"L'INFERNO DELL'ADRIATICO" - GOLI OTOK (ISOLA CALVA)

  • Wikipedia

    L'Isola Calva (in croato Goli otok, in italiano più raramente isola Golli), è un'isola della Croazia.

    L'isola è situata a breve distanza dal litorale croato, dal quale è separato dal canale della Morlacca, e comunica col Quarnerolo dal lato occidentale. Assieme alle contigue isole di Pervicchio e San Gregorio si trova tra le isole maggiori di Arbe e Veglia, proprio sul confine con l'arcipelago dalmata.

    Il campo di concentramento di Goli Otok

    L'Isola Calva, così denominata a causa del suo aspetto (è una piccola isola rocciosa battuta dalla bora e quasi priva di vegetazione), è divenuta tristemente famosa nel secondo dopoguerra quale sede di un campo di concentramento della Jugoslavia destinato a ospitare gli oppositori al regime di Tito. In particolare, dopo la rottura tra Stalin e Tito del 1948, sull'isola vennero deportati molti dei comunisti, jugoslavi e non, vicini alle posizioni staliniste. Oltre a questi il campo ospitò detenuti politici anticomunisti e criminali comuni.

    Secondo il saggio di Giacomo Scotti intitolato "Goli Otok - italiani nel Gulag di Tito", il totale dei detenuti politici a Goli Otok può essere stimato in oltre 30.000, dei quali circa 4.000 trovarono la morte per torture o sfinimento. L'isola cessò di essere un campo di "rieducazione politica" nel 1956, ma la colonia penale fu chiusa definitivamente solo nel 1988. Ligio Zanini (1927-1993), poeta di Rovigno, scrisse Martin Muma (1990), un'autobiografia con racconto della sua prigionia nel famigerato campo.

    Un altro famoso prigioniero del campo fu Vlado Dapcevic.

    --------------------------------------------------------------------------------------------------

    (fonte internet)

    Goli Otok (Isola Calva o nuda letteralmente)

    era un nome che incuteva terrore, un nome che veniva pronunciato a voce bassa - per spaventare o distogliere qualcuno dai pensieri "proibiti". Un campo di prigionia da dove sono passati circa 30.000 appartenenti al Partito Comunista Jugoslavo dal 1949 al 1956 - ovvero dalla rottura con Stalin e le conseguenti minacce di invasione fino alla "distensione" sotto Kruscev. Un lagher simile ai gulag sovietici o ai campi di rieducazione cinesi. Il 10% dei detenuti è morto sull'isola, maggior parte uccisi per mano dei propri compagni. Nella sua struttura Goli Otok si distingueva dai gulag perchè funzionava sul principio di perpetuum mobile, ogni tipo di solidarietà tra i prigionieri era spezzata fin dall'ingresso, mentre la funzione del lagher era quella di formare spie, prima costringendoli a tradire i compagni e poi usandoli come informatori in cambio di una libertà vigilata. Il tutto ovviamente aveva come obiettivo quello di "far aprire gli occhi ai compagni che sbagliano" e aiutarli ad essere riportati sulla rette via. Non mi soffermerò sui dettagli abberranti, sul terrorismo psicologico, le torture, i capò "ustascia", eroi della resistenza torturati...Sembra che non ci sia neanche uno stato al mondo che non abbia avuto un campo di concentramento per i prigionieri politici nel corso del novecento, compreso il Bel Paese con i suoi carceri speciali (dove, seppure in proporzioni minori, non sono mancate torture, utilizzo di aguzzini mafiosi ed altri sistemi totalitari), occultati dalla storia ufficiale, e riportati alla luce solo in alcuni ambiti ben precisi. Quella che segue è la traduzione di uno dei scritti introduttivi al romanzo "Le Hawaii di Tito" di Rade Panic, ad opera dell'autore stesso, un medico jugoslavo reo di aver dubitato del modello socialista che si stava instaurando. Potete leggere gli articoli e la biografia sul suo sito "Tito's Hawaii".

    Tradotto dal sito di Rade Panic*, medico e scrittore jugoslavo reduce del campo di concentramento per i prigionieri politici Goli Otok, su cui scrisse il libro intitolato Hawaii di Tito (Titovi Havaji).

    Goli Otok è un'isola non abitata dalla superficie di circa cinque chilometri quadrati che si trova nel Mar Adriatico vicino all'arcipelago Kvarner. Il villaggio più vicino sulla costa è Lukovo a circa tre miglia marittime. Malgrado le correnti forti, un buon nuotatore potrebbe attraverse quel pezzo di mare fino alla costa. In alcuni casi di fughe, i prigionieri usavano le assi di legno, ma che io sappia, nessuno è mai riuscito a fuggire, probabilmente perchè i contadini e i pescatori vivevano nel terrore e non osavano aiutare i fuggiaschi stremati. Nelle mappe nautiche la zona che circondava l'isola era severamente proibita. Addentrandosi con la nave (probabilmente durante le esercitazioni .ndt), un generale dell'esercito jugoslavo ha dovuto sorbirsi una lunga predica da parte del capitano dell'UDBA. Ha dovuto ascoltare in silenzio e a testa china. Molto spesso soffia una forte bora. Alcune erano così forti che i prigionieri dovevano tenersi per mani mentre si spostavano sul campo di lavoro. La bora e il terreno poverissimo hanno impedito la crescita della vegetazione. Piantavamo pinetti e acacie, cercando di migliorare l'aspetto di Goli. Fino ad allora non è stato rilevato nulla che possa essere sfruttato economicamente. Sembrava fosse fatto apposta per un campo di concentramento. Secondo alcuni gli austro-ungarici deportavano i prigionieri in quel luogo, ma noi non vedevamo alcuna traccia dei lavori, a parte una voragine, che dopo i nostri lavori fu usata per la struttura 101, lager dentro lager, l'ultimo cerchio.

    Il lager fu aperto nel 1949 e l'ultimo stalinista fu rilasciato nel 1956. Quella data era la fine della gestione speciale dell'isola. Dopo era andata sotto controllo dell'autorità della repubblica Croazia che lo userà come carcere speciale per i nazionalisti. Quando me ne stavo andando dall'isola nel 1951, ho fatto il giuramento che non sarei mai più tornato. Come molti altri giuramenti, anche questo l'ho tradito nel 1990. Il romanzo fu già finito da un pezzo (Hawaii di Tito, Rade Panic,1997), ma io non ero del tutto soddisfatto. Volevo controllare alcune cose a tutti i costi, volevo sentire di nuovo il caldo di quei sassi, di toccare i pini che piantavamo. Così decisi di visitarlo nell'agosto del 1990. A quei tempi stavano cercando di farlo diventare un luogo turistsico. Gli adetti ai lavori sorridenti si scusavano per la situazione provvisoria, promettendo che l'anno prossimo sarà meglio. Mi ero aggregato ad un gruppo che aveva anche la guida, quest'ultimo un ex detenuto nazionalista. Racconta di com'era l'isola durante la sua prigionia. Crudele, spietata ma con una divisione chiara, polizia da un lato i detenuti dall'altro, senza infiltrazioni e capò. Chi c'era prima di voi sull'isola, chiesi. Le spie russe, mi disse, e fece un cenno evasivo con la mano. Mi staccai dal gruppo e gironzolai nei dintorni, andando verso il campo da tennis sulla costa. Lì nel 1950 c'era un cipresso spaccato da un fulmine, spelacchiato ma molto profumato. Questo profumo mi faceva diventare triste tutte le volte che lo sentivo. In quel punto ogni mattina i prigionieroi dovevano bagnare e lavorare laterite, che assumeva un colore nutriente di cioccolato. In quel luogo ex calciatore Bozovic, prigionieri pure lui, dava le lezioni di tennis ai "caporali" del lager. Mi ricordo Bozovic. Consumato, tornava in sè appena-pena grazie agli avanzi della loro mensa, prendeva con facilità i loro tiri e li restituiva morbidamente, presente in tutti gli angoli, senza sforzo e senza correre troppo. 1990 il cipresso non c'è più, mentre il campetto è scomparso come coperto dalla sabbia e detriti di pietra. L'isola torna ad essere quello che è. I pini che piantavamo, o sono scomparsi o sono rimasti nani. Acacie hanno preso un po' di più.

    Corro verso l'altro lato, per vedere la struttura 101, alla cui costruzione ho contribuito scavando, un luogo pensato per i casi irreparabili. Non riesco a trovarlo. I nostri aguzzini hanno tentato di nascondere qualcosa - hanno nel sangue questa cosa. Di tutto rimane solo un breve tunnel con le catene cimentate nel muro. Una turista tedesca dai capelli rossi si fa fare le foto con le mani infilate tra i grossi annelli di metallo. Inoltre quella parte dell'isola era attraversata da un canale di scolo dalla forma del tetto rovesciato. Mi sposto dall'altra parte del canale cercando di orientarmi. Stavo su un parapetto di pietra alto circa un metro e c'era qualcosa che non mi tornava. Voglio saltare, dimenticandomi dei miei sei decenni, e con la massa che del corpo raddoppiata dai tempi di prigionia, casco giù. Inciampando ero caduto sui sassi appuntiti. L'isola rivendicava il proprio diritto su di me. Per fortuna si era trovata della brava gente. In qualche modo abbiamo fermato l'emorragia - o si era fermata da sola - e rimango con le gambe sbucciate. Era arrivato il momento di andare, scendiamo verso il porticciolo. Volevo vedere quanto tempo sono rimasto svenuto. Era passata un'ora. In quel momento mi era diventato chiaro che non dovevo cercarlo. Era un'ora significativa, e credo che sia rimasta lì a scorrere all'infinito sotto qualche sasso.

    A chi era venuti in mente di portarci lì? Vladimir Dedijer, uno storico e patriota scrisse: "Nella discussione che ho avuto con lui (Con Stevan Krajacic, ministro degli interni croato ai tempi di Goli Otok) il 21 marzo 1982, mi disse: Ero in viaggio con Augustincic (noto scultore jugoslavo) in tutte le cave per estrazione di marmi cercando di trovare la qualità giusta e simile a quello di Carrara. Così siamo arrivati a Goli Otok a sud di Senj. Di lui ho parlato a Kardelj e a lui balenò l'idea di piazzare un campo di concentramento proprio lì." (V. Dedijer: nuove fonti per la biografia di J.B. Tito, Rad, Beograd, 1984 pag. 465). Era interessante notare i tentennamenti nella coscenza dei vertici jugoslavi. Ancora Dedijer: ..."il nostro rappresentante diplomatico presso le Nazioni Unite mi rivelò: all'interno dell'UN stavamo lavorando da alcuni anni alla Carta dei Diritti Umani. Un giorno è arrivato a New York pubblico ministero Brana Jevremovic come rapprsentante della Jugoslavia per la Commissione dei diritti umani. Lui ha portato la direttiva di Kardelj che dobbiamo dare l'emendamento per un nuovo articolo della Carta dei Diritti Umani, quello secondo il quale ogni stato ha diritto di legalizzare i campi di concentramento. Questo emendamento diceva grosso modo: Ogni stato ha il diritto, nel caso di necessità, e nell'interesse della tutela dell'ordine e delle istituzioni, di imprigionare a tempo indeterminato con un procedimento abbreviato, i cittadini che minacciano l'integrita dello stato manipolati e asserviti ad una potenza straniera. Io - diceva il dimplomatico citato prima - mi sono opposto fortamente di codificare una proposta del genere, che in quel momento (dietro la minaccia dell'invasione sovietica ndt.) era un problema specificatamente jugoslavo; quindi ho informato il capo della nostra delegazione Dr. Alesa Bebler. Lui ha concordato con il mio punto di vista, e quindi ha fatto pressioni su Kardelj purchè si rinunci da una proposta tanto inopportuna. Kardelj ha accettato le obiezioni di Bebler e così ci siamo salvati dalla vergogna di essere il paese che propone l'apertura dei campi di concentramento nella lCarta dei Diritti Umani." Quello di cui non si sà - non esiste. Questo è il credo dei nostri dirigenti ed è quello che gli ha permesso di dare le lezioni di etica al mondo per quarant'anni. La grande necessità di cui parlava il diplomatico è terminata, naturalmente, con un grande tanfo.**

    *"Nuzda" tradotto necessità significa anche "bisogno" nel senso fisiologico di espellere escrementi.

    -------------------------------------------------------------------------------------------

    (fonte Internet)

    L'INFERNO TITINO

    Di quanto è avvenuto nei lager nazisti è disponibile un'ampia documentazione nonché moltissime testimonianze.

    Al contrario, su quanto avvenne nella Jugoslavia di Tito e nei campi di concentramento comunisti la documentazione, le testimonianze e soprattutto la possibilità di accedere agli archivi di stato ed ad altre fonti utili alla comprensione dell'accaduto, sono alquanto carenti e rendono la dimensione della carneficina, attuata dai titini, quasi impossibile da ricostruire.

    Nessuna telecamera ha mai filmato i campi jugoslavi o le loro vittime, come invece è accaduto in Germania.

    La mancanza di documentazione filmata, oltre ad una precisa volontà, ha fatto sì che per la nostra cultura, molto legata alle immagini, tutto ciò fosse come mai esistito.

    Ciò che avvenne è stato a lungo dimenticato dalla storiografia. Un'immane tragedia, volutamente sepolta, che pesa come un macigno sulle coscienze di quanti sapevano e non intervennero e di quanti in nome della libertà e della "fratellanza" massacrarono senza pietà.

    Nei campi di concentramento comunisti jugoslavi vennero deportate e persero la vita migliaia di persone, militari e civili, fascisti, antifascisti, membri della resistenza, numerosi reduci dai lager nazisti e persino molti comunisti.

    Dal giugno 1948, infatti, dopo l'espulsione della Jugoslavia dal cosmo sovietico in cui gravitavano i paesi legati al "Patto di Varsavia", anche i cominformisti, ovvero quei comunisti fedeli all'ortodossia leninista stalinista legata al Cominform, che aveva condannato Tito, finirono nei campi di concentramento.

    Fu un'immensa tragedia, all'interno della quale si svolse anche una dura lotta fratricida, fra comunisti.

    I campi di concentramento iugoslavi

    Fra i campi di concentramento jugoslavi ricordiamo Borovnica, Aidussina, Skofia Loka, Maribor, Goli Otok (Isola Calva) e Sveti Grgur (Isola di San Gregorio), In questi luoghi molti morirono di torture o si suicidarono, altri vennero semplicemente lasciati morire di fame o di sfinimento.

    La bestialità dei campi di concentramento comunisti richiama alla memoria quella dei lager nazisti. Ma, come già rilevava Vittorio Strada

    Il problema, (…), non è soltanto quello di appurare quale dei totalitarismi, quello "rosso" e quello "nero" (o "bruno") abbia commesso più crimini, e neppure quello di mettere assurdamente questi inediti crimini politici e ideologici di sterminio in parallelo coi pur orrendi crimini di guerra "tradizionali", bensì quello di confrontare i due tipi di sterminio, quello "rosso" e quello "bruno", individuandone le indubbie peculiarità e, insieme, ciò che li accomuna. E' questo il tipo di problema che quasi mezzo secolo fa, si pose Julij Margolin, un ebreo sionista che tornato nel 1939 per un breve viaggio da Israele nella sua città natale in Polonia allora occupata dalle truppe sovietiche, fu arrestato come "elemento socialmente pericoloso" e condannato a sei anni di Lager nella "patria del socialismo". Filosofo e scrittore, autore di una delle prime testimonianze sul Gulag, Margolin nel 1950 osò formulare una domanda che ancor oggi suona "reazionaria", se non sacrilega, agli eredi di Lenin e Stalin: "E' possibile confrontare i Lager hitleriani con quelli sovietici?".

    La risposta che Margolin diede nel suo saggio fu positiva: essi si possono comparare perché fra di loro ci sono molte affinità. C'è somiglianza nei fini.

    Entrambi hanno lo stesso carattere aggressivo, rapace e disumano. Entrambi si servono ugualmente del sistema dei Lager per schiacciare la resistenza politica dei loro avversari. (…) L'hitlerismo ha lanciato un'aperta sfida alla famiglia dei popoli europei, a un retaggio secolare, a una tradizione di libertà e umanismo. Il suo regime banditesco esso non l'ha nascosto e non ha ingannato nessuno, costituendo un pericolo evidente e indubbio. Diverso è il caso del sistema comunista sovietico, che è stato un pericolo invisibile e furtivo, ignoto alla società europea, anche se i microbi di questa terribile malattia sono già penetrati all'interno della sua cultura. Salvarsi dall' hitlerismo, sia pure a prezzo di una lunga guerra, è stato più facile che salvarsi dall'altro "sistema di Lager" che si cela sotto la maschera di una fraseologia democratica, di parole d'ordine socialiste e di un grande vessillo su cui è scritto "pace" e il cui spirito è tanto più pericoloso quanto più è sincero.

    Goli Otok

    L'isola Calva o Goli Otok: due modi diversi per chiamare quello stesso luogo, che dal 1949 al 1956 il regime di Tito, trasformò in un inferno, in un luogo di tortura e di morte.

    Goli Otok è un grande sasso in mezzo al mare, arido, deserto, riarso dal sole d'estate e battuto dalla bora gelida d'inverno. Uno spuntone di roccia, alto fino a 230 metri, posto in mezzo al Canale della Morlacca, tra l'isola di Arbe (Rab) e la costa dalmata. E' qui che Josip Broz Tito fece deportare, dal 1949 al 1956, oltre 30.000 prigionieri politici, dei quali circa 4.000 morirono a causa dei disumani trattamenti subiti. Chi ne è uscito, è rimasto profondamente colpito nel fisico e nello spirito, spogliato di ogni volontà di ribellione o di rivendicazione.

    Delle ben diciassettemila persone rinchiuse in questo luogo (tra cui anche centinaia di monfalconesi), molti morirono dopo aver subito indicibili torture o si tolsero la vita.

    Meglio un mese a Dachau che un'ora a Goli, dichiarò l'italiano Mario Bontempo, che era stato in tutti e due i lager.

    Particolari su questo inferno titino, riportati da Diego Zandel, fanno riferimento alla crudele contabilità dei deportati all'Isola Calva: dal 1949 al 1956 sarebbero stati oltre 30.000 i prigionieri politici internati, dei quali circa 4.000 morirono a causa dei disumani trattamenti subiti.

    Chi sbarca a Goli Otok riceve un terribile benvenuto: una doppia fila di detenuti urlanti slogans titini, in mezzo alla quale il nuovo internato passava ricevendo bastonate, calci e sputi. Chi, già detenuto, bastonava, sapeva che se si fosse dimostrato poco crudele o solo indeciso, sarebbe stato a sua volta bastonato dagli altri.

    Nei campi di detenzione jugoslavi la parola chiave è ravvedimento. Il ravveduto è colui che senza esitazioni o ripensamenti comprende il suo errore e aderisce entusiasta alla linea politica del Partito Comunista jugoslavo. Per sancire l'irreversibilità del proprio ravvedimento deve trasformarsi a sua volta in aguzzino.

    È lui che più di ogni altro si impegna a procurare atroci sofferenze ai cominformisti non ancora ravveduti.

    E' semplicemente impossibile descrivere la vita a Goli, in quell'atmosfera di continue urla di dolore, di incessanti bastonate, di slogan perennemente gridati, inni idioti cantati in coro, senza quasi posa, sotto tortura. No, non è assolutamente possibile descrivere una situazione nella quale alcune migliaia di persone, disperate, si bastonano e si uccidono a vicenda. Nessun uomo può raccontare queste cose senza provare orrore e nessuno può esprimere questo orrore.

    A tale terribile scenario si aggiungono anche le testimonianze dello scrittore e accademico Dragoslav Mihailovic e di un prigioniero del lager, Stipe Govic, secondo i quali il maresciallo Tito aveva predisposto dei piani di sterminio dei prigionieri nella malaugurata ipotesi che i sovietici avessero pensato di intervenire per "punire" i compagni jugoslavi. Di fronte ad un'eventuale avanzata sovietica, dunque, tutti gli impianti dell'isola maledetta sarebbero dovuti saltare in aria, facendo così sparire in una notte tutti i documenti e i prigionieri rimasti, in un quadro di cinica e brutale "soluzione finale".

    Ma non è tutto: nel caso in cui il regime titino si fosse trovato di fronte all'estremo pericolo, ogni cosa era stata studiata (o addirittura predisposta?) affinché gli ex deportati superstiti fossero sterminati in una notte sola.

    --------------------------------------------------------------------------------------------

    (fonte Internet)

    GOLI OTOK ...UN PASSATO PESANTEl

    Campo di rieducazione di Tito per quarant'anni, l'isola croata di Goli Otok ospiterà presto un centro di documentazione e memoria. Per gli ex detenuti, il riconoscimento di ciò che hanno vissuto arriva al termine di una lunga battaglia, scrive il quotidiano olandese Trouw.

    Siamo nel 1949, a mezzanotte, in una oscura stanza in Montenegro. Dmitar Kastratovic, uno studente di 18 anni, si siede con le mani legate dietro la schiena. Leader della locale sezione giovanile del Partito Comunista, è stato arrestato dieci giorni prima per possesso illegale di un giornale sovietico. "Tito o Stalin?", chiede l'agente della polizia segreta puntando la sua pistola al torace di Kastratovic. La risposta fu "Stalin". Due giorni dopo era in carcere: rimase per quasi tre anni nel campo di Goli Otok.

    Kastratovic ormai ha quasi 80 anni ma il ricordo di quel terribile periodo continua a popolare i suoi incubi. Ricorda di aver lavorato per ore sotto un sole ardente e senza acqua. "A volte ci davano quattro fagioli. Ma quando le guardie sentivano qualcuno lamentarsi della fame, punivano tutti. Ci obbligavano a correre per ore. Ho ricevuto percosse finché non crollavo al suolo".

    Le torture subite a Goli Otok gli sono costate un rene e delle forti emicranie che continuano tutt'ora. Nei sogni ritrova ancora le immagini dei suoi amici che si suicidano gettandosi da alte rocce e di quelli morti di esaurimento nervoso. A lui venne ordinato di trasportare i corpi dall'altra parte dell'isola, e seppellirli a mani nude.

    Goli Otok ora è accessibile al pubblico. "Ma non ci si troverà il tipo di informazioni che propone la mostra di Zagabria", dice Sacha Zanko, coordinatore croato del progetto all'istituto Berlage di Rotterdam, una scuola internazionale di formazione per architetti e urbanisti. In collaborazione con l'Associazione croata degli Architetti e l'Organizzazione dei prigionieri croati, Ante Zemljar, l'istituto olandese ha sviluppato l'idea di trasformare Goli Otok in un memoriale.

    La mostra a Zagabria presenta documenti e fotografie prodotti dagli ex detenuti. Questi ultimi sperano che questo memoriale possa contribuire a correggere l'errata convinzione di molti per cui la Jugoslavia fu un paese modello prima di disintegrarsi negli anni Novanta. "Goli Otok era un gulag jugoslavo, un campo di lavoro in cui erano inviati gli stalinisti e gli oppositori di Tito, per essere 'rieducati'", spiega Trvtko Jakobina, storico presso l'Università di Zagabria.

    Nei primi anni Novanta Berislav Jandric, storico croato dell'Istituto Storico di Zagabria, ha cercato di analizzare le attività della polizia segreta del regime comunista tra il 1949 e il 1953. "Le autorità croate hanno vietato di pubblicare i nomi dei detenuti, per paura di essere perseguiti per violazione dei diritti umani".

    Gli ex detenuti hanno fatto campagna per anni, senza successo, per avere giustizia. I torturatori non sono mai stati processati. Dopo la disgregazione della Jugoslavia all'inizio degli anni Novanta, poi, gli ex detenuti si sono sparpagliati in diversi paesi, e pertanto la lotta per il riconoscimento e la compensazione finanziaria è diventata ancora più difficile.

    Gli architetti hanno avuto l'idea di creare un sito di alto valore simbolico, che faccia sia da monumento che da attrazione turistica. Il coordinatore del progetto, Sacha Zanko, ha dichiarato: "Penso tutti i giorni a Robben Island [dove era detenuto Nelson Mandela]: dobbiamo sviluppare un'attrazione turistica che rispetti la memoria dei detenuti".

    Anke Truijen

    Storia

    "L'inferno dell'Adriatico"

    Il campo di Goli Otok fu inaugurato nel luglio del 1949, un anno dopo la rottura dei rapporti politici ed economici tra Tito e Stalin. "Isolati dall'ovest e dall'Unione Sovietica, il capo di stato jugoslavo cercava di unire con la forza un paese etnicamente divisa", spiega Trouw. "Coloro che si opponevano erano inviati in questi campi di prigionia, tra cui Goli Otok, soprannominato 'l'inferno dell'Adriatico', a meditare suli loro 'peccati'".

    Il campo è stato chiuso nel 1989. "Non sappiamo ancora esattamente quanti prigionieri vi sono stati e quanti sono quelli ancora in vita", spiega Berislav Jandric, storico dell'Istituto Croato di Storia di Zagabria. Il loro numero è stimato tra 15mila e 50mila.



    Like this post to subscribe to the topic.
  • (fonte internet)

    GOLI OTOK

    Le torture

    Dei campi di concentramento jugoslavi scrive anche Riccardo Pelliccetti, il quale, avvalendosi del rapporto del 5 ottobre 1945 dei Servizi Speciali del Ministero della Marina46, racconta il macabro repertorio di torture che venivano praticate nei gulag jugoslavi.

    C'era lo "stroj",

    un tunnel umano attraverso il quale, fra insulti e percosse bestiali, doveva passare chi giungeva nel lager; il "bojkot", o isolamento totale, spesso accompagnato da una razione straordinaria di "stroj", cui periodicamente erano sottoposti gli avversari del regime; l'autorepressione, che consisteva nell'affidare il compito di torturatori agli stessi detenuti, ordinando di tanto in tanto lo scambio di ruoli.

    C'era la tortura al palo:

    La tortura al palo consisteva nell'essere legato con filo di ferro ad ambedue le braccia dietro la schiena e restare sospeso a un'altezza di 50 cm da terra, per delle ore. Un genovese per fame rubò del cibo a un compagno, fu legato al palo per più di tre ore. Levato da quella posizione non fu più in grado di muovere le braccia giacché, oltre ad avere le braccia nere come il carbone, il filo di ferro gli era entrato nelle carni fino all'osso causandogli un'infezione. Senza cura per tre giorni le carni cominciarono a dar segni di evidente materia e quindi putrefazione. Fu portato a una specie di ospedale e precisamente a Skofja Loka. Ma ormai non c'era più niente da fare, nel braccio destro già pullulavano i vermi…Al campo questo ospedale veniva denominato il Cimitero (…)

    Tra le testimonianze dirette va invece ricordata quella di Guido Tassan, sottotenente della divisione alpina "Julia", combattente in Grecia e Russia. Egli, dopo essere stato arrestato dalla polizia segreta jugoslava OZNA (Odelenje bastita naroda), venne tenuto prigioniero per due anni e due mesi. Il suo racconto delle sevizie e delle sofferenze subite non si discosta da quello, tragico, di altri ex prigionieri, ma la ricostruzione che egli fa degli avvenimenti del tempo ha una grande importanza.

    I militari arrivavano negli stanzoni la notte e leggevano i nomi di chi doveva partire. Il 6 gennaio risuonò anche il mio nominativo. Venni messo in fila nei corridoi con gli altri. C'era anche Licurgo Olivi, esponente del Cln di Gorizia. Poi mi fecero rientrare nella camerata. Gli altri furono caricati su dei camion con le mani legate dietro la schiena. Alle prigioni dell'OZNA fecero ritorno solo i loro vestiti.

    Un particolare ricordo del sopravvissuto, viene fuori con amara ironia a testimonianza del cinismo dei comunisti.

    E pensare che quando Palmiro Togliatti nel '46 venne a visitare il carcere dell'Ozna a Lubiana ci fecero andare tutti in cantina. Così l'esponente comunista poté dichiarare che in Jugoslavia non c'erano prigionieri italiani.

    Pochi giorni dopo, in un altro articolo, la dichiarazione molto significativa del 22 febbraio 1946 dell'allora arcivescovo di Trieste, Monsignor Antonio Santin, alla Commissione Confine:

    Il governo jugoslavo asserisce che furono deportati soltanto fascisti e uomini che combattevano a fianco dei tedeschi. A parte il fatto che è ben noto il valore che la parola "fascista" ha assunto nell'Oriente balcanico, riportiamo a piena smentita di tale asserzione il documento 1 con un elenco di patrioti italiani deportati, i documenti 2, 3, 4 attestanti la deportazione di soldati della "Legnano" alle dipendenze dell'ottava armata britannica e il documento 5 attestante l'arresto delle Guardie di finanza che si erano distinte nella lotta contro i tedeschi e che furono fermate con un raggiro.

    Ancora più importanti, forse, le parole contenute nella relazione del maggiore T.L.C. Taylor dell'esercito britannico. Il documento, classificato "segreto", è datato 3 agosto 1945 ed intitolato "Rapporto generale sugli arresti e sulle esecuzioni perpetrate dagli jugoslavi nel maggio - giugno 1945". Così si apprende che a "Gorizia vennero arrestati circa quattromila italiani (…), in provincia di Trieste tra il primo maggio e il 12 giugno del 1945 furono arrestate 17 mila persone, delle quali ottomila furono successivamente rilasciate, tremila furono uccise e seimila sono ancora internate (tremila nel campo di Borovnica)".

    Anche la testimonianza riportata da Bruno Borlandi di Giuseppe Moreno, un commercialista che, nel 1945, finì in un campo di concentramento di Tito è estremamente significativa. Sempre a proposito del modo indiscriminato con il quale gli italiani venivano arrestati e deportati Moreno ricorda:

    I partigiani di Tito mettevano nel lager chiunque parlasse italiano; anche ex partigiani "garibaldini" che venivano dall'Italia per unirsi agli slavi; o ex prigionieri dei tedeschi provenienti dai Balcani" (…) Eravamo un reparto di militari italiani arruolati nel '43 all'età di 18 anni, siamo stati mandati a Pola a costruire fortificazioni. Il 2 maggio fummo catturati dai partigiani slavi a Buie, mentre tentavamo con altri reparti di rientrare a Trieste. Ci portarono, facendoci marciare, a Capodistria, da qui sempre a piedi fummo portati a Borovnica, nella piana di Lubiana. Eravamo obbligati a durissimi lavori, venivamo percossi con lunghe fruste da cavallo e nerbi di bue. (…) I morti venivano gettati in una fossa comune che serviva da latrina collettiva. Eravamo ridotti come scheletri; divorati dalla dissenteria e dal tifo. Ho visto scene spaventose provocate dalla fame: una volta fu portato un cavallo morto che doveva servire per la minestra. Alcuni prigionieri si avventarono a raccogliere il fango bagnato del sangue della bestia, altri andarono di notte a disseppellire le budella crude e gli zoccoli per mangiare. Ne morirono. Alcuni che avevano fatto lavori presso i contadini del luogo ricevettero polenta, ne mangiarono e morirono con gli intestini perforati. Ogni giorno c'erano morti.

    Pochissimi sono tornati e lo Stato italiano non ha mai riconosciuto ai pochi superstiti alcuna pensione di invalidità.

    Non ci fu riconoscimento nemmeno per il servizio militare fatto - due anni - e al rientro dovemmo ripresentarci al distretto per fare il servizio di leva.

    Queste tragiche vicende trovano riscontro anche in una relazione riservatissima, fatta dall'ufficio informazioni per i prigionieri di guerra della pontificia commissione di Udine firmata da Clonfeo don Nais, alle superiori gerarchie ecclesiastiche il 25 agosto 1945:

    Gli italiani della Venezia Giulia rastrellati e portati in campi di concentramento in Jugoslavia, assommano a circa 30 mila.(…) Nei campi di concentramento sono stati ammucchiati in spazi ristretti, lasciati sotto il sole e le intemperie, senza un ricovero neppure per gli ammalati. Il cibo, somministrato solo a giorni di distanza, era costituito da scarsa brodaglia, solo ultimamente fu dato un pò di pane. I prigionieri sono stati costretti, per non morire di fame, a mangiare erbe e foglie. Spogliati dei loro indumenti, si è dato il caso che in alcuni campi li si è lasciati completamente nudi per alcuni giorni.

    Per lievissime infrazioni agli ordini e per capriccio e odio delle guardie dei campi sono stati sottoposti ai supplizi più duri, quali quelli del "palo" del "romboide". Frequentissime le percosse con nerbi e staffili di ferro.

    Obbligati a raggiungere i campi a piedi. Per strada percossi e dileggiati. Chi si fermava veniva ucciso. Gli ammalati venivano finiti a rivoltellate. Lavori duri e pesanti senza alcuna utilità pratica, ma solamente per barbarie. In certi campi si è fatto lavorare dalle 14 alle 16 ore al giorno. Il 50% sono ammalati di dissenteria, tifo petecchiale, infiammazioni ai piedi, T.B.C .

  • i commenti :

    Elisa Masarà :

    ..che tragedia....

    Mirella Mirto:

    ho visitato Goli Otok quest'estate, ero in vacanza con la famiglia all'isola di Rab, l'ansia ha cominciato a salire mentre ci si avvicinava con la barca, non dimenticherò mai ciò che ho visto, lasciava davvero poco spazio al dubbio, in ogni sasso, ogni muro, ogni ferro, ogni pezzo di qualunque cosa sentivo la sofferenza di chi è stato costretto a subire, mi sono chiesta se Dio esiste davvero e se si perchè ha permesso questo, toccante "escursione", non la dimenticherò mai, cosi come la nausea che mi assaliva e le lacrime che cadevano pensando a quegli uomini, ora voglio conoscere tutta la storia vera di Goli e di quel periodo e ringrazio i fondatori di questo profilo per darmene la possibilità

    ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE: ciao Mirella, benvenuta a bordo della nave della storia e della memoria..grazie a te..

    Devi avere vissuto una esperienza indimenticabile quest'estate.. Visitare l'Isola Calva credo che si possono provare solo emozioni forti..che tantissimi provano.. quando vanno a visitare quel luogo di detenzione e di morte.. io, sinceramente, non so se riuscirei ad andarci, come non potrei essere in grado di andare a visitare la Risiera di San Saba a Trieste o un qualsiasi altro lager, sono troppo sensibile.. sto male anche quando pubblico qualche foto o qualche articolo sul gruppo.. riesco a mettermi sempre nei panni di chi ha sofferto, vivo e rivivo le altrui sofferenze e credimi, si sta malissimo..Non sai quante lacrime ho pianto all'inizio del mio percorso per creare questo gruppo, che emozioni forti pubblicare foto di vittime, resti di scheletri ritrovati nelle foibe, persone trucidate, video storici..e rivivere nei racconti e nelle testimonianze di altri esuli, il mio esilio..Ancora oggi, a due anni di distanza dalla mia creazione del gruppo, mi emoziono quando pubblico o rileggo qualche articolo o vedo qualche foto..sono sincera, non ero preparata..non sapevo tante cose..e quante ancora non saprò e nè sapremo mai...Ho voluto con questo gruppo, portare alla luce le verità sulla nostra storia vissuta e di quel pezzo di Italia, tenuta per troppi decenni taciuta...nascosta..e sono molto contenta se sono riuscita, nel mio piccolo, a farle conoscere a qualcuno che ancora le ignorava..

    Sono tante le cose che non conoscevo neppure io, se non per i racconti di vita vissuta dei miei genitori, ma forse neppure loro sapevano la verità su tante atrocità...e sinceramente, sono contenta che non le abbiano sapute mai..

    ciao cara, grazie ancora per il tuo intervento..

    un abbraccio

    Luigi Lusenti :

    Ho narrato molte di queste vicende nei due libri che ho dedicato a quei fatti: "La soglia di Gorizia" "Una storia silenziosa - gli italiani che scelsero Tito".

    www.luigilusenti.it

    ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE: grazie Luigi per l'informazione..hai fatto bene a lasciare i titoli dei tuoi libri, così chi sarà interessato a saperne di più su questo argomento, potrà acquistarli..buonanotte e grazie ancora..:-)