IL GIORNO DEL RICORDO

  • Maria Curkovic

    GIORNO DEL RICORDO

    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

    Il Giorno del ricordo in Italia si celebra il 10 febbraio, in memoria delle vittime del genocidio anti-italiano commesso dagli jugoslavi e dell'esodo giuliano-dalmata.

    Istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, concede anche un riconoscimento ai congiunti degli infoibati. Nel testo di legge si leggono le motivazioni:

    « La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata [...] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero. »

    (legge 30 marzo 2004 n. 92)

    Il Giorno del Ricordo è considerato una solennità civile, ai sensi dell'art. della legge 27 maggio 1949, n. 260. Esso non determina riduzioni dell'orario di lavoro degli uffici pubblici né, qualora cada in giorni feriali, costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado. Sempre nella stessa legge, vengono istituiti il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e l'Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma. Tali istituzioni verranno finanziate con 200.000 euro annui a decorrere dall'anno 2004, metà all'Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata (IRCI), e metà alla Società di studi fiumani.

    Per il 2004, i fondi furono detratti dal "Fondo speciale" dello stato di previsione del Ministero dell'Economia e delle Finanze per l'anno 2004.

    Nel provvedimento d'istituzione, vengono assegnate, in sèguito a domanda, un titolo onorifico senza assegni, costituito da un'apposita insegna metallica con relativo diploma, al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza, ai congiunti sino il sesto grado degli infoibati, dall'8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, Dalmazia e nelle province dell'attuale confine orientale.

    Tale diritto è esteso anche agli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati. Il riconoscimento può essere concesso anche ai congiunti dei cittadini italiani che persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l'anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia, escludendo quelli che sono morti in combattimento.

    Vengono esplicitamente esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati uccisi mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell'Italia.

    Il termine per la domanda al riconoscimento è il 30 marzo 2014.

    L'insegna metallica e il diploma a firma del Presidente della Repubblica sono consegnati annualmente, durante le cerimonie del 10 febbraio. L'insegna metallica è in acciaio brunito e smalto, con la scritta "La Repubblica italiana ricorda".

    Come risposta alla proclamazione del Giorno del ricordo italiano, il Parlamento sloveno ha proclamato, nel 2005, il 15 settembre (giorno di entrata in vigore del Trattato di Parigi) festa nazionale con il nome "Festa dell'Unione del Litorale con la madrepatria".



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  • Maria Curkovic

    Legge 30 marzo 2004, n. 92

    "Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati"

    pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 86 del 13 aprile 2004

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    Art. 1.

    1. La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

    2. Nella giornata di cui al comma 1 sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero.

    3. Il «Giorno del ricordo» di cui al comma 1 è considerato solennità civile ai sensi dell’articolo 3 della legge 27 maggio 1949, n. 260. Esso non determina riduzioni dell’orario di lavoro degli uffici pubblici né, qualora cada in giorni feriali, costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado, ai sensi degli articoli 2 e 3 della legge 5 marzo 1977, n. 54.

    4. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

    Art. 2.

    1. Sono riconosciuti il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e l’Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma. A tale fine, è concesso un finanziamento di 100.000 euro annui a decorrere dall’anno 2004 all’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata (IRCI), e di 100.000 euro annui a decorrere dall’anno 2004 alla Società di studi fiumani.

    2. All’onere derivante dall’attuazione del presente articolo, pari a 200.000 euro annui a decorrere dall’anno 2004, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2004-2006, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2004, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo Ministero.

    3. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

    Art. 3.

    1. Al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza, ai congiunti fino al sesto grado di coloro che, dall’8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale, sono stati soppressi e infoibati, nonché ai soggetti di cui al comma 2, è concessa, a domanda e a titolo onorifico senza assegni, una apposita insegna metallica con relativo diploma nei limiti dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 7, comma 1.

    2. Agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati. Il riconoscimento può essere concesso anche ai congiunti dei cittadini italiani che persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l’anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia, escludendo quelli che sono morti in combattimento.

    3. Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati soppressi nei modi e nelle zone di cui ai commi 1 e 2 mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia.

    Art. 4.

    1. Le domande, su carta libera, dirette alla Presidenza del Consiglio dei ministri, devono essere corredate da una dichiarazione sostitutiva di atto notorio con la descrizione del fatto, della località, della data in cui si sa o si ritiene sia avvenuta la soppressione o la scomparsa del congiunto, allegando ogni documento possibile, eventuali testimonianze, nonché riferimenti a studi, pubblicazioni e memorie sui fatti.

    2. Le domande devono essere presentate entro il termine di dieci anni dalla data di entrata in vigore della presente legge. Dopo il completamento dei lavori della commissione di cui all’articolo 5, tutta la documentazione raccolta viene devoluta all’Archivio centrale dello Stato.

    Art. 5.

    1. Presso la Presidenza del Consiglio dei ministri è costituita una commissione di dieci membri, presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri o da persona da lui delegata, e composta dai capi servizio degli uffici storici degli stati maggiori dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e dell’Arma dei Carabinieri, da due rappresentanti del comitato per le onoranze ai caduti delle foibe, da un esperto designato dall’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata di Trieste, da un esperto designato dalla Federazione delle associazioni degli esuli dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, nonché da un funzionario del Ministero dell’interno. La partecipazione ai lavori della commissione avviene a titolo gratuito. La commissione esclude dal riconoscimento i congiunti delle vittime perite ai sensi dell’articolo 3 per le quali sia accertato, con sentenza, il compimento di delitti efferati contro la persona.

    2. La commissione, nell’esame delle domande, può avvalersi delle testimonianze, scritte e orali, dei superstiti e dell’opera e del parere consultivo di esperti e studiosi, anche segnalati dalle associazioni degli esuli istriani, giuliani e dalmati, o scelti anche tra autori di pubblicazioni scientifiche sull’argomento.

    Art. 6.

    1. L’insegna metallica e il diploma a firma del Presidente della Repubblica sono consegnati annualmente con cerimonia collettiva.

    2. La commissione di cui all’articolo 5 è insediata entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge e procede immediatamente alla determinazione delle caratteristiche dell’insegna metallica in acciaio brunito e smalto, con la scritta «La Repubblica italiana ricorda», nonché del diploma.

    3. Al personale di segreteria della commissione provvede la Presidenza del Consiglio dei ministri.

    Art. 7.

    1. Per l’attuazione dell’articolo 3, comma 1, è autorizzata la spesa di 172.508 euro per l’anno 2004. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2004-2006, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2004, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo Ministero.

    2. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

    3. Dall’attuazione degli articoli 4, 5 e 6 non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

  • Maria Curkovic

    PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA

    SALUTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    IN OCCASIONE DELLA CERIMONIA

    PER IL GIORNO DEL RICORDO

    (Palazzo del Quirinale, 10 febbraio 2009)

    Lasciate innanzitutto che sottolinei anche io come questa cerimonia cade in un momento di dolore e turbamento nazionale, in un momento che può divenire anche di sensibile e consapevole riflessione comune.

    Con questo sentimento procediamo ad un incontro che ha d'altronde una sua severità grave e anche triste per quello che evoca.

    Da cinque anni per iniziativa del mio predecessore e per mio conseguente impegno, il Giorno del Ricordo viene celebrato in Quirinale. Questa prassi non comune vale ad esprimere il sentimento di vicinanza affettuosa e solidale che lega le istituzioni repubblicane a quanti vissero personalmente, o attraverso loro famigliari, le tragiche vicende della persecuzione, dell'orrore delle foibe, dell'esodo massiccio degli italiani dalle terre in cui erano profondamente radicati.

    Come Presidente della Repubblica italiana, risorta in quanto Stato alla vita democratica anche grazie al coraggio e al sacrificio dei civili e dei militari che si impegnarono nella Resistenza fino alla vittoria finale sul nazifascismo, ritengo non abbiano alcuna ragion d'essere polemiche dall'esterno nei nostri confronti. Con gli Stati di nuova democrazia e indipendenza sorti ai confini dell'Italia vogliamo vivere in pace e in collaborazione nella prospettiva della più larga unità europea.

    Il Giorno del Ricordo voluto dal Parlamento ha corrisposto all'esigenza di un riconoscimento umano e istituzionale già per troppo tempo mancato e giustamente sollecitato. Esso non ha nulla a che vedere col revisionismo storico, col revanscismo e col nazionalismo. La memoria che coltiviamo innanzitutto è quella della dura esperienza del fascismo e delle responsabilità storiche del regime fascista, delle sue avventure di aggressione e di guerra.

    E non c'è espressione più alta di questa nostra consapevolezza, di quella che è segnata nell'articolo 11 della nostra Costituzione, là dov'è sancito il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.

    Non dimentichiamo e cancelliamo nulla: nemmeno le sofferenze inflitte alla minoranza slovena negli anni del fascismo e della guerra.

    Ma non possiamo certo dimenticare le sofferenze, fino a un'orribile morte, inflitte a italiani assolutamente immuni da ogni colpa. E non possiamo non sentirci vicini a quanti hanno sofferto comunque di uno sradicamento a cui è giusto che si ponga riparo attraverso un'obbiettiva ricognizione storica e una valorizzazione di identità culturali, di lingua, di tradizioni, che non possono essere cancellate. Nessuna identità può essere sacrificata o tenuta ai margini nell'Europa unita che vogliamo far crescere anche insieme alla Slovenia e alla Croazia democratiche.

    Sono perciò lieto dei chiarimenti che mi sono stati indirizzati il 31 gennaio dal Presidente sloveno, la cui giovane personalità ho avuto modo di apprezzare già in due incontri lo scorso anno. Le nuove generazioni non possono lasciar pesare sull'amicizia tra i nostri paesi le colpe e le divisioni del passato : alle nuove generazioni spetta fare opera di verità e di giustizia, nello spirito della pace e dell'integrazione europea, sempre rendendo omaggio alla memoria delle vittime e al dolore dei sopravissuti, rendendovi omaggio con lo sguardo più che mai volto al futuro.

    i comunicati

    Celebrazione al Quirinale del Giorno del Ricordo

  • Maria Curkovic

    articolo tratto da internet La Torre di Babele

    commento al Giorno del Ricordo 2009

    FOIBE, PROFUGHI E SMEMORATI

    postato da Giano [11/02/2009 13:16]

    Ieri si è celebrato "Il giorno del ricordo", dedicato alla memoria di tutte le vittime delle foibe ed al dramma dei profughi istriani. Al Quirinale si è tenuta una cerimonia ufficiale con la presenza delle più alte cariche dello Stato. Abbiamo seguito nei vari TG un breve intervento del Presidente Napolitano che ha letto un passo del suo discorso. Ecco il testo:

    "La memoria che coltiviamo è innanzitutto quella della dura esperienza del fascismo e delle responsabilità storiche del regime fascista, delle sue avventure di aggressione e di guerra, che ci fa ricordare le sofferenza inflitte alla minoranza slovena negli anni del fascismo e della guerra. Ma non possiamo nemmeno dimenticare le sofferenze, fino a un'orribile morte, inflitte a italiani assolutamente immuni da ogni colpa."

    Questo è quanto abbiamo ascoltato in TV e quanto leggiamo nelle prime pagine dei quotidiani. Parole sacrosante, non c'è che dire, niente da eccepire sulle responsabilità storiche del fascismo. Del resto non mancano certo le occasioni per ricordarle. Ce lo ricordano da 60 anni quotidianamente. Parole giustissime che sarebbero andate molto bene anche in occasione della recente "Giornata della memoria" in ricordo delle vittime del nazismo. Già ma quella giornata era il 27 gennaio. Oggi è il "Giorno del ricordo" ed è dedicato alle vittime delle foibe. E chi sono i responsabili della carneficina nelle foibe carsiche? I fascisti? No, i comunisti di Tito. Ma guarda! Eppure il nostro Presidente nel giro di quattro righe cita tre volte il fascismo, ma mai il comunismo. Come dire che amche i crimini commessi dai comunisti sono sempre e comunque colpa del fascismo. Distratto, amnesia o ha fatto un po' di confusione fra giornata della memoria e giorno del ricordo? Ma non è solo il Presidente ad essere distratto, deve trattarsi di una amnesia generale, visto che anche sui quotidiani, (vedi articolo su Corriere.it) si riporta quel testo, ma la parola "comunismo" non compare da nessuna parte. Non è strano che proprio nel "Giorno del ricordo" siano tutti smemorati?

    Era presente anche il sottosegretario Gianni Letta. Anche del suo intervento i TG hanno mostrato un brevissimo passo in cui Letta accennava al "colpevole silenzio" che ha coperto per 50 anni quella tragedia di migliaia di italiani gettati nelle foibe e di atre centinaia di migliaia di italiani costretti a lasciare le loro case ed i loro beni per sfuggire alla pulizia etnica dei comunisti titini. Ma nemmeno lui, nel breve intervento fatto nei TG, e neppure nei resoconti della stampa, sembra abbia accennato alle responsabilità dei comunisti. Eppure, anche se non fosse direttamente informato dei fatti, poteva sempre chiedere ad un vecchio comunista di allora eventuali chiarimenti. Per esempio, uno a caso che aveva proprio di fronte, poteva chiederlo al presidente Napolitano. Ma poteva anche chiedersi chi e perché ha volutamente coperto con il silenzio quei tragici fatti. Avrebbe scoperto che ancora la responsabilità era dei comunisti che impedivano a chiunque fosse a conoscenza dei fatti di parlarne, nemmeno con i familiari. E così per mezzo secolo non si è saputo nulla di foibe, di campi di concentramento e di tutti gli episodi di torture ad opera dei comunisti di Tito.

    Ma, si dirà, erano fatti avvenuti lontano da noi, in terre occupate dalle truppe iugoslave. Già, allora veniamo a fatti più recenti, dopo la fine della guerra, nel 1947, in territorio nazionale. Questo almeno dovrebbe essere noto. Parliamo dell'arrivo in Italia dei profughi istriani. Ecco come venivano accolti:

    "I 300.000 profughi italiani fuggiti dall'Istria e dalla Dalmazia per non finire nelle foibe furono distribuiti su tutto il territorio nazionale, dove non sempre furono bene accolti. In Emilia, ad esempio, al passaggio dei treni carichi di profughi i ferrovieri comunisti chiusero le fontanelle delle stazioni per impedire loro di dissetarsi. A Bologna la Pontificia Opera di Assistenza aveva predisposto un pasto caldo per i profughi destinati alla Liguria, ma non riuscì a distribuirlo, perché il sindacato comunista dei ferrovieri minacciò dagli altoparlanti che se i profughi avessero consumato il pasto uno sciopero generale avrebbe paralizzato la stazione, e il treno fu costretto a passare senza fermarsi. Ad Ancona il 16 febbraio 1947 il piroscafo "Toscana", che approdava da Pola carico di famiglie italiane, fu accolto sul molo da una selva di bandiere rosse, fischi, insulti e gestacci col pugno chiuso." (Vedi articolo completo: Foibe, stragi, esodo)

    Ancora un edificante esempio di accoglienza e solidarietà ad opera di comunisti e sindacalisti rossi. Almeno questo dovremmo ricordarlo. Anche perché i comunisti sono quelli che oggi si stracciano le vesti per garantire l'accoglienza, senza limiti e controlli, a tutti gli immigrati da qualunque paese provengano. Sempre pronti ad accogliere tutti, bianchi, neri, gialli e rossi, ma...non i profughi italiani, accusati di essere "fascisti" e traditori perché preferivano tornare in Italia, invece che restare nel "paradiso dei lavoratori" del comunista Tito. E' un tipo di solidarietà il cui senso sfugge a molti. Bisogna essere comunisti per capirlo. Loro hanno una logica tutta speciale.

    Riporto ora un altro articolo, che pubblicai già due anni fa, che è molto eloquente e ci fa capire molto bene quale fosse il clima di quel periodo.

    Il giorno del ricordo ed il treno della vergogna. (A Bologna il treno dei profughi istriani fu preso a sassate dai comunisti)

    Era una fredda domenica, quella dei 16 febbraio dei '47, quando da Pola s'imbarcò con i sacchi, le pentole, le ultime lenzuola e un piccolo tricolore il quarto convoglio marittimo di esuli. Qualcuno aveva voluto portare con sé le ossa dei morti. Tutti avevano gli occhi rivolti alla città che sempre più rimpiccioliva. "Era come voler trattenere dentro l'incomparabile visione della nostra cittadina. Nessuno poteva immaginare quello che ci attendeva in madrepatria".

    A ricordarlo è uno di quei profughi, Lino Vivoda, allora quindicenne, che s'era imbarcato con i genitori sul piroscafo "Toscana". Una delle tante storie di addio a una terra amata e cancellata per sempre vissuta da chi, a guerra finita, scelse l'esilio per continuare a sentirsi italiano. "Ad Ancona l'impatto fu tremendo. C'era un cordone dell'esercito a proteggerci e tanta gente che scendeva dalla parte alta della città. Noi, dal ponte della nave, agitavamo le mani in segno di saluto, con le bandiere al collo, anche perché faceva freddo, nevicava. E loro rispondevano col pugno chiuso". Possibile che nessuno la pensasse diversamente. che non sentisse fratelli quei "veneti di la de mar"? Uno episodio, toccante ci fu. "Da quella folla vennero fuori in tre, due con la fisarmonica, e cominciarono a cantare vecchie canzoni istriane. Erano esuli pure loro, accettati per aver combattuto a fianco dei partigiani. Una scena commovente che un po' ci rincuorò. Anche chi ci insultava per un po' smise.

    Da lì partimmo con un lungo treno di vagoni merci la sera di lunedì 17 febbraio, sdraiati sulla paglia, attraverso l'Italia semisepolta dalla neve. Dopo innumerevoli soste in stazioncine secondarie arrivammo a Bologna. Era martedì, poco dopo mezzogiorno. La Pontificia Opera di Assistenza e la Croce Rossa Italiana avevano preparato un pasto caldo, atteso soprattutto dai bambini e dai più anziani". Ma dai microfoni "rossi" una voce gridò: "Se i profughi si fermano, lo sciopero bloccherà la stazione". Poco prima il convoglio, che i ferrovieri chiamavano il "treno dei fascisti", era stato preso a sassate da un gruppo di giovanissimi che sventolavano le bandiere con la falce e il martello. Ci fu perfino chi, per eccesso di zelo, versò sui binari il latte destinato ai bambini già in grave stato di disidratazione.

    Il treno scomparve nella nebbia con il suo carico di delusione e di fame: la meta finale sarebbe stata una caserma di La Spezia. I pasti della Poa nel frattempo vennero trasportati a Parma con automezzi dell'esercito e distribuiti dalle crocerossine. "Vi giungemmo a tarda sera, la gente potè rifocillarsi dopo 24 ore di viaggio. C'erano tanti poveri tra noi, ma per i comunisti i poveri non avevano neanche il diritto di essere poveri". A inquadrare la drammatica vicenda del "treno della vergogna" in un contesto storico più ampio è Guido Rumici, goriziano, ricercatore di Storia ed economia regionale, autore di "Infoibati", "Fratelli d'Istria" e "Istria cinquant'anni dopo il grande esodo" per i tipi di Mursia. "Si trattò di un episodio nel quale la solidarietà nazionale venne meno per l'ignoranza dei veri motivi che avevano causato l'esodo di un intero popolo. Partirono tutte le classi sociali, dagli operai ai contadini, dai commercianti agli artigiani, dagli impiegati ai dirigenti. Un'intera popolazione lasciò le proprie case e i propri paesi, indipendentemente dal ceto e dalla colorazione politica dei singoli, per questo dico che è del tutto sbagliata e fuori luogo l'accusa indiscriminata fatta agli esuli di essere fuggiti dall'Istria e da Fiume perché troppo coinvolti con il fascismo. Pola era, comunque, una città operaia, la cui popolazione, compattamente italiana, vide la presenza di tremila partigiani impegnati contro i tedeschi. La maggioranza di loro prese parte all'esodo".

    C'era chi istigava all'odio anche dalle colonne dei giornali. "Tommaso Giglio che allora scriveva per l'edizione milanese dell'Unità e che poi diresse l'Espresso, in quei giorni firmò tre articoli . In uno titolò "Chissà dove finirà il treno dei fascisti?"". Bruno Saggini, fiumano, residente a Bologna, unica città italiana in cui, fino a pochi anni fa, non esisteva una sola via dedicata all'Istria e alla tragedia dell'esodo, sottolinea la forte valenza ideologica di episodi come quello dei treno. "Gli attivisti di sinistra non capivano che gli italiani abbandonavano in massa le loro terre d'Istria, Fiume e Dalmazia per sfuggire alla snazionalizzante dittatura slavocomunista. Chi aveva fatto questa scelta doveva per forza essere etichettato come fascista".

    (Gian Aldo Traversi)

    Eppure in questo giorno del ricordo sembra che nessuno ricordi che sia le foibe, sia la vergognosa accoglienza fatta ai profughi abbia dei responsabili: i comunisti, iugoslavi e italiani, ma sempre comunisti. Ma allora perché nel giorno in cui si dovrebbe parlare dei crimini comunisti si parla, invece, delle responabilità del fascismo? I comunisti erano buoni? Non se ne deve parlare, non si deve dire, non bisogna chiamare le cose col loro nome? Bisogna che quel silenzio che è durato per 50 anni deve continuare ancora? Bisogna dimenticare? Ma allora siate onesti e coerenti. Non chiamatelo "Giorno del ricordo". Chiamatelo "Giorno dell'amnesia".

  • COMMENTI :

    Monica Budicin :

    Gentile signora, ammiro molto questo suo lavoro di raccolta di ricordi nei più vari aspetti dell'esodo. Sono figlia di profughi Rovignesi, e le assicuro che il dolore dell'esodo non si è mai cancellato in loro. Vorrei un suo parere, invece, su questa questione che mi fa veramente inquietare ogni anno. Ho due bambini: uno frequenta la prima media e l'altra la seconda elementare. Bene sul loro diario nel giorno della memoria dedicato al genocidio ebraico è sempre giustamente riportato un appunto dettato dalla scuola relativo ad incontri, dibattiti o quantomeno una piccola lezione delle maestre sull'argomento. Sul nostro esodo che cade circa un mese dopo nemmeno una parola! Perchè i miei figli non devono sapere ufficialmente cosa accadde ai loro nonni? Secondo lei perchè accade questo e c'è una speranza che questa storia possa finalmente essere, non solo riconosciuta, ma diffusa? Grazie ed a presto.

    Maria Curkovic :

    Cara Monica, puoi darmi del tu, e sono felice di conoscerti, abbiamo in comune il nostro bellissimo Rovigno, il nostro mare e il nostro bianco campanile, e ovviamente anche il nostro esilio. Vedi cara, la nostra storia è sempre stata taciuta e mai scritta nei testi di libri di scuola, perchè è sempre stata una storia scomoda, una vergogna da nascondere!! Dal 2005 è stato istituito IL GIORNO DEL RICORDO...finalmente, e spero che della nostra storia se ne parlerà presto anche nei testi di libri di scuola, sicuramente, non avrà la stessa risonanza, come è giusto, del GIORNO DELLA MEMORIA, che è molto più importante, a livello mondiale, per i milioni di vittime di tutte le nazionalità perpetrate dal nazismo nei campi di sterminio, ma almeno se ne parlerà. Credo che tu sicuramente, avrai insegnato ai tuoi figli, chi erano i loro nonni, da dove venivano, e il perchè hanno dovuto vivere un esilio, come sicuramente avranno raccontato a te, fin da piccina, la loro storia con tanta amarezza e nostalgia, per l'abbandono del loro paese natio.

    Ti consiglierei di parlarne con i loro insegnanti e magari di girare a loro, le stesse domande che tu hai fatto a me, per vedere almeno cosa ti rispondono e se c'è la volontà di dare diffusione alla nostra storia. Gli insegnanti, come i genitori, hanno il dovere di spiegare a un bambino cosa sia una foiba e che significhi esilio anche se nulla è scritto sui libri di testo, visto che, almeno, anche se troppo poco e solo per il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, i mass media, ..ne parlano. Sto cercando nel mio piccolo, facendo ricerche, pubblicando testimonianze, articoli, reportage, di fare conoscere, in modo semplice e evitando la politica, quella pagina di storia che non fu mai scritta, storia rimasta sconosciuta per 60 anni, storia di quei poveri morti nelle foibe, e di 350.000 italiani, gente semplice ma dignitosa, che ha dovuto pagare per TUTTI gli italiani, la sconfitta di una guerra che era di TUTTI..con un esilio da quel pezzo di Italia.. che era di TUTTI.

    Mi farebbe molto piacere cara Monica, se anche tu, come ho fatto anche io, lasciassi la storia del tuoi genitori, in area discussioni nell'argomento FRAMMENTI DI MEMORIA..dove sono andati a vivere arrivati in Patria, e come hanno vissuto l'esodo dopo l'ultimo addio al nostro amato Rovigno.

    Grazie cara di tutto..ti abbraccio..a presto

    Monica Budicin :

    Grazie Maria della bella risposta. Accetto volentieri il tuo invito a scrivere qualcosa e, appena avrò u po' di tempo, sicuramente lo farò.

    Un caro saluto

    Maria Curkovic :

    grazie a te Monica..un abbraccio

  • Maria Curkovic

    Foibe, l’intervento del Presidente della Camera Gianfranco Fini nel Giorno del Ricordo

    “Oggi è il Giorno del Ricordo; saluto con affetto e calore i rappresentanti delle associazioni di esuli istriani, fiumani, giuliani e dalmati che hanno voluto essere presenti a questo evento. Li saluto unitamente all’attore Luca Violini e allo scrittore Paolo Logli, autore del testo teatrale che verrà tra breve rappresentato. Dopo l’approvazione nel 2004 della legge che ha istituito questa ricorrenza ‘al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani’, questa è la prima volta che si tiene alla Camera dei deputati una manifestazione dedicata alla rievocazione delle dolorose vicende delle foibe e dell’esodo. Il mio primo auspicio, a distanza di cinque anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, è che il significato di questa giornata si consolidi nella percezione comune degli italiani, specie dei giovani”. Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervenendo alla Camera nella giorno del ricordo delle vittime delle Foibe. “Non a caso, la legge intende favorire la promozione di iniziative, da parte di istituzioni ed enti, per conservare la memoria di quei tragici eventi approfondendone il significato all’interno dell’identità nazionale”.

    “Quel voto parlamentare a larghissima maggioranza fu l’approdo di una lunga e sofferta conquista di consapevolezza civile. La consapevolezza che un paese democratico non deve avere mai paura di illuminare tutti gli angoli della propria storia. Per troppo tempo l’orribile capitolo delle foibe è stato taciuto agli italiani. A farne le spese è stata la completezza del racconto storico della guerra e dell’immediato dopoguerra. A farne le spese direttamente sulla loro pelle sono stati gli esuli. È una dolorosa circostanza che non possiamo dimenticare, se vogliamo celebrare questa giornata nella pienezza e completezza dei suoi significati. Non possiamo dimenticare che questi fratelli ha vissuto un duplice dramma: quello di essere stata costretta ad abbandonare la propria casa e quello, avvenuto subito dopo, di essere stata accolta con indifferenza e, in molti casi, con ostilità da quella stessa Italia dalla quale aveva sperato di ricevere un abbraccio solidale. Molti esuli vissero a lungo - anche fino a dieci anni - negli oltre cento campi di raccolta disseminati nella Penisola. E vissero in condizioni di vita difficilissime, in totale emergenza e assoluta provvisorietà”.

    Quegli oltre trecentomila italiani vennero trattati in molti casi come testimoni scomodi. Per alcuni erano i testimoni della tirannia totalitaria del regime nazionalcomunista di Tito. Per altri ricordavano l’immane tragedia della sconfitta militare voluta dal fascismo. In diverse occasioni si assistette al manifestarsi di sentimenti di gretto egoismo, che le pur difficili condizioni del dopoguerra non potevano in alcun modo giustificare. Così ad esempio troviamo scritto nei ricordi di un esule: ‘Non si usciva nemmeno dal campo profughi di Marina di Carrara perché ci disprezzavano, dicevano che eravamo andati lì a mangiare il loro pane’. Non è mia intenzione entrare in questa circostanza nelle complesse questioni storiche legate al dopoguerra, soprattutto sotto il profilo delle difficili condizioni in cui l’Italia, che aveva da poco riconquistato la libertà, si trovò a muovere i suoi primi passi nel consesso internazionale e nel quadro dell’allora incipiente Guerra Fredda. Voglio però ribadire il concetto, largamente prevalente nella coscienza civile del nostro tempo, che non esistono esigenze politiche tali da giustificare l’occultamento della verità storica e la prolungata emarginazione di centinaia di migliaia di persone colpevoli soltanto di avere una ben precisa identità”.

    “Il Giorno del Ricordo - ha aggiunto Fini - presenta quindi il significato di una memoria ritrovata e condivisa. Ritrovare un capitolo del passato comune. Condividere lo sforzo di analizzarlo e interpretarlo. ‘Memoria condivisa’, ha scritto lo storico Gianni Oliva, ‘significa esplorare le contraddizioni, le responsabilità, i perché di quanto è accaduto, significa rintracciare il passato senza l’alibi dei silenzi e l’ipocrisia delle rimozioni’. Rievocare l’orribile capitolo delle foibe è un dovere che si impone non solo alla nostra coscienza di italiani, ma anche al nostro sentimento di europei, come ha detto il capo dello Stato molto bene questa mattina. Perché gli eccidi del 1943 e del dopoguerra, compiuti contro migliaia di inermi e di innocenti al confine orientale dell’Italia, furono un crimine contro l’umanità. Ritengo che la ricostruzione di quelle pagine di morte e di orrore possa essere un servizio reso alla più ampia e matura consapevolezza di promuovere e difendere quei valori di rispetto e di fratellanza tra i popoli che sono alla base dell’Europa odierna. Il riconoscimento della verità storica e l’analisi rigorosa di quella terribile esperienza ci permettono di individuare i meccanismi perversi che conducono alla cancellazione dei diritti dell’uomo e alla pulizia etnica”.

    “Nella tragedia delle foibe troviamo sia i meccanismi dell’ideologismo comunista sia quelli del nazionalismo aggressivo panslavista. Spetta agli storici stabilire quale fu, se ci fu, l’elemento prevalente. Sia nei casi in cui si trattò di odio di classe, sia in quelli in cui fu odio etnico, sia quando fu entrambe le cose, in tutti i casi, si rivelarono sentimenti criminali. Sentimenti coperti e legittimati da idee atroci e da aberrazioni culturali. Il secolo delle idee assassine, per dirla con Robert Conquest, è fortunatamente alle nostre spalle. Ma affinché sia solo un brutto passato è necessario adempiere al dovere del ricordo. Il ricordo chiaro, il ricordo sereno, il ricordo completo, il ricordo privo di zone d’ombra, reticenze e manipolazioni. Anche per questo appare in tutta la sua ingiustizia la lunga rimozione di quella tragedia. Anche per questo dobbiamo impegnarci a salvare la memoria delle sofferenze di tanti nostri connazionali, nello spirito della riconciliazione che può avvenire solo sulla base della verità. Vorrei dedicare un pensiero conclusivo al sentimento dell’esilio, che tanti nostri connazionali portano ancora nel cuore. Nella poesia di una donna, Anna Vukusa, troviamo queste parole forti e commoventi: ‘Il mio cuore di esule è una bianca conchiglia per ascoltare il mare che più non mi appartiene’”.

    “Non c’è consolazione possibile per riempire il vuoto che si spalanca nell’anima quando si è costretti ad abbandonare la propria casa e la propria terra. Come ha scritto Enzo Bettiza, anche quando l’esule riesce a rifarsi una vita, una famiglia, una prole, egli non sfugge, non può mai sfuggire completamente al ‘marchio del trauma iniziale’. Non possiamo curare questa invincibile malinconia. Possiamo però sforzarci di farla pienamente nostra come comunità nazionale. Anche questa è memoria condivisa. È il condividere un ricordo struggente. E il saperlo trasformare in memoria comune. In ossequio al sentimento dell’identità italiana. Ma soprattutto in nome di un valore universale di fratellanza”.

  • Maria Curkovic

    Foibe. Ricordare per capire

    Versione adatta alla stampa

    di Stefano Doroni

    Tratto dal sito Ragionpolitica.it il 9 febbraio 2009

    In questi giorni circola in tv uno spot che avverte che il 10 febbraio è il «Giorno del Ricordo»: un momento dedicato alla tragedia degli italiani esuli di Istria e Dalmazia e dell'eccidio delle foibe. I fatti sono chiari, il problema è il silenzio che li ha vergognosamente coperti per decenni. Un muro di silenzio eretto dalla politica e dall'ideologia.

    L'ignoranza è stata utile alla ragion di Stato, dal momento che fu conclusa la pace con la Jugoslavia di Tito e che quest'ultimo ruppe l'asse di assoluta fedeltà a Stalin spostando di fatto, con soddisfazione delle potenze atlantiche, la cortina di ferro verso est. Le ragioni dell'equilibrio terribile della guerra fredda mascherarono la realtà, anch'essa terribile. Ma oltre a questo ruvido patto della politica realista dei trattati internazionali e del gioco bipolare del potere mondiale, un'altra componente - ancor più scandalosa - ha contribuito ad interrare due volte i poveri resti degli italiani nelle foibe istriane: la propaganda comunista, in sostanza la legge dell'ideologia.

    Quella compiuta dagli aguzzini di Tito fu una vera e propria operazione di pulizia etnica, non migliore in sostanza di quella razzista di Hitler o di Saddam Hussein contro i curdi. Ma fu compiuta dai comunisti, tra l'altro spesso in combutta con i partigiani rossi italiani, a dimostrazione della subalternità della resistenza comunista italiana (vale a dire la maggior parte) ai piani e all'impianto imperialista del regime staliniano. Inoltre le vittime costrette ad abbandonare per sempre la propria terra compiendo un drammatico e tristissimo esodo, per ironia della sorte non vennero nemmeno accolte benevolmente in Italia, proprio perché vennero spacciate per biechi anticomunisti che fuggivano dal paradiso dei proletari. Di conseguenza i morti, quelle migliaia di poveretti precipitati dentro le foibe spesso ancora vivi e dopo aver subito intollerabili sevizie, furono dimenticati, come si dimentica qualcosa di scomodo: morti che non contavano niente, che anzi era meglio seppellire sotto un silenzio omertoso per non offuscare con l'esposizione delle sue innumerevoli vergogne l'immagine di un regime che doveva essere presentato agli italiani come un paradiso.

    Dunque, per divulgare un'ideologia maligna sotto l'immagine di un pensiero di bene per l'umanità, l'arte comunista della menzogna fu dispiegata per coprire una pagina di dolore, e uccidere così due volte migliaia di innocenti. E così delle foibe non si parlò mai; di quel tremendo capitolo di storia non rimase traccia da nessuna parte, a cominciare dai manuali di storia in uso nelle scuole italiane. Gli autori di quei testi sono stati, e sono ancora, in maggioranza intellettuali marxisti, che hanno obbedito diligentemente all'ordine di occultare una pagina scomoda. Nei libri di storia si fanno esercizi di retorica sul fascismo; si scrivono pagine infuocate sul nazismo, ma solo recentemente qualcuno ha avuto il coraggio di parlare di Stalin secondo verità; e ancor più recentemente è spuntata qualche pagina in cui si racconta, spesso con una reticente delicatezza, della vicenda delle foibe. Fa male ai compagni raccontare le vergogne della propria ideologia, essere costretti a svelare, seppur col contagocce, l'abisso di male su cui poggiano i loro roboanti proclami in favore del popolo.

    Tale è stata l'operazione di manipolazione culturale che fino a qualche anno fa esistevano insegnanti che nemmeno sapevano come si pronunciasse la parola «foibe»: qualcuno pensava fosse francese e si dovesse dire «fuab» (è un episodio che ho sentito raccontare dal grande storico Arrigo Petacco, autore di un testo fondamentale su quella pagina storica, intitolato L'Esodo). Ma qual è la verità? La faccenda è molto semplice. Per secoli le terre istriane e dalmate, fra il Friuli, la Slovenia e le coste dell'attuale Croazia, sono state italiane e hanno respirato la nostra cultura, a cominciare dal periodo di splendore della Serenissima Repubblica di Venezia. Il ceppo etnico italiano è stato poi volutamente spazzato via, costringendo le persone alla fuga o alla morte, dagli sgherri comunisti di Tito sul finire della seconda guerra mondiale. Venivano arrestati tutti: funzionari, negozianti, preti, semplici civili, senza che necessariamente avessero fatto parte dell'amministrazione fascista in quelle terre durante l'occupazione dell'Asse. In perfetto stile comunista, che sarebbe tanto piaciuto al compagno Berjia, non era importante ciò che avevi fatto o non fatto per essere preso e ucciso, ma semplicemente chi eri: la colpa non stava negli atti di cui ognuno è giustamente responsabile ma nell'appartenenza o meno ad un gruppo umano. Si poteva dunque essere catturati senza motivo, torturati, seviziati in modo bestiale, e poi gettati magari ancora vivi dentro le foibe.

    Una foiba è un crepaccio sovente molto profondo e irto di rocce taglienti, tipico del paesaggio montano carsico della zona tra Friuli e Slovenia: una persona gettata lì dentro, anche se viva, non ha possibilità di uscire, e può solo morire fra atroci tormenti. Bene, da questi orrendi pozzi naturali, negli ultimi anni in particolare sono stati estratti metri e metri cubi di resti umani, che fanno stimare in qualche decina di migliaia i morti di quell'infame operazione. Questa è una vergogna comunista.

    I profughi istriani poi, stipati nelle navi che li portavano in Italia, furono sovente cacciati dai porti dove tentavano di attraccare proprio perché accusati dagli stessi lavoratori portuali - evidentemente indottrinati dalla propaganda del Pci - di essere fascisti in cerca di rifugio e impunità. Altra vergogna comunista, questa volta tutta italiana. Altro motivo per scandalizzarci, per indignarci e vergognarci di avere - oggi - partiti che si fanno chiamare comunisti nel nostro paese, e di avere qualcuno in mezzo alle nostre case che continua a votarli. Ma questa vergogna è purtroppo frutto dell'ignoranza, della propaganda culturale di sinistra che ha dipinto il diavolo come se fosse un angelo; e che, se i fatti non l'avessero costretta all'angolo, continuerebbe candidamente a farlo, a proteggere le macchie storiche e ideologiche della sua origine.

    È dunque giusto che si ricordi la pagina dolorosa delle foibe: che sia fatta ricordare prima di tutto agli alunni delle scuole, che hanno bisogno e diritto di sapere la verità. Perché la cultura non sia più ostaggio della bugia. Perché non esistano più morti di serie A e di serie B. Perché gli orrori, da qualunque gruppo e da qualunque persona siano commessi, vengano conosciuti ed esecrati. Un paese non diventa veramente libero e democratico finché non si libera dalle macchie impresentabili che ne offuscano la storia: e quel silenzio colpevole è una macchia che bisogna definitivamente lavare via.

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