maggiori della popolazione istriana decidevano di trasferirsi in Italia. Questi trasferimenti non furono però conseguenza di decisioni formali della dirigenza jugoslava, come invece era accaduto per i tedeschi. L'abbandono del territorio jugoslavo fu insomma una scelta di ogni singola persona, ma il contesto in cui fu compiuta non permette di considerarla una scelta libera.

    Le politiche nei confronti della minoranza italiana

    Nonostante la proclamata "fratellanza italo-jugoslava", i requisiti affinché le minoranze nazionali presenti sul territorio jugoslavo potessero essere tollerati erano ben precisi, e in particolare quelli di una "nazione imperialista" come l’italiana. Innanzitutto, gli italiani insediatisi nella regione dopo la prima guerra mondiale dovevano essere espulsi; le persone di origine slovena e croata i cui antenati erano stati italianizzati nei secoli precedenti dovevano essere restituiti alla loro "prima" identità, a prescindere dalla loro volontà (questo avrebbe avuto delle conseguenze significative, ad esempio i loro figli non avrebbero potuto frequentare le scuole di lingua italiana); chi era ideologicamente non compatibile con il nuovo regime comunista doveva essere epurato. Inoltre, il privilegio economico degli italiani (che nell'Istria, oltre ad essere proprietari terrieri, costituivano la comunità più urbanizzata e dedita alle occupazioni commerciali e imprenditoriali) doveva essere spezzato. Vediamo qui l'ennesimo esempio (si veda il caso dell'espulsione dei tedeschi dalla Cecoslovacchia e dalla Polonia) dell'intreccio tra rivoluzione sociale e nazionale nelle politiche di spostamento forzato di popolazione nell'Europa orientale dopo la guerra, in cui le popolazioni che nei secoli precedenti avevano dominato la vita urbana di vaste regioni d'Europa furono costrette alla fuga e all'esilio. Infine, gli italiani di Jugoslavia dovevano rompere ogni legame con l'Italia "fascista e imperialista", mentre i tradizionali legami economici che legavano l'Istria con il grande porto di Trieste erano sempre più indeboliti dalla chiusura della frontiera, portando a gravi problemi economici. Con la rottura tra URSS e Jugoslavia, nel 1948, anche i comunisti italiani divennero poi dei nemici e furono costretti alla fuga, quando non internati nel famigerato campo di concentramento di Goli Otok.

    Zara, Fiume, Pola

    Ma vediamo quali furono i principali scaglioni dell'esodo istriano verso l'Italia. Da Zara la popolazione italiana era scappata già nel 1944, a seguito dei pesanti bombardamenti aerei alleati. In pratica la situazione che si creò fu quella di una popolazione sfollata che non poté far ritorno alle proprie case: in questo senso non si verificò una vera fuga. La città si era completamente svuotata dei suoi precedenti abitanti: se nel 1940 vivevano a Zara 25.000 persone, nel 1945 erano solo 10.000, di cui 7.000 insediatesi in città dopo l'arrivo dei partigiani croati. L'esodo da Fiume inizia invece nel 1945. La popolazione italiana della città non era compattamente favorevole ad un'annessione della città all'Italia. Anzi, la maggioranza dei fiumani era per l'indipendenza della città come Stato Libero, che già aveva avuto un breve periodo di vita dopo la prima guerra mondiale. Gli operai fiumani, in gran parte italiani, erano poi favorevoli all'annessione alla Jugoslavia socialista, ma questo iniziale favore scomparve dopo l'esperienza del dominio jugoslavo. Con l'occupazione, nella primavera del 1945, iniziò infatti un'ondata di assassinii e sparizioni le cui vittime furono, oltre a coloro che erano favorevoli all'unione con l'Italia, soprattutto i membri del movimento autonomista, che avevano un maggiore prestigio per non essersi compromessi con il fascismo. Anche alcuni comunisti che non appoggiavano l'annessione alla Jugoslavia furono uccisi, mentre il nazionalismo croato diffuso tra le organizzazioni del movimento operaio erose il consenso iniziale che gli operai italiani avevano dato alla Jugoslavia comunista, un consenso che aveva addirittura attivato una piccola ondata di immigrazione politica dall'Italia (dopo la rottura tra Tito e Stalin del 1948, anche i rappresentanti di questo "controesodo" ripresero la via dell'Italia). La causa scatenante dell'esodo fu la convinzione di tutti, nel 1946, che ormai l'assegnazione di Fiume alla Jugoslavia fosse definitiva, e il trattato di pace del 1947 non fece che confermare questa convinzione, accelerando ancora di più un esodo che era iniziato un anno prima. Il trattato infatti prevedeva che, nei territori ex-italiani e ora ceduti a un altro stato, la popolazione optasse definitivamente per la cittadinanza dello stato successore o per quella italiana. In questo secondo caso, il territorio doveva essere abbandonato entro un anno dalla scelta della cittadinanza italiana. Anche a Pola, il capoluogo dell'Istria, l'esodo di massa iniziò dopo la firma del trattato di pace del 1947. Fino a quel momento Pola aveva avuto una storia diversa rispetto a Fiume: dopo l'occupazione jugoslava della primavera 1945, un accordo del giugno dello stesso anno aveva stabilito che la città sarebbe stata sotto la giurisdizione di un governo militare alleato. L'accordo di pace del 1947 stabilì invece la definitiva assegnazione della città alla Jugoslavia, provocando la fuga di buona parte della popolazione.

    L’Istria

    I più lenti ad andarsene furono i contadini dell'Istria, che erano molto restii ad abbandonare le proprie terre. Essi partirono soprattutto in concomitanza con il cosiddetto "grande esodo", l'ultima e più grande delle ondate di trasferimenti. Essa si svolse tra 1953 e 1956, e fu provocata da alcune circostanze nuove. In primo luogo, le discriminazioni culturali si fecero più intense, e colpirono in modo particolare le figure di riferimento della comunità: il prete e l'insegnante. I sacerdoti furono sottoposti a pressioni perché rifiutassero di obbedire al proprio vescovo, quello di Trieste, in modo da ottenere la scissione della diocesi di Capodistria: tali pressioni portarono all'abbandono della zona da parte di molti parroci, e all'eliminazione del clero italiano. Tra gli insegnanti, coloro che non si erano prontamente sottoposti alle direttive ideologiche del regime furono oggetto di intimidazioni e procedimenti giudiziari che portarono alla fuga di centinaia di loro, mentre molte scuole italiane furono chiuse (anche perché gli studenti il cui cognome rivelava un'origine slava erano costretti a frequentare le scuole slovene e croate). In secondo luogo, il "grande esodo" fu provocato dall'ondata di violenze che si abbatterono sulla popolazione italiana quando (ottobre 1953) i governi inglese e statunitense dichiararono che la città di Trieste e i suoi dintorni sarebbero stati assegnati all'Italia, e dalla definitiva sistemazione confinaria che venne configurandosi nel corso del 1954. Nella seconda metà degli anni '50 l'esodo poté dirsi concluso.

    Volontarietà e costrizione nell’esodo

    Le stime più autorevoli consentono di ipotizzare che il numero totale di "esodati", nel periodo 1945-1956, fu di circa 250.000 persone. E' difficile dire quanto pesarono, relativamente, le motivazioni nazionalistiche e quelle ideologiche nell'atteggiamento delle autorità jugoslave nei confronti delle popolazioni di lingua italiana dell'Istria. Dal punto di vista di queste ultime, la fuga fu determinata dalla natura del potere jugoslavo, che aveva ampiamente dimostrato di poter arrivare all'assassinio di massa, e che aveva da subito conculcato la libera espressione politica e culturale. La paura e l'oppressione, unite alle difficoltà economiche del dopoguerra, spinsero perciò la popolazione alla fuga. Essa fu però scaglionata nei dieci anni successivi alla fine della guerra, e non seguì un provvedimento di espulsione preso dal governo jugoslavo. In tal senso, il caso degli istriani non fu un'espulsione coatta, ma può forse rientrare nella categoria generale di trasferimento forzato di popolazione. Gli italiani d'Istria non poterono infatti che scegliere tra il rimanere, e subire persecuzioni di natura fisica, politica, nazionale, religiosa ed economica, o l’espatriare. Tale scelta, che per alcuni fu una vera e propria fuga di fronte alla violenza (soprattutto per le persone più esposte politicamente, come gli autonomisti di Fiume), non può che essere considerata forzata.

  • (fonte: internet)

    MIGLIAIA LE VITTIME DEL DOPOGUERRA

    Furono migliaia gli italiani della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia che, tra il maggio e il giugno 1945, vennero uccisi dai partigiani del maresciallo Tito, gettati nelle tipiche fenditure carsiche, le foibe, o deportati nei campi sloveni e croati, dove morirono di stenti e malattie. Le vittime designate furono collaborazionisti e repubblichini, membri del Cnl, partigiani, comunisti, e soprattutto tanti cittadini comuni travolti dal clima di violenza di quelle settimane. L'accusa a loro rivolta era quella di opporsi all'annessione delle terre contese alla "nuova" Jugoslavia. Se nella Venezia Giulia le ferite rimasero aperte alimentando la memoria di quei tragici fatti, nel resto del Paese sugli eccidi di Tito è gravato per oltre mezzo secolo un quasi totale silenzio. Dopo la cessione dell'Istria, di Fiume e di Zara alla Jugoslavia, fu il turno dei sopravvissuti che, per il solo fatto di essere italiani, furono costretti all'esodo forzato dalle loro case.

    I territori contesi

    La contesa dei territori di Nord-Est inizia con la fine della Prima Guerra mondiale, quando la frontiera tra l'Italia e la Jugoslavia viene stabilita sulla "linea Wilson": agli slavi viene assegnata solo una parte minore dell'Istria, mentre i centri più importanti passano sotto il tricolore. 500mila slavi diventano improvvisamente "italiani" senza volerlo, e vedono (non senza ragione) gli italiani come "occupanti", che impongono la loro cultura opprimendo le popolazioni slave. Una "dominazione" che gli jugoslavi non dimenticheranno facilmente.

    Nel maggio-giugno 1945, quando i tedeschi vengono sconfitti, nei territori giuliani arrivano i reparti jugoslavi, accolti dagli italiani come liberatori alla stregua di americani e inglesi. Ma le intenzioni delle forze del maresciallo Tito sono ben diverse da quelle degli Alleati: riconquistare i territori che, alla fine della Grande Guerra, erano stati negati alla Jugoslavia. E così, a partire dal 1° maggio 1945, i Volontari italiani della Libertà vengono disarmati, e man mano che i partigiani sloveni avanzano in Venezia-Giulia disarmano e internano gli avversari, mandandone poi a morte a migliaia nelle foibe. Avversari che non sono solo i (pochi) repubblichini rimasti nella zona: sono anche, e soprattutto, civili inermi, donne, vecchi, bambini: tutti coloro che, secondo un'ordinanza del governo di Tito, si oppongano al passaggio dell'Istria alla Jugoslavia o rifiutino di dichiararsi slavi. E, esattamente come durante il Ventennio, può bastare una denuncia anonima, magari di un vicino di casa invidioso che voglia acquisire rapidamente un alloggio, oppure di qualcuno che da anni covi una sua vendetta personale, per condannare a morte una persona. Ma tra le vittime si contano anche centinaia di persone uccise solo perché vengono identificate come simbolo del fascismo (come carabinieri, finanzieri, podestà), o della borghesia (come maestre e levatrici).

    Gli infoibamenti erano iniziati nel '43, dal 9 settembre al 13 ottobre, quando, dopo l'armistizio, i partigiani titini si erano impadroniti di gran parte dell'Istria iniziando con la loro sistematica opera di pulizia etnica. E proseguirono dal 1945 al '47, ben oltre la fine della guerra, spingendo all'esodo migliaia di italiani d'Istria e sterminando coloro che si rifiutavano di andarsene.

    Le foibe

    La parola foiba deriva dal latino fovea, fossa: si tratta di profonde voragini rocciose che le popolazioni slovene e croate del carso triestino utilizzavano come discariche, gettandovi rifiuti quali carcasse di animali, scarti di lavorazione, oggetti rotti. Ecco allora che le foibe non vengono scelte a caso come luogo per lo sterminio degli italiani: gettare gli italiani nelle voragini significa mostrare loro tutto il disprezzo possibile, trattandoli come rifiuti.

    Migliaia e migliaia di persone morirono in quelle fosse (in Istria sono state trovate più di 1.700 foibe), alcune gettate nel baratro dopo una veloce esecuzione, altre dopo essere state torturate con metodi da far invidia ai nazisti più feroci, altre ancora addirittura vive, lasciate a morire duecento metri sottoterra circondate di cadaveri. Un conto preciso delle vittime è impossibile: secondo alcune fonti gli italiani sterminati furono dai 4 ai 6mila, per altre addirittura 10 o 20mila. Alcuni finirono fucilati, altri morirono nei campi di concentramento. Per la maggior parte, però, si aprirono le porte dell'inferno: le foibe.

    I soldati di Tito

    Facevano irruzione di notte nelle case dei civili, caricando decine di persone alla volta sui camion. Le vittime predestinate, quindi, venivano legate una all'altra con corde, fil di ferro, filo spinato: qualsiasi mezzo che impedisse loro di fuggire. A questo punto, disposti sull'orlo del precipizio, i primi venivano fucilati, trascinando con sé nel baratro anche tutti gli altri, ancora vivi. Alcuni avevano la fortuna di morire subito nella caduta, altri resistevano per ore e ore, feriti, agonizzando circondati da cadaveri in putrefazione.

    Ma l'orrore poteva essere ancora peggiore, perché prima della morte potevano esserci le torture e le sevizie: nelle fosse carsiche sono state trovate donne stuprate o con il ventre reciso per estrarre il feto che portavano in grembo, uomini evirati che, prima di essere gettati nelle foibe, venivano costretti a mangiare i propri genitali, cadaveri decapitati, con la testa dei quali i titini improvvisavano partite a pallone...

  • (fonte : Internet da :Avvenire 07/10/07 - di Massimo Zamorani

    Dalla Slovenia la mappa dell'orrore

    I siti sono oltre duecentocinquanta; le vittime, parecchie decine di migliaia.

    E gli italiani non sono che una parte: accanto a loro si contano croati, partigiani monarchici, patrioti sloveni, militari tedeschi,religiosi cattolici

    La mappa dell'orrore viene da Est, dalla Slovenia. La conservava Vinko Levstik, che durante la guerra '40-'45 era un 'domobranzo', cioè apparteneva alla milizia slovena nazionalista ma anticomunista.

    Il documento è tornato alla luce di recente e ha un significatosentimentale, perché chi l'ha offerta è deceduto poco tempo dopo e ciòvuol dire che le era stato attribuito il fine di lascito testamentario a beneficio di chi potrebbe farne tesoro. La mappa reca con meticolosa esattezza tutti i luoghi, in territorio della Repubblica slovena, dove sono stati sepolti o, comunque celati, i corpi delle vittime della primavera 1945. Non sono solamente foibe, ma anche fosse comuni,sepolture più o meno clandestine d'ogni genere.

    I siti sono oltre duecentocinquanta, e le vittime? È una valutazione difficile, però con un po' di pazienza si può formulare un ordine di grandezza e si arriva a parecchie decine di migliaia.

    Verosimilmente potrebbero essere settanta od ottantamila morti ammazzati. Si scopre così che gli italiani infoibati o seppelliti frettolosamente dopo essere stati assassinati sono una minoranza. Un dato verosimile sembra circa settemila ed è una cifra che sgomenta, ma nella zona di Kocevje, per esempio, dove la mappa indica sette tra fosse comuni e corpi interrati in una trincea anticarro, sono stati seppelliti tremila domobranzi, su un totale di dodicimila massacrati.

    Sono spariti sottoterra diciottomila croati, ustascia e no; seimila cetnici (partigiani serbi monarchici delle formazioni del generale Draga Mihailovic) e poi belagardisti (Guardia bianca slovena), militari tedeschi, religiosi (in una nota si elencano per categoria: seminaristi, parroci, cappellani), civili d'ogni genere, sesso ed età: contadini, operai, commercianti, insegnanti, professionisti. Sono stati ripuliti interi villaggi della valle dell'Isonzo, perché, come aveva rivelato Teodoro Francesconi preciso e documentatissimo storico degli eventi giuliani di recente scomparso, gli ordini erano di eliminare tutti gli italiani che vivevano sulla sponda sinistra del fiume.

    A distanza di oltre sessant'anni c'è ancora chi cerca. A parte le inchieste ufficiali, espletate dalla commissione mista italo-slovena, diretta, da parte italiana, dal colonnello Armando Di Giugno di Onorcaduti, direttore dei sacrari militari del Friuli-Venezia Giulia e da parte slovena da Zdravko Likar, ci sono altri, impegnati in ostinate ricerche per iniziativa personale.

    Giovanni Guarini, goriziano, ha identificato e recuperato la salma del padre, allora carabiniere, precipitato insieme con gli altri militari di Gorizia, nella foiba di Tarnova. È questa una voragine che si apre in una radura nel cuore dellaforesta con una bocca di cinque o sei metri di diametro e si sprofonda in un'oscurità senza fine; è visione da brivido. Alcuni anni or sono un gruppo di speleologi istriani vi si è calato, hanno raggiunto una specie di pianerottolo a trenta metri di profondità e, riemersi, hanno riferito di aver valutato una giacenza di cinque o sei metri cubi di ossa.

    I bersaglieri del battaglione 'B.Mussolini' della Repubblica sociale, che il 30 aprile 1945 aveva deposto le armi dopo una trattativa con le formazioni di Tito, secondoi patti avrebbero dovuto essere posti in libertà; furono invece trattenuti e costretti a una lunga marcia della sofferenza. Ilbattaglione, che in difesa della frontiera giuliana aveva perduto in combattimento 166 uomini in 19 mesi di guerra su un fronte di 27 chilometri, al momento della fine delle ostilità aveva una forza di 28 ufficiali e 572 bersaglieri. Nei soli primi otto giorni sono stati eliminati 91 bersaglieri, i cui corpi venivano più o meno sommariamente interrati in alcune delle località contrassegnate nella mappa dell'orrore.

    Capolinea della sanguinosa marcia: il campo di concentramento di Borovnica, località a venti chilometri da Lubiana, definita «l'inferno dei morti viventi» dal vescovo di Trieste Santin, dove hanno lasciato la vita 77 bersaglieri. Lionello Rossi, padre dell'attore Paolo, è uno dei rari sopravvissuti. Ha pubblicato un diario (Prigioniero di Tito,edito da Mursia) riuscendo a narrare gli avvenimenti da lui vissutisenza esprimere opinioni o considerazioni, senza usare aggettivi: solo date, nomi, fatti. Ma ne scaturisce una forza drammatica emozionante. Ne sono rimasti colpiti anche quelli che erano 'dall'altra parte', come il partigiano Marjam Grosar. Secondo la storica slovena Nevenka Troha, Borovnica è stato «uno dei più crudeli e disorganizzati campi di prigionia in Jugoslavia». Non pochi sloveni si sono impegnati nella ricerca delle sepolture e nell'identificazione delle vittime.

    Alcuni di questi sono giovani, nati dopo gli orrori del 1943-'45.Anton Zitnik, per esempio, è nato nel 1940. Poi ci sono Franc Perme,Franc Nucic, Zdenko Zavadlav, Janez Crnej, che hanno partecipato alla compilazione del grosso volume Slovenja 1948-1952. I sepolcri tenuti nascosti e le loro vittime edito dall'Associazione per la sistemazione delle sepolture nascoste di Lubiana.

    L'edizione italiana è curata dalla Lega nazionale d'Istria, Fiume, Dalmazia di Milano.

    Tra i dispersi di cui si è perduta ogni traccia vi sono anche gli ottanta bersaglieri 'incavernati', termine impiegato per indicare la loro probabile fine. Nel fianco del Pan di Zucchero, il colle che sovrasta Tolmino, c'era una galleria nella quale, durante la Prima guerra mondiale, si celava, dopo i tiri, un cannone austriaco di grosso calibro montato su affusto ferroviario. Si ritiene che gli ottanta bersaglieri siano stati portati all'interno della galleria, dopo di che ne è stata fatta saltare con l'esplosivo l'imboccatura, in modo da seppellirli vivi. A causa della vegetazione che ha proliferato disordinatamente, fino a questo momento non è stato possibile neppure identificare il punto ove era l'accesso al tunnel.

    Secondo un'altra ipotesi, gli ottanta sarebbero stati invece seppelliti sulla sponda sinistra dell'Isonzo, subito a monte della confluenza del fiume Tolminca.

    Avrebbero poi coperto l'area con uno spesso strato di cemento, sul quale è stato costruito il Club Paradise. Sono mai stati identificati i responsabili dello sterminio in Venezia Giulia e Istria? Sono mai stati celebrati processi?

    Alla prima domanda si può rispondere con un sì, non così alla seconda. Per quanto si riferisce sia alla giustizia slovena, sia a quella italiana, non risulta sia mai stato processato qualcuno. Ogni tanto comparivano sui giornali italiani scritti promettenti: «I giudici sloveni decidono di collaborare», «La procura militare di Padova sta indagando», ma gli sviluppi mancano. La cronaca si è occupata del processo per diffamazione a mezzo stampa promosso dallo sloveno Franc Pregelij, detto 'Boro', contro il giornalista Giangavino Sulas del settimanale Oggi perché lo aveva definito 'boia' e non 'presunto boia' come i più riguardosi confratelli. Aveva chiesto un indennizzo di trecento milioni di euro, ma ha perduto la causa. Il Pm Giuseppe Pititto aveva rinviato a giudizio tre indiziati per strage: Ivan Motika, Oskar Piskulic e Margitra Avijanika, ma in data il 14 noovembre 1997 il Gip Alberto Macchia li ha prosciolti «per difetto di giurisdizione», in quanto i luoghi dell'eccidio oggi non sono più in territorio italiano.

    Conferma al fatto risaputo che, soprattutto in Italia, la legge è una cosa, la giustizia un'altra.

    Per Nello Rossi il problema è uno solo: «Sono trascorsi tanti anni, non voglio processi né tanto meno vendette, voglio le salme e se lo scopo consiste nel trovare i resti dei nostri morti noi bersaglieri non conosciamo altre strade al di fuori di quella del dialogo, dell'incontro, dell'intesa, che è poi quella che stiamo percorrendo».

    VINKO LEVSTIK, IL TESTIMONE ALLA SBARRA Tra il ’43 e il ’45 sul confine orientale d’Italia, dove scorrono l’Isonzo e il Bacia, la situazione era confusa: sullo sfondo di uno scenario color sangue si muovevano e combattevano soldati tedeschi, militari italiani della Repubblica sociale, bande jugoslave comuniste agli ordini di Tito, reparti di ustascia, fascisti croati; poi c’erano i 'domobranzi', patrioti sloveni anticomunisti; cetnici cioè serbi monarchici che obbedivano al generale Mihailovic; belagardisti, guardie bianche; partigiani italiani anticomunisti, detti osovani e comunisti agli ordini di Tito; le Mvac, milizie volontarie anticomuniste, i ribelli montenegrini. Ne scaturivano alleanze temporanee stipulate ai fini di raggiungere obiettivi non sempre chiari, oppure incomprensioni, contrasti e tradimenti. Ognuno poteva essere nemico di tutti. In questo contesto va considerata la figura di Vinko Levstik, all’epoca schierato con i domobranzi.

    Aveva una responsabilità di comando, essendo a capo della 114° compagnia e combatteva per una Slovenia indipendente ma non comunista. Alla fine di tutto aveva perduto la guerra, in quanto la Slovenia era diventata parte ella Repubblica federativa comunista di Jugoslavia, ma aveva vinto la pace, poiché aveva raggiunto un buona posizione economica, in quanto proprietario dell’Euro Diplomat Hotel in corso Italia a Gorizia. Se non che il il passato lo riagguantò e il 15 giugno 2001, ( quando da dieci anni ormai la Slovenia aveva raggiunto l’indipendenza), a conclusione di un clamoroso processo a Lubiana venne condannato a dodici anni di reclusione, perché riconosciuto responsabile della morte di due partigiani. «Sono innocente davanti a Dio – è stata la reazione di Levstik –. Non tornerò mai più in Slovenia, dove sono stato incolpato di un delitto che non ho commesso, mentre i veri responsabili dei massacri restano impuniti». Non rimaneva però molto tempo da vivere a Vinko Levstik, ma prima di andarsene per sempre, il 12 agosto 2003, volle affidare la mappa dell’orrore a uno di quegli italiani che ancor oggi, dopo tanti anni, si sentono vincolati alla ricerca dei resti delle vittime seppellite in quell’arcipelago di foibe, buche, anfratti, dove vennero celati nella stagione del sangue.

    Massimo Zamorani

  • (Fonte Internet)

    tratto da: http://digilander.libero.it/arupinum/

    IL PARTITO COMUNISTA E LA "QUESTIONE GIULIANA"

    di Gianclaudio de Angelini

    Sin dal giugno 1941 il PCI aveva accettato in linea di principio che le unità partigiane di orientamento comunista, operanti nel settore giuliano, venissero poste sotto il controllo delle strutture partigiane jugoslave; nel marzo del 1943 il distaccamento Garibaldi si era pertanto unito alle formazioni slovene.

    In quegli stessi giorni le organizzazioni partigiane italiane non comuniste operanti nella Venezia Giulia venivano invece sempre più evidenziando la loro diffidenza verso i partigiani jugoslavi ed il loro acceso nazionalismo; del resto questi ultimi non si curavano in alcun modo di celare le loro mire annessionistiche, ed anzi nel '43 il Movimento Antifascista di Liberazione Nazionale Jugoslavo proclamava a gran voce il suo buon diritto di annettersi l'Istria, Trieste con tutto il litorale adriatico comprese le città di Fiume e Zara, avendo addirittura la pretesa di richiederne l'avallo dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI).

    Del resto il 9 settembre del 1944 l'esponente della resistenza jugoslava Kardelj, in una lettera a Vincenzo Bianco, autorevole membro del PCI, ribadiva che il IX Corpus aveva avuto l'ordine di occupare Trieste, Istria, Gorizia e tutta quella parte del Friuli che avesse potuto raggiungere prima dell'arrivo delle forze Alleate.

    Come tutta risposta Bianco il 24 settembre, inviato a Trieste dalla direzione del PCI, diramava alle federazioni comuniste di Trieste e Udine la direttiva di far passare le loro unità partigiane sotto il comando del IX Corpus sloveno.

    Il 19 ottobre lo stesso Togliatti, dopo aver incontrato Kardelj, non solo confermava sostanzialmente le direttive di Bianco alle federazioni di Trieste ed Udine, ma le integrava con la raccomandazione di fare in modo, per quanto possibile, che la regione venisse occupata dai partigiani di Tito, piuttosto che dalle truppe anglo-americane. In questa prospettiva il capo del P.C.I. consigliava che le strutture locali del partito collaborassero con gli slavi nell'organizzare un potere popolare nelle zone liberate ed un contropotere in quelle ancora sotto occupazione tedesca.

    In questa azione i comunisti italiani non avrebbero dovuto avere remore nell'opporsi a quei loro connazionali che, ispirandosi ad una concezione imperialistica e nazionalistica, alimentassero la discordia con i vicini slavi.

    Sulla questione di fondo, la definizione della futura frontiera Italo-Slava, Togliatti non indicava una soluzione, ma solamente il metodo attraverso cui ricercarla e cioè quello di un confronto fra 'democratici' italiani e 'democratici' jugoslavi, ovverossia fra i due PC.

    Di fronte alla ferma opposizione che queste proposte incontravano da parte dei rappresentanti degli altri partiti, i comunisti giuliani uscivano definitivamente dal C.L.N. formando un comitato di coordinamento italo-jugoslavo dichiarato esteso a tutte le forze antifasciste giuliane.

    Il 17 ottobre dello stesso anno, il P.C.I. giuliano emanava un proclama in cui si annunciava che in breve tempo sarebbero incominciate le operazioni dell'esercito di liberazione jugoslavo per l'espulsione dei tedeschi dall'Italia Nord-Orientale e s'invitava la popolazione ad accogliere i partigiani di Titini non solo come liberatori, bensì "come fratelli maggiori che ci hanno indicato la via della rivolta e della vittoria contro l'occupazione nazista e dei traditori fascisti". Sollecitava altresì tutte quelle unità che si sarebbero venute a trovare ad operare all'interno del campo operativo dei partigiani jugoslavi a porsi disciplinatamente ai loro ordini e per la necessaria unità di comando e per il fatto che quelli erano meglio inquadrati, più esperti e meglio diretti. Concludeva infine impegnando tutti i comunisti ed invitando tutti gli antifascisti a combattere come i peggiori nemici della liberazione dell'Italia tutti coloro che, con il pretesto del 'pericolo slavo' e del 'pericolo comunista', lavoravano per sabotare gli sforzi militari e politici dei seguaci di Tito, impegnati nella lotta di liberazione del loro paese e della stessa Italia, e per opporre gli italiani agli slavi, i comunisti ai non comunisti.

    In questo modo si creavano le condizioni affinchè l'operato degli occupanti slavi diventasse totalmente insindacabile, data la facilità di far passare ogni azione difforme alla logica annessionistica slava come imperialista e nazionalista, ponendo così gli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia in completa balia degli slavi.

    Di fronte a posizioni così estreme gli esponenti democratici rimasti nel CLN di Trieste, e cioè democratici cristiani, azionisti, socialisti e liberali, stringevano un patto di unità d'azione e redigevano a loro volta un proclama emanato il 9 dicembre e prontamente diffuso dalla stampa e dalla radio italiane.

    In tale comunicato veniva riaffermato l'impegno delle forze politiche aderenti al comitato di difendere le frontiere ottenute dall'Italia dopo la prima guerra mondiale, combattuta contro i tradizionali nemici austriaci e tedeschi a fianco di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. Si garantiva tra l'altro il rispetto dell'autonomia culturale delle minoranze croate e slovene che sarebbero rimaste incluse in quei confini, si ipotizzava inoltre la creazione a Trieste di un porto franco, alla cui amministrazione avrebbero partecipato tutti i paesi interessati.

    Sul finire del '44, nella loro polemica col CLN ed in coerenza con il loro allineamento alla linea di Tito, i comunisti italiani di Trieste partecipavano al costituito comitato civico congiunto sotto la guida di Rudi Ursich, accettando in pratica tutte le rivendicazioni terrritoriali slave. Vista la non disponibilità degli altri componenti del CLN triestino di seguirli su questa strada di completa resa alle pretese slave, i comunisti italiani formavano insieme con i titini, il 13 aprile '45, il Comitato Esecutivo Antifascista Italo Sloveno (CEIAS).

    Il 30 aprile a seguito dell'insurrezione italiana contro le truppe degli occupanti tedeschi, comandata dal CLN di Trieste, dopo aspri combattimenti venne liberata quasi tutta la città salvo alcuni caposaldi in cui questi ultimi, trincerati, ancora resistevano.

    A questi combattimenti i comunisti, sia italiani che slavi, si guardarono bene di intervenire, salvo espropriare della paternità dell'azione il CLN, quando a tappe forzate giunse il IX Corpus partigiano e la IV armata regolare jugoslava, che nella loro azione precipitosa avevano lasciato in mani tedesche ampie ed importanti zone del loro territorio nazionale come Zagabria e Lubiana, rispettivamente capitali della Croazia e della Slovenia, pur di evitare che a liberare il capoluogo giuliano fosse il CLN od eventualmente le truppe degli alleati anglo-americani.

    Ambedue le cose non riuscirono agli slavi perchè il pomeriggio successivo, quando le truppe alleate stavano sul punto d'entrare in Trieste, il controllo della prefettura e del municipio erano ancora saldamente in mano del CLN; purtuttavia la consegna simbolica del passaggio dei poteri, dal CLN alle truppe neozelandesi, non riuscì perchè, per evitare un aperto conflitto armato con i comunisti italo-slavi, i rappresentanti del CLN furono costretti a ritirarsi. Comunque la resa delle residue truppe tedesche ancora asseragliate nella città avvenne nelle mani delle forze Alleate e non in quelle slave come volevano i titini.

    Incominciava così il periodo di martirio per la città giuliana sottoposta alla feroce repressione degli occupanti slavo-comunisti a cui i neozelandesi assistettero senza intervenire.

    La prima azione dei "liberatori" fu di disarmare i partigiani italiani del CLN, la Guardia Civica, il Corpo dei Volontari della Libertà, qualunque forza armata cioè che potesse intralciare in qualche modo la loro volontà annessionistica. L'unica formazione politica italiana che fu lasciata libera di agire fu il PCI giuliano; tutte le bandiere italiane furono fatte ammainare, quelle che la gente esponeneva sui balconi furono fatte ritirare a colpi di mitra; la stampa libera fu soppressa, le uniche pubblicazioni furono 'Il Lavoratore' e 'Primorski Dnevnik', rispettivamente espressione del PCI giuliano e degli occupanti slavi.

    Nel frattempo l'OZNA, la famigerata polizia politica slava, agiva silenziosamente facendo sparire i maggiori esponenti del CLN e degli Autonomisti, mentre il CEIAS a cui aderiva il PC giuliano dava vita ad un Consiglio di Liberazione di Trieste, al quale il generale Kveder consegnava l'amministrazione della città pronunciando un discorso in cui si diceva che ben presto Trieste sarebbe entrata a far parte della repubblica federale Jugoslava con uno statuto autonomo.

    Il 5 maggio una manifestazione spontanea di migliaia di Triestini che si erano radunati in corteo dietro una bandiera italiana fu sciolta a raffiche di mitra sparate ad altezza d'uomo con la conseguente uccisione di 5 persone tra cui un'anziana donna di 69 anni ed un giovane ragazzo, che nel corso della sua breve vita aveva già avuto modo di sperimentare la "liberazione" titina essendo un esule di Fiume.

    Il 6 giugno tutti i triestini ricevettero l'ordine di presentare le loro carte di identità per farvi imprimere il simbolo della loro nuova "libertà", la stella rossa. Contemporaneamente l'ufficio competente provvedeva a ritirare i documenti agli elementi da loro ritenuti sospetti ed a rilasciare alle torme di slavi, recentemente calati in città, documenti attestanti il fatto che vi risiedevano da sempre.

    Dalla foiba di Basovizza si andavano intanto recuperando, tra il raccapriccio generale, le povere salme degli "epurati", piccolo segno della normalizzazione slava, e veniva acquistando triste fama la villa Segrè Sartori, in cui una famigerata squadra volante della 'Guardia del Popolo' andava perpetrando ogni sorta di torture sugli sventurati che tentavano loro di opporsi (tra cui non mancarano comunisti italiani dissidenti).

    Del resto il XIII Corpo Alleato aveva informato il Comando Supremo del Mediterraneo che in base all'indagine effettuata almeno 1.480 persone erano state deportate dalla Zona A e di altre 1.500 mancava ogni notizia, il rapporto continuava affermando che tra il 1^ maggio ed il 12 giugno nella sola provincia di Trieste erano state uccise 3.000 persone. L'esponente americano Grew, in una sua relazione a Trumam, paragonava l'occupazione slava della Venezia Giulia a quella praticata dai giapponesi in Manciuria o da Hitler negli anni 1938-39.

    Per chiarire ulteriormente la posizione e le responsabilità politiche avute dal PCI italiano nell'evolversi della situazione

    dei Giuliano-Dalmati basta rifarsi alla lettera che Togliatti inviò nel '45 all'allora Presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi.

    In questa missiva, consultabile nell'Archivio Centrale dello Stato a Roma, Togliatti arrivò a minacciare una guerra civile se il CLNAI avesse ordinato ai partigiani italiani di prendere sotto il proprio controllo la Venezia-Giulia, evitando in tal modo l'occupazione e l'annessione de facto alla Jugoslavia.

    A patire le conseguenze di questa presa di posizione furono le popolazioni dell'Istria e della Dalmazia, che in balia dei titini subirono una metodica opera di terrorismo, che indusse la maggioranza della popolazione ad abbandonare compatta le proprie case per cercare un rifugio nella disastrata Italia post-bellica, cosa che non era avvenuta nei precedenti rivolgimenti politici subiti dalla nostra regione di frontiera nè con i francesi di Napoleone e neppure sotto il dominio austriaco quando, seppure governati da un regime reazionario, gli istriano-dalmati erano stati comunque lasciati liberi di rimanere se stessi, cioè italiani.

    Il comportamento operato nella Venezia-Giulia dai titini, a cui il PCI si prestò passivamente e non, fu una vera e propria "pulizia etnica" tipo quella praticata dalle varie fazioni ferocemente in lotta tra loro in quella che fu la Federazione jugoslava.

    Per inquadrare l'entità del genocidio e del conseguente esodo basti dire che i morti giuliani-dalmati durante la guerra, furuno nettamente superiori alla media nazionale, a cui bisogna però aggiungere le uccisioni e gli infoibamenti che sono continuati ben oltre il termine della guerra, e che portarono le foibe a riempirsi di 12.000 persone, dati ufficiali I.R.O. (International Refugèe Organisation), e la regione a svuotarsi di circa 350.000 dei suoi originari abitanti, a testimonianza di un referendum popolare patito sulla propria carne in mancanza di quello che civilmente si reclamava per stabilire il destino della regione e dei suoi abitanti.

    A completare il quadro non può essere taciuto il comitato di accoglienza che queste popolazioni così ampiamente tribolate hanno ricevuto dai comunisti italiani al loro arrivo nella loro madre patria: insulti, fischi e sputi a Venezia e Bari quando le navi cariche di profughi attraccarono al porto; minacce di sciopero a Bologna per evitare che un treno di profughi avesse modo di rifocillarsi al posto di ristoro organizzato dalla Pontificia Opera di Assistenza; la costante azione di diffamazione operata nell'indicare al pubblico ludibrio come ricchi borghesi "fascisti" che fuggivano dalle "magnifiche sorti e progressive" del comunismo di Tito.

    Occorre inoltre dire della costante azione di travisamento dei fatti, di misconoscimento dell'immane tragedia operata da parte di una intellighenzia di sinistra, lungamente predominante nella scena politica-culturale italiana, che bovinamente ha voluto interpretare l'esodo soltanto con gli occhi dell'ideologia e non con quelli di un popolo travagliato, con la conseguente liquidazione degli eventi giuliano-dalmati nei libri di storia con un semplice trafiletto limitato al solo "problema di Trieste", come se noi istriano-dalmati fossimo dei marziani.

    Il misconoscimento e l'oblio storico è riuscito così bene che la stragrande maggioranza dei giovani italiani mentre sa quasi tutto sui 'desaparecidos' argentini e cileni, non sa quasi nulla dei fatti istriani e dalmati, e quando dico di essere nato in Istria mi sento rispondere: "Ah, allora sei slavo!".

  • (Fonte Internet)

    DESAPARECIDOS - di Paolo Sardos Albertini

    Proponiamo un intervento del Presidente della Lega Nazionale, avv. Paolo Sardos Albertini, a commento de "Il cuore nel pozzo" inviato, giorni orsono, al giornale "Il Piccolo". Sulle pagine del quotidiano triestino non è comparso ("desaparecido?"):

    A proposito di “Il cuore nel pozzo”:

    Nelle tragiche giornate della primavera di sessant’anni orsono sono scomparsi migliaia di cittadini italiani (e non solo italiani) della Venezia Giulia: chi scaraventato nelle voragini delle foibe, chi finito tra le onde con una pietra al collo, chi imbarcato su camion per destinazione ignota e senza ritorno, chi infine incolonnato in lunghe ed estenuanti marce che si concludevano, in larga parte, con la morte.

    Tanti, tanti tantissimi “desaparecidos”; tante, tantissime famiglie segnate da queste tragedie e tutta una collettività coinvolta in un dramma che trascendeva certamente le vicende dei singoli.

    Dopo la fase della violenza, del sangue, delle tragedie è arrivata la data della rimozione e dell’oblio. Dopo la scomparsa delle persone è stata la volta di cercare di far scomparire addirittura la stessa notizie di questi eventi, che pure aveva riguardato tutta la collettività giuliana e che avrebbero, doverosamente, dovuto riguardare tutta la collettività nazionale italiana.

    Si discute in questi giorni sulle responsabilità di questa clamorosa rimozione. Qualcuno, a sinistra, ammette ora delle responsabilità per tutto ciò. Veltroni è venuto a Trieste a scusarsi perché la sinistra aveva taciuto. Altri (è il caso di Cossutta) pretendono sostenere, da un lato, che niente sapevano, e dall’altro che tutto avevano palesato: ma è un classico esempio di “doppia verità” bolscevica, un vero e proprio pezzo di antiquariato della manipolazione storica.

    Certo è che sembra ormai fondamentalmente condivisa la constatazione che la “notizia” delle foibe e dell’esodo era finita tra gli scomparsi ed è certamente giusto che venga fatta finalmente riapparire.

    Il film “Il cuore nel pozzo” si colloca meritoriamente in questa prospettiva: far sì che “foibe ed esodo” diventino sempre più parole capaci di un qualche significato anche aldilà dei confini della Venezia Giulia.

    C’è però un rischio che, dopo la scomparsa delle persone e dopo la scomparsa della notizia si assista ad una nuova categoria di “desaparecidos”. Nel film del registra Negrin, almeno nelle due ore presentate a Trieste in anteprima, non c’è una sola occasione nella quale si menzioni la parola Comunismo. Sembrerebbe che le vicende delle foibe e dell’esodo possano essere lette prescindendo totalmente da questa dimensione ideologica.

    Eppure ci sono dei dati di evidenza assoluta che giustificano la constatazione di come la vera e determinante responsabilità di queste tragedie vada imputata al Comunismo jugoslavo; il quale ha certamente cavalcato preesistenti conflitti etnici, ma lo ha fatto per le sue precise finalità, quelle cioè di costruire il nuovo stato comunista.

    Tra le tante prove a conferma ne citerò solo due, a mio giudizio inoppugnabili.

    Nel maggio di sangue del 1945, mentre a Trieste, in Istria, a Gorizia, migliaia di italiani venivano fatti scomparire ad opera dei miliziani slavo-comunisti, nello stesso periodo pochi chilometri a est di Gorizia, in territorio sloveno, erano migliaia e migliaia gli Sloveni che subivano la stessa sorte per mano delle stesse truppe titine e, spostandoci non di molto, sorte analoga toccava a migliaia di Croati.

    Italiani, Sloveni, Croati: tutti massacrati, nello stesso periodo, ad opera degli stessi massacratori. Perché la questione non era etnica, ma strettamente politico-ideologica: era il potere comunista che eliminava quanti gli erano avversi o estranei e che, come tali, venivano etichettati come “fascisti”.

    La seconda considerazione può apparire più estemporanea, ma è non meno significativa. Con il Trattato di Pace, l’Italia ha subito menomazioni territoriali, a favore della Jugoslavia, sul confine orientale, con la perdita dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Sono le terre nelle quali si sono appunto verificati gli eccidi, si è provocato l’esodo, si sono espropriati gli immobili.

    Sempre nel Trattato di Pace, l’Italia ha subito altre menomazioni territoriali, queste sul confine occidentale cedendo Briga e Tenda alla Repubblica francese. Non risulta però che in quell’area vi siano stati espropri, eccidi ed esodi.

    Una differenza che non è assolutamente spiegabile con un minore nazionalismo francese rispetto a quello jugoslavo e neppure con una minore animosità delle genti d’Oltralpe nei confronti dell’Italia rispetto a quelle balcaniche (all’epoca i francesi avevano ben presente il ricordo per la “pugnalata nella schiena” di cui accusavano l’Italia dopo il 10 giugno 1940).

    La spiegazione di questa diversità di situazioni è in realtà una sola: a Occidente confinavamo e confiniamo con uno stato democratico – la Francia - , ad Oriente confinavamo con uno comunista – la Repubblica Federativa Jugoslava.

    E’ in definitiva la prova provata che voler far sparire il Comunismo, nella ricostruzione di quanto avvenuto sessant’anni orsono, costituisce una assurda mistificazione, una sorta di beffa che si aggiunge ai decenni di oltraggioso oblio ed agli eccidi di sessant’anni orsono.

    Dopo i “desaparecidos” della primavera 1945 , dopo che le notizie su foibe ed esodo per decenni sono “desaparecide” dalla stampa , dai libri scolastici, dai mezzi di informazione della pubblica opinione, oggi taluni vorrebbero puntare una nuova operazione : collocare tra i desaparecidos anche gli autori di foibe e di esodo , i comunisti jugoslavi del Maresciallo Tito, e così sottrarli al giudizio del tribunale della storia.

  • (Fonte Internet)

    I "DESAPARECIDOS" DI FIUME

    Una pagina di eroismo e di amore di Patria ancora poco nota è quella degli italiani di Fiume che preferirono la morte alla stella rossa dei comunisti jugoslavi. Dal 3 maggio 1945, per tre giorni e tre notti, le truppe del maresciallo Tito, avide di sangue, si scatenarono, con inaudita violenza, contro coloro che, da sempre, avevano dimostrato sentimenti di italianità.

    A Campo di Marte, a Cosala, a Tersatto, lungo le banchine del porto, in piazza Oberdan, in viale Italia, i cadaveri s’ammucchiarono e non ebbero sepoltura. Nelle carceri cittadine e negli stanzoni della vecchia Questura, nelle scuole di piazza Cambieri, centinaia di imprigionati attendevano di conoscere la propria sorte, senza che alcuno si preoccupasse di coprire le urla degli interrogati negli uffici di Polizia, adibiti a camere di tortura.

    Altre centinaia di uomini e donne, d'ogni ceto e d’ogni età, svanirono semplicemente nel nulla. Per sempre. Furono i "desaparecidos". Gli avversari da mettere subito a tacere vengono individuati negli autonomisti, cioè coloro che sognavano uno Stato libero; ai furibondi attacchi di stampa condotti dalla "Voce del Popolo" si accompagnò una dura persecuzione, che già nella notte fra il 3 e il 4 maggio portò all’uccisione di Matteo Blasich e Giuseppe Sincich, personaggi di primo piano del vecchio movimento zanelliano, già membri della Costituente fiumana del 1921.

    Assieme agli autonomisti, negli stessi giorni e poi ancora nei mesi che verranno, trovano la morte a Fiume anche alcuni esponenti del Cln ed altri membri della resistenza italiana, fra cui il noto antifascista Angelo Adam, mazziniano, reduce dal confino di Ventotene e dal lager nazista di Dachau secondo una linea di condotta che trova riscontro anche a Trieste ed a Gorizia, dove a venir presi di mira dalla Polizia politica jugoslava, sono in particolare gli uomini del Comitato di liberazione nazionale.

    La scelta appare del tutto conseguente, dal momento che sul piano politico il Cln è un'organizzazione direttamente concorrenziale rispetto a quelle ufficiali, delle quali è ben in grado di contestare l'esclusiva rappresentatività degli antifascisti italiani. Pertanto, per i titini, appare come l'avversario più pericoloso, sia perché potenzialmente in grado di

    diventare il punto di riferimento della popolazione di sentimenti italiani, sia in quanto l'eventuale accoglimento delle sue pretese di riconoscimento, quale legittima espressione della resistenza italiana, farebbe cadere uno dei pilastri principali su cui si regge l'edificio dei poteri popolari.

    Ma la furia si scatenò con ferocia nei confronti degli esponenti dell'italianità cittadina. Furono subito uccisi i due senatori di Fiume, Riccardo Gigante e Icilio Bacci, e centinaia di uomini e donne, di ogni ceto e di ogni età, morirono semplicemente per il solo fatto di essere

    italiani.

    Oltre cinquecento fiumani furono impiccati, fucilati, strangolati, affogati. Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe più nulla. Cercarono subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti della prima guerra mondiale, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex combattenti. Adolfo Landriani era il custode dei giardino di piazza Verdi: non era fiumano, ma era venuto a Fiume con gli Arditi e per la sua piccola statura tutti lo chiamavano "maresciallino". Lo chiusero in una cella e gli saltarono addosso in quattro o cinque, imponendogli di gridare con loro "Viva la Jugoslavia!". Lui, pur così piccolo, si drizzò sulla punta dei piedi, sollevò la testa in quel mucchio di belve, e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo: "Viva l'Italia!".

    Lo sollevarono, come un bambolotto di pezza, o lo sbatterono contro il soffitto, più volte, con selvaggia violenza e lui ogni volta: "Viva l'Italia! Viva l'Italia!" sempre più fioco, sempre più spento, finché il grido non divenne un bisbiglio, finché la bocca colma di sangue non gli si chiuse per sempre.

    Qualcuno morì più semplicemente per aver ammainato in piazza Dante la bandiera jugoslava. Il 16 ottobre del 1945, un ragazzo, Giuseppe Librio, diede tutti i suoi diciott'anni, pur di togliere il simbolo di una conquista dolorosa. Lo trovarono il giorno dopo, tra le rovine del molo Stocco, ucciso con diversi colpi di pistola. Nel carcere di Fiume il 9 ottobre 1945 Stefano Petris scrisse il suo testamento sui fogli bianchi dell’"Imitazione di Cristo": "…Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa, che è l’ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l'Italia. Siamo migliaia di italiani, gettati nelle Foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia falciati giornalmente dall'odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli italiani e puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra istriana che è e sarà italiana. Se il Tricolore d'Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, né la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà: "viva l'Italia!".

    tratto da "Il Rumore del Silenzio"

  • (fonte internet)

    LA STORIA SEPOLTA DI UNA TRAGEDIA ITALIANA

    di Silvia Ferretto Clementi

    Presentiamo le pagine introduttive e le conclusioni della tesi di laurea di Silvia Ferretto Clementi, Consigliere Regionale della Lombardia (www.ferretto.it), dedicata alle Foibe

    Per comprendere la tragedia che ha colpito le popolazioni giuliano dalmate dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e ben oltre la conclusione delle ostilità, è indispensabile far riferimento alle cose che ognuno di noi reputa importanti, in base ad una personale scala di valori.

    La famiglia, gli amici, la casa, i beni, i ricordi, le tradizioni, le proprie radici culturali legate a suoni, sapori, odori della terra in cui si è cresciuti e al legame inscindibile con i propri morti. I 350.000 italiani costretti a fuggire dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia hanno dovuto

    lasciare tutto questo.

    Molti di loro hanno perso familiari, amici e conoscenti.

    Le loro case e proprietà sono state confiscate e mai indennizzate.

    Accusati di essere criminali italiani nemici del popolo, migliaia di loro sono stati massacrati senza pietà, vittime di una furia omicida alimentata da un nazionalismo esasperato. Costretti a optare tra rimanere italiani e andarsene, oppure divenire jugoslavi pur di

    rimanere sulla propria terra, la maggior parte di loro intraprese la via dell’esilio come una scelta di libertà e venne accolta in Patria con l’ostilità e il fastidio che si prova per gli indesiderati.

    La propaganda comunista, l’indifferenza e la disinformazione li fecero apparire all’opinione pubblica come “criminali”. Insultati e tacciati di essere reazionari e fascisti, secondo l’equazione manichea che bollava senza distinzione: “esule uguale fascista”, furono lasciati soli.

    Prima della guerra la popolazione del confine orientale era stata fascista né più né meno del resto degli italiani.

    Sostenere che in una terra di frontiera estremamente disomogenea e pervasa, per secoli, da passioni contrastanti tra etnie diverse, gli istriani fossero tutti vocati al fascismo è evidentemente illogico e rappresenta semplicemente una delle tante menzogne raccontate su un popolo che, nonostante le profonde ingiustizie e atrocità subite, non ha mai, in alcun momento, fatto ricorso all’uso della violenza e al terrorismo.

    Un esempio dal quale, anche quei popoli che rivendicano oggi il diritto di avere una propria terra, dovrebbero trarre insegnamento.

    La memoria dei martiri delle foibe è stata sepolta ed infangata per lunghi anni.

    Dopo una spietata “pulizia etnica”, gli esuli hanno dovuto subire infatti anche una sistematica pulizia storiografica e la loro tragedia è stata dimenticata.

    Albert Camus nel suo libro, La peste, scrisse: "La profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esuli è vivere con una memoria che non serve a nulla."

    Pochi italiani hanno riconosciuto che, con il loro sacrificio ed i loro beni, gli esuli hanno pagato una consistente parte del “debito di guerra” per la sconfitta dell’Italia.

    La loro tragedia, sepolta per oltre cinquant’anni, con colpevoli lacune e disarmanti silenzi, è stata frutto di una epurazione tanto vergognosa quanto “necessaria” per non dover riconoscere ed ammettere anche gli innumerevoli errori compiuti in nome della Resistenza; ma, soprattutto, per non dover ammettere e riconoscere che se tutti i democratici furono antifascisti, non tutti gli antifascisti furono democratici.

    Sono molte le pagine scritte che devono essere riviste, tenendo sempre ben presente che l’opera di revisione, necessaria e doverosa, deve però riguardare i fatti, le interpretazioni, gli errori compiuti, l’acquiescenza e le omissioni.

    Il revisionismo non può e non deve certo riguardare i principi e i valori che portarono alla nascita della democrazia nella Repubblica italiana.

    Ricordare gli italiani uccisi nelle foibe dai comunisti di Tito e far conoscere a tutti, anche ai più giovani, quali e quanti massacri sono stati compiuti all'ombra della falce e martello, non giustifica ne potrà mai modificare il giudizio di condanna, morale, politico e storico delle persecuzioni razziali, ma è un atto di giustizia dovuto, perché la mancanza di verità storica costituisce un oltraggio alla memoria delle vittime ed insieme alla nostra coscienza.

    Le responsabilità sono sempre personali o dei governi, non dei popoli. Confondere le responsabilità e attribuirle genericamente e indifferentemente ad un’intera popolazione o, peggio, ad un gruppo etnico, significa alimentare la spirale d’odio ed il conflitto rendendolo difficilmente sanabile.

    Le motivazioni che hanno portato all’ ”Olocausto” e alla “pulizia etnica” sono profondamente diverse così come lo sono le loro dimensioni. I nazisti eliminarono gli ebrei e gli zingari, gli omosessuali e i portatori di handicap per ragioni “razziali”, una sorta di “pulizia biologica”; i titini eliminavano gli italiani per balcanizzare il territorio e “bonificare” l’Istria, Fiume e la Dalmazia dalla presenza millenaria del ceppo latino-veneto.

    La “pulizia etnica” posta in atto contro gli italiani è sempre stata considerata una tragedia minore, un fenomeno reattivo, una conseguenza dei torti subiti durante il fascismo, che costituirono sicuramente un ottimo pretesto, servito su un piatto d’argento, al nazionalismo di Tito, ma non certo la causa primaria.

    Quei tragici avvenimenti furono infatti il frutto di un disegno politico scientemente preparato e cinicamente eseguito. Nella memoria collettiva e nella storiografia ufficiale l’Olocausto è giustamente presente, e non potrebbe essere altrimenti. Trova spazio in tutti i libri di testo, nella cinematografia mondiale sia filmica che documentaristica e viene ricordato costantemente dai mezzi di informazione. Ogni studente italiano conosce bene quegli orrori.

    La tragedia istriana, giuliano dalmata, al contrario, è stata per decenni omessa da tutti i testi scolastici ed è solo da dopo il dibattito sulla faziosità dei libri di testo, che in alcune edizioni viene riportata qualche informazione a riguardo, anche se spesso, purtroppo, ancora in forma superficiale e didascalica.

    La condanna politica e morale di tutti gli stati nei confronti dell’antisemitismo è unanime, e, in forma autocritica, anche molti esponenti dei governi tedeschi sono sempre stati in prima linea nell’esecrare quegli accadimenti.

    Diversamente, in merito al genocidio titino, non c’è mai stata alcuna presa di posizione ufficiale di condanna da parte dei governi balcanici: la Jugoslavia prima, la Croazia e la Slovenia poi, oltre a non aver mai espresso le loro “scuse ufficiali” ai familiari delle vittime, non hanno collaborato ad aprire, agli storici di tutto il mondo, i loro archivi di stato.

    Anche sul piano giudiziario, le procedure ed i risultati sono da sempre stati diversi: sebbene alcuni siano riusciti ad eludere la giustizia internazionale, molti gerarchi nazisti sono stati processati a Norimberga. Nessun criminale titino ha invece scontato un solo giorno di carcere, a cominciare proprio dal loro leader, inspiegabilmente a lungo stimato e “riverito” da molti capi di stato.

    Ai criminali di guerra slavi l’Italia ha addirittura concesso e sta ancora versando la pensione INPS, che non ha mai invece riconosciuto ad alcuno degli internati nei lager titini.

    CONCLUSIONI

    Il 1 maggio 2004 la Slovenia è entrata a far parte dell‘Unione Europea e a Gorizia è stato abbattuto l’ultimo muro di quella “cortina di ferro“ che, per oltre mezzo secolo, ha diviso l’Europa, secondo la logica di Yalta.

    Il confine che per tanti anni ha diviso italiani e slavi, che ha a lungo rappresentato una linea di separazione ed esclusione ed è stato fonte di reciproca e profonda inimicizia, spesso sfociata in mutue accuse di nazionalismo o xenofobia, potrebbe, oggi, trovare una sua giusta e nuova connotazione in una dimensione più europea.

    Essere parte dell’Unione Europea significa infatti far parte di una comunità più ampia, sovranazionale, all’interno della quale ogni stato membro, pur conservando la propria cultura, le proprie tradizioni, il proprio sentimento nazionale patriottico, rispetta gli altri Stati e, a differenza di quanto avveniva in passato, si pone come obiettivo la condivisione, non solo della moneta, ma anche e soprattutto dei valori e dei principi.

    Gli accordi economici non bastano a unire le Nazioni, occorrono sogni, idee, progetti comuni e soprattutto valori condivisi. È questa la condizione sine qua non affinché dagli orrori e dagli errori di esasperati nazionalismi si possa trarre un insegnamento, facendo sì che fra le genti possa, finalmente, prevalere il reciproco rispetto.

    Un’Europa unita non può essere costruita su odio e rancori mai sopiti. È evidente, infatti, che per ricucire uno strappo tra due popoli divisi da secoli, non bastino semplici dichiarazioni di buona volontà. È indispensabile il rispetto delle minoranze e dei diritti civili e che si arrivi quanto prima ad una memoria condivisa.

    Se da un lato pretendere di rimettere in discussione i confini orientali è evidentemente improponibile, dall’altro deve essere chiaro che alcune delicate questioni in sospeso da ormai più di cinquant’anni devono essere seriamente affrontate e risolte.

    Prime fra tutte: la restituzione dei beni confiscati ai cittadini italiani al momento dell’esodo, una maggiore tutela delle nostre minoranze rimaste nell’ex Jugoslavia e l’abolizione delle molte restrizioni ancora in vigore, sia in Slovenia che in Croazia, nei confronti dei cittadini italiani e delle nostre iniziative economiche e culturali, ma, soprattutto, il sacrosanto diritto delle famiglie dei “desaparecidos” italiani di conoscere quali sia stata la sorte dei propri cari ed il luogo in cui giacciono le loro spoglie.

  • GLI ITALIANI DELLA VENEZIA GIULIA ASPETTAVANO LA LIBERAZIONE COME IN TUTTA ITALIA E INVECE FU L'INIZIO DI UN INCUBO ...

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    (fonte internet)

    TRIESTE : UN INCUBO

    - di Paolo Sardos Albertini

    1 maggio 1945:

    Trieste è pronta a festeggiare la fine di una guerra, lunga e dolorosa. Il giorno precedente i Volontari della Libertà, gli uomini del C.L.N. guidati da don Marzari, hanno preso il controllo della città, sottraendolo alle truppe tedesche ( e la mediazione del Vescovo mons. Santin è riuscita anche a salvare il porto e le altre strutture della città).

    La guerra è dunque finita ed i Triestini si accingono a festeggiare la pace, come ormai si fa in tutt’Italia ed in tanta parte d’Europa. Ma la realtà che scoprono, quella mattina del 1 maggio, è tutt’altra. I nuovi arrivati, le truppe comuniste jugoslave del maresciallo Tito, non sono portatori di pace, sono oppressori quanto e più delle truppe naziste che se ne sono appena andate e che per due lunghissimi anni avevano governato la città.

    Le truppe titine iniziano subito con il dare la caccia proprio agli uomini del C.L.N. e assieme a loro a migliaia e migliaia di triestini, alcuni caratterizzati politicamente (sia perché fascisti che in quanto comunque esponenti di movimenti politici, anche se antifascisti), altri, tantissimi altri senza nessuna apparente ragione di ordine politico, con un meccanismo perverso di pura casualità (in un certo numero di casi sono vicende e rancori personali a sostituirsi alla casualità).

    Per tutto un lunghissimo mese Trieste vive questa sorta di mattanza. Migliaia e migliaia di suoi figli che, sottratti ai propri cari, spariscono nelle grinfie della cosiddetta Milizia Popolare per non fare mai più ritorno. Buona parte di costoro finisce in quelle nere cavità carsiche che portano il nome di “foibe”. Il rituale è ben definito: vengono legati a due a due, portati sull’orlo della voragine e poi ad uno dei due viene sparato un colpo alla nuca affinché, cadendo, si trascini anche l’altro nella voragine.

    Un rituale tragico e barbarico (prevedeva anche il lancio finale, nella foiba, di un cane nero sgozzato) con il quale sono stati trucidate migliaia e migliaia di esseri umani: il tutto a guerra finita! Nella Foiba di Basovizza - il Pozzo della Miniera che costituisce un po’ il simbolo di tutte le foibe – gli infoibati si è dovuti quantificarli con il più arido e crudele dei sistemi: cinquecento metri cubi di poveri resti umani.

    Una mattanza durata oltre quaranta giorni, fino cioè a quel 12 giugno 1945 quando le truppe Alleate indussero quelle slavo-comuniste a lasciare la città. Una tragedia che ha segnato tante e tante famiglie triestine e che ha determinato un vero e proprio trauma psichico in tutta la città. Per anni si è vissuti in una sorta di incubo, nel quale incalzava, ossessiva, una domanda: e se tornano i Titini e riprende la tragedia delle Foibe?

    Sarà solo dopo il 26 ottobre 1954, con il ritorno di Trieste all’Italia, che tale incubo inizierà a svanire.

    La Foibe, se hanno costituito incubo per i Triestini, hanno parimenti rappresentato un raffinato ed efficace strumento di terrore per gli Istriani. Perché proprio la vicenda drammatica degli infoibamenti ha avuto un ruolo sicuramente determinante nel creare in Istria quell’atmosfera di paura, di terrore che ha convinto in trecento e cinquanta mila a lasciare case , paesi, cimiteri per sfuggire, in Italia, al regime liberticida ed assassino del comunismo jugoslavo. Perché tutti erano ben consapevoli che, a restare, bastava il fatto di non essere comunisti per rischiare di finire come gli infoibati

    PAOLO SARDOS ALBERTINI

  • LA LIBERAZIONE PER TRIESTE E "QUEGLI" ITALIANI

    AVVENNE DOPO BEN 9 ANNI DI REPRESSIONE, MORTE E DOLORE,

    DAL 25 APRILE 1945.. DATA DELLA LIBERAZIONE D'ITALIA !

    ...PER L'ISTRIA, FIUME E DALMAZIA...PEZZO D' ITALIA MARTORIATA E OFFESA..

    ..QUELLA LIBERAZIONE NON ARRIVO' MAI !!!!

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    Penso che siano sufficienti queste pagine di storia per far capire, a chi finora ancora non aveva compreso, perchè per tanti italiani, non è possibile festeggiare il 25 aprile come data della Liberazione dell'Italia e di tutti gli italiani.....

  • ....

    E non solo gli istriani non possono festeggiare il 25 aprile come data della Liberazione..ma anche tanti altri italiani che, dopo la liberazione, furono oggetto di vendette, rappresaglie, pestaggi, e omicidi dagli stessi fratelli italiani che si erano battuti contro la stessa violenza nazista..

    Tanti omicidi furono commessi dopo la Liberazione contro ex simpatizzanti fascisti, molti sono conosciuti, altri non si sapranno mai..come i 7 Fratelli Cervi massacrati dai tedeschi, ci furono altri 7 fratelli, i fratelli Govoni, che furono altrettanto massacrati, con la stessa ferocia che aveva colpito i fratelli Cervi, ma per mano dei fratelli italiani..

    raccontiamo la loro storia:

    (fonte Internet non datata)

    I FRATELLI GOVONI

    San Giorgio di Piano è uno di quei grossi paesi agricoli che insieme ad Argelato, Pieve di Cento e San Pietro in Casale s’incontra a circa metà strada fra Bologna e Ferrara.

    E’ pianura emiliana che beneficiò funestamente dei primi collaudi socialisti e rivoluzionari. L’odio di classe continua a trovarvi una lussureggiante pastura.

    Nell’immediato periodo del dopo-liberazione in questa zona che giuppersù potrebbe essere ampia quanto la pianta di Roma, per intenderci, i «prelevati» sono stati 128.

    Centoventotto persone che una sera furono portate via dalla loro casa e che mai più hanno fatto ritorno.

    Centoventotto.

    Fin’ora se ne sono trovati in queste fosse comuni circa una metà. Dell’altra sessantina perfino il mistero della loro morte è cupo.

    Nella macabra fossa di Argelato, dunque, sono stati rinvenuti diciassette cadaveri buttati alla rinfusa laggiù con un metro di terra addosso. Di questi, ben sette erano fratelli.

    Sono i fratelli Govoni.

    La mamma di questi sette figli «prelevati» vive ancora. Ha passato questi ultimi anni nell’angoscia dell’ignoto destino dei suoi figlioli, nella disperazione. Se non fosse venuta incontro la fede a questa povera madre fiaccata dall’enorme lutto, come avrebbe potuto assistere ai funerali senza maledire i colpevoli? Invece ha invocato il Paradiso per le sue creature ammazzate.

    Fino a poco tempo fa non usciva di casa. Uscendo, l’avrebbero schernita. La madre dei «prelevati». Un titolo di orrore. C’era perfino chi le canticchiava «bandiera rossa» dietro.

    Ma ricostruiamo 1’agonia che l’odio di parte inflisse a questa gente. Di diciassette solo uno porta segni di pallottole. Gli altri hanno tutti ossa spezzate e cranio fracassato. E’ tragico ricostruire gli istanti di quella rabbia inumana e cainitica sull’orlo di questa fossa la notte dell’ll maggio 1945 quando ignoti sedicenti giustizieri hanno torturato codeste persone, picchiandole con bastoni e spaccando alla fine il cranio forse con colpi di ascia.

    I sette fratelli Govoni li andarono a prendere uno per uno da casa. Si presentarono alcune persone dal vecchio padre la sera e bussarono alla porta. Giuseppe andò ad aprire e si vide i mitra puntati contro. Marino, Primo, Dino. Perfino l’Ida presero. L’Ida era sposata e stava allattando il figlioletto Sergio. «Venite lo stesso con noi».

    Non tornarono più. La mamma, mentre li caricavano sul camion venne fuori con un grosso pane, perchè nel viaggio potessero mangiare un boccone. «E’ un breve viaggetto — avevano assicurato gli uomini col mitra a tracolla — abbiamo solamente bisogno di interrogarli per una informazione». Non tornarono più.

    Qualche tempo dopo alla madre che disperatamente cercava una pista per onorare almeno il sepolcro dei suoi sette figli dissero tra lo scherno: «Vi occorre, buona donna, un cane da tartufi».

    Nella fossa macrabra di Argelato i cadaveri sono ammonticchiati disordinatamente. I carabinieri hanno rovesciato quel metro di terra che copriva tanta disumanità ed hanno intravvisto moncherini legati da filo spinato.

    Nella solitaria casa dei Govoni è restata solamente l’ultima figliola Maria a consolare la vecchia madre. Maria e il nipotino Sergio che oggi va all’Asilo e non sa che la madre sua la «prelevarono» una sera mentre l’allattava.

    Gli altri

    Tra gli altri dieci cadaveri sono stati riconosciuti i quattro Bonora, Giovanni Caliceti, Alberto Bonvicini, Guido Mattioli, Guido Paricaldi e Vinicio Testoni.

    I quattro Bonora appartengono a tre generazioni: il nonno, il padre, il figlio e un cuginetto. Ivo si chiamava e quando incominciò la guerra giocava ancora a rincorrersi attorno ai pagliai. Li invitarono a presentarsi al comando partigiano per il rinnovo della carta d’identità in quel lontano maggio del 1945. Andarono e da allora ecco qua i loro cadaveri nella fossa macabra di Argelato.

    Caliceti quando lo vennero a chiamare da casa, andò tranquillamente, perchè sapeva di non aver fatto niente a nessuno. Male non fare e paura non avere, diceva.

    Malaguti, studente del terz’anno di ingegneria ed ufficiale della guerra di liberazione con gli alleati era appena tornato a casa da una settimana. Sparì. La mamma lo cercava affannosamente. Per sei anni il dolore incerto di questa donna è andato vagando dappertutto. Ecco, suo figlio glielo restituisce questa fossa a pochi chilometri dalla sua casa.

    Ecco un altro resoconto:

    …Si era sparsa, frattanto, tra i partigiani della 2ª brigata Paolo e delle altre formazioni, la voce che stava per incominciare una “bella festa” nel podere del colono Emilio Grazia. Dapprima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, i comunisti cominciarono a giungere alla casa colonica dove erano già prigionieri i sette Govoni.

    Non è possibile descrivere l’orrendo calvario degli sventurati fratelli. Tutti volevano vederli e, quel che è peggio, tutti volevano picchiarli. Per ore nello stanzone in cui i sette erano stati rinchiusi si svolse una bestiale sarabanda tra urla inumane, grida, imprecazioni. L’indagine condotta dalla Magistratura ha potuto aprire solo uno spiraglio sulla spaventosa verità di quelle ore. La ferrea legge dell’omertà instaurata dai comunisti nelle loro bande ha impedito che si potessero conoscere i nomi di quasi tutti coloro, e che furono decine, che quel pomeriggio seviziarono i fratelli Govoni. Si accertò, quando dopo molti anni furono scoperti i corpi, che quasi tutte le ossa degli uccisi presentavano fratture e incrinature.

    Chi erano gli insensati esecutori dei fratelli Govoni e suoi sfortunati compagni?

    La risposta: trattasi della famigerata e fantomatica “brigata Paolo”, ignota fino allora, non era probabilmente altro che un gruppo della 7ª GAP (Gruppi d’azione patriottica).

    I partigiani della «2ª Brigata Paolo» infierirono con una crudeltà e sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero.

    Ida, la mamma ventenne, che non aveva mai saputo niente di Fascisti o di partigiani, morì tra sevizie orrende, invocando la sua bambina.

    Quelli che non morirono tra i tormenti furono strangolati; e quando le urla si spensero definitivamente erano le ore ventitré dell’undici maggio. Avvenne, quindi, tra gli assassini, la ripartizione degli oggetti d’oro in possesso dei prelevati, mentre quelli di scarso o nessun valore furono gettati in un pozzo dove, anni avanti, saranno rinvenuti mentre si svolgeva l’indagine istruttoria.

    I corpi delle vittime furono sepolti subito dopo in una fossa anticarro, non molto distante dalla casa colonica.

    Per anni interi, sfidando le raffiche dei mitra degli assassini, sempre padroni della situazione, solo i familiari delle vittime cercarono disperatamente di fare luce su quanto fosse accaduto, nella speranza di poter almeno rintracciare i resti dei loro cari, primi fra tutti, i genitori dei fratelli Govoni.

    Fu una ricerca estenuante, dolorosissima, ma inutile.

    Nessuno volle parlare, nessuno volle aiutarli; molti li cacciarono via in malo modo, coprendoli d’insulti. Ci fu anche chi osò alzare la mano su quella povera vecchia che cercava solo le ossa dei suoi figli.

    A Cesare e Caterina Govoni, sopravvissuti al più inumano dei dolori, lo Stato italiano, dopo lunghe esitazioni, decise di corrispondere, per i figli perduti, una pensione di 7.000 lire mensili: 1.000 per ogni figlio assassinato!

    Anche se per quest’orrendo crimine ci fu un processo che si concluse con quattro condanne all’ergastolo, la giustizia non poté fare il suo corso perché gli assassini “rossi”, così come in altri casi, furono fatti fuggire oltre cortina e di loro si perse ogni traccia; successivamente, il crimine fu coperto da amnistia!