INTERVISTE - TESTIMONIANZE - INCHIESTE E REPORTAGE

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    (Fonte internet)

    FOIBE: GLI ESULI DI SECONDA GENERAZIONE.

    Intervista ad Adriana Ivanov

    Inserito il 10 febbraio 2009 alle 07:05:00 da Flash_News. IT - Interviste

    Anni fa ho conosciuto la professoressa Adriana Ivanov Danieli, ex insegnante di Lettere presso il Liceo Classico “Tito Livio”. Ci incontrammo in una “rara” trasmissione televisiva dedicata all’argomento “Foibe” e relativo “Esodo”. Mi colpi molto la sua tenacia, il suo amore verso la causa istriana, fiumana e dalmata, dimenticata e seppellita dal silenzio imposto anche in casa nostra; una connivenza silente e inaccettabile, che copriva gli orrori patiti dalla popolazione italiana della sponda orientale dell’Adriatico. Capii che era figlia di esuli, estirpati dalle proprie radici, in barba ai trattati dell’epoca e dal comunismo che imperversava nei Balcani. Oggi mi ritrovo in redazione con Lei, che rappresenta la seconda generazione di coloro che furono “costretti ad andare in esilio” per avere una testimonianza, indiretta, del susseguirsi degli eventi tragici, iniziati dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre, altra pagina scandalosa della storia italiana. (intervista pubblicata sul mensile LiberoReporter nel Febbraio del 2008).

    Professoressa, iniziamo da lontano. Da dove parte quest’odio verso gli Italiani?

    Di certo alla base c’è una convivenza forzata, mai pacifica tra diverse culture, tra diverse etnie; le popolazioni slave scapparono per sfuggire al dominio dei turchi e si riversarono sulle coste dell’adriatico orientale, che a quel tempo era sotto il dominio della Serenissima. Le differenze socio-economiche possono aver contribuito e aver innescato dei meccanismi di complessi d’inferiorità; ricordiamo che al tempo in quelle zone costiere, dall’Istria alla Dalmazia, la borghesia era tutta italiana, mentre il contado, il proletariato e il sottoproletariato era tutto di origine slava. Durante il periodo di dominazione austriaca, noi italiani eravamo recalcitranti verso l’occupatore, gli slavi lo erano molto meno. Dopo il 1920, finita la prima guerra mondiale la zona viene assegnata a noi italiani. Non bisogna sottovalutare la coscienza nazionale; l’irredentismo: il desiderio di completare la propria unità territoriale che si inasprisce nel ventennio fascista, quando viene attuata una politica di italianizzazione forzata. La chiusura delle scuole slave e delle istituzioni culturali, hanno favorito certamente lo scontro, poi per completare l’opera arriva all’inizio della seconda guerra mondiale l’occupazione della Dalmazia: da portatori della cultura veneziana ci siamo trasformati in occupatori, e come in tutte le occupazioni, nella parte avversa, si creano le formazioni di resistenza, la guerriglia partigiana che ha scatenato la contro-guerriglia, con rappresaglie di guerra. In seguito sappiamo come è andata, purtroppo.

    La sua famiglia ha vissuto in prima persona la tragedia, lei aveva un anno quando i suoi sono stati costretti all’esodo, come le hanno raccontato ciò che è successo?

    Si è vero, io appartengo alla seconda generazione, quella generazione che raccoglie il testimone. Mia madre non c’è più, mio padre ha 87 anni; coloro che hanno vissuto il vero esodo stanno di volta in volta scomparendo, tocca a noi testimoniare, è un debito morale, visto ciò che hanno passato per regalarci la libertà. Sono nati entrambi nel 1921, quindi nel momento in cui la zona è diventata italiana, dopo il trattato di pace di Rapallo del 1920 alla fine della prima guerra mondiale. Hanno dunque vissuto la loro giovinezza nel ventennio fascista e, in quel periodo, per scelta o per obbligo si era tutti fascisti. Nel 1940 scoppia la seconda guerra mondiale, mio Padre viene chiamato alle armi. Poi arriva l’8 settembre e lo scellerato armistizio: da combattenti a fianco della Germania, in un batti baleno si ritrovano i nostri soldati, disorientati senza più linee di comando, a esser nemici dell’alleato. Mio padre viene catturato dai nazisti a Ragusa dalmata (l’attuale Dubrovnik) e trasferito in un campo di concentramento in Sassonia per circa due anni; liberato, è rientrato a Zara (attuale Zadar) nella città dove viveva con mia madre. Al suo arrivo viene arrestato dagli uomini di Tito in quanto ufficiale italiano, candidato quindi all’eliminazione. Siamo nel 1945 e sono ricominciate le esecuzioni sommarie, l’infoibamento e gli annegamenti, altra forma non meno cruenta per eliminare gli italiani, che si era arrestato nel 1943 dopo l’occupazione dei territori di Istria, Fiume e Dalmazia da parte dei tedeschi. Ormai Tito spadroneggiava nei balcani; calata la cortina di ferro, immediatamente la politica titina si era invertita. Non si poteva permettere che si scappasse da quello che loro consideravano “il Paradiso Rosso”. Furono costretti a imparare lo slavo, l’italiano era tassativamente bandito. Furono anni terribili, Tito “offrì” alla mia famiglia appena nel 1950 la possibilità di andare esuli in Italia o integrarsi definitivamente alle loro condizioni. A chi sceglieva di lasciare il paese, era concesso portare via una sola valigia a testa. Tutto ciò che era stato costruito e acquisito nel tempo doveva essere abbandonato. Così mio padre e mia madre decisero di fare il salto nel buio: venire in Italia. Io avevo un anno appena compiuto. L’arrivo in Italia, non fu certo dei migliori: i nostri connazionali della sponda adriatica opposta, ci insultavano e gridavano “Tornatevene da dove siete venuti, Fascisti!”. Oltre il danno, la beffa.

    Quanti furono i morti e quanti coloro costretti a fuggire?

    Inizialmente, secondo la storiografia slovena non ci furono morti per rappresaglia, non esistevano gli infoibamenti di italiani, quello che si trovava durante le operazioni di recupero nelle foibe della Venezia Giulia erano ossa di cani: il negazionismo più bieco, una brutale falsità.

    Guido Rumici, storico documentatissimo, che ha pubblicato, tra gli altri, "Infoibati", volume dedicato alla tragica vicenda delle foibe, afferma che le cifre si attesterebbero tra i 6.000 e i 12.000. Bisogna tener conto che i registri anagrafici degli italiani nei territori di Istria, Fiume e Dalmazia, rimasero in mano titina, quindi occultati se non addirittura distrutti, per evitare la conta; inoltre, non è stato possibile accedere alle oltre 1700 foibe istriane, al tempo terra jugoslava, oggi divisa tra sloveni e croati. Si potrebbe arrivare a circa 20.000 tra infoibati, fucilati, annegati, deportati e morti di stenti o per le torture, ma con certezza non lo sapremo mai. Il dato certo riguarda gli esuli: sono 350.000 gli obbligati all’esodo, di questi, 70.000, furono costretti, non trovando accoglienza in Italia, a cercare fortuna verso le Americhe, il Canada e l’Australia.

    Essendo un ex insegnate cosa ha fatto per far conoscere la verità su queste tristi vicende?

    Mi sono resa conto che sull’argomento era stato imposto il silenzio, che in pochissimi avevano sentito parlare delle foibe, c’era un’ignoranza diffusa sull’argomento. Sono stata un insegnante di Lettere, ma inevitabilmente avendo vissuto, anche se indirettamente questi drammi, ho cercato di far conoscere ai miei alunni quella storia troppo spesso negata e ancor peggio altre volte giustificata, per colpe non della popolazione istriana, fiumana e dalmata italiana, come conseguenza del periodo repressivo e coercitivo fascista. Ho redatto un opuscolo informativo “Esodo. La tragedia degli italiani di Istria, Fiume, Dalmazia e Venezia Giulia” che in collaborazione con la Provincia di Padova, l’associazione Giorgio Perlasca e la Federazione delle Associazioni degli esuli Istriani, Fiumani e Dalmati, abbiamo distribuito nelle scuole che ci ospitano e nei luoghi dove si tengono incontri e convegni sul tema. Un piccolo contributo contro l’oblio attuato verso questa tragedia italiana, volutamente dimenticata.

    Un ultima cosa: i vostri beni sono rimasti nella sponda orientale dell’Adriatico, ovviamente confiscati dai comunisti titini, avete avuto un risarcimento dallo Stato Italiano?

    La mia famiglia non ha visto una lira ne un euro, l’unica cosa che ci rimane è la tomba di famiglia, solo perché paghiamo le tasse annualmente in Croazia, altrimenti avrebbero già nazionalizzato anche quella, esumando le nostre salme, gettando le povere ossa e sostituendole con le loro. Qualcuno più fortunato di noi, si fa per dire, ha ricevuto dei risarcimenti insignificanti. Ora, dopo il discorso del Capo dello Stato Italiano Giorgio Napolitano, recatosi in visita ufficiale nel gennaio scorso in Slovenia, che da poco ha fatto il suo ingresso nell’Unione Europea, in cui afferma che non esistono di divergenze fra i due Stati, si intravede la volontà di riconciliazione, sottacendo per l’ennesima volta le questioni ancora aperte; un gesto di profanazione e insulto verso gli esuli ancora vivi e coloro che per mano violenta sono morti.

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    Prendiamo spunto da quest’ultima risposta, per addentrarci nell’ennesima ferita rimasta aperta: i risarcimenti dovuti all’esodo forzato. Nella zona istriana, nella città di Fiume e di Zara, gli italiani residenti erano la maggioranza assoluta. Nessuno durante i vari trattati di pace, prese in considerazione tale fatto. Terminato il secondo conflitto bellico Mondiale l’Italia firmò nel ‘47 il “Trattato di Parigi” secondo il quale, come Stato sconfitto, doveva cedere dei territori alla Jugoslavia; lo stesso documento, prevedeva adeguate garanzie per le minoranze etniche che quindi ipoteticamente sarebbero state protette nei luoghi dove si trovavano. Fu proprio l'Italia, sì, avete capito bene, ha violare questo diritto andando a firmare più di 20 accordi bilaterali con la Jugoslavia, svendendo le proprietà degli Italiani al Governo jugoslavo in piena violazione del diritto internazionale in quanto proprietà privata. Ma non basta. L’Italia si impegnava a risarcire coloro che venivano di conseguenza espropriati delle loro legittime proprietà: risarcimenti mai giunti.

    Il presidente dell’Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota contattato telefonicamente ci chiarifica: “Si calcola che solamente il 6% di quanto effettivamente è dovuto a questi esuli, che si sono visti portare via i propri beni dal Governo comunista jugoslavo, sia effettivamente stato restituito. Una percentuale irrisoria. Solo qualche famiglia delle più ricche è riuscita ad intentare delle cause che hanno avuto successo ed hanno ottenuto un pieno risarcimento, per gli altri sono stati fatti accordi di indennizzo, che significa non pieno rimborso come per il risarcimento, ma parziale, i quali comunque non sempre sono stati rispettati”.

    In richiamo alle dichiarazioni del Presidente della Repubblica Napolitano (2008) durante la visita ufficiale in Slovenia, Lacota ha inviato al Quirinale una lettera nella quale si ripercorrono i drammi degli esuli “e le truffe che l’Italia ha architettato a loro danno nel corso degli ultimi sessant’anni”, argomenti che aveva già illustrato al Governo Italiano durante la convocazione del 20 febbraio 2007, ma che non sortirono alcun effetto.

    Facendo riferimento in particolare alla frase pronunciata da Napolitano “La comune appartenenza all'Unione Europea apre ora ai nostri due Paesi nuove straordinarie opportunità di cooperazione”, Lacota ha commentato seccamente: “Anche noi esuli dell’Istria vediamo nell’Ue la nostra ‘speranza’, dato che riteniamo, a ragion veduta, l’appoggio dell’Italia alla nostra causa ormai nullo. Se così non fosse ci sarebbe, da parte di Roma, un’ammissione di responsabilità per gli errori commessi nel passato ed una partecipazione alle spese di risarcimento insieme alla Slovenia, cosa alquanto sgradita alle nostre istituzioni. Ci affidiamo, dunque, alla giustizia comunitaria; infatti sono già oltre 650 le cause presentate da esuli. I trattati bilaterali del passato, fra Roma e Lubiana, siamo convinti siano stati conclusi in violazione del diritto internazionale; a riprova di ciò abbiamo interpellato l’allora Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, che ha confermato la nostra tesi. Vorremmo pertanto che questi trattati venissero denunciati dall’Italia e si discutesse una soluzione per noi soddisfacente e dignitosa. Indire una Giornata del Ricordo, come è stato fatto, ci sembra una soluzione insufficiente se non offensiva”.

    Come dargli torto... Le ferite vanno curate, medicate con amorevolezza, se vogliamo che si rimarginino. Ma la volontà di sanare questi “traumi” e ben lontana dal volere delle nostre istituzioni, almeno così ci appare; immutata da decenni, in tutto il suo squallore.

    Come vorremmo essere smentiti...

    Gaetano Baldi



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  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    (fonte Internet :La voce del Popolo)

    IL COMMENTO - ricordare per dimenticare

    LA GIORNATA DELL'OBLIO

    Comincerò dicendo che è giusto conoscere e ricordare la storia. Tale conoscenza può servire come ammonimento. Però c'è anche il rovescio della medaglia. C'è il pericolo che ricordare fatti dolorosi e spiacevoli non faccia che riaprire vecchie ferite resuscitando così antichi odi mai sopiti.

    Si sa che la storia attraverso i secoli, nelle sue parti negative, è stata sempre segnata da una serie di eccidi, di efferatezze. Diciamo pure che è colma di orrori e di tragedie. Perciò mentre si celebra con speciali giornate il ricordo di queste tragedie io proporrei, paradossalmente, di istituire una "giornata dell'oblio": un momento di riflessione e di autocritica in cui tutti gli uomini, rivolgendosi al passato ma anche al presente, possano dire agli altri ed a se stessi: "Scordiamo le cose funeste, le brutture alle nostre spalle, e d'ora in avanti cerchiamo di darci comportamenti migliori. Insomma basta con i piagnistei sulle malefatte accadute nel corso degli anni e della storia. Cerchiamo, come purtroppo tuttora avviene, di non continuare a commetterne. Dimentichiamo gli eccidi e le malvagità con la giornata dell'oblio. Cambiamo pagina".

    Ora si dà il caso che questa posizione non solo suscita perplessità ma è criticata, per cui a mio giudizio il discorso è ancora aperto.

    Va innanzi tutto spiegato che la "giornata della memoria" è stata riconosciuta dal governo e approvata con una maggioranza schiacciante. Perfetto. Però è anche vero che contrapporle una "giornata dell'oblio" non è bizzarro come sembra e, per non venire frainteso, vorrei cercare di spiegarmi meglio.

    La "giornata della memoria" infatti, molto lodevolmente, vuole risarcire coloro che nel corso degli anni sono stati perseguitati da guerre, da prepotenze di ogni genere, dai lutti e dalle calamità prodotte dall'umana insipienza. La giornata della memoria è in definitiva rivolta a tutta la schiera di uomini che per lungo tempo hanno saputo custodire nel proprio cuore un patrimonio di ricordi importanti e inalienabili.

    È grazie a questi uomini, a questa folla di vittime e di superstiti colpiti nei loro interessi e negli affetti che il governo è intervenuto facendo in modo che molti episodi, poco noti o travisati, venissero riportati alla luce per dire no alle foibe, alle shoah, alle carneficine di ogni genere e ai drammi dimenticati. Quindi si celebri ogni anno questa "giornata della memoria" anche se riconosciuta dal governo con cinquant'anni di ritardo. Ma si badi sempre a fare in modo che questo rivangare le memorie di un triste passato non diventi pretesto per riproporre lo scontento di un litigioso presente.

    Occorre insomma essere realisti e riconoscere i fatti accaduti. Ma non bisogna insistere troppo nell'allargarne la portata perché, se poniamo gli occhi alle cose e agli avvenimenti che evolvono intorno a noi, pragmaticamente non possiamo sottrarci ad alcune considerazioni di ordine generale.

    In questo senso voglio dire, voltandoci indietro, noi vediamo spesso mutare molte cose, vediamo un po' alla volta sparire gli amici, vediamo cambiare i panorami, assistiamo addirittura alla fine o al declino di epoche storiche che nel frattempo hanno assunto nuove problematiche in contesti differenti e con nuove prospettive. Spesso il tempo e gli eventi hanno sbattuto molti di noi nei posti più diversi, magari non graditi. E in questo rivolgimento, in questo rimescolamento globale che oggi è il mondo, non si contano più gli uomini, e grosse fette di popolazione, che continuano ad abbandonare le radici, i legami con i propri paesi d'origine, per cercare altrove il pane della sopravvivenza e della speranza. Chiaramente esiste per tutti una terra che ci ha visto nascere. Questo significa che ognuno, nel proprio vissuto, conserva l'immagine di un cortile o di una strada, di una casa o di un duomo, un ricordo personale da custodire come una memoria indelebile. Perché in ogni uomo, ma specialmente per l'uomo in esilio, esiste da sempre un rifugio, una specie di angolo sacro, un passato che non passa e che difficilmente riusciamo a scordare. Direi che è logico, è inevitabile. Esistono situazioni che purtroppo non possono non travolgerci. Anche se poi, nel profondo, restiamo tutti legati agli amori, ai luoghi, alle visioni dell'infanzia trascorsa, e non esistono internet, luoghi più o meno lontani e paesi, che possano cancellare completamente tutto questo.

    Il ricordo delle proprie origini, ben lo sappiamo, rimane per tutti un'esperienza fondamentale, è un sentimento che raramente può venire rimosso. Lo dico da esule dalmata e non mi ritengo un privilegiato nei confronti di altri esuli che magari hanno subito una sorte simile o peggiore. Voglio solo sottolineare che l'esilio, nel corso di cinquant'anni, mi ha di sicuro segnato come ha segnato tutti coloro che hanno dovuto subire uguale sorte.

    Ha giustamente affermato Seneca:

    "La morte è di un istante

    l'esilio è di una vita".

    Ed è quindi umano che la perdita della mia terra, insieme al resto, ogni volta che ci ripenso non può non provocarmi dolore.

    Su questo fatto ovviamente ho riflettuto più volte dicendomi che, per quanto è accaduto, dovrei sentirmi eternamente offeso, dovrei inveire costantemente e odiare qualcuno. Anche se non voglio e non devo farlo malgrado l'amarezza di uno strappo che perdura.

    E qui vengo alla mia proposta di una "giornata dell'oblio" che nei confronti di una "giornata della memoria" diventa una evidente contrapposizione di termini.

    Nella sostanza io mi rivolgo a tutti coloro che hanno subito perdite gravi, mutilazioni, violazioni e soprusi più o meno noti e databili. Ma chiedo di non essere frainteso dal momento che spesso intorno a noi, in tutto il mondo, ci si muove in una selva di malintesi e in una giungla di equivoci.

    Anche se sembra assurdo noi dobbiamo "ricordare per dimenticare". Ricordare quanto di giusto e di sacro appartiene alla nostra storia, ma dimenticare le infamie e gli spettri che purtroppo ogni storia trascina dietro di sé con il rischio di fare di ogni uomo un accusato o un accusatore perpetuo.

    Perciò noi dovremmo essere capaci di fare due cose contemporaneamente: ricordare e, nello stesso tempo, dimenticare.

    Lo so che è difficile. Perché questo significa in alcuni casi anche perdonare, significa pacificarci come uomini tra uomini, per non continuare a nutrirci di vecchi risentimenti in grado soltanto di perpetuare incomprensioni e sempre nuovi fossati.

    Abbiamo bisogno non solo di ricordi e di tristi memorie, ma di un mondo che sappia superare, con animo pacificato, tutte quelle amarezze e quelle ingiustizie che purtroppo spesso appartengono al passato di ognuno di noi.

    Nella sostanza si tratta di fare appello alla buona volontà di tutti perché ricordare e dimenticare è difficile, ma non impossibile. Si sa che l'odio e l'astio, in troppi casi riescono a rendere ciechi. Mentre noi abbiamo il dovere di migliorarci. E la speranza in questo senso è il nostro conforto, la nostra giusta causa di persone nate spesso per patire, per soffrire, ma anche per ragionare come esseri umani responsabili.

    Basta osservare intorno e già all'interno di molte famiglie noi possiamo vedere dissidi d'ogni tipo, incomprensioni tra mariti e mogli, odi addirittura tra padri e figli, guerre tra persone che per aver subito un torto se lo legano al dito incapaci di scordarselo per tutta la vita. Quando dall'ambito familiare questi scontri si trasferiscono all'esterno, investono la società oppure gli stati, si arriva spesso a scontri permanenti che possono assumere aspetti tragici. E tutto questo non solo non è utile, ma direi che non è degno dell'uomo per cui ne ricaverei una formula semplice e difficile: ricordare ciò che è positivo per dimenticare tutto ciò che è negativo.

    C'è un noto poeta italiano, Giorgio Caproni, il quale ha scritto questi versi impietosi:

    "Nel sangue i miei rancori

    bruciavano come amori".

    Ma sinceramente la cosa non mi piace. Io non voglio coltivare rancori che qualcuno erroneamente possa chiamare amori. I rancori sono rancori e basta. Fanno male da qualsiasi parte li si coltivi. E soprattutto nelle questioni più delicate, dove il ricordare è giusto e sacrostanto, anche il dimenticare può essere altrettanto saggio e benefico.

    Questo e solo questo è il significato della mia "giornata dell'oblio". Nel mondo si sono consumate, e purtroppo tuttora si consumano, una quantità di ingiustizie. Tra le brutalità del secolo scorso noi troviamo le foibe, la shoah, i gulag staliniani, le stragi in Africa e in Cambogia, lo sterminio degli armeni e tante altre tragedie che a enumerarle tutte non basterebbe l'inchiostro. Quindi è giusto che queste tragedie si ricordino a chiare lettere. Debbono essere conosciute e condannate nei libri di storia come atti ignominiosi che non devono ripetersi nel futuro. Mentre per il resto si cerchino di dimenticare le cause nefaste e le tensioni che possono condurre a nuovi odi.

    Pur non essendo un frequentatore di chiese condivido l'invito del sacerdote quando dice nel corso della messa: "Scambiatevi un segno di pace". La mia "giornata dell'oblio" in fondo significa questo: conservare le proprie memorie, difendere a spada tratta le proprie ragioni, ma evitare il più possibile quei risentimenti che a volte finiscono con l'esacerbare gli animi.

    Ricordare per dimenticare. Ed anche se per molti tutto ciò suona come un'utopia, personalmente da scrittore, da poeta, o da intellettuale se volete, rivendico il mio diritto di essere un utopista. Probabilmente il mondo senza utopie sarebbe peggiore di quello che è. E un intellettuale non è solo colui che professa idee elitarie impraticabili, ma è anche colui che usa semplicemente l'intelletto per giudicare in termini di buonsenso.

    È a questo proposito che vorrei invitare alla riflessione tutte le persone di buona volontà, e non solo quelle presenti nel nostro paese, ma tutte quelle comunità che al di là e al di sopra di qualsiasi appartenenza, e di qualsiasi orizzonte culturale, osano riconoscersi in un messaggio che mi sembra prima di tutto ragionevole.

    Poiché la giornata della memoria è arrivata sia la benvenuta. Ma ben venga anche il giorno in cui gli uomini, insieme o singolarmente, sapranno ricordare e dimenticare seppellendo tutte le asce di guerra.

    Come ha detto un famoso filosofo, Sören Kierkegard: "La vita si può capire soltanto guardando indietro: ma si può vivere solo guardando avanti".

    Raffaele Cecconi

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    FOIBE: 10 febbraio giornata della memoria - Il nostro reportage...

    Inserito il 10 febbraio 2009 alle 07:00:00 - reportage

    COSA SONO LE FOIBE - LA COLPA DEGLI ALLEATI

    COSA SONO LE FOIBE

    Il termine “foibe” indica una particolarità geologica del terreno di zone della Venezia Giulia, dell’area istriana, fiumana e dalmata; sono infatti un aspetto tipico del paesaggio carsico, delle fenditure del terreno che si sono create a causa dell’erosione millenaria dell’acqua. Hanno spaccature molto profonde e possono avere una larghezza che varia dai pochi centimetri ad alcune decine di metri. Qui vennero gettati i corpi di migliaia di cittadini, un’utilissima alternativa alle fosse comuni; si trattava di veri e propri inghiottitoi di esseri umani, vivi o morti. Nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 vennero gettati nelle foibe, sparse nell’entroterra istriano, i corpi delle vittime di una serie di esecuzioni sommarie su larga scala. Allo stesso scopo eliminatorio sono state usate anche altre cavità come le miniere di bauxite dell’Istria ed il pozzo della miniera di Basovizza. Le foibe sono il simbolo di atroci sevizie, compiute con l’intento di dare la massima sofferenza. Ai corpi, dopo torture orribili, venivano legate al collo di uomini e donne italiani ancora in vita, delle pesanti pietre, in modo che potessero cadere più in profondità e più velocemente, lacerandosi contro le appuntite rocce durante il percorso. Dalle testimonianze dei sopravvissuti si apprende che le fucilazioni avvenivano in massa sull’orlo delle foibe così da far precipitare direttamente i corpi, con il vantaggio di non dover ripulire nulla dopo l’esecuzione e che, se qualcuno non fosse morto sul colpo, una volta precipitato comunque non sarebbe sopravvissuto. In alcuni casi bloccavano i polsi e i piedi con del filo di ferro di ogni singola persona e, successivamente, legavano gli uni agli altri, sparavano al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé tutti gli altri. Spesso dopo aver infoibato centinaia di persone lanciavano delle bombe: con il crollo si chiudevano le cavità. Una tragedia accomunabile ad altre epurazioni razziali che hanno giustamente indignato e sconvolto l’opinione pubblica mondiale. In questo caso, però, si tende a trascurare l’orrore subito dal nostro popolo, forse solo perché Italiani, fino al punto che questa tragedia non è stata nemmeno riportata nei libri scolastici. Dopo decenni è stato istituito il giorno della memoria, il 10 febbraio. Ricordare dovrebbe essere utile per evitare i medesimi errori.

    Maria Luisa Mogno

    Il lato più oscuro della storia italiana, dove il silenzio regna come cattivo maestro di vita, dove neppure la Pietà riesce a trovare pace.

    Se proviamo a fissare l’inizio di una serie di fatti e avvenimenti storici che ci conducono fino al martirio delle foibe e alla tragedia dell’esodo delle popolazioni dalmate, giuliane ed istriane, è necessario ripercorrere il calendario storico dal 1918, anno in cui l’Italia ha ricevuto, come paese vincitore della prima guerra mondiale, tutto il territorio dell’Istria, incondizionatamente e senza nessun genere di consenso da parte delle decine di migliaia di slavi già insediati da anni in quelle zone. La scarsa intelligenza politica delle regie autorità italiane di quegli anni non ha saputo generare una sana politica di coinvolgimento di questi popoli, causando, anche se indirettamente, il nascere di movimenti slavi irredentisti. Nel concreto, si veniva a sostituire alla elastica e onestissima amministrazione austro-ungarica (capace da secoli di amministrare popoli ed etnie diverse del vasto impero asburgico) una sorta di brutta-copia di stampo borbonico-piemontese, estremamente burocratizzata e pasticciona. La situazione economica subì un crollo e gli stessi istriani e giuliani di lingua slava percepivano chiaramente la sensazione di sentirsi occupati in casa loro, rimpiangendo non poco il mantello protettivo dell’impero austro-ungarico. Negli anni seguenti, con l’instaurarsi del regime fascista, la politica amministrativa di quelle zone subisce un forte cambiamento: la nuova e più “efficiente” amministrazione mussoliniana tende a riordinarne l’assetto sociale semplicemente italianizzando il più possibile ogni suo aspetto, sia di costume che economico, comprimendo inevitabilmente e con una certa violenza usi e costumi slavi, ignorandone le tradizioni e limitandone persino l’uso della lingua. La stessa toponomastica ed i nomi dei paesi e delle città saranno scosse da questa improvvisa italianizzazione forzata. Stessa sorte toccò ai movimenti irredentisti slavi che furono letteralmente perseguitati e repressi. Purtroppo, se da una parte il fascismo cercò (in alcuni casi riuscendoci) di “rianimare” le nuove terre italiane anche con l’uso di mezzi decisamente poco ortodossi, dall’altra venne meno il controllo sulle singole azioni dei singoli gerarchi e capi militari di zona i quali operarono spesso con eccessiva violenza e metodi devastatori nei confronti delle minoranze slave. Sicuramente questo aspetto alimentò non poco l’odio verso gli italiani da parte slava: gli eventi della seconda guerra mondiale, poi, non fecero altro che acuire una situazione ormai già pesantemente compromessa, generando immediatamente una forte resistenza armata, caratterizzata da un feroce e maligno odio in un primo tempo a carattere politico (antifascista) che si rivelò in seguito ancora più forte ma ferocemente etnico e anti-italiano. Nell’autunno del 1943, subito dopo l’armistizio, nei territori dell’Istria abbandonati dalle milizie italiane e non ancora sotto il controllo dell’esercito tedesco, le bande armate partigiane slave, appoggiate anche da gente comune proveniente soprattutto dalle campagne, dettero inizio a quella repressione vendicativa che passerà tristemente alla storia come tragedia delle foibe: centinaia di cittadini italiani definiti “nemici del popolo” furono rastrellati sistematicamente, spogliati di ogni bene, umiliati e sottoposti ad ogni genere di sadica sevizia, torturati o più semplicemente fucilati e gettati nelle foibe. E’ necessario non dimenticare che la resistenza slava era quasi completamente caratterizzata e pilotata da un motore ideologico di stampo comunista che spaventò non poco gli italiani residenti in Istria e Dalmazia: la paura spinse, chi ne ebbe il tempo e la possibilità, ad una drammatica e disperata fuga per non cadere vittima di queste ritorsioni e rappresaglie perpetuate dagli “slavi rossi” con una disumana quanto gratuita ferocia. Questo scempio inumano vide il momento di massimo sviluppo durante l’occupazione jugoslava di Trieste, Gorizia e dell’Istria, dall’aprile al giugno del 1945, momento in cui l’esercito anglo-americano entra in Trieste, occupata dalle bande slavo-partigiane di Tito. Nel periodo compreso tra marzo ed aprile del 1945 gli anglo-americani e le armate jugoslave erano impegnati ognuno a giungere per primi ad occupare Trieste: furono proprio gli jugoslavi a raggiungere questo obiettivo. Gli ordini tassativi ed inequivocabili di Tito, tramite la voce del suo ministro degli esteri, furono immediatamente applicati: “Epurare subito” e “punire con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell’odio nazionale”. Era semplicemente il via libera a una carneficina sistematica di tutti gli italiani presenti nel territorio triestino, una cancellazione totale di ogni simbolo o espressione anche soltanto vagamente italiana. All’odio politico antifascista si unì velocemente un ben più forte odio razziale, alla necessità di punire e colpire i rappresentanti del “fu” regime fascista, si affianca la ben più bieca e cruenta epurazione etnica, tanto cruenta da permettere e giustificare anche l’epurazione dei partigiani comunisti italiani che avevano, fino ad un momento prima, combattuto al fianco dei compagni slavi. Il problema non era più, quindi, essere fascisti o antifascisti, essere con o contro il popolo: il problema era semplicemente rappresentato dall’essere italiani. Questa cieca “caccia all’italiano”, questa violentissima mattanza ebbe come risultato la deportazione, la tortura e l’infoibamento di circa diecimila persone tra civili e militari per mezzo di altrettanto umilianti processi farsa. Quando nel giugno del 1945 giunsero finalmente anche gli anglo-americani, fu tracciata la linea di demarcazione tra le due zone di occupazione, la zona A, limite che tutt’oggi definisce il confine orientale dello stato Italiano e la zona B. Purtroppo, però, la persecuzione degli italiani continuò per tutto il 1947 nella zona di amministrazione provvisoria jugoslava (zona B) sotto lo sguardo inerme delle forze anglo-americane. Tracciare un bilancio di questa atroce follia non è facile così come non è facile individuare i responsabili, diretti ed indiretti, che hanno permesso il nascere di questo tragico epilogo. E’ anche vero che non si può assolutamente tacere, con complice e colpevole silenzio, di fronte alla ricerca di una verità, di una ragione. Fino alla soglia dei primi anni duemila, è stata volontariamente insabbiata la tragedia delle foibe, il silenzio ha contribuito a nascondere colpe e mancanze, nessuno spazio sufficientemente esplicativo è rintracciabile nell’insegnamento, nei libri di storia, nessuno sforzo di ricordare lo strazio bestiale di così tante vite inutilmente falciate dall’odio razziale e politico.

    LA COLPA DEGLI ALLEATI

    In piena guerra fredda, per non rovinare i rapporti di “comodo” con la Jugoslavia che al tempo non rientrava con i paesi allineati ai sistemi comunisti europei (cioè sotto diretta influenza sovietica), gli americani e gli alleati occidentali si guardarono bene dall’indagare minimamente su quello che era accaduto durante la guerra di liberazione antifascista, perpetrata dalle bande slave e prolungata ben oltre il suo naturale essere. Né pensarono di pubblicizzare a quanto, loro stessi, avevano assistito durante l’occupazione di Trieste del giugno 1945. Perché tutto ciò? Semplice e storicamente comprovabile dalla fondamentale necessità di utilizzare la “rossa Jugoslavia” come paese cuscinetto tra il blocco occidentale ed il blocco “comunista sovietico”, al fine di tamponarne l’egemonia nei Balcani. Una scelta molto discutibile, sopratutto perché è costata la vita a migliaia di italiani innocenti. Anche a fine guerra fredda, con l’implosione dell’Impero Sovietico, non c’è stata nessuna ammissione ufficiale di questa sorta di “consenso”: infatti, come spiegare ad un’opinione pubblica ormai svincolata da ogni giogo ideologico, il vero motivo del loro volontario “non intervento” durante le carneficine etniche in Venezia Giulia? Come giustificare agli italiani stessi il fatto di aver consegnato direttamente ai macellai di Tito tutti quegli italiani (profughi civili e militari) che cercavano di sfuggire alle persecuzioni comuniste-slave pur di mantenersi “buono e amico” lo stesso Tito?

    La colpa dei governanti della neo Repubblica italiana.

    Stupidamente “simpatica” la reazione dei governi italiani dell’immediato dopoguerra che preferirono tacere e cercare di far dimenticare le foibe per non doversi responsabilizzare sulle questioni dei debiti di guerra e dei risarcimenti ai privati. Eh si, perché è bene dire e SAPERE che i beni espropriati agli italiani nelle zone interessate dell’esodo del dopoguerra sono stati risarciti con cifre avvilenti da “elemosina parrocchiale”. Riparlare della questione delle foibe significa rimettere sul piatto della bilancia gli indennizzi definitivi agli esuli. E poi, al tempo, perché irritare l’amico americano in un momento in cui “l’odore” dei fondi indispensabili alla ricostruzione (piano Marshall) si faceva sempre più forte e piacevole? Perché ricordare tutti quei morti, le foibe, la pulizia etnica slava, rischiando di mettere in imbarazzo a livello mondiale l’amico e liberatore americano per la sua non presa di posizione in merito? Meglio insabbiare, si, alla faccia di tutte quelle anime innocenti che mai avranno una tomba con un fiore.

    La colpa del Partito comunista italiano e del CLN.

    Dalla vicenda delle foibe ne esce molto male anche il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Quando alle prime avvisaglie di epurazione etnica operate dalle bande armate di Tito, i tedeschi ed i fascisti proposero una sorta di tregua per cercare di far fronte comune contro questi, i vertici del CLN non accettarono, pagando con il sangue degli stessi partigiani italiani di estrazione comunista, massacrati dai “compagni slavi”. Perché? Eppure erano anche loro antifascisti, comunisti, no? Si, vero, ma con un piccolo fastidioso particolare: erano italiani. Se sulla tragedia delle foibe era prevedibile il silenzio responsabile ed interessato dei neogovernanti italiani, completamente assoggettati e servili agli interessi strategici ed alle visioni di equilibrio mondiale degli alleati anglo-americani, altrettanto prevedibile e colpevole è il silenzio del Partito Comunista Italiano. Il PCI non poteva certo far capire alla popolazione italiana che molti dei suoi leader avevano tacitamente assecondato e indirettamente appoggiato gli autori degli infoibamenti e delle deportazioni. I dirigenti del partito, nell’ottica internazionalista del grande disegno di una futura Europa comunista e della comune ideologia, erano completamente appiattiti sulle posizioni dei “compagni” slavi. Chiunque sostenesse il contrario, anche all’interno dello stesso partito, veniva tacciato di falso e menzognero. La lotta al nazi-fascismo, nemico comune dei popoli europei, aveva reso scioccamente ciechi i comunisti italiani, rendendoli volontariamente complici dei disegni espansionistici di Tito dell’immediato dopoguerra, avvallando l’occupazione dei territori italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, chiudendo colpevolmente gli occhi di fronte allo scempio che si consumava a scapito degli italiani, anche di tutti quegli italiani antifascisti o compagni stessi di partito contrari all’annessione slava.

    In quel momento, ipoteticamente parlando, le bande partigiane “rosse” italiane avrebbero avuto la forza di opporsi con le armi ai “compagni” slavi. Se il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) lo avesse ordinato forse sarebbe stata evitata l’occupazione slava. Ma ciò non fu fatto, semplicemente perché, dall’alto delle dirigenze del PCI, chiunque si opponeva all’esercito slavo era condannato e tacciato di fascismo. Stessa condanna espressa nei confronti dei profughi giuliani, in perfetta linea con quella slava, colpevoli di voler sfuggire dai “liberatori” e dal loro modello di società comunista. Lo stesso CLNAI fu “minacciato” dall’alta dirigenza comunista italiana con lo spauracchio della guerra civile se avesse avuto intenzione di schierarsi in opposizione alle scelte politico espansionistiche titine. Gli stessi profughi furono considerati alla stregua di scomodi “relitti repubblichini”, pericolosi focolai di criminalità; è importante, invece, precisare che i profughi, là dove trovarono rifugio, si distinsero per la loro laboriosità, la loro grande sensibilità civile e il loro rispetto per le leggi.

    A più di sessanta anni da quei tragici e disumani avvenimenti che hanno portato così tanta sofferenza, ingiustizia e morte tra i nostri fratelli giuliani ed istriani, è importante spezzare la cortina di silenzio che ancora oggi resiste sulla questione delle foibe: più che ricercare colpevoli è importante che la memoria non si avvilisca nelle tenebre dell’oblio. Non dimenticare mai la follia ideologica e la criminale epurazione etnica è forse l’unico modo per rendere un po’ di giustizia a tutte quelle povere anime ed è sicuramente l’unico modo per lenire lo schiacciante senso di vergogna che ogni cittadino italiano, consapevole, prova, di fronte al termine foibe.

    Marco Ciacci

  • ESODO ISTRIANO PER NON DIMENTICARE

    (Fonte :Internet da La Voce del Popolo)

    IL PASSATO CHE NON PASSA

    Con l’avvicinarsi della Giornata del ricordo riaffiorano le polemiche tra Italia, Slovenia e Croazia. Nei giorni scorsi il presidente croato Stjepan Mesić ha rilanciato l’idea di un atto di pacificazione dei capi di stato di Slovenia, Croazia e Italia. L’intenzione è quella di recarsi in alcuni luoghi simbolo che hanno segnato pesantemente la storia degli italiani da una parte e degli sloveni e croati dall’altra. Per Mesić un simile atto è possibile pur di non mettere sullo stesso piano fascismo ed antifascismo. Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini è sembrato accogliere con favore la proposta, ma ha anche precisato, che “tutte le vittime debbono essere commiserate”. Frattini, che ha definito il fascismo male assoluto, non ha mancato, però, nemmeno di porre l’accento sulle “stragi orribili” compiute dai militari e dalle forze comuniste di Tito. La tesi pare essere quella che fascismo e comunismo debbono essere messi sullo stesso piano.

    A chiudere definitivamente la porta alla proposta di Mesić, ci ha pensato immediatamente il presidente sloveno, Danilo Türk. “Per questo incontro - ha precisato - non c’è né urgente necessità né esistono tutte le condizioni necessarie”. Il messaggio che Türk ha lanciato è stato insolitamente duro. I presupposti non ci sarebbero, infatti, finché in Italia non ci si confronterà più chiaramente con il fascismo.

    Le polemiche sul passato tra l’Italia e le due repubbliche dell’ex Jugoslavia non sono una cosa nuova. Durissima è stata quella tra il presidente croato Mesić e quello italiano Giorgio Napolitano, per un discorso pronunciato da quest’ultimo, nel 2007, in occasione del Giorno del ricordo. Proprio le questioni legate al passato avevano avvelenato, negli anni Novanta, le relazioni tra Lubiana e Roma. All’epoca l’Italia pose più di qualche ostacolo lungo il cammino europeo della Slovenia. Il nodo da sciogliere era quello dei beni abbandonati dagli esuli. Per Lubiana il problema non sussisteva visto che era stato risolto con gli accordi di Roma del 1981. Secondo quel documento l’allora Jugoslavia avrebbe dovuto versare 110 milioni di dollari all’Italia. Ora quel debito è stato diviso tra Slovenia e Croazia, e Lubiana ha versato la sua parte su un conto fiduciario presso una banca lussemburghese, ma l’Italia non ha mai ritirato quei soldi.

    Nel 2007 l’allora ministro degli Esteri italiano Massimo D’Alema, in visita a Lubiana, aveva sottolineato che l’importo andava ritoccato all’insù ed il suo successore Frattini ha ribadito questa linea: “(…) è una somma certamente insufficiente anche sotto il profilo simbolico. Quindi è una somma che può e deve essere rivalutata”. Per l’Italia, quindi, quella vecchia partita non è ancora chiusa, ma appare, comunque, alquanto improbabile, anzi quasi impossibile, che Lubiana accetti di riaprire i giochi, visto che in tutti questi anni non s’è mai mossa di un millimetro dal principio che i patti devono essere rispettati.

    Forse è proprio in questa chiave che dovrebbe essere letta la ferma reazione di Türk. Non è, infatti, la prima volta che dopo che l’Italia pone questioni legate al passato, la Slovenia risponde tirando in ballo i crimini commessi durante l’occupazione della Slovenia.

    La nuova polemica che sta per scatenarsi (e che ancora una volta riparte con l’avvicinarsi delle celebrazioni per la Giornata del ricordo) non è che l’ennesima prova del fatto che in queste regioni ci si trova alle prese con un passato che non passa.

    In questi anni non sono mancati i tentativi di arrivare ad una conciliazione, ma tutti si sono tramutati in altrettanti fallimenti.

    Del resto un gesto dei tre presidenti difficilmente chiuderebbe i conti con il passato. Anzi sicuramente non servirebbe ad altro che a scatenare nuove dispute. A livello locale, infatti, nessuno prenderebbe in considerazione il fatto che il proprio presidente ha chiesto scusa agli altri, ma tutti penserebbero che l’altro presidente ha finalmente ammesso le “orrende” colpe del suo popolo.

    Arrivare all’incontro dei tre capi di stato, comunque, non è semplice. Il primo problema da risolvere sarebbe quello di scegliere i luoghi dove rendere omaggio alle vittime e per gli sloveni pare fondamentale che non si parta dalla guerra, ma dall’avvento del regime fascista. Si tratterebbe quindi di onorare il monumento di Basovizza, dedicato ai quattro condannati a morte dal tribunale speciale del regime fascista, nel settembre del 1930. A Roma quest’idea non sembra andare troppo a genio.

    D’altronde a Lubiana e a Zagabria sembra difficile uscire dallo schema causa effetto: le colpe vanno ricercate in quello che viene percepito come il terribile regime instaurato durante il fascismo, visto che tutto ciò che seguì non fu altro che una reazione a vent’anni di oppressione. In Italia invece si tende a credere che il periodo fascista non fosse poi una cosa troppo seria e che in fondo gli italiani siano comportati secondo lo stereotipo attualmente in voga, quello della “brava gente”. Del resto è stato pur detto che il Duce mandava “in villeggiatura” i suoi oppositori.

    Uscire da questi schemi mentali appare complicato. Più che cercare gesti comuni, ognuno dovrebbe piuttosto cercare di fare prima di tutto i conti pubblicamente con il proprio passato. Più che tre presidenti insieme, quindi, i capi dello stato potrebbero andare da soli a chiedere scusa per le colpe di cinquanta, sessanta o settant’anni fa. Ovviamente, però, un simile scenario non appare per nulla reale.

    Il nuovo quadro politico, rappresentato dall'Unione Europea, ha naturalmente modificato i termini della questione. Il presidente Napolitano, del resto - durante la sua visita dello scorso anno in Slovenia - disse: “Io non so nemmeno se abbia più senso usare il termine riconciliazione. Italia e Slovenia: siamo insieme nell'Unione europea”. Ora il presidente sloveno Türk ha voluto ribadire quel concetto precisando che a livello politico è già stato raggiunto un alto grado di riconciliazione: “La Slovenia e l’Italia sono membri dell’Unione europea, che è il più grande e il più fruttuoso progetto di riconciliazione nella storia d’Europa”.

    Stefano Lusa

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    (fonte internet: da la Voce del Popolo 10 febbraio 2009

    GIORNO DEL RICORDO, l'intervento di Giorgio Napolitano al Quirinale

    «Il Ricordo deve aiutarci

    a costruire la nuova Europa»

    ROMA – Il fatto che il Giorno del Ricordo abbia ogni anno una cerimonia al Quirinale testimonia l’attenzione, ormai tradizionale, del presidente della Repubblica, e quindi della nazione nei confronti di una manifestazione che l’Italia ha fortemente voluto dopo tanto silenzio.

    È con questo messaggio che il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha accolto le centinaia di autorità ed ospiti ieri mattina nel Palazzo della Presidenza. Nel suo discorso sintetico ha ribadito, per la terza volta consecutiva, che il 10 febbraio non è una data contro qualcuno, non è un invito ad un revisionismo storico da parte della politica, anche a livello internazionale: è un momento di riflessione dell’Italia, dopo sessant’anni di silenzio, su un doloroso cammino dagli anni della guerra ad oggi.

    RICONOSCERE I TORTI INFLITTI E QUELLI SUBITI

    “Con gli Stati di nuova democrazia e indipendenza – ha ribadito nel suo atteso discorso –, sorti ai confini dell’Italia vogliamo vivere in pace e in collaborazione nella prospettiva della più larga unità europea”.

    Non dimentichiamo e cancelliamo nulla – ha affermato il presidente Napolitano –, “tantomeno le sofferenza inflitte alla minoranza slovena negli anni del fascismo e della guerra”.

    Come dire che il riconoscimento sereno dei torti inflitti, ma anche subiti, deve segnare la strada di una realtà europea alla quale tutti tendono. Ciò vale implicitamente sia per chi già ne fa parte sia per chi nutre la speranza che l’allargamento porti a nuova consapevolezza in cui “nessuna identità venga sacrificata o tenuta ai margini nell’Europa unita che vogliamo far crescere anche insieme alla Slovenia e alla Croazia democratiche”.

    Tutto ciò per sgombrare il campo da ogni retaggio pesante del passato in modo che “le nuove generazioni non debbano far pesare sull’amicizia tra i Paesi le colpe e le divisioni di ieri: ad esse spetta fare opera di verità e di giustizia, nello spirito della pace e dell’integrazione europea”.

    Nella mattinata, anche quest’anno, in un’altra sala del Quirinale sono stati consegnati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, i riconoscimenti alle famiglie degli infoibati. A Roma sono 30 i nominativi di una lunga lista che ha visto cerimonie ripetersi anche in altre città italiane.

    SUPERARE IL PASSATO

    Nel prendere la parola alla cerimonia centrale, Letta ha esordito dicendo: “Oggi è una giornata triste, di dolore. Forse il silenzio avrebbe reso più forte anche la celebrazione del Ricordo”. Il riferimento è alla scomparsa di Eluana Englaro, ma riprende subito il filo del discorso entrando nello spirito del 10 febbraio, sottolineando il contributo che i giuliano-dalmati hanno dato alla realtà italiana. Nel sogno europeo confluisce il tempo “dell’unità – ha affermato Letta –, della riunificazione e della riconciliazione, del superamento del passato grazie al solido patrimonio di valori condivisi alla base del progetto europeo: democrazia, rispetto dei diritti umani, stato di diritto, solidarietà”.

    SOSTEGNO ALLA CNI

    Un caloroso abbraccio quello di Letta agli esuli senza dimenticare la minoranza italiana in Slovenia e Croazia alla quale ha voluto riconfermare il sostegno dell’Italia “più che mai convinti che il confine dell’Italia orientale possa oggi divenire un crocevia strategico per l’incontro di popoli e nazioni. Un confine vivo, non più una barriera da presidiare. Un confine aperto che non nega la nostra identità né la nostra storia o la nostra civiltà, ma che favorisce l’incontro delle diverse Europe, la loro riunificazione per un destino comune”.

    Principi che rimbalzano anche nell’intervento di Guido Brazzoduro, a nome della Federazione delle Associazioni degli Esuli che si è soffermato sulla storia e la necessità di una rilettura ai massimi livelli onde far chiarezza sulle pagine ancora inesplorate o sottaciute. Ha ricordato l’eccellenza nel mondo degli esuli che ha dato lustro in Italia e nel mondo alla civiltà ed alla cultura di un popolo che va ricordato anche nei libri scolastici per la sua epopea e perla testimonianza di dignità che gli è propria. Importante che l’Italia sappia della tradizione multietnica della costa orientale dell’Adriatico per trarne insegnamento per il futuro. La solidarietà dell’Italia dimostrata in occasione del 10 febbraio – ha sottolineato Brazzoduro –, è un volano per continuare a costruire nuovi rapporti all’interno del mondo degli esuli, ma anche con l’esterno sia in Italia sia nel mondo, e in particolare con la comunità italiana in Istria, Fiume e Dalmazia.

    Sempre più si fa strada in queste cerimonie l’idea di un’unità che l’Europa va costruendo per i giovani che domani dovranno concepire nuove strategie su basi forti e consapevoli a patto che i Paesi ed i popoli vicini affrontino la vera e profonda conoscenza dei fatti senza remore né pregiudizi. Tesi – ha ricordato Brazzoduro –, già affrontate in quell’importante incontro in Istria tra Mesić e Ciampi in un clima che faceva ben sperare in un diverso futuro che va perseguito.

    Nelle prime file, stretti al presidente Napolitano e al pubblico numerose autorità: Fini, Schifani, Flick, Larussa, Chiti, Bindi e Cofferati che, anche a conclusione della cerimonia, dopo lo splendido concerto di musiche di Tartini e Donorà con Francesco Squarcia e Nina Kovačić, hanno voluto confondersi con il pubblico per foto e strette di mano.

    IL MESSAGGIO DELL'ECCELLENZA

    Entusiasta il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, delle cerimonie che Roma ha voluto dedicare al 10 febbraio, che, anzi, si sono sovrapposte con la manifestazione parallela con il sindaco Alemanno e l’ANVGD di Roma nella medesima mattinata. Ma su quanto porterà a Trieste di questa esperienza, afferma: “Già ieri sera al conferimento dei premi internazionali del Giorno del Ricordo a cura dell’ANVGD, ho colto questo respiro alto dei giuliano-dalmati di Roma che stanno trasformando l’eccellenza in un messaggio forte, valido anche per Trieste. Noi che viviamo su quel confine al quale Roma destina un ruolo fondamentale, dobbiamo riuscire a gestire al meglio il compito che ci viene dato. Lo stiamo facendo con piccoli-grandi passi: il nuovo monumento sulla Foiba di Basovizza, la cerimonia di beatificazione di don Bonifacio, l’inaugurazione del Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana e Dalmata e, il 21 febbraio, anche l’inaugurazione del monumento a Norma Cossetto. A questi grandi momenti altri ne seguiranno a smantellare quello stereotipo che vede Trieste come “la città del no se pol”.

    Rosanna Turcinovich Giuricin

    «SONO LIETO DEI CHIARIMENTI AVUTI DAL PRESIDENTE SLOVENO"

    ROMA – Giorgio Napolitano si è dichiarato “lieto dei chiarimenti avuti il 31 gennaio scorso dal presidente sloveno” a proposito delle modalità in cui vengono ricordate le sofferenze dei profughi istriani, fiumani e dalmati. “Non possiamo non sentirci vicini – ha detto il presidente della Repubblica italiana celebrando al Quirinale il Giorno del ricordo –, a quanti hanno sofferto comunque di uno sradicamento a cui è giusto che si ponga riparo attraverso un’obiettiva ricognizione storica e una valorizzazione di identità culturali, di lingua, di tradizioni che non possono essere cancellate. Nessuna identità può essere sacrificata o tenuta ai margini nell’Europa unita che vogliamo far crescere anche insieme alla Slovenia e alla Croazia democratiche”. Sui rapporti con la Slovenia, il capo dello Stato ha detto che “le nuove generazioni non possono lasciar pesare sull’amicizia tra i nostri Paesi le colpe e le divisioni del passato. Spetta ad esse fare opera di verità e di giustizia nello spirito della pace e dell'integrazione europea, sempre rendendo omaggio alla memoria delle vittime e al dolore dei sopravvissuti con lo sguardo più che mai volto al futuro.

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    (Fonte internet da. La Voce del popolo 11 febbraio 2009

    GIORNO DEL RICORDO, celebrazione alla foiba di Basovizza

    LA RICONCILIAZIONE E' UN ATTO DOVEROSO

    TRIESTE – Il 10 febbraio 1947 è stato ricordato ieri mattina alla foiba di Basovizza. 10 febbraio, il Giorno del ricordo, una ricorrenza che richiama l’attenzione dell’opinione pubblica sulla questione dell’esodo sofferto dalle genti italiane dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. La cerimonia commemorativa presso la voragine carsica è, di anno in anno, un appuntamento a cui partecipano centinaia di persone “comuni”, numerosi rappresentanti delle forze politiche, e gli esponenti delle autorità militari e religiose. Ogni anno, poi, le istituzioni ricordano attraverso le loro parole e con il loro ruolo di pubblici funzionari, la sofferenza di migliaia di persone.

    Ieri mattina, tuttavia, il protocollo seguito è stato diverso dal solito. A parlare e ad esprimere il personale cordoglio è stato solamente il vescovo Eugenio Ravignani il quale ha tenuto una messa celebrativa per tutte le vittime delle foibe, e per la tragedia dell’esodo.

    “Il ricordo doveroso e commosso va a tutte quelle persone che in ragione dell’odio, della violenza, della ferocia e dell’iniquità che sono state prodotte nelle nostre zone durante e dopo la guerra, hanno subito ferite dolorose difficilmente rimarginabili. Il sacrificio della vita umana non può essere messo in un angolo, nè tantomeno superato in virtù del tempo risolutore di ogni dramma personale. Oggi quello che dobbiamo anche pensare è che questo spazio, questa commemorazione debba servire da monito per le giovani generazioni perchè la coscienza nostra ci rende obbligati a farlo”. Il vescovo già amico di monsignor Santin, un altro simbolo dell’esodo giuliano-dalmata, ha concluso il suo intervento affermando che “la parola può aprire il cuore alla speranza. Perciò dobbiamo ricordarci che sull’odio e sulla violenza niente può esser edificato. La riconciliazione è un atto doveroso, tuttavia senza voler scordare o far sì che il tempo cancelli le ferite che le vittime di tanta barbarie ci ricordano di aver subito”.

    Nessun discorso politico – il sindaco Roberto Dipiazza era a Roma –, nessun intervento da parte dei rappresentanti degli esuli: Codarin, Lacota, Rovis e Sardos Albertini. Le celebrazioni del Giorno del ricordo organizzate ieri al monumento nazionale della foiba di Basovizza, e successivamente in Prefettura a Trieste hanno visto la partecipazione del sottosegretario all’Ambiente, on.Roberto Menia, promotore della legge istitutiva della ricorrenza del 10 febbraio. Nel suo intervento, Menia ha sottolineato il significato della solennità come “riconoscimento morale di tutta la Nazione nei confronti di coloro che hanno pagato per amore della libertà e dell’Italia”.

    Alla cerimonia di Basovizza la Regione Friuli Venezia Giulia era rappresentata dall’assessore al Lavoro, Alessia Rosolen, assieme al prefetto di Trieste Giovanni Balsamo e le associazioni degli esuli istriani, giuliani e dalmati.

    Alla fine della messa sono state lette alcune poesie, dando così maggiore risalto alle vicende personali ed alle sofferenze della gente che agli scritti dei ghost writers.

    Nicolò Giraldi

    raccontato l'esodo e la sua storia

    lLA POLITICA DELLA GIUSTA MEMORIA

    ROMA/TRIESTE – L’attenzione, l’emozione, la considerazione della nazione che rapporto possono avere con un premio internazionale? Molto stretto se l’attestato nasce dalla volontà di far conoscere al mondo una realtà composita fatta di storia dell’esodo e delle vittime delle foibe di cui molti hanno scritto, realizzato film, video, trasmissioni tv o radiofoniche, informato, analizzato e raccontato.

    L’idea dell’ANVGD di far confluire alla cerimonia di consegna del Premio Internazionale del Giorno del Ricordo tante personalità della cultura, della politica e dell’informazione è riuscita a diventare evento in una serata al Centro Congressi Roma-Eventi di via Alibert.

    Approfondimento storico

    A salire sul palcoscenico sono stati diciotto premiati “meritevoli di aver contribuito, nei diversi campi, all’approfondimento storico di una delle barbarie del secolo scorso che assume un significato particolare alla vigilia del Giorno del Ricordo” – come ha scritto nel suo messaggio il segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra, portando il saluto del presidente Napolitano. E al suo messaggio se ne sono aggiunti numerosi altri di Scalfaro, Cossiga, Schifani, Fini, Chiti, Scajola, Zaia, Matteoli, Meloni, Marrazzo e La Rosa. In sala, a significare l’attenzione del Ministero dei Beni Culturali, Francesca Maria Giro che ha portato il saluto del ministro Bondi soffermandosi sulla “politica della giusta memoria” nell’impegno di ricordare e di continuare a combattere la battaglia di sempre per il mantenimento della dimensione giuliano-dalmata.

    Tre ore di premiazione sono servite a focalizzare alcuni punti fondamentali: l’avvenimento ha reso omaggio a personaggi che nell’ambito della propria professione hanno saputo cogliere momenti salienti della storia delle terre orientali durante e immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale e porgerle con grande sensibilità all’opinione pubblica. Dallo storico Giuseppe Parlato erede della cultura defeliciana e molto vicino alla realtà del FVG, ai giornalisti e scrittori Gian Antonio Stella e Anna Maria Mori che rispondono con commozione alle domande del conduttore, l’attore Ettore Gatti perfettamente calato nella parte e padrone della scena. Anna Maria Mori ha voluto dedicare il premio ai suoi genitori. Stella ha ricordato il passato attraverso l’amore per Venezia di una località come Perasto, il presente di un confine che ancora divide l’Istria ed il futuro in cui “messo da parte l’odio bisogna ricordare, ricordare, ricordare”.

    Una cultura viva e pulsante

    Ma poi sono arrivati i premi alle testate: l’Avvenire, ritirato da Lucia Bellaspiga (mia madre – dice –, è di Pola); a Est Ovest con Sergio Tazzer che su Radio Uno Rai da quattordici anni affronta questi argomenti; a TG2 Dossier Storie del direttore Mauro Mazza che ha voluto con i servizi entrare nelle vicende attraverso i protagonisti.

    Riconoscimenti sono andati ad un giovane, Antonio Varisco, per la sua tesi sui soldati a Zara nei difficili anni della guerra, ad un simbolo dell’atletica, il fiumano Abdon Pamich ed emblema di una realtà sportiva “d’altri tempi i cui valori si sono persi” e al prof. Konrad Eisenbichler, rappresentante dei giuliano-dalmati emigrati in altri continenti. Lussignano trapiantato in Canada ha inteso testimoniare la preoccupazione per il depauperamento di una cultura immersa in un mondo di lingua diversa che lotta per rimanere viva e pulsante.

    Due i premi per la fiction televisiva, al regista Alberto Negrin che ha firmato lo sceneggiato “Il cuore nel pozzo” e Leo Gullotta che ha interpretato uno dei ruoli principali. Uno il premio assegnato alle scuole andato all’Istituto “Leonardo da vinci” di Firenze. E poi alle amministrazioni: la Regione Lombardia che ha varato una legge per tutelare la cultura degli esuli, la Regione Veneto impegnata a salvaguardare le testimonianze della Serenissima lungo la costa adriatica e il Comune di Bologna che fa un grande sforzo per riuscire ad iniziare un processo di recupero e superamento di una memoria negativa: il traumatico passaggio dei profughi da una stazione in sciopero.

    Un'attenzione radicata

    Premio anche al Comune di Trieste, città che tutti considerano capitale morale dell’esodo ritirato dal sindaco Roberto Dipiazza convinto che il contributo degli esuli alla crescita della città vada sottolineato e fatto conoscere dopo tanto oblio ed annuncia la prossima inaugurazione del monumento a Norma Cossetto in uno dei quartieri costruiti per i profughi in zona Baiamonti.

    Numerosi le personalità politiche e del mondo della cultura e dell’associazionismo (in particolare Aldo Clemente chiamato a raccontare dell’Opera profughi e del contributo offerto da personaggi in vista) chiamate a premiare i vincitori, tra cui l’“amico” Carlo Giovanardi così definito per il suo particolare rapporto con la realtà degli esuli e degli italiani d’Istria Fiume e Dalmazia ai quali anche Lucio Toth nel suo discorso iniziale ha voluto rivolgere un pensiero ed un saluto.

    Il tutto per una serata talmente densa di significati che a sedimentarli ci vorrà del tempo, anche perché ogni premiato ed ogni ospite erano meritevoli di lunghe presentazioni e spazio per raccontarsi. Rimane la sensazione di una presenza ricca, di un’attenzione radicata che danno al Giorno del Ricordo un valore alto e al premio ideato e voluto dall’ANVGD con Lucio Toth, Patrizia Hansen e Fabio Rocchi una ragione per continuare a segnalare l’eccellenza.

    Rosanna Turcinovich Giuricin

    Lo afferma Ettore Rosato (Pd)

    «La strada del riconoscimento

    storico è ancora lunga»

    TRIESTE – Per il deputato Ettore Rosato (Pd) “ancora lunga è la strada da percorrere affinché la tragedia delle foibe e dell’esodo delle genti istrodalmate riesca a innervare la coscienza storica e morale della Nazione”. Lo afferma in una nota emessa in occasione delle celebrazioni del Giorno del ricordo. Sottolineando l’“alto valore simbolico” delle cerimonie di rievocazione a Montecitorio, Rosato ritiene “apprezzabile un’iniziativa del Dipartimento dell’informazione, comunicazione e editoria, volta a promuovere sui media anche l’uso della toponomastica italiana per quei luoghi, borghi e città d’Istria e Dalmazia che per lunghi secoli – ricorda –, videro viva e radicata la lingua e la cultura veneta”. Rosato afferma, infine, che “le sofferenze degli esuli attendono dallo Stato provvedimenti concreti, che assicurino – conclude –, equi indennizzi, benefici previdenziali, restituzione dei beni”.

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    (Fonte Internet da La voce del Popolo 12 febbraio 2009

    Al Consiglio regionale FVG testimonianze dell'esodo

    TRIESTE - Lo sradicamento, 50 anni fa, di istriani, fiumani e dalmati verso un lembo di terra del Friuli occidentale, le Villotte di San Quirino, a nord di Pordenone, è stato ricordato, nella Giornata del ricordo, a Trieste. Il libro "Opzione: italiani!" di Luigino Vador e la mostra curata da Nicoletta Ros che documenta fotograficamente quello sradicamento, sono stati presentati nella sede del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia dal vicepresidente dell'Assemblea, Maurizio Salvador, assieme all'assessore al Personale, Elio De Anna. "Sono due iniziative con le quali il Consiglio ha voluto che anche in questa sede si celebrasse per la prima volta il Giorno del ricordo facendo proprie le parole del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sul dovere delle istituzioni, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato", ha affermato Salvador, secondo il quale "il ricordo delle sofferenze di questa gente deve essere tramandato alle giovani generazioni al pari dell'Olocausto e delle altre tragedie dell'umanità". "Avete dematerializzato le pietre, coltivato i terreni, vi siete inseriti nel nostro territorio senza spingere, senza protestare, non è da tutti", ha commentato De Anna. "E oggi questo territorio si è arricchito e sviluppato anche grazie a voi - ha aggiunto -. Siete un esempio per i vostri e per i nostri figli".

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    Quell'enorme lapide bianca», lettura teatrale a Montecitorio

    lLA SPERANZA DEL RICORDO

    ROMA – Montecitorio, Sala della Lupa, 10 Febbraio 2009: si svolge, per la prima volta, una delle iniziative importanti che l'Italia dedica al Giorno del ricordo. L'ha voluta il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che si rivolge ai presenti, una platea gremita, molti arrivati di corsa dopo le cerimonie al Quirinale con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e in Campidoglio con il sindaco di Roma Gianni Alemanno.

    Fini ha voluto dare spazio ad un'iniziativa teatrale, promossa proprio dalla Camera dei Deputati "il 10 febbraio 2009 nel Giorno del ricordo - spiega il presidente -, della tragedia delle genti giuliane, istriane, fiumane e dalmate voluta con lo scopo di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani approfondendone il significato all'interno dell'identità nazionale". Il tutto - ribadisce Fini -, deve avvenire col beneficio della verità "senza ipocrisie né rimozioni", ma in modo sereno, quasi scientifico.

    Il testo teatrale dovrebbe contribuire a tale processo, una goccia in un mare grande che invita comunque a riflettere. ".....quell'enorme Lapide Bianca...." scritto da Paolo Logli per la voce di Luca Violini, che di questa lettura teatrale è interprete e regista, è arricchito dalle musiche originali di Gabriele Esposto. Si tratta di un monologo che riporta il dialogo intimo e privato tra due amici, uno sloveno, Ive, e un italiano, Enrico, che sono stati bambini assieme in Istria prima del dramma. Il clima è cupo, a momenti truce quando si ricorda la tragedia delle foibe. Un unico punto di luce, la sorella di Enrico, a distanza di tanti anni dalla morte del fratello che è stato ucciso perché aveva voluto lasciare il campo profughi ed era ritornato a casa, decide di mandare il suo diario a Ivo. Ma non basta ad aprire una porta alla speranza che immagini un possibile futuro. Ivo rimarrà con il suo rimorso che continua a tenerlo sveglio nelle notti già brevi di ottantenne. La vita, quella fatta di amicizia, accordo, voglia di camminare insieme, per sempre relegata al "prima" che scoppiasse la guerra.

    Le ideologie del Novecento

    Le ideologie che hanno attraversato il Novecento, hanno avvelenato la grande storia ed hanno compresso l'esistenza dell'individuo. Ma siamo lontani da un'analisi che tenga conto delle sfumature, che penetri anche nella volontà degli artisti che si avvicinano all'argomento - attraverso il teatro come in questo caso, ma anche con il cinema come nella fiction di Negrin "Il cuore nel pozzo" -, a prevalere sono i luoghi comuni in un mondo in bianco e nero che non può essere per il semplice fatto che le gradazioni, nella vicenda delle nostre terre, sono talmente tante da avere bisogno per un'interpretazione della verità, di un approccio a 360 gradi. Basta leggere "Bora", di Anna Maria Mori e Nelida Milani per capirlo, analizzare "La Frontiera" di Franco Vegliani, e poi per completare il tutto, aggiungendoci la poesia, rivedere il film "La rosa rossa"di Franco Giraldi.

    Illuminare tutti gli angoli di storia

    Il messaggio allora diventa composito. Avete presente quelle torte che si usano nelle analisi statistiche? Raccontare la vicenda dell'Adriatico orientale significa dividerla in fette sottilissime, senza alcuna esclusione.

    Quel voto parlamentare a larghissima maggioranza che ha portato alla Legge sul ricordo, "fu l'approdo di una lunga e sofferta conquista di consapevolezza civile. La consapevolezza che un Paese democratico non deve avere mai paura di illuminare tutti gli angoli della propria storia" - è quanto ha affermato Fini rivolgendosi al pubblico prima dello spettacolo. Appunto, e su questa strada la lettura scenica rappresenta un tassello che va completato.

    Magari con un'altra legge che porti nelle scuole la storia dell'Adriatico Orientale ieri e oggi perché il passato senza il presente potrebbe anche sciogliersi e scomparire aggiungendo dolore al dolore e nient'altro.

    Rosanna Turcinovich Giuricin

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    Corriere della Sera ARCHIVIO pag. 35

    (6 ottobre 2001) -

    FRONTIERE Alla vigilia della visita di Stato, lo storico Guido Rumici racconta il dramma della minoranza che scelse di non partire

    FRATELLI D'ISTRIA, IL TORTO DI ESSERE RIMASTI

    Mercoledì Ciampi proporrà un «modello Alto Adige» per la comunità italiana in Croazia La prima volta di un nostro presidente a Fiume Ora risultano 35mila persone, ma tanti devono «dichiararsi»

    FRONTIERE Alla vigilia della visita di Stato, lo storico Guido Rumici racconta il dramma della minoranza che scelse di non partire Fratelli d' Istria, il torto di essere rimasti Mercoledì Ciampi proporrà un «modello Alto Adige» per la comunità italiana in Croazia Per molti anni il loro torto è stato quello di esser rimasti. Una scelta che, a sentire quanti erano invece fuggiti di là del golfo, meritava quasi un' accusa di «infedeltà» verso la nazione madre. Non hanno condiviso la diaspora e l' hanno pagata cara, gli italiani d' Istria. Mimetizzati a forza nel melting pot slavo, fino alla caduta del comunismo sono stati dei fantasmi: ignorati da Roma, come fossero etnicamente «impuri»; visti con sospetto da Belgrado, come fossero potenziali irredentisti. Se provavano ad alzare la testa, erano subito avviliti da una concreta ostilità, mentre persino la lingua veneta imparata in famiglia veniva progressivamente sradicata. Ad accettare la nuova realtà erano in pochi. La gran parte la subiva, vivendo sulla propria pelle una retrocessione culturale e sentimentale, e scoprendosi «esiliata in casa propria»: perché, nonostante tutto, non aveva mai perso la memoria. Hanno cominciato a riprendere coraggio dal 1991, gli «italiani» che si sono fermati dall' altra parte dell' Adriatico e che sono oggi dispersi in una comunità di 3.000 persone nella Slovenia e di 32.000 nella Croazia (ma pare ce ne siano altri 15.000 di nascosti e pronti a «dichiararsi» nel prossimo censimento). I risultati dei loro tentativi per riemergere sono stati finora piuttosto modesti, e tuttavia presto potrebbero ricevere una forte spinta. Accordi e memorandum di tutela, infatti, torneranno all' ordine del giorno la prossima settimana, con una visita del presidente della Repubblica tra Zagabria, Pola, Fiume e Rovigno sulla quale si appuntano molte speranze. Ciampi non intende ricontrattare dossier o riaprire vertenze: sono materie che spettano ai governi. Si farà testimone di solidarietà, limitandosi a suggerire al collega Mesic, che vuole accompagnarlo attraverso l' Istria, un modello per il futuro: quello della convivenza realizzata in Alto Adige. Un modello europeo, per la Croazia che mira all' Ue. Un modello che riconosca piena dignità e diritti alla nostra minoranza, come noi l' abbiamo garantita ai «tedeschi» di Bolzano. Le suggestioni che il viaggio può evocare sono infinite, e si rispecchiano in intere biblioteche: dai fasti dell' impero austro-ungarico alle gesta dei legionari di D' Annunzio, dalle manganellate dei fascisti alla tragedia delle foibe, all' esodo dei 350 mila in fuga davanti ai soldati di Tito. Solo una vicenda non è stata raccontata, a parte per poche prove letterarie: quella, appunto, di chi è rimasto. A colmare il vuoto provvede ora Guido Rumici, un ricercatore goriziano, con il saggio «Fratelli d' Istria» (edito da Mursia) che Ciampi dovrebbe mettere in valigia, prima di partire, perché risponde a tante domande. Ad esempio: che cosa accadde alla nostra comunità del confine orientale, dopo il 1945? Perché restarono lì? Erano davvero italiani «culturalmente indigenti e spesso comunisti», come ha sostenuto il più prestigioso tra gli esiliati, Enzo Bettiza? Insomma, persone pronte ad accettare l' «assimilazione» slava? «C' erano, sì, dei comunisti, tra loro - spiega Rumici - ma quella leadership era minoranza in una comunità politicamente "grigia", che non faceva opzioni ideologiche: semplicemente, non voleva abbandonare la propria terra. Basta scorrere i dati della diaspora: il 90-95 per cento di chi è fuggito in Italia proveniva dai paesi della costa, era dunque gente "mobile", in grado di adattarsi ovunque e cavarsela, magari tornando da pescatori in questi stessi mari. Chi si è fermato stava all' interno, ed era quasi sempre d' estrazione contadina: piccoli agricoltori, legati al podere coltivato dai padri e dai nonni». Nel turn over geopolitico pianificato da Belgrado, che incoraggiava l' insediamento in Istria e Dalmazia di persone provenienti dai luoghi più lontani della federazione, la comunità rischiò di essere travolta. Qualcuno parlò, inascoltato, di una «pulizia etnica strisciante e silenziosa», che emarginava l' identità italiana e mortificava l' antico cosmopolitismo di questi luoghi. «Per mezzo secolo è stato difficile tutto - aggiunge lo storico, che ha messo in appendice al suo libro diverse testimonianze cariche di rabbia e risentimento -. Difficile iscrivere i figli alle poche nostre scuole superstiti, difficile la vita dei giornali scritti nella nostra lingua, difficile trovare lavoro se non si accettava la slavizzazione. E difficile far arrivare la propria voce a Roma». Ora, per quanto indeboliti in italianità dalla lunga pressione politica e filtrati dai tanti matrimoni misti, in trentamila si sono comunque salvati da un destino «meticcio» che li avrebbe fatalmente cancellati. E adesso puntano all' emancipazione su diversi fronti. Realizzando gemellaggi di licei e università (in primo luogo quella «popolare» di Trieste), sollecitando collegamenti con le istituzioni dell' «altro mare», chiedendo un flusso regolare di aiuti per circoli e sodalizi impegnati nello studio della lingua che (giusto com' è accaduto in Albania) la nostra televisione ha rilanciato. Dice Rumici: «Hanno avuto un dopoguerra duro e doloroso, che non può ancora dirsi concluso. Fino a ieri il loro semplice parlare "talian" era giudicato quasi un fatto sovversivo, come di chi ostenta una memoria indebita, in vista di chissà quali revanscismi. Mentre loro si dichiarano semplicemente "istriani", come sono sempre stati. E confidano nell' Italia, che fino a ieri li ha dati per persi». Marzio Breda Da Zagabria a Pola Martedì visita a Zagabria. Mercoledì il presidente Carlo Azeglio Ciampi dedicherà mercoledì un' intera giornata a Istria e Quarnaro, durante il suo viaggio ufficiale in Croazia. Lo scopo è di esprimere la «solidarietà» dell' Italia alla nostra comunità rimasta lì dopo la guerra. Il viaggio istriano di mercoledì comincerà a Fiume, città sempre contesa e dove nessun capo dello Stato (neppure i re) si è mai recato, con tappa al liceo italiano. E proseguirà poi con la «veneziana» Rovigno, per un incontro con gli studiosi del Centro di ricerche storiche. A Pola, infine, il presidente, accompagnato dal collega croato Mesic, parlerà ai rappresentanti della nostra minoranza.

    Breda Marzio