NON FURONO SOLO STRAGI DI ITALIANI.....

  • LE STRAGI DEL SECONDO DOPOGUERRA NEI TERRITORI AMMINISTRATI DALL'ESERCITO PARTIGIANO JUGOSLAVO

    di Raoul Pupo

    Negli ultimi giorni di aprile del 1945 le operazioni militari

    hanno termine.

    Le linee tedesche in Italia e attorno a Fiume sono sfondate,

    anglo-americani e partigiani incalzano, le truppe germaniche si

    ritirano, anche quelle italiane tentano di farlo e di raggiungere

    il Cividalese per consegnarsi agli alleati, ma vengono bloccate

    dai partigiani sloveni e costrette alla resa.

    Per i militari italiani non è la fine della ostilità, e dei

    pericoli della guerra, ma l’inizio di un calvario condiviso con

    gli altri prigionieri: tedeschi, ma anche sloveni e croati facenti

    parte delle formazioni collaborazioniste domobrane ed ustaša. Il

    loro destino però non è identico.

    Quella combattuta sui campi di battaglia della Jugoslavia non è

    stata soltanto una guerra di liberazione, ma anche una terribile

    guerra civile, in cui – dalle prime stragi ustaša del 1941 in poi

    – determinazione e orrore hanno sostituito la pietà.

    Per i prigionieri slavi quindi non c’è scampo: quelli caduti

    nelle mani dei partigiani vengono fucilati, ma anche quelli che

    sono riusciti a consegnarsi agli alleati, non per questo hanno

    trovato la salvezza.

    Così accade ai domobranci che ce l’hanno fatta a raggiungere la

    Carinzia, ma che vengono riconsegnati alle autorità jugoslave.

    Quel che ne segue, è una vera mattanza. I domobranci rimandati in

    Slovenia da Vetrinje attraverso Podrožca vengono in parte

    rinchiusi nel castello di Škofja Loka e fucilati in piccoli gruppi

    nei dintorni; la maggior parte viene condotta al campo di

    raccolta di Šentvid e da lì nel Kocevski Rog, dove i prigionieri

    vengono uccisi e i loro corpi gettati nelle grotte carsiche.

    Quanti invece sono rimpatriati attraverso Pliberk (Bleiburg) e

    Teharje, vengono condotti a Stari Hrastnik, uccisi e gettati nei

    pozzi minerari della zona. Sorte simile incontrano anche i

    militari dello Stato indipendente di Croazia; non si tratta solo

    di croati, ma anche di appartenenti al corpo dei volontari serbi,

    di soldati montenegrini e di altre nazionalità ed anche di

    civili, che si erano spostati assieme alle truppe attraverso la

    Slovenia per cercar scampo in Carinzia. Il ritorno verso la

    Croazia dei profughi bloccati prima di Pliberk nella valle della

    Drava è accompagnato da innumerevoli esecuzioni – soprattutto dei

    sostenitori dello Stato indipendente di Croazia e degli ufficiali

    domobranci – che si sono conficcate nella memoria collettiva

    croata con il nome di “Bleiburška tragedija” (tragedia di

    Bleiburg), “Križni put” (Via Crucis) e “Marševi smrti” (La marcia

    della morte.

    Il territorio della Slovenia – passaggio obbligato per chi fugge e

    per chi, suo malgrado, torna dall’Austria – diviene quindi un

    immenso cimitero.

    Attualmente, sono segnalate almeno 400 sepolture comuni, tra

    foibe, siti minerari, bunker, fossati anticarro e semplici fosse

    collettive, ma le ricerche sono ancora in corso. Tutto il

    sottosuolo, fino alle estreme propaggini del Carso triestino e

    Goriziano, è punteggiato di tombe in cui giacciono spoglie spesso

    ancora senza nome, e la tipologia delle inumazioni di massa, come

    pure quella delle esecuzioni collettive, (le sevizie, il filo di

    ferro che lega fra loro i prigionieri, le fucilazioni sull’orlo

    dell’abisso) costituisce una ripresa su larga scala della prassi

    già sperimentata in Istria, a danno degli italiani, nell’autunno

    del 1943, vero anticipo di dopoguerra.

    Rispetto al trattamento limite subito dai militari delle

    formazioni

    collaborazioniste slavi, quello riservato ai soldati italiani e

    germanici è intermedio. Nei loro confronti non vengono certo

    applicate le convenzioni internazionali – che per la verità, nella

    “guerra totale” combattuta nei Balcani raramente erano state

    rispettate – ma neanche vengono ammazzati tutti.

    Alcune testimonianze convergenti parlano di fucilazioni eseguite

    nei giorni immediatamente seguenti alla resa, ma il loro numero è

    difficile da precisare, così come la logica che le ha ispirate.

    Per quanto riguarda gli italiani, in alcuni casi ci si trova di

    fronte ad atti di giustizia sommaria nei confronti di soggetti che

    si erano distinti nella lotta antipartigiana o che si erano

    macchiati di colpe nei confronti della popolazione civile. La

    morte è anche la sorte che attende chi si proclama, o viene

    ritenuto, fascista convinto, ma in altri casi invece sembra si

    possa parlare piuttosto di capri espiatori, scelti casualmente fra

    i prigionieri in base alla logica della “colpa collettiva”.

    Anche i procedimenti giudiziari imbastiti nei primi giorni di

    maggio, più ancora che un carattere sommario sembrano spesso

    assumere quello di una formalità.

    Siamo qui in presenza della medesima metodologia repressiva che

    già era stata applicata in Istria dalle autorità partigiane

    nell’autunno del 1943, quando il tribunale del popolo insediato a

    Pisino aveva proceduto ad infliggere con grande larghezza e

    velocità di giudizio la pena capitale anche ad imputati sul cui

    capo non gravavano colpe tali da giustificare la morte.

    Criteri simili vengono applicati anche altrove, in quella

    primavera del 1945: è il caso, ad esempio, dei processi sommari

    contro i membri della questura di Trieste – tra i quali,

    presumibilmente, anche alcuni aguzzini dell’ispettorato speciale

    per la Venezia Giulia – avvenuti a Basovizza il 2 e il 3 maggio

    per opera di ufficiali della IV armata jugoslava ed alla presenza

    della popolazione del paese, in veste di accusatore collettivo,

    non sappiamo se spontaneo o debitamente sollecitato.

    Anche in questa vicenda, conclusasi a quanto pare con un

    infoibamento di massa, l’andamento dei procedimenti sommari non

    consente di individuare le responsabilità personali – che talora

    erano state verosimilmente assai gravi, ma in altri casi forse no

    – perché il fine del giudizio non è quello di portare alla luce e

    punire le colpe individuali, ma di colpire con la massima

    possibile durezza una categoria di persone che riassume in sé i

    tratti distintivi più odiosi del nemico.

    Ha scritto al riguardo Elio Apih: “Eliminazione fisica

    dell’oppositore e nemico (di forze armate giudicate

    collaborazioniste) e, insieme, intimidazione e, col giudizio

    sommario, coinvolgimento nella formazione violenta di un nuovo

    potere. Tale pare la logica dei fatti. La spontaneità del furor

    popolare si cementa in una sorta di patto di palingenesi sociali,

    attestato e garantito dalla punizione dei colpevoli, che basta

    individuare anche sommariamente, perché il loro ruolo è simbolico

    prima che personale”.

    Non si deve tuttavia credere, seguendo il filo delle pur evidenti

    assonanze con la prassi del terrore staliniano, che i tragici

    eventi correntemente chiamati “foibe” – termine improprio che

    confonde una particolare modalità di uccisione e occultamento dei

    cadaveri con il ben più ampio fenomeno delle stragi – si risolvano

    in una repressione per “quote”.

    Le fonti sino ad ora disponibili non contengono alcun cenno in tal

    senso; al contrario – almeno per il 1945 – sono conservati lunghi

    elenchi di imputazioni sulla cui base vengono eseguiti gli arresti

    dei civili a Trieste e Gorizia, mentre per quanto riguarda i

    militari la resa pone nelle mani delle autorità jugoslave un gran

    numero di nemici certi, che hanno impugnato le armi contro il

    movimento di liberazione.

    Il punto piuttosto, è un altro.

    Combattendo contro i partigiani, soldati tedeschi e della

    repubblica di Salò hanno già firmato la loro condanna, anche se

    poi le pene saranno variabili.

    A loro vengono assimilati anche i componenti della guardia di

    finanza e dei carabinieri, che non hanno in genere partecipato ad

    attività antipartigiane, anzi, hanno in alcuni casi aiutato la

    resistenza.

    Il caso più clamoroso è proprio quello dei finanzieri.

    Come in altre parti d’Italia, a Trieste le unità della finanza

    sono state largamente infiltrate dal CLN ed hanno svolto un ruolo

    significativo durante l’insurrezione antitedesca del 30 aprile.

    Non si tratta di una particolarità locale: a Milano, vista la

    lontananza delle formazioni partigiane di montagna, i finanzieri

    hanno sopportato buona parte del peso delle operazioni contro i

    tedeschi e il 26 aprile hanno occupato la prefettura in nome del

    CVL. La differenza è, che a Milano diventano eroi, a Trieste

    vengono infoibati.

    Per le autorità jugoslave infatti, sono pur sempre militari

    stranieri, che vanno considerati a tutti gli effetti come

    truppe occupanti e trattati di conseguenza.

    Allo stesso modo, gli aderenti alle formazioni partigiane

    dipendenti dal CLN, che a Trieste sono insorte contro i tedeschi

    ma non riconoscono né l’autorità dei comandi dell’armata popolare

    di liberazione, né – tantomeno – la legittimità delle

    rivendicazioni territoriali jugoslave, si sono in tal modo

    qualificati come nemici della nuova Jugoslavia e vengono quindi

    trattati in blocco come “fomentatori di guerra civile”.

    Quanto ai civili invece, il loro arresto avviene in genere sulla

    base di semplici sospetti, a monte dei quali stanno le indicazioni

    fornite sul momento dagli stessi quadri partigiani e, soprattutto,

    la gran messe di informazioni raccolta nei mesi precedenti per

    opera principalmente dell’ OZNA.

    E’ evidente che le notizie così raccolte possono essere

    influenzate da una molteplicità di fattori, fra i quali trovano

    posto anche quelli personali, e nella loro frequente genericità ed

    approssimazione non distinguono spesso la gravità delle colpe.

    Ciò però ha poca importanza ai fini della repressione: quello che

    conta, è che un gran numero di elementi realmente o potenzialmente

    ostili agli slavi, al movimento partigiano, ai poteri popolari, al

    comunismo e all’annessione alla Jugoslavia, vengano posti fuori

    gioco.

    La ricerca poi delle singole responsabilità appare del tutto

    secondaria: accade così che al muro finiscano squadristi

    distintisi fin dagli anni Venti per le loro violenze a Trieste e

    in Istria, o delatori per conto dei tedeschi – non va dimenticato

    che nel capoluogo giuliano le autorità naziste erano state

    letteralmente sommerse di denunce contro ebrei e cospiratori

    antifascisti – o torturatori della “banda Collotti”, ma accade

    anche che noti ufficiali della milizia territoriale, con

    all’attivo numerosi rastrellamenti nella penisola istriana, non

    vengano riconosciuti e perciò siano liberati dopo un periodo di

    detenzione, mentre – solo per fare un esempio – un giovane

    triestino arrestato per un cenno di saluto rivoltogli da un

    conoscente appena caduto nelle mani di una pattuglia jugoslava, si

    faccia sei mesi di detenzione nei campi di prigionia jugoslavi, da

    Borovnica fino al confine rumeno.

    Le retate di civili che gettano nel panico gli italiani di Trieste

    e

    Gorizia – si parla di almeno 10.000 arrestati, la maggior parte

    dei quali, peraltro, verrà prima o poi rilasciata – costituiscono

    una delle particolarità della repressione scatenata dalle autorità

    militari e civili jugoslave nella Venezia Giulia, rispetto ai

    massacri compiuti nell’immediato dopoguerra dai partigiani di Tito

    nei territori contermini della Slovenia e della Croazia.

    Che si tratti della medesima ondata di violenze è oramai del tutto

    evidente, ma una consapevolezza del genere ha faticato assai ad

    affermarsi: gli episodi, pur nella loro sostanza tutt’altro che

    ignoti, al di là delle molte ritrosie dei decenni passati, sono

    stati infatti in genere studiati in maniera separata.

    Comprensibilmente, l’attenzione degli italiani è stata calamitata

    dalla sorte dei loro connazionali, anche perché effettivamente

    nella Venezia Giulia la maggior parte delle vittime è stata

    italiana; ma le vittime delle violenze, i custodi della loro

    memoria, gli stessi ricercatori si sono a lungo e largamente

    disinteressati a quanto di simile è accaduto ad alcuni sloveni e

    croati residenti nella medesima regione, in aree in cui la

    presenza italiana era quasi assente – come la valle dell’Isonzo e

    quella del Vipacco – per non parlare delle uccisioni di massa

    perpetrate più ad est, a poca distanza da quello che nella tarda

    primavera del 1945 non era più un confine, posto che il territorio

    era controllato dalle medesime truppe e vi si era affermato il

    medesimo potere.

    (continua)



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  • (continua)

    E’ a partire da questa deformazione visuale che ha potuto prender

    corpo l’ interpretazione dei massacri delle “foibe” come atto di

    genocidio nazionale. Contemporaneamente, nella ex Jugoslavia la

    storiografia non veniva certo incoraggiata ad approfondire le

    modalità feroci attraverso le quali il movimento partigiano a

    guida comunista aveva centrato il duplice obiettivo della

    liberazione del Paese e della conquista del potere; e ciò mentre

    la realtà della repressione contro gli italiani – le “foibe”

    appunto – veniva

    negata o minimizzata.

    La risultante di tali atteggiamenti è stata quella, che per

    decenni l’unica punta realmente emergente della storia sommersa e

    sanguinosa dell’immediato dopoguerra nei territori in cui si

    instaurarono i “poteri popolari”, è stata costituita proprio dalle

    stragi di italiani, la cui memoria è stata conservata e la cui

    realtà è stata ripetutamente indagata, anche se spesso con gravi

    limiti di metodo e, soprattutto di visibilità.

    Dopo la dissoluzione della Jugoslavia, nelle nuove repubbliche

    indipendenti di Slovenia e Croazia si è invece acceso per le

    vicende che portarono all’ instaurazione del regime comunista un

    vivace interesse, che ha portato alla moltiplicazione degli

    interventi, delle polemiche ma, fortunatamente, anche degli studi.

    Ciò rende ora possibile cucire finalmente insieme le diverse parti

    del fenomeno delle stragi del dopoguerra in tutta l’area in cui –

    temporaneamente o stabilmente – si estese il nuovo stato jugoslavo

    creato da Tito.

    All’interno di tale ambito generale, la particolarità della

    situazione giuliana non scompare affatto ed è data, ovviamente,

    dalla presenza della popolazione italiana. Ciò non significa,

    semplicisticamente, che la repressione abbia colpito anche gli

    italiani allo stesso modo degli sloveni e croati residenti nella

    regione. Al contrario, arresti e uccisioni non rispettarono per

    nulla la “proporzionale etnica”, e ciò per diverse ragioni:

    l’adesione di molti italiani al “fascismo di frontiera” o,

    quantomeno, il

    loro coinvolgimento nelle strutture di un regime reazionario di

    massa; l’ancor più diffuso nazionalismo, da intendere non solo e

    non tanto come militanza politica, ma come atteggiamento di

    superiorità mista a timore – eredità dei conflitti nazionali

    esplosi negli ultimi decenni di dominazione asburgica – nei

    confronti degli slavi, e che poteva tradursi in un’infinità di

    sfumature, dal paternalismo al disprezzo, senza necessariamente

    concordare con gli aspetti più odiosi della politica di

    snazionalizzazione applicata dal regime; la contrarietà –

    largamente maggioritaria fra gli italiani – rispetto ai progetti

    jugoslavi di annessione della Venezia Giulia; la volontà infine

    delle autorità jugoslave non soltanto di colpire specifici

    soggetti e categorie, ma anche di intimidire la componente

    italiana in quanto tale, per piegarla ad accettare il cambio di

    sovranità e

    di sistema politico.

    Al contrario, fra gli sloveni e i croati del Litorale e

    dell’Istria il movimento di liberazione jugoslavo era riuscito a

    guadagnarsi vasti consensi proprio facendo proprie le istanze

    nazionali – e quindi antitaliane – delle popolazioni slave; e ciò

    spiega come in tali aree la presa delle forze anticomuniste,

    domobrane e ustaša, sia stata assai minore che nei territori

    limitrofi. Da ciò, una minor necessità di azioni repressive.

    Esistono dunque oramai elementi sufficienti per dire che le

    “foibe” (usiamo pure questo termine sintetico) sono state una

    variante locale di un processo generale che ha coinvolto tutti i

    territori i cui si realizzò la presa del potere da parte del

    movimento partigiano comunista jugoslavo, una variante però, che

    – per il suo inserirsi sul precedente tessuto di contrasti

    nazionali fra italiani e slavi in un territorio conteso fra Italia

    e Jugoslavia – ha assunto il carattere di una catastrofe nazionale

    per gli italiani, ed una dimensione internazionale che ha pesato a

    lungo sui rapporti fra i due stati confinanti e non è nemmeno del

    tutto

    scomparsa dall’orizzonte delle relazioni fra l’Italia e le nuove

    repubbliche di Slovenia e Croazia.

  • (tratti da Internet)

    BLEIBURG, LA COSCIENZA DEL PASSATO ..

    Bleiburg (Pliberk in sloveno), un nome che forse dice poco al grande pubblico, è una cittadina austriaca a ridosso del confine con la Slovenia, dove avviene il primo genocidio dopo la fine ufficiale della seconda guerra mondiale in Europa. Soldati croati, donne, vecchi e bambini, esuli Ustascia e profughi sfuggiti a precedenti rappresaglie si ritrovano a Bleiburg per arrendersi alle avanguardie britanniche ed essere trasferiti in Italia, dove però non arriveranno mai.

    In quei giorni, la Croazia, ultima alleata del Reich in Europa, aveva ancora alcuni reparti armati impegnati sul campo di battaglia, ma combattere senza il sostegno della Germania era impossibile, a causa della vicinanza dell’armata sovietica. Il governo croato decide quindi di arrendersi agli inglesi, i quali assicurano che tutti coloro che si fossero arresi sarebbero stati protetti in territorio italiano. Storicamente si è quindi trattato di un vero e proprio inganno: i profughi sono stipati su treni diretti non nel nostro Paese, ma in Croazia, regno di Tito, il quale avrebbe dato ordine di procedere alle rappresaglie, che causano la morte di almeno un ottavo della popolazione. Con i Croati sarebbero stati uccisi anche gli sloveni della “Bela Garda” (“Guardia Bianca”, organizzazione paramilitare affiancata alle truppe dell’Asse), civili tedeschi, serbi Chetniks (nazionalisti serbi filo-tedeschi), altre truppe non tedesche alleate della Germania, e unità della fanteria croato-tedesca.

    Gli accordi segreti Churchill-Tito

    A convincere Churchill della convenienza di accettare le richieste di consegna dei profughi da parte di Tito è il ministro degli Esteri Anthony Eden e, dal settembre ’44 la politica dei rimpatri forzati diventa una linea politica ufficiale. Nell’ottobre ‘44 Churchill, Eden, Stalin e il ministro degli Esteri sovietico Molotov si incontrano a Mosca e definiscono l’accordo sul rimpatrio dei prigionieri, ben prima di Jalta (4-11 febbraio 1945), che quindi altro non è che una sorta di ratifica per la consegna di circa 2.750.000 persone, contro una vaga promessa di restituzione, da parte sovietica, di prigionieri di guerra alleati. Tito, ancora forte dell’appoggio di Stalin, aveva anche rivolto ufficiali richieste al governo italiano per la restituzione dei territori di confine con l’obiettivo di “slavizzarne” le popolazioni, nonostante gli accordi che gli emissari dello stesso maresciallo (Milovan Gilas ed Evard Kardeli) avevano stretto durante l’incontro, avvenuto nell’ottobre ’44, con il leader del PCI Palmiro Togliatti. Vincenzo Bianco, uomo di fiducia di Togliatti, aveva poi dato disposizioni per l’accettazione della presenza jugoslava nei territori di confine, per creare un nuovo ordinamento di stampo comunista, soprattutto in funzione anti-britannica. Churchill, da parte sua, cerca sempre di più l’appoggio di Tito in funzione anti-sovietica, stringendo nel contempo accordi segreti con il ministro Subasiç, rappresentante del legittimo governo jugoslavo in esilio a Londra. Nonostante l’incontro privato con il premier britannico, che aveva acconsentito alla consegna dei profughi jugoslavi e di quelli cosacchi (operazioni Highjump, Eastwind e Keelhaul). Tito però è sempre più orientato verso Mosca (da cui si sarebbe poi distaccato nel 1948 in seguito all’accusa di “deviazione ideologica”), poiché erano chiare le mire di Londra per avere una determinante influenza nell’area balcanica onde evitare le mire espansionistiche di Stalin verso il Mediterraneo.

    A farne le spese, oltre a decine di migliaia di cosacchi e caucasici, sia militari che civili, massacrati nei campi di Lienz, Oberdrauburg, Feldkirchen, Althofen, Neumarkt, e nei gulag siberiani, sono gli slavi anticomunisti, illusi dagli alleati occidentali di essere destinati ad un ridislocamento in territori sicuri. Un tradimento in piena regola, paragonabile a quello consumato ai danni dei cetnici monarchici serbi, anticomunisti e contrari alle potenze dell’Asse, del generale Draza Mihajlovic (1893-1946), sacrificati per la nuova alleanza fra Churchill e Tito, massacrati dai partigiani comunisti e gettati in fosse comuni, come rivela Michael Lees, ex ufficiale britannico dello Special Operations Executive, in “The Rape of Serbia: The British Role in Tito’s Grab for Power 1943-1944” (pubblicato in Italia nel 1990).

    La vergogna di MacMillan

    Le operazioni di rimpatrio forzato sono naturalmente tenute nel massimo segreto e note solo agli ufficiali inglesi coinvolti negli accordi, dal momento che gli americani non avevano alcun interesse politico nella vicenda. La responsabilità fra gli alleati occidentali è ancora oggi in parte celata ma inizia ad essere svelata: in origine, il generale George Patton avrebbe impartito l’ordine di trasferire i profughi in Germania, per non avere intralci in quelli che sarebbero stati i territori di scontro con le bande armate di Tito, ma tale decisione è bloccata dal brigadier generale Aldington, capo di Stato Maggiore del 5°Corpo britannico agli ordini del generale Charles Keightley, al quale il plenipotenziario inglese per l’area mediterranea Lord Harold McMillan ordina senza mezzi termini di dare inizio ai rimpatri forzati. Lo storico anglo-russo Nikolai Tolstoj Mikoslavskj, discendente del grande romanziere, nelle opere “Victims of Jalta” (1978) e “The Minister of Massacres” (1986) espone le prove e i dati raccolti, che confermano come MacMillan e Keightley, all’insaputa del comando in capo alleato (Eisenhower e Alexander) e del ministero degli Esteri inglese, abbiano organizzato segretamente l’operazione di rimpatrio, le cui motivazioni specifiche sono ancora oggi, per molti aspetti, avvolte nel mistero e hanno dato origine a diverse teorie più o meno fantasiose che vanno a sfociare in ricatti ideologici, complicità, debolezze politiche e perfino macchinazioni di ordine massonico. A infittire il mistero, lo stesso MacMillan ha sempre rifiutato di rendere pubblica la propria versione dei fatti, né ha mai negato quanto pubblicato da Mikoslavskj. Il generale Aldington ha invece esposto i fatti pare per ragioni personali e politiche, non in linea con lo stesso MacMillan. Ne è scaturito un caso giudiziario dai mille risvolti, ricco di colpi di scena e scorrettezze da parte dei diversi livelli della giustizia inglese che, nel 1989, giudica Mikoslavskj colpevole di diffamazione e gli commina la più grande multa della storia giuridica britannica: 1,5 milioni di sterline. Con un’azione privata e illegittima dei difensori di Aldington, la casa editrice londinese Century Hutchinson è poi costretta a ritirare dal mercato inglese e gallese la pubblicazione, oggi disponibile solo in lingua croata e russa, e a distruggerne le copie restanti. Al posto dell’importante opera di Mikoslavskj è stato prodotto un rapporto ufficiale dalle conclusioni del tutto differenti, redatto da Anthony Cowgill, Lord Thomas Brimelow e Christopher Booker.

    Il 13 luglio 1995, la Corte dei Diritti Umani di Strasburgo ha riconosciuto che la pena pecuniaria inflitta a Mikoslavskj, e le altre misure restrittive di cui è stato fatto oggetto (divieto di parlare pubblicamente e scrivere della vicenda dei rimpatri forzati) violano la libertà d’espressione e rappresentano una condanna esagerata.

    Impossibile calcolare il numero delle vittime

    Com’è noto, i croati ustascia fuggivano con le loro famiglie dalla Jugoslavia e a questa massa di persone si erano aggiunti molti serbi cetnici e sloveni che avevano collaborato con fascisti o nazisti. Giunti in Austria si erano trovati fra l’esercito britannico e l’armata di Tito che voleva catturarli. Secondo gli storici, che si sono avvalsi di testimonianze dei sopravvissuti, il comandante britannico propone la resa agli slavi promettendo protezione, ottenendo la consegna delle armi. Il 15 maggio 1945 il comandante britannico consegna i profughi, civili compresi, a Tito che ordina la rappresaglia mentre i britannici decidono di non intervenire in faccende che giudicano “affare privato jugoslavo”. E’ opinione comune che la maggioranza degli uccisi fosse croata, oltre a numerosi serbi e sloveni. Le vittime sono trucidate senza processo e per vendetta dei crimini commessi dagli ustascia. La maggior parte degli uccisi è però composta da civili e tra questi le donne subiscono stupri di massa prima di morire per lapidazione, mentre molti sono decapitati. Nella zona di Bleiburg vengono ritrovate fosse comuni con i resti di numerosi cadaveri e successivamente altre fosse sono scoperte in Slovenia, specialmente nella zona di Maribor. Le indagini storiche hanno constatato che esistono anche fosse comuni molto distanti fra loro poiché i prigionieri erano stati sottoposti a marce forzate, oggi ricordate come “la strada della croce”. I rifugiati politici croati all’estero hanno reso pubbliche le prove delle atrocità commesse da Tito e i suoi seguaci dimostrando il coinvolgimento del governo britannico, ma le autorità inglesi hanno avuto l’interesse politico a nascondere le loro responsabilità, almeno per un certo periodo, in funzione anti-sovietica. Molte versioni dei fatti sono ancora in fase di studio, per determinare con precisione gli avvenimenti. Una fonte importante sarà certamente la documentazione relativa all’affare Keelhaul, se e quando le autorità britanniche dichiareranno decaduta la classifica di “segreto di stato”. Attualmente non è ancora possibile stabilire il numero delle vittime. Esistono a tale proposito due opinioni: una si basa su storiografia e demografia, l’altra tende a ricostruire gli eventi e le loro conseguenze utilizzando tutti i mezzi a disposizione. Seguendo la prima, lo studioso croato Vladimir Zerjavic stabilisce la cifra di circa 55mila vittime nella sola area di Bleiburg e in alcune zone della Slovenia. Il giornalista britannico Misha Glenny e altri studiosi ritengono invece che i militari uccisi siano oltre 50mila e i civili circa 30mila. Lo storico croato-statunitense Jozo Tomadevic, della Stanford University, ritiene che 116mila militari croati si trovassero raccolti a Bleiburg su un totale di 200mila persone e che molti altri profughi siano stati bloccati alla frontiera austriaca. Oltre la metà sarebbe stata uccisa a Bleiburg.

    La seconda opinione raccoglie gli storici che valutano in circa 250mila le vittime dei massacri fra Bleiburg e i campi segreti in Slovenia e Croazia. Questa teoria ha attualmente grande credibilità poiché le autorità slovene hanno fatto molte ricerche nel loro territorio tra il 1999 e il 2001. Le fosse comuni rinvenute sono 296 e sono stati trovati i resti di circa 190mila corpi, in maggioranza croati e civili, compresi molti bambini. In seguito alle già citate “marce della morte”, nella foresta di Tezno si sarebbero ritrovati i resti di oltre 80mila corpi, e intorno a Maribor vi sarebbero fosse comuni con i resti di circa 80mila vittime. Vicino a Kocevije, secondo il racconto di un partigiano disertore, avvallato da testimonianze di alcuni sopravvissuti, gli esecutori si vantarono di aver ucciso da 30 a 40mila persone in una sola settimana. Stesso discorso per circa 15mila croati e sloveni portati sui monti Kamnik, a sud della frontiera con l’Austria, e gettati nei dirupi. Gran parte di essi erano jugoslavi accusati di collaborazionismo solo per essere di etnia tedesca.

    Il professor Tomislav Suniç, croato, figlio di madre fiumana e fuggito negli Stati Uniti con i genitori alla fine della seconda guerra mondiale, ha parlato dei crimini commessi anche all’estero dai servizi segreti titini (diretti dallo sloveno Edvard Kardelj) ai danni di esuli soprattutto croati: 67 persone sarebbero state assassinate dai sicari della polizia segreta di Tito (la famigerata UDBA), di cui 56 in Germania e altre soprattutto in Francia e Italia. Oltre 25 sono stati i tentati omicidi, 4 i rapimenti e 5 i tentati rapimenti. A proposito del massacro di Bleiburg Tomislav Suniç ha dichiarato: “Slovenia e Croazia dovrebbero essere definiti Paesi della morte: ogni angolo di strada contiene ossa e scheletri. E dicendo questo non voglio sminuire le sofferenze inflitte dai titini ai cetnici e alla classe media di Belgrado. Tali crimini vennero fatti passare sotto silenzio perché, dopo il 1948, la Jugoslavia serviva agli occidentali in funzione anti-sovietica. Nelle Repubbliche post-jugoslave, come nel resto dell’Europa orientale, non c’è stata alcuna de-comunistizzazione paragonabile alla de-nazificazione avvenuta in Germania e alla de-fascistizzazione compiuta in Italia. Addirittura i governanti cechi difendono i decreti Benes. Sono molto scettico sulla possibilità di normalizzare quei Paesi“.

  • (trato da Internet)

    Scoperta in Slovenia una fossa comune risalente alla fine della Seconda guerra mondiale

    Leše è un villaggio a poca distanza dal confine con l’Austria, nel comune di Prevalje, alle pendici delle Caravanche. Lì Marko Štrovs, capo di una commissione istituita dal Governo sloveno col compito di far luce sugli episodi del maggio del 1945, ha scoperto una fossa comune che conterrebbe i resti di circa 700 vittime. Si tratterebbe in maggioranza di sloveni uccisi dalle truppe jugoslave comandate dal maresciallo Tito.

    Marko Štrovs ha riferito che nella cavità di 21 metri di profondità e tre di larghezza si trovano i corpi di uomini e donne portati con dei camion sul luogo della loro esecuzione e fucilati inginocchiati, posizione in cui sono stati trovati nella fossa. Secondo le testimonianze di alcuni abitanti del luogo., molti degli uccisi erano ricchi sloveni della regione considerati dai comunisti nemici di classe, altri erano appartenenti alle formazioni militari collaborazioniste e altri ancora oppositori del nuovo regime comunista. Finora in Slovenia sono state trovate circa 600 fosse comuni in cui alla fine della Seconda guerra vennero sepolti i corpi di croati, sloveni, tedeschi e italiani giustiziati dai partigiani titini. Nella grotta, inoltre, si troverebbero anche un centinaio di corpi di cittadini austriaci: ex nazisti, collaborazionisti, ma anche persone considerate nemiche di classe dai comunisti.

    mercoledì 8 settembre 2010

  • tratto da Internet..

    SLOVENIA: SCOPERTA NUOVA FOSSA COMUNE VITTIME DI COMUNISTI

    (ANSA) - LUBIANA, 5 MAR - Una fossa comune, con resti mummificati di 200-300 persone uccise alla fine della Seconda guerra mondiale, probabilmente dalle formazioni militari dei comunisti del maresciallo Tito, e' stata scoperta negli scorsi giorni in una grotta nei pressi della cittadina di Lasko, nel nord-ovest della Slovenia.

    Gli indizi emersi dopo un primo sopralluogo indicano che i corpi non presentano ferite d'arma da fuoco, ma che le vittime, in gran parte militari, probabilmente appartenenti alle formazioni collaborazioniste croate o slovene, furono soffocate con il gas.

    Marko Strovs, capo del dipartimento per i cimiteri militari del governo sloveno e uno dei responsabili incaricati dell'esumazione, ha spiegato che le ricerche di questa fossa comune erano iniziate ancora l'estate scorsa e che solo nell'ultimo periodo si e' arrivati alla scoperta di cadaveri in una parte della grotta chiamata Huda Jama.

    ''L'entrata nella parte in cui si trovano i morti, alla fine di un cunicolo lungo 800 metri, era sigillata da un muro di cemento che abbiamo dovuto abbattere'', ha spiegato Strovs ricordando che gia' nel 1945 nella regione giravano voci che nella grotta ci fosse una fossa comune, ma che la questione divento' presto un tabu', per non compromettere il nuovo regime di Tito.

    Secondo studi degli storici croati e sloveni, in territorio sloveno ci sono circa 500 fosse comuni di militari ma anche di civili uccisi nel 1945 dall'armata di Tito nel momento della disfatta del nazifascismo in Europa.

    Il procuratore generale della Slovenia, Barbara Brezigar, che ieri e' stata una delle prime persone a entrare nella fossa, ha detto ai giornalisti che ''e' stata una delle cose piu' terrificanti e scioccanti'' che abbia mai visto. Parlando della possibilita' di individuare gli autori del crimine si e' detta pessimista dato che ''con molta probabilita' i responsabili sono orami quasi tutti morti''. (ANSA). COR

    05/03/2009 15:35

  • (tratto da internet)

    Slovenia, da una fossa comune spuntano i resti di 52 italiani (13/03/'02).

    Fra la terra smossa si notano rigonfiamenti uniformi, uno accanto all'altro. Sotto uno strato di fango marrone c'è qualcosa di strano, che ha il colore bianco e grigio delle ossa. Appaiono teschi: uno, due, cinque, dieci, quindici. La fossa è profonda un metro e mezzo, larga il doppio, e contiene i resti di 67 disgraziati massacrati dai partigiani jugoslavi del maresciallo Tito.Cinquantadue sono italiani e quindici tedeschi, probabilmente militari. Non si esclude però che nella fossa ci possano essere anche civili, deportati nel maggio del 1945 dalla zona di Gorizia e spariti nel nulla. Una storia terribile di esecuzioni sommarie a guerra finita, raccontata in anteprima su "Il Giornale" del 13 marzo 2002.

    Le ossa spuntano a grappoli mentre si scava con attenzione e ogni tanto saltano fuori pezzi di orologio, di occhiali, monete italiane contenute in portafogli consumati dal tempo. C'è anche una piastrina, come quella di un soldato tedesco, Martin Amann, numero di matricola 18765/41 E.

    I boia hanno ammazzato i prigionieri sparando colpi singoli da distanza ravvicinata, spesso alla nuca. Nel fango vengono trovati anche i bossoli. Alcuni italiani hanno ancora le mani legate dietro la schiena ed un medico sloveno constata che si tratta di giovani tra i venti ed i trent'anni. Alla fine della guerra i partigiani di Tito occuparono Gorizia e deportarono circa quattromila persone, di cui almeno mille sono sparite nel nulla, compresi antifascisti del Comitato di liberazione italiano e 250-300 sloveni.

  • tratto da internet)

    MONTE MAGGIORE : TROVATI I CORPI DI QUATTRO INFOIBATI (28/04/'02).

    FIUME - Non ci sono più dubbi: le ossa rinvenute lo scorso gennaio nella foiba di Plahuti nella zona di Vrutki sovrastante Abbazia, non erano di animali, appartenevano a persone decedute più di cinquant’anni fa, probabilmente nel corso della seconda guerra mondiale o nell’immediato dopoguerra. Lo ha dichiarato Renata Dobi Babic, perito dell’istituto di medicina legale del capoluogo quarnerino. La dottoressa Dobi Babic, chiamata a compiere una perizia dopo il ritrovamento, ha affermato che in fondo alla voragine, profonda 35 metri, si trovavano i resti di quattro persone. «Non ho motivo di ritenere che vi fosse una donna tra esse – ha aggiunto – e posso confermare che le ossa giacevano lì da più di mezzo secolo». Sollecitata a rispondere su quali fossero le cause della morte la Dobi Babic è stata molto cauta: «Il procedimento è tuttora in corso, posso soltanto dire di aver notato un femore fratturato, ma sulla scorta di ciò non si può risalire alle cause dei decessi. Sono necessarie ulteriori indagini di laboratorio». La dottoressa ha quindi concluso rivelando che assieme alle ossa umane ce n’erano anche di animali e che sarà la magistratura a decidere se le indagini dovranno continuare. Comunque le rilevazioni del medico legale confermano che le viscere del Monte Maggiore hanno nascosto per tanto tempo le prove, le testimonianze di uno dei tanti tragici episodi che hanno contraddistinto la storia della guerra e del dopoguerra in queste terre. In proposito Mario Dassovich, studioso di storia fiumana, ricorda che la cavità di Plahuti, presso Apriano (Veprinac) viene menzionata insieme ad altri due pozzi nel volume «Duemila Grotte» di Bertarelli Boegan, pubblicato nel ’26 e recentemente ristampato a Trieste. La zona di Vrutki nel periodo italiano era chiamata Vassania e proprio in questa località abitava Rodolfo (Rudi) Bonessi, istruttore al circolo del golf di Abbazia, scomparso subito dopo l’arrivo dei partigiani jugoslavi in quella zona. La foiba è situata su un terreno oggi quasi inaccessibile a 200 metri sul livello del mare. Ma Dassovich, citando la «Guida di Fiume e dei suoi monti» del 1913 di Guido Depoli, ci riporta un’immagine diversa. Scriveva Depoli: «Da Veprinaz all’Abbazia si scende in tre quarti d’ora per una bella mulattiera. Arrivati presso le prime case di Abbazia si viene alle sorgenti Vrutki in una pittoresca gola...

    In gennaio gli speleologi della società «Estrarela» di Castua si calarono nella voragine per un’ispezione quasi di routine, e si trovarono davanti ai resti umani. Avvisarono immediatamente la polizia che transennò l’area del ritrovamento per permettere il recupero degli scheletri. Prima però furono tolti di mezzo diversi ordigni esplosivi, fabbricati negli anni Quaranta che giacevano nella cavità e che vennero fatti brillare.

    Adesso, come accennato, i magistrati fiumani, dopo aver preso visione di tutte le perizie, dovranno decidere se aprire un’indagine che cerchi di stabilire la verità su quanto il «ventre» del Monte Maggiore ha custodito per lunghi decenni.

    Andrea Marsanich

  • /tratto da internet)

    Regione di Fiume: Grizane, nuova foiba con resti umani (da "Il Piccolo" dell' 8/07/'04).

    CRIKVENICA - Sono stati attratti da quella cavità che all’imboccatura presentava una colata di cemento, quasi a cercare di occultarne il contenuto. Il gruppo di speleologico della società Pauk di Fuzine è sceso nella foiba e prima di arrivare sul fondo ha rinvenuto delle granate inesplose e di fabbricazione italiana. Quindi la macabra scoperta: decine di ossa e diversi teschi umani. Eccezionale scoperta l’inverno scorso in una fossa nel bosco di Grizane, nelle vicinanze della località di villeggiatura di Crikvenica (regione di Fiume). La scoperta è stata fatta in inverno ma soltanto adesso, con condizioni climatiche più favorevoli, gli inquirenti hanno reso noto il ritrovamento disponendo la riesumazione dei resti umani e il loro trasferimento all’istituto di medicina legale di Fiume. Sempre secondo gli inquirenti che hanno analizzato brandelli di divise e suppellettili, si tratterebbe dei resti umani di militari tedeschi, scheletri che risalirebbero all’epoca del secondo conflitto mondiale. Stando al medico legale fiumano Valter Stemberga, l’opera di identificazione potrebbe durare da cinque a sei mesi, un periodo lungo anche perché si sta lavorando sui resti umani rinvenuti in una foiba istriana. «Abbiamo rinvenuto molte ossa fratturate, che presentano deformazioni assortite – ha spiegato Stemberga – il lavoro di identificazione sarà lungo e complesso, ma contiamo di poter dare un nome a questi sventurati». La voragine di Grizane è profonda circa 17 metri e qualcuno (leggi lo strato di cemento) doveva esserne a conoscenza. Ne è convinto il procuratore di stato conteale, Drago Marincel. «Il cemento è la prova provata. Forse si voleva far depistare speleologi, curiosi e le forze dell’ordine. In ogni caso cercheremo di scoprire le cause del loro decesso e se gli sventurati siano stati gettati già morti nella voragine, oppure lasciati morire in condizioni strazianti.

    Andrea Marsanich

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    Foiba di Grizane: dopo 60 anni riconosce il corpo del padre dagli stivali (tratto da "Il Piccolo" del 30/08/'04).

    Aveva all’epoca 45 anni, Wilhelm Neumann, ed era inquadrato quale fante dell’esercito tedesco che stava combattendo contro i partigiani jugoslavi nell’area del Quarnero. I suoi resti sono stati rinvenuti lo scorso luglio in una foiba nel bosco di Grizane, nei pressi della cittadina turistica di Crikvenica (poco a Sud-Est di Fiume). A essere convinta che si tratti di Wilhelm Neumann è la figlia, la 76.enne Waltrand Neumann, che alla rivista amburghese Bild ha detto di aver riconosciuto nella foto quelli che sarebbero stati gli stivali del padre. Nella voragine, profonda 17 metri, gli speleologi della società Pauk di Fuzine (Gorski kotar) hanno rinvenuto 44 scheletri, appartenenti ad altrettanti soldati tedeschi, deceduti nei mesi conclusivi della seconda guerra mondiale. Gli inquirenti hanno riportato inoltre alla luce del sole equipaggiamento militare, forchette e cucchiai metallici, targhette d’identificazione e altri oggetti. I resti umani si trovano ora all’Istituto di medicina legale di Fiume, dove – stando al medico legale Valter Stemberga – ci vorranno almeno cinque mesi per l’opera di identificazione. Un periodo molto lungo, ma vi è da dire che contemporaneamente si stanno analizzando i resti umani rinvenuti in una foiba dell’Istria.

  • /tratto da internet)

    TITO, LA MATTANZA DEI CRISTIANI

    Tito, la mattanza dei cristiani

    Nuovi terribili particolari sugli eccidi

    commessi dal regime nell'ex Jugoslavia tra il 1941 e il 1952,

    soprattutto a Sarajevo e Mostar • Dall'inizio della guerra fino al

    1944 furono ammazzati 40 sacerdoti e religiosi e dopo la guerra altri

    120: un vero massacro • La denuncia della rivista «Nuova storia

    contemporanea»: il 1945 è stato l'anno più terribile, furono 104 gli

    ecclesiastici uccisi

    di Francesco Dal Mas

    Tratto da Avvenire del 4 marzo 2008

    Ventisette luglio 1941, a Drvar, parrocchia della diocesi di Banja

    Luka, in Bosnia Erzegovina. Don Maximilian Nestor viene ucciso,

    insieme a numerosi pellegrini, di ritorno dalla festa di Sant'Anna

    vicino a Knin, in Kosovo; per non faticare, i partigiani di Tito li

    catturano, li legano e li ammazzano nei pressi della fossa di

    Golubnjaca, dove gettano i loro corpi. È il primo sacerdote ucciso

    della seconda guerra mondiale nel territorio dell'ex Jugoslavia. Il

    secondo, poche ore dopo, è don Juaraj Gospodnetic, parroco di Bosansko

    Grahovo. Catturato dopo la messa domenicale, viene condotto a Grahovo

    «legato come un orso» - riferiscono le cronache ucciso e arso sulla

    brace. Quel 27 luglio 1941 è passato alla storia della Jugoslavia

    socialista come festa nazionale, in quanto «giornata dell'

    insurrezione», ovvero dell'inizio della lotta antifascista. Un «vero

    massacro», più precisamente «una persecuzione» quella perpepretata tra

    il 1941 ed il 1952, ma soprattutto nel 1945, contro i cattolici ed in

    particolare i sacerdoti ed i religiosi nelle diocesi della Bosnia

    Ezegovina: Sarajevo, Banja Luka, Mostar e Tribinje. Lo certifica, dati

    alla mano, Tomo Vuksic, docente della facoltà teologica di Vrhbosna a

    Sarajevo e in quella di Zagabria, sul prossimo numero della rivista

    'Nuova storia contemporanea'. «Sommando tutte le vittime, durante la

    seconda guerra mondiale, la Chiesa cattolica in Bosnia Erzegovina

    avrebbe perso 227 tra sacerdoti, fratelli laici, chierici, seminaristi

    e suore - riferisce lo storico -. In modo diretto o indiretto, per

    mano dei partigiani e dei comunisti ne furono uccisi 184 (cioè l'81,

    05%); 16 morirono di tifo; 18 per mano dei cetnici, 9 per motivi non

    precisati». Di soli 12 anni la vittima più giovane, Ivan Skender,

    seminarista di Banja Luka; di 84 anni quella più anziana, don Vide

    Putica, di Trebinje. «Perseguitando gli ecclesiastici, il regime

    comunista - riferisce ancora Vuksic - ottenne che la Chiesa in Bosnia

    Erzegovina, alla fine del 1949, rimanesse senza alcun vescovo in

    servizio. Il processo istruito nel 1948 avrebbe condannato il vescovo

    di Mostar, Petar Cule, a 11 anni e mezzo di reclusione. Il vescovo di

    Skopje, Similjan Cekada, che era anche l'amministratore apostolico di

    Banja Luka, alla fine del 1949 fu espulso, mentre l'arcivescovo di

    Sarajevo, Ivan Saric, dal 1948 venne costretto all'esilio». In quegli

    anni i cattolici nell'area in questione risultavano circa 650 mila e

    rappresentavano il 27% della popolazione, contro il 42% degli

    ortodossi (sicuramente più protetti) ed il 30% dei musulmani.

    La tragedia più dura contro i sacerdoti inizia nell'autunno 1944 e si

    trasforma, in pochi mesi, in una vera e propria persecuzione, in

    particolare dal luglio 1945. «Alcuni venivano prelevati senza alcun

    motivo nei conventi, oppure nelle case parrocchiali, quindi catturati

    ed eliminati, per la sola colpa di essere preti, spesso senza essere

    neppure giudicati. Oppure la pena di morte veniva comminata nei

    cosiddetti tribunali militari. Altri morirono nei modi più diversi,

    tra le colonne di profughi verso l'Austria, altri ancora nei campi di

    concentramento comunisti e nelle prigioni dopo la guerra. I luoghi

    della loro scomparsa - che, ancor oggi, in molti casi rimangono

    sconosciuti - sono disseminati tra l'isoletta Daksa, vicino a

    Bubrvonik e Graz, in Austria». Nel suo saggio Vuksic rileva che per

    questo eccidio non è mai stata individuata una responsabilità. Eppure

    ci sono episodi documentati di uccisioni di massa, oltre che di

    singoli individui. Nel 1945 numerosi preti, tra le colonne dei

    fuggiaschi verso Bleiburg, in Austria, finirono vittime dei titini,

    così come lo fu un numero notevole di loro - «dopo la consegna da

    parte degli alleati ai partigiani» -, al ritorno, nella «marcia della

    morte». «Una volta presi in consegna dai partigiani, furono infatti

    riportati indietro per l'Austria, la Slovenia e la Croazia -

    verso la Bosnia Erzegovina e la Serbia. Marciando sempre a piedi

    insieme agli altri prigionieri, spesso anche legati a loro nelle

    colonne, maltrattati e privati di sostentamento, molti di questi

    trovarono la morte per fame, malattie o per uccisione immotivata». Non

    meno drammatico l'assalto dei partigiani dell'Ottavo Corpo d'Armata

    dalmata, il 7 febbraio 1945, a Siroki Brijeg, con bombardamento della

    chiesa e del convento. I frati vennero fatti uscire uno ad uno; ben 12

    furono ammazzati sul posto. Il giorno dopo altri 9 frati, rifugiatisi

    nella centralina idroelettrica del convento, furono catturati,

    deportati verso Spalato e, successivamente, uccisi. Nella stessa

    giornata, vennero passati per le armi, a Mostarski Gradac, quattro

    sacerdoti e due chierici.

    Solo 4 giorni dopo, in un villaggio a nord-ovest di Siroki Brijeg, un

    ufficiale partigiano ordinò di interrompere la messa e in seguito i

    suoi compagni prelevarono ed uccisero due religiosi ed un fratello

    laico. Il 1945 è stato l'anno più buio: ben 104 gli ecclesiastici

    uccisi.

    È convinzione di Vuksic, dopo studi approfonditi, che l'uccisione di

    tanti uomini di chiesa «non è stata conseguenza di circostanze

    casuali». «Questo doveva essere un piano ben studiato e preparato

    degli ideologi e dai capi del nuovo regime di Tito - asserisce - ; non

    si potrebbe altrimenti spiegare il fatto che dall'inizio della guerra

    fino al 1944 furono ammazzati 40 sacerdoti e religiosi e dopo la

    guerra altri 120. L'altra dimostrazione sta nel fatto che mai nessuno

    ha dovuto rispondere per la morte di alcun ecclesiastico, anche se il

    maggior numero di loro morì in maniera brutale dopo la guerra e senza

    alcun processo». Per Bernardeta Banja, Krizina Bojanc, Antonija

    Fabjan, Jula Uvansevic, Berchmana Leidenix, le cinque suore che i

    cetnici hanno portato via da Pale ed ucciso nel 1941 è stato avviato

    il processo di beatificazione.

  • (tratto da Internet)

    FOIBE, AGLI ALLEATI SAPEVANO MA NON VOLLERO IRRITARE TITO"

    (dal "Corriere della Sera" del

    24/02/'04).

    Il "diplomatico" silenzio di americani e inglesi, che scelsero di non

    intervenire.

    WASHINGTON - Quando esattamente gli alleati vennero a conoscenza delle

    foibe nella seconda guerra mondiale? Che cosa appresero? E perché, una

    volta saputo, non tentarono di prevenire con la forza altre stragi di

    italiani? Da quasi sessant'anni queste domande hanno ricevuto risposte

    diverse. Ma una ricerca nei documenti dell'allora servizio segreto

    americano (Oss), agli Archivi nazionali di Washington, indica che gli

    alleati ebbero notizia delle foibe già alla fine dell'estate o all'inizio

    dell'autunno del 1944. Che non intervennero presso Tito perché lo

    giudicavano un alleato difficile e temevano di disunire il fronte

    antinazista. E che alla liberazione di Trieste nel 1945 emersero

    contrasti tra americani e inglesi: i primi rimproverarono ai secondi,

    preposti al comando della città, di non avere preso misure contro i

    titini. Le stragi, iniziate nel 1943, finirono così solo nel 1946: come

    nel caso dell'Olocausto, di cui avevano saputo nel 1941-42, gli alleati

    dovettero poi chiedersi se non avrebbero potuto stroncarle.

    Uno dei documenti più significativi è un rapporto della Special

    intelligence (Si) datato 30 novembre '44. Vi si legge: "Dapprima i

    partigiani jugoslavi arrestarono i fascisti, ma più tardi operarono

    arresti indiscriminati, di massa, di centinaia di italiani. I prigionieri

    furono legati, messi nelle prigioni di Pisino, chiusi in celle

    sovraffollate, con poco cibo e molta sporcizia. Ogni notte, alcuni

    vennero portati via. Di recente, nelle foibe, le caverne dei Carso, fu

    scoperto un mucchio di cadaveri legati, nudi, qualcuno dei quali

    identificato dai congiunti. Ci viene riferito che in tutto i partigiani

    jugoslavi hanno gettato parecchie centinaia di persone nelle foibe". Il

    rapporto descrive anche il calvario dei soldati italiani in Jugoslavia:

    "Su 40 mila circa, 8 mila combattono coi partigiani. Il resto fa lavori

    forzati. In media, scompaiono oltre 2 italiani al giorno, si dice che

    siano mandati a morte certa". Non c'è possibilità di intervenire, segnala

    il documento: "Le forze di Tito non tollerano interferenze da alcuna

    potenza straniera, se non la Russia".

    Non è la prima volta che l'Oss richiama l'attenzione di Washington sulle

    foibe. Circa un mese prima, il capo della Special intelligence in Italia,

    Vincent Scamporino, ha ammonito il suo superiore negli Usa, Earl Brennan,

    che "i comunisti hanno massacrato centinaia di persone nelle caverne del

    Carso solo perché italiani e a Trieste hanno compilato liste di

    proscrizione con migliaia di nomi". Parlando delle nostre truppe in

    Jugoslavia ha aggiunto che "l'ordine è di eliminare chi si era trovato

    sotto il regime fascista". Cita altre stragi, tra cui quella di "trecento

    italiani a Spalato". Anche Allen Dulles, il capo dell'Oss in Europa,

    esprime da Berna, in Svizzera, la sua preoccupazione per gli eventi

    dell'Istria. Nell'autunno del'44, Dulles negozia segretamente la resa dei

    tedeschi in Italia col generale delle Ss Wolff: "Il suo piano per Trieste

    - afferma un altro rapporto - è di prevenirne l'occupazione da parte

    delle bande di Tito". Dulles teme che "i titini raggiungano la valle del

    Po e impongano il comunismo in una parte dell'Italia". Ma Mosca viene a

    sapere dei negoziato con Wolff e fa in modo che Dulles lo abbandoni.

    Dagli Archivi nazionali non risulta che l'Italia avesse già denunciato

    all'America le stragi delle foibe. Il 10 agosto precedente il premier

    Ivanoe Bonomi aveva inviato al presidente Roosevelt un memorandum di un

    centinaio di pagine sulla partecipazione italiana alla guerra contro la

    Germania, in cui, tra l'altro, aveva chiesto aiuti per i nostri soldati

    in Jugoslavia, sottolineando che "i comandi alleati e persino Tito sono

    colmi d'elogi per il coraggio da loro dimostrato contro i nazisti", ma

    senza accennare al martirio dell'Istria. Sarà solo nove mesi dopo, il 4

    maggio del '45, quando Tito penetrerà nella Venezia Giulia, che

    l'ambasciatore americano a Roma, Alexander Kirk, trasmetterà a Washington

    la protesta dell'Italia: "Per ragioni morali e pratiche le truppe alleate

    devono assumere il controllo di Trieste". L'ambasciatore ammonirà che in

    caso contrario "in Italia potrebbero scoppiare disordini, e le nostre

    truppe potrebbero essere costrette a usare la forza contro quelle

    italiane e forse la popolazione civile".

    Da quel momento - ma è tardi - le atrocità jugoslave nei territori

    italiani occupati diventano di pubblico dominio. Per 40 giorni, dal 3

    maggio al 12 giugno, quando i titini incominciano il ritiro da Trieste, è

    quello che l'Oss chiama "l'inferno comunista". Su di esso si sofferma un

    rapporto datato 1 giugno '45.

    "Nelle zone rurali della Venezia Giulia - sottolinea - i partigiani

    jugoslavi danno la caccia a chi rifiuta d'arruolarsi come se fossero

    banditi. A Trieste vengo no incarcerati anche esponenti del Comitato di

    liberazione nazionale e antifascisti. Persino il vescovo di Gorizia è

    stato fermato e poi rilasciato". Il rapporto è preceduto da una nota

    verbale dell'ambasciatore italiano a Washington, Alberto Tarchiani, al

    dipartimento di Stato il 16 maggio: "Il regime di terrore titino

    peggiora. Da Gorizia sono scomparse 4.000 persone. Sembra che 700 siano

    state uccise nell'area di Trieste. Sinora gli anglo-americani hanno

    assistito passivamente a questo dramma". Gli Usa chiedono e ottengono la

    conferma delle stragi delle foibe da monsignor Santin, l'arcivescovo di

    Trieste.

    È l'inizio dei contrasti tra Washington e Londra. Gli agenti dell'Oss,

    che hanno avuto brutte esperienze con Tito - ne aveva imprigionati e

    minacciati alcuni di fucilazione - non nascondono la loro irritazione

    verso i comandi inglesi, che impediscono loro di operare nell'area di

    Trieste. Il loro leader nell'Italia del Nord, Max Corvo, lamenta che tre

    dei suoi uomini, tre ufficiali triestini, i fratelli Marcel ed Egidio

    Clemente e il medico Bruno Uberti, non possano svolgere la missione loro

    assegnata.

    Il 29 agosto del '45, l'ambasciatore Kirk invia al dipartimento di Stato

    un messaggio risentito sull'incontro con il generale Harold Alexander, il

    comandante britannico. "Gli ho fatto presente che le ricerche nelle foibe

    di Basovizza non erano state terminate e che gli italiani deportati dalla

    Venezia Giulia non erano ancora ritornati" (stando ai nostri giornali, a

    Basovizza furono recuperati 600 cadaveri, ma gli inglesi smentirono).

    Kirk cita la ri sposta di Alexander: "Andremo a fondo della questione

    foibe, ma la mancanza di attrezzature causa ritardi. Del rimpatrio degli

    italiani è meglio che s'interessino i diplomatici".

    In un libro del'93, lo storico inglese Richard Lamb, ex ufficiale

    dell'Ottava armata in Italia, accusò Alexander e il generale Freyberg, il

    comandante militare a Trieste, di non avere fatto abbastanza per

    difendere la popolazione: "In 40 giorni, i titini fecero scomparire 4.768

    civili, li fucilarono quasi tutti di notte. Il 12 maggio la nostra

    ambasciata a Roma protestò che le esecuzioni e deportazioni di massa

    erano destinate a eliminare l'influenza italiana e noi ne avevamo una

    certa responsabilità". Alexander, rilevò lo storico, "ne era consapevole

    ma si tirò da parte mentre Freyberg lasciava fare agli slavi ciò che

    volevano". Ma Lamb responsabilizzò delle stragi anche il presidente

    americano Truman, che all'invito di Churchill di adottare una linea dura

    contro Tito rispose di essere "pronto a rischiare una guerra solo se

    fossimo attaccati". E contestò lo storico C. R. Harris, secondo cui quei

    40 giorni "non furono un regno di terrore". La tragedia, concluse, poteva

    essere, se non evitata, almeno contenuta. È quanto traspare dai dossier

    degli Archivi nazionali. Ragioni politiche, anche in Italia, relegarono

    le atrocità nell'ombra. Una spaventosa vicenda di pulizia etnica rimase

    pressoché ignorata per quasi mezzo secolo. Su di essa, neppure oggi è

    stata fatta piena luce.

    Ennio Caretto.