MONSIGNOR ANTONIO SANTIN - VESCOVO DI TRIESTE-

  • CENNI SU MONS. ANTONIO SANTIN VESCOVO DI TRIESTE

    (Rovigno 9 dicembre 1895 - Trieste 17 marzo 1981)

    di

    Gianclaudio de Angelini

    Antonio Santin nacque a Rovigno il 9 dicembre del 1895, da una famiglia di umili origini. Il padre Giovanni per tirare avanti la baracca lavorò dapprima come marinaio e pescatore, ed in seguito come operaio della I.R. Manifattura Tabacchi di Rovigno, così come la madre Eufemia (Fiamita) Rossi, ma per arrotondare il magro stipendio molto spesso il sabato notte andava a pescare col fratello sulla "batana" di famiglia.

    Antonio infatti era il primogenito di ben undici figli ed i soldi in famiglia non bastavano mai.

    Fin da piccolo Antonio, vivendo in una famiglia semplice ma con sani principi morali, sviluppò una forte vocazione religiosa per cui, finite le scuole elementari a Rovigno, espresse il desiderio di farsi prete; però anche la modesta retta del convitto diocesano di Capodistria era superiore al magro bilancio della famiglia Santin. Alla fine con gli sforzi uniti di tutta la famiglia e di qualche benefattore, e grazie anche all'interessamento di don Giovanni Rota, dopo due infruttuosi tentativi riuscì ad essere ammesso come allievo interno al Convitto diocesano ove frequentò per otto anni il locale Ginnasio.

    Ogni estate il nostro Antonio tornava in famiglia rafforzando il legame con la sua città natale come scriverà, con un filo di nostalgia, nelle sue memorie quando ricorderà: "Le vacanze a Rovigno, sul mare. Il mare fu, è e sarà la mia gioia. Ho nel sangue la salsedine".

    Ma il mondo felice degli studi ginnasiali, proprio alla loro fine, venne bruscamente interrotto dagli eventi della I Guerra Mondiale: "Nel settembre 1914 entravo nell'ottava (classe NdA). La guerra era gia scoppiata. A dicembre ci fu la leva... fui trovato abile" ma grazie all'intervento del Vescovo che lo mandò al Seminario di Gorizia, ed alla legge che esonerava gli studenti di teologia, evitò il servizio di leva e le atrocità della guerra... aveva allora diciotto anni.

    Dopo aver evitato il servizio militare, superati gli esami dell'Ottavo anno e di Matura venne mandato al Seminario di Marburg, l'attuale Maribor, dove causa gli eventi bellici era stato trasferito il seminario di Gorizia. Per uno scherzo del destino non tanto distante da Wagna dove, come tanti altri istriani, era stata evacuata forzosamente anche la famiglia Santin

    "Rovigno era stata evacuata. Era scoppiata in maggio la guerra dell'Italia contro l'Austria. Dopo qualche tempo seppi che i miei erano stati portati come bestie prima in Ungheria, vicino Pécs, in quelle miniere di carbone, e poi nell'accampamento di Wagna, prezzo Leibnitz, nella Stiria. La situazione era penosa".

    Ordinato dall'arcivescovo di Gorizia e ricevuto il presbiterato dal vescovo di Trieste il 1° maggio 1918, la sua prima nomina fu quella di "cappellano esposto" a Mormorano, presso Barbana, dove per venire incontro alle esigenze dei suoi parrocchiani cercò di apprendere il croato. Dopo quattro mesi, con rammarico della popolazione di Mormorano, da cui nel frattempo era riuscito a farsi capire ed amare anche col suo stentato croato, venne però trasferito a Pola, ove una terribile epidemia di "spagnola" aveva falcidiato il clero.

    Antonio arrivò a Pola il 2 novembre 1918, in concomitanza col passaggio di sovranità della città dall'Austria al regno d'Italia. Qui inizia la sua attività come cooperatore, concludendola nel '32 come Parroco. Nel frattempo nel '23 si era laureato nel Pontificio istituto di Scienze Sociali di Bergamo, con una tesi sulla "schiavitù antica e l'opera della Chiesa". Nel 1933 infine, e con sua grande sorpresa, venne nominato vescovo di Fiume: "Cinque anni rimasi a Fiume. Una bella città, una diocesi piccola, trilingue, difficile, una popolazione buona, leale e degna di fiducia".

    Nel '38 viene nominato vescovo dell'importante diocesi di Trieste e Capodistria, ove cercherà di spendere il suo prestigio di vescovo, oltre quello personale, in favore degli ebrei e delle popolazioni slave della diocesi che la politica fascista vessava nelle più svariate maniere, cercando tra l'altro d'impedire le prediche in sloveno. Cosa questa che Mons. Santin, anche mettendo a repentaglio la propria incolumità fisica, cerco ostinatamente di combattere, applicando il sano principio che la predicazione dovesse avvenire nella lingua parlata dai fedeli.

    Svolgerà inoltre un delicato ruolo di raccordo tra tedeschi, partigiani, ed alleati nei convulsi avvenimenti del periodo aprile-maggio del '45 sia a Trieste che nell'Istria ove più volte rischiò di venir ucciso ora dall'una ora dall'altra parte. Ma in tutto ciò non dimenticava mai la sua piccola ed amata Rovigno: "Eravamo nei primi mesi del 1945. Ero a Gallignana dove dovevo avere un appuntamento con partigiani, che me lo avevano chiesto... Pensai di approfittarne per fare una capatina a Rovigno... salii al duomo e mi inginocchiai davanti all'arca di S. Eufemia, la nostra santa, a pregare; guardai quel duomo, quel mare, quelle case, quei luoghi, che avevo in cuore dalla mia fanciullezza e triste ripresi la via del ritorno. Fu l'ultima volta che vidi la mia città ".

    Visse con animo indomito e mai rassegnato il periodo della occupazione titina di Trieste, subendo a Capodistria nel giugno del '47 una intimidatoria aggressione comunista, avente lo scopo di frenare la sua opera in favore dei suoi tormentati fratelli istriani. Aggressione che lo lasciò pesto e sanguinante ma non per questo meno combattivo nello svolgere il suo compito pastorale.

    Come fu un difensore delle genti slave vessate dal fascismo, arrivando a salvare personalmente dei partigiani slavi, così lo fu degli italiani dell'Istria quando, precipitati gli eventi della guerra, la regione giulia fu invasa dai comunisti di Tito: "Fui e sono un sacerdote cattolico e mi sforzai sempre di essere giusto. Mi sforzai di esserlo in tempi difficili, quando tenere dure in certi settori (lingua slava nelle chiese, difesa dei sacerdoti slavi ecc.) e affermare certe tesi (i diritti delle popolazioni slave) era difficile e pericoloso... E se ieri difesi ebrei e slavi perseguitati, oggi difendo gli italiani cacciati dalle loro terre.... Alludo alle terre che, da sempre abitate da italiani, sono state aggiudicate contro ogni diritto ad altra nazione".

    Così visse il dramma dell'esodo istriano, in prima persona, accorrendo ovunque il suo popolo avesse bisogno del suo Pastore. Si recò pertanto a Pola, prima che venisse consegnata ai titini, per confortarne l'infelice popolazione, traendone una grande impressione nel vedere il progressivo svuotarsi della città: "Alle rive era attraccata la "Toscana", che raccoglieva i naufraghi di questo spaventoso fortunale che devastava una grande città. Tutta una popolazione che lasciava la propria città, case, chiese, campagne, cimitero, marine, tutto quello che era stato vita, lavoro, gioia, speranze e partiva. Nessuno si domandava dove sarebbe finito. Sarebbe finito in Italia, accolti male, in America, in Australia, nell'Europa del nord. Tutto il mondo li ha visti passare. Questa città vuota era un urlo di protesta contro l'ingiustizia, e di disperazione. Nessuno si chiese perché questa gente (e quelli dell'Istria, e di Fiume) se n'andava, impietrita dal dolore, con l'anima vuota e fredda come le case che lasciava".

    Collaborò attivamente con Giovanni XXIII, mentre nel luglio 1963 Paolo VI lo nominò vescovo "ad personam", infine nel gennaio del 1971 rinunciò alla sua carica vescovile ed al governo della diocesi triestina, causa i raggiunti limiti d'età. Tale decisione scatenò la protesta dei triestini che inviarono migliaia di firme per richiedere al Pontefice che Monsignor Santin fosse mantenuto sulla cattedra di San Giusto. Infatti le dimissione vennero accettate da Paolo VI solamente dopo più di quattro anni ed esattamente il 28 giugno 1975, l'anno del discusso trattato di Osimo, che sanciva la cessione alla Jugoslavia della Zona B. Vi fu chi vide in questa concomitanza di eventi una coincidenza sospetta.

    Dal 1975 al 1981, anno della morte, visse ritirato in una piccola villa nei pressi del Seminario diocesano ove scrisse le sue memorie nel libro "Al tramonto: ricordi autobiografici di un vescovo" (Trieste 1978).

    La sua opera e' illustrata inoltre da un articolo comparso sulla Porta Orientale, "La resistenza a Trieste e l'opera del Vescovo Santin" e dal libro di Guido Botteri: "Antonio Santin, Trieste 1943-1945", Del Bianco Editore - Udine 1963.

    Recentemente a Rovigno, nel nuovo clima politico, gli e stata dedicata una targa commemorativa apposta sulla sua povera casa natale.

    Quale vescovo di Fiume ebbe la sua arma personale che riuniva simbolicamente le città da lui amate: Fiume, Pola e Rovigno.

    (http://digilander.libero.it/arupin/santin.html)

    http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Santin

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    ANTONIO SANTIN

    “Ho 83 anni. E da questa altezza vorrei ora con uno sguardo penetrare nel senso della mia vita e del mio tempo. […] La mia vita incomincia nell’Ottocento, che fu detto stupido, ma non lo è né più né meno degli altri secoli. Ricordo le feste e le luminarie che celebrarono il passaggio del secolo. […] La terra ove nacqui apparteneva all’Austria fino al 1918, quando terminò la prima guerra mondiale. […]

    I sogni della mia fanciullezza e giovinezza si realizzarono nel sacerdozio. La vita fu un’avventura, che si svolse giorno per giorno, anno per anno, sempre nuova. Ma in ogni situazione Dio fu presente a illuminare i momenti oscuri, a sciogliere situazioni complicate, ad aprire vie difficili. […] Una vita varia dalle rive del mare alle aule del ginnasio, ove maturò la mia giovinezza, ai periodi di monastero per gli studi teologici, al lavoro nella metropoli grande e fascinosa che è Vienna, al ministero sacerdotale ed episcopale, ma Dio presente nel cuore e meta cui guidare le anime”.

    Così Antonio Santin, nel 1978, raccontava di sé nel capitolo finale del suo diario, significativamente intitolato “Al tramonto”.

    Era nato nel 1985 a Rovigno d’Istria, “da famiglia povera”: il padre era pescatore e la madre lavorava alla manifattura tabacchi.

    Dopo aver frequentato il ginnasio a Capodistria si recò in varie località per compiere gli studi teologici, a Gorizia, a Maribor e infine a Vienna, fino a quando, il 1° maggio 1918, venne consacrato sacerdote nel monastero sloveno di Zatina.

    La sua prima predica la tenne in croato a Momorano, una piccola località tra Barbana e Dignano e da qui, pochi mesi dopo, venne trasferito a Pola come vicario cooperatore.

    “A Pola dovevo restarci quindici anni. Gli anni più belli. Impegnato dalla mattina alla notte: chiesa con interminabili confessioni, predicazione, malati, scuola e tanta gioventù maschile e femminile. […] Il clero a Pola era in piedi alle cinque e aveva da fare fino a mezzanotte”.

    Quello che era stato “il primo porto di guerra dell’impero” versava allora in una grave crisi economica. La sua popolazione, che pochi anni prima era di circa settantamila abitanti, era scesa a quarantamila, anche per il massiccio esodo di croati e sloveni al sopraggiungere dell’amministrazione italiana. Per di più le tensioni sociali erano fortissime, come testimonia nel 1921 l’allarmato Commissario civile: nel suo rapporto denunciò l’operato sovversivo della “Camera del Lavoro bolscevica, cui aderiscono dodicimila unità, rappresentanti quasi l’intera popolazione della città”.

    Anche dal punto di vista politico gli scontri sono all’ordine del giorno: da una parte i fascisti, dall’altra gli sloveni, in mezzo i “popolari” di don Sturzo, per i quali il giovane sacerdote fa la campagna elettorale. In politica, però, i cattolici sono molto pochi e Santin deve impegnarsi a fondo per difendere la loro autonomia rispetto ad avversari molto più forti. Invitato da una “buona signorina a dire qualche parola alle “piccole e giovani italiane”, accetta ma si rifiuta di diventare tenente-cappellano dell’Opera Balilla: “Non fui fascista non solo perché un prete non fa politica, ma anche perché mi ripugnava il totalitarismo e il dominio esercitato nell’educazione della gioventù”.

    Dai “rossi” lo allontanavano il proclamato ateismo e l’appello alla via rivoluzionaria, così lontana dalla cauta dottrina sociale della chiesa.

    Nel suo diario Santin sottolinea ripetutamente di non aver mai conosciuto in quegli anni “una questione slava” e di aver sempre mantenuto rapporti fraterni con il clero e con il laicato croato. Ciò probabilmente favorì la sua nomina a vescovo di Fiume nel 1933.

    La diocesi di Fiume era stata costituita appena otto anni prima e comprendeva, secondo la bolla di Pio XI, “totum territorium in actuali civili provincia italica “Carnaro””.

    Fu una permanenza breve – “una grande parentesi fra Pola e Trieste” - segnata in particolare dalla annosa “questione dello schiaveto”, una forma arcaica di croato legata alla liturgia paleoslava, vicina al glagolitico, che un folto gruppo di fedeli, voleva mantenere nelle parti cantate della messa ed in alcune occasioni liturgiche.

    Era una questione in cui facevano tutt’uno la tradizione religiosa e il desiderio di mantenere la propria identità nazionale davanti alla violenta opera di snazionalizzazione imposta dal fascismo. Ma era anche per il clero e per il laicato croato una battaglia persa: solo pochi anni prima era stato firmato un concordato tra la chiesa e lo stato italiano e da entrambe le parti si voleva dare una prova di collaborazione e di unità di intenti: “Lo schiaveto in chiesa, che completamente sostituiva il latino nella Messa, era da anni un abuso, che già ripetutamente la Santa Sede aveva proibito. […] Mi rivolsi alla Santa Sede, che rispose come aveva sempre risposto: l’abuso andava tolto, il latino era la lingua liturgica. Tentai di far capire al clero e al popolo che non si poteva continuare con contrasti che turbavano gli animi e la pace delle sacre funzioni e che adeguarsi liturgicamente al latino universale era obbedire alla Chiesa, che questo aveva sempre chiesto”.

    La fermezza con cui il vescovo Santin, in conformità alle norme concordatarie, decise di imporre in tutte le chiese croate la liturgia latina, - nel 1936 minacciò di sospendere “a divinis ipso facto” “tutti i sacerdoti che nella nostra diocesi adopereranno altra lingua che non sia la latina” -, nonché i ripetuti tentativi di limitare l’insegnamento della religione in lingua materna al di fuori della scuola suscitarono non poche polemiche nella diocesi: numerosi sacerdoti sloveni e croati presentarono infatti un memoriale di protesta alla S. Congregazione dei riti e fedeli croati giunsero al punto di prendere contatti con il pope di Peroj per passare alla sua chiesa.

    Tra le iniziative religiose prese nei cinque anni trascorsi a Fiume furono particolarmente significative l’inaugurazione della chiesa della Beata Vergine Ausiliatrice cui era annesso un oratorio salesiano e la fondazione di un Istituto magistrale parificato “nel grande, nuovo e bellissimo monastero delle monache Benedettine”.

    Nel 1938 il grande balzo: Antonio Santin venne nominato vescovo della diocesi di Trieste-Capodistria, che comprendeva ben 115 parrocchie, sparse tra le province amministrative di Trieste e dell’Istria. Era il primo vescovo ad essere nominato secondo le nuove norme concordatarie.

    Una diocesi, la sua, che fin dal 1918 era stata scossa da drammatiche tensioni legate alla questione nazionale. In meno di vent’anni tre vescovi erano oggetto di pesanti pressioni politiche da parte del governo italiano: prima il vescovo Karlin, che all’indomani della guerra, non aveva nascosto le sue nostalgie per la Duplice Monarchia, poi Bartolomasi, che aveva difeso davanti a Giolitti i diritti nazionali degli sloveni e dei croati contro le violenze degli squadristi fascisti, e infine Fogar, che, isolato nella sua stessa diocesi per la sua malcelata opposizione al regime, aveva dovuto alla fine rassegnare le dimissioni.

    Con la sua nomina, si chiudeva un periodo di tensioni e di trattative tra il governo di Mussolini e la Chiesa che si trascinava da almeno un decennio: l’exequatur governativo sanciva così una soluzione che aveva trovato il favore di entrambe le parti.

    Da quell’anno, fino alla morte, Santin fu una delle figure dominanti della scena triestina, che si impose per autorevolezza e prestigio anche nei momenti più drammatici.

    Fino allo scoppio della guerra i rapporti tra il vescovo e le autorità politiche furono buoni: Santin era animato – come scrive Paolo Blasina – dalla “idea di una nazione cattolica serrata e compatta attorno ai propri altari, fedele e devota, in un regime che ha ridato alla Chiesa il suo ruolo cardine ed alla religione tutta l’importanza e l’onore dovuti”. Suo intento fu quindi, agli inizi, quello di armonizzare le varie istanze del mondo cattolico all’interno del “patto” concordatario con il regime; un progetto di azione che le pretese del fascismo di controllare l’educazione della gioventù, i suoi attacchi alla Azione Cattolica e poi lo scoppio della guerra resero ben presto difficile.

    La guerra significò anche, per la diocesi di Trieste e Capodistria, il drammatico acuirsi delle tensioni con il mondo sloveno e croato e quindi, di riflesso, delle tensioni tra il vescovo e il clero slavo. Santin si trovò in qualche modo tra l’incudine e il martello, tra le autorità fasciste che chiedevano alla Chiesa una fedeltà totale e pronta nella guerra contro la “barbarie slava”, al di qua e al di là dei confini, e i fedeli slavi che nell’imperialismo fascista vedevano il nemico di sempre e al suo pastore chiedevano un aiuto concreto anche sul piano politico. Più volte corse il rischio di scontentare gli uni e gli altri.

    Negli anni della guerra, della caduta del fascismo e dell’occupazione tedesca, il vescovo fu costantemente uno dei punti di riferimento e di mediazione più importanti. Quando, alla fine del luglio 1943, il regime fascista si dissolse e si creò un drammatico vuoto di potere, la Chiesa di Santin favorì la formazione del primo nucleo del CLN, di cui proprio un sacerdote, don Marzari, divenne uno dei capi più prestigiosi e influenti.

    Nel periodo della occupazione nazista il vescovo cercò di intervenire a favore della comunità ebraica, anche se in questo caso le possibilità di ottenere risultati positivi furono piuttosto scarse, sia per la durezza della repressione tedesca, sia per la linea di comportamento scelta dalla Chiesa cattolica in quegli anni drammatici.

    L’invasione della Jugoslavia da parte degli eserciti italiani e tedeschi aveva aggravato i rapporti, già tesi, tra italiani e sloveni e la lotta partigiana contro gli occupanti aveva scavato un solco doloroso anche nel clero della diocesi. Una parte dei sacerdoti sloveni e croati si era infatti schierata a fianco del movimento di liberazione e delle sue rivendicazioni nazionali, collaborando di fatto con i comunisti, che in quel movimento erano i principali animatori della resistenza. Santin, invece, espresse sempre la più dura condanna nei confronti di quei “nemici dell’ordine”, che, con una “falsa propaganda” conquistavano sempre più l’appoggio della popolazione.

    All’indomani del 1945 scoppiarono nuovamente polemiche sul comportamento tenuto in quegli anni dal vescovo nei confronti dei fedeli sloveni e in città se ne fece interprete il sacerdote Virgil Šček, che trent’anni prima aveva difeso con coraggio i diritti del suo popolo dagli scanni del Parlamento italiano. Quando, agli inizi di settembre, Šček si dichiarò a favore dello “Osvobodilna fronta” (“Fronte di Liberazione”) ed attaccò le opzioni “filoitaliane” del vescovo: Santin intervenne con grande intransigenza contro tutti quei sacerdoti che, al seguito di ek, volevano ridar vita al vecchio “Sodalizio dei sacerdoti di San Paolo”, tanto caro alle tradizioni del clero sloveno: “Apprendo che domani si dovrebbe tenere a Trieste una riunione del Clero Sloveno sotto gli auspici dello “Zbor s. Pavla”. Proibisco a tutti i sacerdoti di intervenire e di riunirsi sotto qualsiasi pretesto”.

    La stessa intransigenza mostrò quando si trovò, nel 1946, davanti ai “gravamina” del clero sloveno e croato stilati ed esposti in buon latino dal sacerdote Jakob Ukmar. Alle molte “doglianze” puntuali e circostanziate il vescovo rispose immediatamente: “Sicuro, serenissimo” - scrive Alojz Rebula – “esemplarissimo come vescovo cattolico, egli rigettava tutte le rimostranze. Tra le “doglianze” i sacerdoti sloveni avevano fatto notare che non avevano mai, “nemmeno dopo il mese di luglio del 1943, sentito il vescovo alloquirli nella loro lingua”!”.

    Negli anni successivi questa tendenza a guardare con cautela e sospetto alle iniziative “autonome” del clero sloveno e croato ed il suo costante appoggio alle rivendicazioni nazionali degli istriani furono al centro di non poche polemiche, soprattutto quando il vescovo mostrò apertamente la propria simpatia per le giunte centriste rette da Gianni Bartoli, che spesso, per motivi di lotta politica, avevano finito con l’identificare il mondo slavo con la “barbarie comunista”.

    Anche negli anni Cinquanta Santin svolse un ruolo importante nelle vicende della città e non mancò mai di far sentire la sua voce nei momenti più delicati e difficili: ne sono esempi significativi le sue prese di posizione contrarie alle clausole del trattato di pace che interessavano i confini nord-orientali, e, sette anni più tardi, la sua contrarietà nei confronti degli accordi di Londra.

    La crisi del “centrismo” e delle alleanze che avevano sostenuto i governi De Gasperi modificarono profondamente gli equilibri politici anche a Trieste e la influenza politica del vescovo divenne in città sempre meno determinante. Molto interessante al riguardo la testimonianza di Corrado Belci, uno dei leader della Democrazia Cristiana che impressero al partito la svolta verso il centro-sinistra: “La divaricazione tra la posizione di Santin e quella di una parte della comunità triestina (segnatamente per quanto concerne il mondo cattolico) si accentua nella primavera-estate del 1964, dopo dieci anni di pieno inserimento, anche politico, di Trieste nella vita dell’Italia repubblicana. La Democrazia cristiana di Trieste, imboccata la strada del centro-sinistra, con l’alleanza politica ed amministrativa con il Partito socialista italiano, si dichiara favorevole all’elezione, come assessore nella giunta comunale di Trieste, di un socialista sloveno, l’ex-direttore del quotidiano Primorski Dnevnik, Dušan Hreščak”.

    Il vescovo espresse in varie sedi la sua opposizione a questa iniziativa che vedeva anche il mondo cattolico spaccato in due posizioni opposte: sulla Vita Nuova una nota non firmata, ma la cui attribuzione non lasciava dubbi, “diffidò” i dirigenti cattolici ad avallare quella scelta della DC ed invitò esplicitamente i responsabili ad “andarsene” e a lasciare la guida della DC a coloro che si erano opposti fin dall’inizio a quella apertura ai socialisti.

    Quando, nel novembre del 1975, Italia e Jugoslavia risolsero definitivamente le vecchie pendenze sui confini nord-orientali attraverso il trattato di Osimo, Santin manifestò ancora una volta la sua opposizione. Così ricordò nel suo diario quelle giornate: “Vi furono parecchi torti che furono fatti a Trieste. Ultimo il trattato di Osimo, che la riguarda da vicino e che fu stipulato di nascosto, negando fino all’ultimo che si pensasse a simili piani, passando sulla sua testa senza che fosse interpellata la città”.

    Ma ormai il suo impegno episcopale era al termine. La richiesta di dimissioni presentate “per raggiunti limiti di età” questa volta venne accolta. Nell’ottobre del 1977, in coincidenza con la nomina del nuovo vescovo di Trieste, Lorenzo Bellomi, il Vaticano ridefinì i confini della diocesi conformemente ai nuovi accordi internazionali presi dai governi di Roma e di Belgrado.

    Si concludeva così un periodo molto importante e delicato per la chiesa triestina. Santin sopravvisse qualche anno alla fine del suo episcopato. Morì nel marzo del 1981 e il suo corpo venne tumulato nella cattedrale di San Giusto, come aveva chiesto - “se possibile” - nel suo testamento.

    http://www.atrieste.eu/Wiki/doku.php?id=storia_ts:biografie:santin_antonio

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    ANTONIO SANTIN, IL VESCOVO CHE SFIDO' IL POTERE"

    Oggi alle 18.30 nella Cattedrale di San Giusto a Trieste il vescovo Giampaolo Crepaldi una messa in ricordo del vescovo Antonio Santin, considerato il "defensor civitatis" di queste terre, di cui ricorrono i trent'anni dalla morte.

    Nato a Rovigno l'8 dicembre del 1895, primogenito di undici figli, Santin, dopo aver frequentato il Seminario di Maribor, venne ordinato sacerdote dall'arcivescovo di Gorizia e ricevette il presbiterato dal vescovo di Trieste il primo maggio del 1918. di ROBERTO SPAZZALI

    Esattamente trent'anni fa si spegneva monsignor Antonio Santin, ultimo arcivescovo di Trieste e Capodistria. Se si dovesse stilare una graduatoria delle personalità che hanno caratterizzato per impronta e carisma il Novecento triestino, sicuramente gli spetterebbe il primo posto. In una città laica, non anticlericale, come Trieste sarebbe un riconoscimento per nulla clamoroso, per quanto egli ha rappresentato nel lungo episcopato tergestino, 37 anni, dal 1938 al 1975 e prima ancora per un quinquennio alla guida della diocesi di Fiume.

    Tutti i triestini che hanno superato il mezzo secolo di vita lo ricordano perfettamente come presule e come uomo, quando si è trovato al cospetto della Storia e delle vicende più drammatiche che essa ha riservato a Trieste nel XX secolo, svolgendo fino in fondo un compito che poi gli ha consegnato la solenne attribuzione di "defensor civitatis", ma anche più bonaria e non meno pregnante si significato, coniata da Pier Antonio Quarantotti Gambini, di "vescovo con gli speroni" per la determinazione dimostrata nei momenti cruciali quando egli dovette impugnare il Pastorale e brandirlo, non appoggiarvisi, per difendere la sua comunità dalle spade sguainate.

    Tra le molte immagini che raccontano il suo lungo ufficio mi vengono in mente subito quelle note ma significative di un giovane monsignor Santin, appena nominato vescovo, che affronta perentoriamente Mussolini sul sagrato di San Giusto provocandone l'irato stupore, oppure quella che lo vede qualche anno più tardi, quasi nello stesso luogo, a trattare la resa del presidio tedesco e scongiurare così la distruzione della città. Ma non si può dimenticare quella di Santin, con il volto tumefatto, vilipeso ed offeso, rientrare da Capodistria dove era stato ordito un odioso agguato e un disegno criminale di ucciderlo, magari con una pietra al collo, nel golfo di Trieste. 1938, 1945, 1947, tre date e tre momenti della storia, ma si potrebbero indicare anche altre date ed altri momenti in cui dovette assolvere al vuoto del potere e rappresentare la tutta la sua gente e in particolare gli esuli giuliano-dalmati cui si sentiva parte

    . C'è ampia letteratura sul suo episcopato (Guido Botteri, Sergio Galimberti, Ettore Malnati, Pietro Zovatto), oltre le sue memorie e i suoi scritti e tutte le innmerevoli citazioni da coloro che si sono occupati della storia contemporanea della Venezia Giulia. Quattro anni fa il Comune di Trieste organizzò pure una mostra fotografica e documentaria.

    Un fatto straordinario per un uomo di Chiesa a riprova della rilevanza che egli ha avuto, di un uomo che è stato immensamente amato ed altrettanto temuto e perfino odiato dai suoi detrattori e dagli avversari, perché egli rivestì proprio nei momenti più difficili il duplice ruolo di guida della chiesa tergestina e di pubblica autorità morale ed istituzionale. Anche per questo il giudizio indubbiamente risente del periodo storico in cui si espresse il suo lungo operato.

    Carattere determinato che seppe e volle trattare le autorità politiche e militari da una posizione di autorevolezza morale che egli rappresentava nel pieno esercizio di una istituzione di primo rango. Senza ripercorrere per intero la sua vita non si può ignorare l'origine popolare istriana - era nato a Rovigno - i suoi studi ginnasiali e seminariali sotto l'impronta austro-ungarica, l'ordinazione nelle mani del vescovo di Trieste monsignor Karlin, l'esperienza da parroco a Momorano e poi a Pola.

    Giunse a Trieste succedendo a monsignor Luigi Fogar, duaramente osteggiato dai fascisti, e dovendo così superare le perplessità iniziali. Fermo nella obbedienza al Pontefice egli dovette fare pure i conti con un regime fascista, nato pagano, che compì la perfetta saldatura di regime con i Patti Lateranensi senza tuttavia riuscire a piegare la Chiesa all'ideologia.

    Consapevole di ciò, seppe allora affrontare Mussolini, per due volte, perorando anche la causa degli ebrei perseguitati e cercando di trovare una soluzione alle ostilità poste dai gerarchi locali al clero sloveno e croato, disse quello che doveva dire ai nazisti tedeschi, ai comunisti jugoslavi, ai generali anglo-americani, ai funzionari governativi italiani.

    La gente comune lo ricorda ancora dietro le bare dei sei caduti del novembre '53 ed accanto gli operai del cantiere San Marco minacciato di chiusura nel '66. Dovette affrontare gravi crisi all'interno del clero di una diocesi, dopo il 1945, divisa da una frontiera anche ideologica, ma anche le trasformazioni del mondo cattolico con il Concilio Vaticano secondo, le incomprensioni con Azione Cattolica, i difficili rapporti con la Dc morotea alle prese con il centrosinistra.

    Certo, va riconosciuta l'intransigente difesa dell'autonomia dell'istituzione ecclesiastica ma anche l'indubbio impegno pastorale, come il sostegno all'opera missionaria in Kenya, con significative proiezioni civili.

    E proprio per la complessità della figura e del suo tempo Antonio Santin attende ancora una biografia completa e ragionata.

    "Il Piccolo di Trieste "17 marzo 2011



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