PADRE DAMIANI - UNA VITA DI DONAZIONE E DI SACRIFICIO -

  • COMUNITA' ISTRIANA EX ALUNNI DI PADRE DAMIANI

    UNA VITA DI DONAZIONE E DI SACRIFICIO -

    Se si passa nella zona del Porto a Pesaro, all'angolo di viale Trieste con viale Napoli, salta all'occhio un complesso di costruzioni allineate in buon ordine, di uno stile sobrio ed elegante, immerso nel verde dei tamerici e dei pioppi, ovattato dal silenzio contrastato dal continuo flusso di macchine nei viali...

    Queste mura hanno da raccontare una lunga storia cominciata nel 1946 nel cuore di un prete pesarese, una storia ancora sconosciuta a molti e che ha tutto il sapore dell’ avventura e del coraggio. "

    Così scriveva nel 1988 il prof. Bruno Cagnoli nella prefazione al libro "Opera Padre Damiani, la storia di un prete italiano ".

    Così ancor oggi l'avventura e il coraggio di questo grande uomo sono un modello di vita vissuta nella carità cristiana e nella devozione a Dio, con il sostegno di una fortissima fede mai vacillante neppure sotto i colpi più duri.

    La vita di Padre Damiani

    Prima di parlare della sua attività a favore dei ragazzi profughi, è giusto ed opportuno presentare una sintetica biografia di Padre Damiani, rimarcando il fatto che, in poche righe, non si può esprimere compiutamente la complessità e la ricchezza della vita e dell’operato di questo sacerdote.

    Alla nascita, a Pesaro l’1 gennaio 1910, al piccolo Damiani viene imposto il nome di Calvino che, alla consacrazione sacerdotale egli sostituirà con quello di Pietro.

    Il padre, infermiere all’ospedale psichiatrico, muore di febbre spagnola quando il piccolo Calvino ha appena otto anni lasciando nell’indigenza la moglie ed i tre figli. La mamma dopo qualche tempo si risposa e si stabilisce altrove mentre egli rimane a Pesaro con la nonna Vittoria fino ai 14 anni, quando si ricongiunge alla madre, a Casorate Primo.

    In questa località fa il garzone presso un fabbro, poi aiuta un barbiere e infine lavora come tagliatore nell’ambito di un grande calzaturificio di Milano.

    A diciassette anni rimane orfano anche della madre.

    Nel frattempo matura in lui la vocazione religiosa, che lo porta a vivere in diversi istituti religiosi finché, con l’aiuto di persone amiche, non viene ammesso al seminario vescovile di Pesaro per gli studi ginnasiali e liceali e successivamente a quello di Fano per il quadriennio di teologia.

    Il 14 agosto 1938 viene consacrato sacerdote dal vescovo di Pesaro, mons. Bonaventura Porta, nel duomo di Pesaro dove poi opera per tre anni, fino a quando, essendo scoppiata la seconda guerra mondiale, viene chiamato in servizio come cappellano militare e spedito al fronte in Africa, esercitando la propria missione sacerdotale tra i soldati al fronte e dividendo con loro disagi e pericoli.

    Nella dura e precaria sistemazione logistica del deserto africano cadde gravemente ammalato e venne rimpatriato.

    Guarisce e riprende la sua attività sacerdotale a Pesaro, dove affianca al servizio di cappellano militare, quello della predicazione e dell’assistenza ai giovani, con i quali crea rapporti cordiali e coinvolgenti.

    Nell’aprile 1945 viene richiamato in servizio militare ed assegnato nuovamente come cappellano al Campo Profughi e Reduci di Udine.

    E’ un’esperienza molto intensa. I soldati reduci dalla guerra e dai campi di concentramento arrivavano nel campo in colonne, giorno e notte, a centinaia di migliaia. Sono sporchi, macilenti, provati nel fisico e nello spirito, ma la vista più pietosa è quella dei reduci dai campi di concentramento tedeschi, russi e jugoslavi.

    Non sono uomini che arrivano ma scheletri piagati, inebetiti, affamati.

    Tutta quest’umanità sofferente, dopo esser stata schedata e sommariamente assistita, nel giro di due o tre giorni viene spedita a casa… rivestita con i panni che Padre Damiani riesce in qualche modo a procurare.

    Con il passare del tempo il passaggio delle colonne di reduci si esaurisce e viene sostituito dall’arrivo dei profughi dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia.

    Fra essi, quelli che più muovono a compassione Padre Damiani sono i bambini: piangenti, ammucchiati in aule scolastiche trasformate in dormitori, sdraiati su misere coperte nei cortili e, “nella mia mente si accendeva il desiderio – ricorda Padre Damiani – di fare qualcosa di particolare per i bambini orfani, profughi, derelitti.

    Che colpa avevano essi, se gli uomini erano capaci di tanta crudeltà?... Decisi così di fondare una struttura per raccogliere i bambini vittime della guerra”.

    “IN FIDE VICTORIA”

    Il collegio "Riccardo Zandonai" per i bambini vittime della guerra

    L’impresa è grande e difficile anche se Padre Damiani ha un cuore generoso.

    E’ attivo e ricco di idee ma non di mezzi; ha però una grande fiducia nella Provvidenza e sa trovare le strade per realizzare i suoi progetti umanitari. Le aveva già trovate per procurare indumenti decorosi ai Reduci; ora si appresta a cercarle per i bambini Profughi.

    Si mette dunque al lavoro innanzitutto individuando un gruppo di collaboratori, che costituiscono il comitato che lo aiuterà ad attuare la sua iniziativa.

    Ne fanno parte il prof. Mario Rossi di Gorizia e la crocerossina Adriana Bertini di Roma, che rimarranno sempre al suo fianco.

    Poi, con l’entusiasmo e sorretto da una fede indomita, comincia a parlare a molti ed ovunque della sua idea, a partire dall’arcivescovo di Udine, ai comandanti del Campo di smistamento in cui presta servizio, alla Post-Bellica di Udine. Raccoglie molti consensi, promesse ma pochi aiuti, si fa forza e prosegue nel suo programma.

    Il suo progetto ricevette nuovo slancio nell’aprile 1946, quando una delegazione del C.L.N. dell’Istria venne da Trieste a sollecitare Padre Damiani ad aprire una struttura per accogliere i bambini profughi e sottrarli alla triste e dura sistemazione dei campi profughi. C‘era dunque il desiderio di dar attuazione ad un progetto, ma mancano i locali, che Padre Damiani va a cercare nella natia Pesaro, e in particolare lungo il mare dove, nel suo ricordo, prima della guerra esistevano diverse strutture che potevano essere utilizzate allo scopo.

    Ma il panorama che si presenta ai suoi occhi quando si reca sul luogo è di distruzione e di abbandono. Alla fine individua un edificio, un tempo adibito a colonia estiva dei figli degli impiegati Postelegrafonici, che gli sembra ripristinabile con una spesa minore degli altri. Ne ottiene la locazione a condizione che provveda alla riparazione di tutto il fabbricato entro due anni e, alla fine del contratto, rinunci a qualsiasi rivalsa per le spese sostenute.

    Sono condizioni pesantissime, che tuttavia Padre Damiani accetta e trova professionisti e maestranze ai quali affida subito l’incarico di progettare la ristrutturazione dell’edificio e di eseguire i lavori.

    La somma necessaria alla ristrutturazione dell’edificio ammonta a quattro milioni di lire, cifra ragguardevole per quei tempi.

    Ancora una volta la Provvidenza sembra intervenire in aiuto di chi ha fiducia in lei e Padre Damiani ottiene il finanziamento necessario dalla generosità di privati, da vari enti e dal Governo Italiano.

    Ora che la predisposizione dei locali e l’arredamento delle camerate è in via di attuazione, bisogna pensare all’arredamento delle cucine, del refettorio, delle aule scolastiche, oltre che alle lenzuola, alle coperte, al vestiario dei bambini. E, a poco a poco, arriva il necessario.

    Mancano soltanto bambini, che arrivano in treno da Trieste, accompagnati dal prof. Mario Rossi, dalla crocerossina Adriana Bestini e da membri del C.L.N. dell’Istria.

    Padre Damiani, in divisa di cappellano militare, li attende, commosso, alla stazione ferroviaria di Udine per andare con loro a Pesaro, dove giungono a sera inoltrata ma c’è lo stesso molta gente ad attenderli: persone comuni ed autorità e poi si va nel collegio, dove è tutto pronto ad accogliere i piccoli, che vengono rifocillati e finalmente messi a letto. Ma per gli adulti la giornata non è ancora finita perché prima che prendano sonno bisogna calmare l’eccitazione dei piccoli, acquietarli, farli sistemare finalmente sereni nei loro lettini.

    Il giorno dopo la vita del collegio comincia innalzando la bandiera sul pennone del cortile al grido unanime di: “Viva l’Italia! Viva Trieste!”

    Ma per gli educatori non fu facile, i primi giorni, gestire tanti di bambini vivaci e non abituati alla disciplina.

    Dopo il faticoso avvio, bisognava prepararsi all’inaugurazione del collegio vero e proprio, per la cui frequenza arrivavano domande da tutte le parti.

    La sua inaugurazione ufficiale avvenne il 16 ottobre 1946, alla presenza e con la benedizione del vescovo di Pesaro e di altre Autorità.

    Padre Damiani volle intitolare la struttura al suo grande amico Riccardo Zandonai, musicista e direttore d’orchestra, il quale amò sempre gli umili e le cose belle del creato.

    Sotto il suo nome Padre Damiani fece apporre la scritta: “In fide Victoria”, il grido che gli uscì dal petto nell’assumersi la responsabilità dell’educazione di tanti bambini vittime della guerra.

    L’avvio dell’accoglienza iniziò con alcune decine di piccoli, esuli e orfani, ma già nel dicembre di quell’anno, benché i posti preparati fossero molto di meno, i bambini erano 218, perché Padre Damiani si era proposto di dar asilo al maggior numero possibile di bambini e che i sacrifici non avrebbero mai dovuto ostacolare questo proposito.

    Le difficoltà furono infatti enormi ma non mancarono gli aiuti, a partire da quello del prefetto della provincia di Pesaro che, sensibilizzato al problema di questi bambini, cercò sempre di favorire la vita del collegio; l’U.N.R.R.A. e l’Unione Internazionale Svizzera fornirono generi alimentari, la Post-Bellica un contributo annuale, mentre anche le Banche dimostrarono fiducia e comprensione concedendo crediti e dilazione di pagamenti.

    Il Provveditore agli Studi non fu da meno consentendo l’apertura nei locali del collegio prima di sezioni di scuola elementare e in seguito anche di Avviamento Professionale e Scuola Media.

    Nel suo secondo anno di vita, il 1947/48, furono 233 i bambini che frequentarono il collegio.

    Intanto, per il continuo aumento delle domande di ammissione, i ragazzi ospitativi in permanenza salgono a 356 e si impone l’esigenza di costruire un nuovo fabbricato, che sarà denominato “Villaggio del Fanciullo” e verrà inaugurato nel 1949.

    Nel 1950 il numero dei ragazzi permanenti è 800.

    Viene aperta una sede staccata temporanea della scuola elementare, con 150 alunni, a Marotta, una località poco distante, che viene affidata alla prof.ssa Lidia Conti ed a suor Giuseppina.

    A Marotta nasce anche la scuola di ceramica e di falegnameria, che sarà poi trasferita a Pesaro. A questi laboratori si aggiungerà in seguito anche quello di meccanica.

    Dunque bisogna ampliare ancora la struttura ma, ancora una volta, non c’è il denaro necessario per costruire il nuovo edificio, che sarà chiamato la “grande casa”, e Padre Damiani inventa l’offerta del mattone, che vedrà fanciulli ed adulti di Pesaro dirigersi verso il fabbricato in costruzione con un mattone sotto il braccio.

    Così anche questa nuova “casa” può essere completata.

    Ma non basta ancora e, nel novembre 1952, viene inaugurato un nuovo edificio, denominato “La Scuola” e, nello stesso anno, la palazzina sanitaria, a tre piani; nel 1955 l’abitazione delle suore e la foresteria; nel 1956 un magnifico cinema-teatro, capace di oltre mille posti, quanti erano ormai diventati i ragazzi ospitati.

    Nel 1961 viene edificato l’Istituto Professionale per l’Avviamento al Lavoro.

    L’Opera è ormai un imponente, funzionante complesso, che sorge su un’area di circa 10.000 mq, con ampi spazi destinati alle attività culturali, lavorative, sportive, ricreative.

    Le varie strutture comprendono infatti la scuola elementare, la scuola media e di avviamento professionale, il laboratorio di ceramica, di falegnameria e di meccanica; possiede palestre e campi sportivi per la pratica del calcio, della pallavolo, del nuoto, e in particolare della pallacanestro. La squadra di pallacanestro dello Zandonai, sul finire degli anni ’50, partecipa infatti con grande onore ai campionati provinciali e nazionali di pallacanestro.

    Non va inoltre dimenticato il coro dei “Pueri Cantores”, diretto dallo stesso Padre Damiani che, con un ampio e curato repertorio classico, si esibisce con successo in quasi tutte le città delle Marche e, a Pesaro, nell’Auditorium del Conservatorio ed al Teatro Gioacchino Rossini.

    Ogni anno, finito l‘anno scolastico, si riaprono le colonie estive, che consentono di usufruire dei bagni e della balsamica aria di mare a 1500 bambini, suddivisi in tre turni.

    Nel 1961 viene realizzata anche una Colonia Montana a Monte Petrano di Cagli per i bambini bisognosi di aria di montagna.

    La giornata nel collegio "Riccardo Zandonai"

    La sveglia avviene alle 6.45, alle 7.30 ginnastica all’aperto.

    Chi desidera può sostare in Cappella per la S. Messa.

    Alle 8 colazione alla quale segue l’alzabandiera perché i ragazzi devono imparare ad amare la Patria, a cui seguono le lezioni scolastiche o il lavoro.

    Alle 12.30 in refettorio per il pranzo. Il pomeriggio trascorre eseguendo i compiti scolastici, lavorando e passeggiando fino all’ora della cena, che si consuma alle 19.30 e si conclude sempre con una “chiacchierata” di Padre Damiani che, al microfono, dovendo rivolgersi a più di 800 ragazzi, parla ai suoi “figli”, come fosse un qualsiasi padre di famiglia, narrando con vivacità – si potrebbe dire “drammatizzando” - episodi spassosi e tristi, del presente o del passato, accaduti a lui o ad altri e miranti a seminare comprensione e amore verso il prossimo.

    Il metodo educativo

    Lo scopo di Padre Damiani fu di raccogliere i bambini vittime della guerra ed avviarli alla vita cercando di dar loro un avvenire sicuro tramite lo studio o l’apprendimento di un mestiere. Poi, dal momento che si trattava di bambini che avevano vissuto gli orrori della guerra e delle sue conseguenze, col loro carico di sofferenze, si propose sempre di non acuire l’odio ma spegnere questa fiamma terribile, capace di innestare nuove catene di dolore e di morte; lenire dolori, tergere lacrime e far crescere uomini nuovi, consapevoli e onesti, rispettosi degli altri.

    Il suo metodo educativo è ispirato al “Fare con amore”, perché i giovani vengono incoraggiati ad essere sempre attivi e ad operare con questo sentimento di costante fiducia.

    “In fide victoria” è infatti il motto dell’Opera. Essi partecipano attivamente alla vita della comunità e alle preoccupazioni del “Padre”. C’è chi pulisce, chi fa il postino, il barbiere, aiuta a servire a tavola… senza costrizione nel scegliere la propria strada, vivendo assieme ed operando in libertà, si scoprono le attitudini dei ragazzi e si cerca di assecondarle in modo che, qualunque sia la professione che sceglierà ed eserciterà domani, egli possa essere un uomo preparato ed inserito responsabilmente nella propria famiglia e nella società.

    Carmen Palazzolo Debianchi

    L'ultimo saluto

    (articolo da Voce Giuliana dopo la scomparsa di Padre Damiani) - 16 giugno 1997

    Nella tarda serata del 2 giugno scorso mi è stato comunicato telefonicamente da Pesaro che il cuore di Padre Damiani aveva cessato, da poco, di battere.

    La notizia mi ha colpito in modo tale da impedire, per qualche istante, ogni capacità reattiva e scatenare subito dopo un crescendo di palpitanti sentimenti assieme ad un susseguirsi di vividi ricordi.

    Per Padre Damiani ho impresso in modo indelebile nel mio animo una profonda ed affettuosa gratitudine perchè, in un periodo triste e difficile per la mia famiglia e per me,

    ho ricevuto davvero molto da lui. La mia permanenza presso la sua Opera è stata dal 1956, ed avevo allora poco più di dieci anni, fino al 1961.

    Eravamo più di mille ragazzi ospitati contemporaneamente in quegli anni nel Collegio "Riccardo Zandonai" di Pesaro: la maggior parte piccoli profughi, figli delle terre perdute dell' Istria, di Fiume e della Dalmazia e poi molti orfani di guerra e bambini con famiglie in condizioni disagiate, provenienti da ogni parte d'Italia.

    Lì abbiamo trovato una grande casa accogliente dove si avvertiva che "qualcuno" si prodigava e vegliava sempre con estrema attenzione e dedizione affinchè tutto procedesse ordinatamente e nulla, nel limite del possibile, ci mancasse.

    C'era molta disciplina ed a qualcuno pesava. Diventati adulti, abbiamo riconsiderato e compreso meglio la grande responsabilità di cui era investito il Padre nel dirigere quella grande comunità di ragazzi e provvedere che la vita nel suo interno si svolgesse in un clima sereno e sicuro.

    Abbiamo compreso meglio tutto ciò quando, diventati padri, abbiamo anche sperimentato quanto sia talvolta difficile conciliare il nostro amore per i figli con la missione di educarli.

    Presso l'Opera di Padre Damiani si studiava seriamente e una grande cura era dedicata nel favorire una crescita sana dei nostri giovani fisici, con attività sportive di ogni tipo.

    Tuttavia, quello che al Padre premeva maggiormente era la nostra formazione morale e civile. Dio, Famiglia e Patria: questi erano i capisaldi su cui si basavano i suoi insegnamenti e da cui è scaturito il grande patrimonio spirituale che egli ha affidato a ciascuno di noi, suoi figli.

    Avevo telefonato al Padre pochi giorni prima del triste 2 giugno ed avevo conversato affabilmente con lui. Aveva espresso contentezza per la mia chiamata; infatti, ogni contatto con un suo ex alunno gli procurava grande gioia. Egli riusciva sempre ad esprimere per ciascuno una parola particolare e conservava vivo il ricordo di tutti. S'era interessato al mio attuale stato di salute e mi aveva espresso calde parole di incoraggiamento e di augurio.

    Nel corso di questo nostro ultimo colloquio m'aveva confidato di sentirsi piuttosto stanco ed aveva un timbro di voce più flebile del consueto. Nel contempo mi informava che per il prossimo 29 giugno, ricorrenza dei SS. Pietro e Paolo e suo onomastico, ci sarebbe stata 1'inaugurazione della sua "Opera bis", ora ristrutturata per accogliere persone anziane, sole e bisognose.

    Si sarebbe così realizzata un'altra sua grande aspirazione.

    Dopo essersi tanto prodigato per la gioventù, soprattutto quella più provata dalle tristi vicende della guerra, si è preoccupato di chi, nella società attuale, è più bisognoso di solidarietà e d'aiuto: tante persone anziane, sole, spesso malate ed economicamente bisognose.

    Volgendo al termine il nostro colloquio telefonico, mi ha calorosamente salutato chiedendomi di estendere i suoi saluti agli ex alunni che avrei incontrato ed agli amici dell'Opera.

    E' stato questo davvero l'ultimo saluto.

    Lorenzo Rovis



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  • Senz'altro da Padre Damiani hai avuto molto....quindi lo ricordi con gratitudine con ragione....io ho 62 anni, non sono profugo, mio padre mi mise in collegio solo perche' non stidiavo.....pero' non ho buoni ricordi di quegli anni dal 1962 al 1965, anche se fanno parte della mia fanciullezza. Ricordo che la Direzione e il Padre stesso avevano piu' attenzioni per chi si recava in chiesa piu' volte al giorno, piuttosto che per quelli piu' renitenti.......ricordo anche, pace all'anima sua, una persona molto violenta che spesso si accaniva a picchiare i bambini e ragazza per molto poco, magari parole dette quando doveva essere silenzio...era alto e robusto e forse faticava a controllarsi.....ma faceva molto male. Direi che a quelli piu' turbolenti incuteva paura.

  • Confermo parole per parola il commento di Guiducci...

  • RICORDI

    Sono stata in quel collegio anni 66 al inizio 68 ora ho 67 anni non ho buoni ricordi di quegli anni anche se fanno parte della mia fanciullezza 15 17 anni . Tutte le sere nel refettorio il Padre faceva il resoconto della giornata elogiando i bravi ragazzi e all'ultimo veniva fuori con questa frase" ADESSO VEDIAMO COSA HA COMBINATO LA PECORA NERA"ero io. perentin silvio (diciamo educatore scritto con la minuscola) una sera mi riempi di botte calci e pugni alla testa addome sedere da per tutto per il semplice motivo che lui era nervosissimo e sfogò tutta la sua rabbia su di me. perché non usciva più con un educatrice (se ricordo bene Giuliana o Gabriella ) Giuliana o Gabriella cominciò ad uscire con Leo ( educatore). .vivo sempre quel momento cominciò cosi' lui non era il nostro educatore, nella aula nostra vi era confusione c'era anche il nostro educatore apri la porta e venne verso di me io in quel momento alzai le mani in alto e dissi"non sono sta io" e da li mi riempi di botte nonostante che ero per terra e piangevo. Mi ha scioccato per sempre.Tutte le volte che alzo le mani mi viene a mente quei momenti. E'giusto che un ragazzo di 15 fino a 17 anni si è sentito umiliato verso i suoi compagni con la frase la pecora nera? e botte? Ho un buon ricordo della professoressa d'italiano molto dolce e calma ci faceva scrivere la cronaca della giornata di cui conservo sempre il quaderno era la figlia del prefetto di Pesaro non ricordo il nome