FRAMMENTI DI MEMORIA DELL'ESODO - TESTIMONIANZE

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  • QUESTO SPAZIO E' RISERVATO ALLE TESTIMONIANZE DI CHI HA VISSUTO L'ESODO IN PRIMA PERSONA O AI RACCONTI TRAMANDATI AI FIGLI E NIPOTI DI ESULI..E' IMPORTANTE DARE VOCE A LORO, PER FARE CONOSCERE, COSA E COME, HANNO VISSUTO DOPO IL 10 FEBBRAIO 1947 DATA CHE HA SEGNATO NUOVI CONFINI, E CHE HA SEGNATO LA VITA DI 350.000 PERSONE CHE HANNO DOVUTO ABBANDONARE LA LORO TERRA PER CONTINUARE AD ESSERE ITALIANI.

    Si prega di raccontare i fatti così come sono accaduti, evitando la politica e il rancore, solo semplici testimonianze e ricordi di una vita vissuta in esilio, da esuli italiani nella stessa Patria o esuli italiani nel mondo.

    Ognuno può lasciare il proprio racconto, libero di scegliere se mettere il proprio nome e cognome oppure no, non ci sono restrizioni di spazio.

    A questi racconti NON SI ACCETTERANNO COMMENTI DI NESSUN TIPO, devono rimanere semplicemente testimonianze, che serviranno solamente a scrivere le pagine di un libro di storia..che non fu mai scritto.

    Grazie!



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  • Una parte della vita degli esuli istriani è ancora là, a Trieste, accatastata in grandi magazzini del Porto vecchio, sono mobili, masserizie, ricordi, di quella casa dove sono nati e cresciuti, dove li ha visti felici riuniti intorno a una tavola nei giorni di festa, quella casa abitata rimasta in quella terra non più loro, abbandonata con terrore, verso uin destino ignoto. Molti esuli dovettero abbandonare tutto, non poterono portarsi dietro quei pezzi di cuore nei campi profughi sparsi per l'Italia..e sono ancora là.. da più di 60 anni, quasi voler ricordare..che indietro non si torna..

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    articolo tratto da Internet dal sito

    Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (A.N.V.G.D)

    Trieste: il Museo dell'Esodo (Avvenire 30 gen)

    domenica 01 febbraio 2009

    Vengono esposte finalmente le masserizie delle famiglie che dalla fine della Seconda guerra mondiale al ’55 fuggirono dalla pulizia etnica e dal regime di Tito. Da Fiume, Pola e Zara ai borghi dell’entroterra istriano

    DA TRIESTE GIANPAOLO SARTI

    Soffia forte la bora sui capannoni abbandonati del Porto Vecchio. S’incunea nei viottoli, sbatte le finestre, ulula tra gli spifferi delle porte dei magazzini. Il numero 18 è uno dei tanti. Basta qualche giro di chiave per ritornare indietro di sessant’anni e perdersi in un labirinto di stanze avvolte nella penombra. La luce che filtra da fuori distingue le sagome di migliaia di mobili. Pile di libri, pentole, foto, lettere. E un’infinità di attrezzi da lavoro arrugginiti.

    Le sedie accatastate in fondo disegnano un enorme scheletro, avviluppato nelle ragnatele. Tra gli armadi impolverati si scorgono delle etichette ingiallite e i nomi si leggono ancora: Zaro, Mohoraz, Benussi, Macovec; cognomi diffusi in Istria. Qui tutto sembra parlare, come se una voce si alzasse piano tra i cumuli di abiti e scarpe sparsi attorno e volesse raccontare una pagina della storia italiana che a Trieste non smette di pesare. Le vicende di quelle

    famiglie che dalla fine della Seconda guerra mondiale al ’55 fuggirono dalla pulizia etnica e dal regime di Tito. Da Fiume, Pola, Zara, Rovigno, Pisino e dai borghi dell’entroterra istriano.

    350mila persone se ne andavano per sempre caricando nelle barche e nei camion un letto, una zappa, una camicia. Ma molta roba doveva rimanere in porto, nei campi profughi non c’era spazio. Negli anni la maggior parte è stata ritirata, ma duemila metri cubi restano ancora. E ora qualcosa verrà raccolto in un museo a Trieste. Il palazzo sarà pronto il 6 febbraio, dopo tre anni di lavori e grazie ai fondi dello Stato, di enti locali e privati, per un totale di 5milioni di euro. Sarà il primo museo al mondo dedicato alla memoria dell’esodo. Quattro piani con archivi, biblioteche e pinacoteche. Per l’allestimento ci vorranno altri sei mesi. «Quelle masserizie sono la fotografia di un popolo spazzato via» – dice Piero Delbello, direttore dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano­dalmata. Dopo la fuga dall’Istria, la ricerca di una nuova vita.

    Trovarono sistemazione nei campi profughi disseminati su tutta la Penisola. Tanti emigreranno in Australia, Stati Uniti, Canada, Argentina. Anche la Risiera di San Sabba di Trieste, in Italia l’unico campo di sterminio nazista con forno crematorio, fu adibita a campo profughi per gli esuli. Quello di Padriciano, sul carso, chiuse nel ’75. «Abbiamo vissuto lì dodici anni» – racconta Fiore Filippaz. In una baracca, senza riscaldamento. Nell’inverno del ’56 il freddo uccise la sorella di un anno. Ma la sua famiglia ha sperato fino all’ultimo di non dover lasciare Cuberton, vicino Grisignana, il paese di don Bonifacio, beatificato di recente.

    «Eravamo contadini, il regime ci costringeva a consegnare parte del raccolto, non ce la facevamo più. E gli spari nella notte, le improvvise sparizioni nel bosco». Parla di infoibamenti, la signora Fiore. A sessantun’anni i ricordi sono lucidi. Annamaria Muiesan

    Gaspàri, settantasette anni, il padre non lo vide più da una notte del maggio del ’45. Era stato legionario fiumano con D’Annunzio, volontario in Abissinia, poi ragioniere comunale a Pirano. Verrà sequestrato e sgozzato, forse infoibato. Annamaria oggi scrive libri e poesie su quei tragici avvenimenti. In una fa suoi i pensieri della mamma che cerca il marito scomparso: «sono io che mi acquatto tra le stoppie per buttare pane ai prigionieri, io a soffrire le voci che implorano da bere, io la donna che si stacca dal gruppo, un poco correndo un poco inciampando, credendo di conoscere il suo uomo in uno di quei visi macilenti». Sono versi esposti nel Lapidario della Foiba di Basovizza. Annamaria ripercorre quelle ferite con lo sguardo disteso sul golfo di Trieste, da lì si intravedono anche i magazzini del porto, dove sono custodite le masserizie. Qualcuno adesso si chiede che fine farà la gran parte degli oggetti che non troverà spazio nel museo. In oltre sessant’anni sono sopravvissuti a spostamenti, demolizioni, saccheggi e incendi. Ma è una domanda che qui non ha ancora risposta.

  • Sergio Macorini scrive :

    Sono nato a Pola nel 1940. Poi nel 1943 i miei genitori si sono stabiti a Fiume.Nei miei ricordi di bambino il piubrutto e stato,il vedere colonne di prigionieri scortati dai partigiani e,un soldato austriaco caduto per la fatica che mostrava le foto dei suoi ma,un partigiano gli sparò per non rallentare la marcia.Nel 1947 mio padre che non si volle mai iscrivere in nessun partito,decise di abbandonare la Sua amata terra.Siamo andati con il treno a Ventimiglia perchè gli era stato promesso casa e lavoro.Ma dopo circa un anno,per la mancanza di denaro perchè dove eavamo andati,non gli veniva pagato nessun stipendio.Andammo a Trieste ed io andai in collegio,a Merletto di Graglia un collegio per gli esuli Giuliani e Dalmati.Nel frattempo dopo molti sacrifici e vicissitudini trovò lavoro a Milano.Dopo tanto tempo finalmente la nostra si riuniva.Era solo una stanza ma quanta gioia.Mamma ,papà,mia sorella anche lei tornata dal collegio.Nel 1955 dopo la scuola professionale,trovai anch'io un lavoro.E poi sacrifici dopo sacrifici,si cominciò a ricostruire qualcosa.Nel 1964 mio padre torno dal Creatore.Un grande esempio mi fu dato sul Suo letto di morte,chiese a mia madre e a mia sorella di uscire,mi isse : fra 5 minuti vi lascerò,ti raccomando........e cosi fù. Dopo tanto lavoro ed essermi nel frattempo sposato,con mia moglie decidemmo di metterci nel commercio asseme,nella stessa attività che avevo sempre fatto.Solo nel 1994 ho capito con la mia conversione,la forza che hanno sempre avuto mamma e papà. Infatti tra le varie ragioni per le quali abbandonammo l'Istria era la difficoltà nell'essere Cristiani.Quanto odio avevo verso quella gente che mi aveva defraudato di vivere nella mia terra.Ora ho perdonato e quando posso vado ancora li,e ho fatto apprezzare la nostra amata Istria. ai miei figli. Sergio Macorini

  • Grazie Sergio per la tua testimonianza, tu sei il primo a farlo, e spero che tanti altri arrivino per raccontare le loro storie di vita vissuta con l'esodo.

    Sono pagine di storia che molti non conoscono e neppure immaginavano, specie i giovani che sono nati in tempo di pace e non sanno cosa sia la guerra, la paura, la fame e il dolore dell'essere sradicati dalla propria terra verso un destino ignoto..grazie Sergio.. un abbraccio

  • Sergio Macorini:

    E' doveroso da parte mia, l'ambizione dell'uomo crea guerre e dolori. Solo con la pace e con l'amore si puo costruire un era serena e dove regni la giustizia.

  • Voglio anche io scrivere qualche ricordo, ovviamente mi è stato raccontato dai miei genitori, ho lasciato l'Istria che avevo un anno, e non potrei certo ricordare, ma i racconti di mamma, mi sono rimasti scolpiti nel cuore e nell'anima. Ne avrei qualcuno da raccontare, quindi comincio con il primo, magari ne racconterò un po' alla volta dando un titolo ad ogni raccontino.

    ecco il primo..

    L'ADDIO A ROVIGNO..

    Sono nata a Rovigno nel 1946, da padre e madre rovignesi. Mio padre era nato nel 1913, figlio unico, e mamma nel 1915, ultima nata di 9 fratelli, e tutti e due, già da piccolissimi, avevano vissuto con la Prima Guerra mondiale, ( papà a 2 anni e mamma a 4 o 5 mesi), l’abbandono della loro terra, ma erano troppo piccoli per capire.. L’Istria, per la sua zona geografica, assumeva per l’Austria in guerra, un punto strategico militare molto importante, e quindi tutta l’area da Pola a Rovigno, venne fatta evacuare da tutta la sua popolazione, quindi anche le loro famiglie, assieme a tutte le altre, dovettero abbandonare il paese, con destinazione..un campo di internamento in Wagna (regione dell’Austria), dove rimase la famiglia di mio padre, (composta da sua madre e lui, (il padre era in guerra),e le sorelle della madre con le famiglie), penso, per tutto il tempo della guerra, mentre la famiglia di mamma, (composta da padre e madre, 9 figli,e 2 vecchi genitori non so, se della nonna o del nonno), si trasferì o venne trasferita, in Boemia, in Cecoslovacchia. (mi piacerebbe raccontare il perché..ma questa è un’altra storia..e fa parte di un'altra guerra).

    La mia nonna paterna, non rivide mai più la sua terra, morì in Wagna, di peritonite, a causa di una appendicite non diagnosticata, sepolta non so dove, in una terra straniera, e il mio papà tornò a casa, a guerra finita, senza la mamma, a 5 anni, e rimase con la famiglia della madre. Premetto che la famiglia della nonna paterna, stava benino a Rovigno, mentre quella di mia madre era proprio povera, d’altronde c’erano anche 9 figli da sfamare.

    Mamma, dall’età di 14 anni, lavorava come operaia alla Manifattura Tabacchi di Rovigno, (come sua madre e due delle sue sorelle), dapprima alle “Baracche” così chiamati i capannoni dove avveniva la prima lavorazione delle foglie del tabacco che poi venivano essicate, se nno erro, successivamente lavorando in Manifattura nel reparto tranciatura tabacco e poi nel reparto sigari e sigarette. Quel lavoro, statale, essendo Monopolio di Stato, in futuro, sarebbe stata la nostra salvezza e avremmo mangiato grazie a lui. Si sposarono nel marzo del 1945 e nel febbraio 1946 nacqui io. Nel 1947 quando ci fu il Trattato di Pace, e l’Istria venne ceduta alla Repubblica Jugoslava, decisero di lasciare la loro terra, erano italiani e volevano continuare ad esserlo. Fummo fra i pochi fortunati, che sapevano già dove andare una volta arrivati in Patria. Una cugina di mio padre, era andata da ragazza a studiare all’Università di Bologna, e là si era laureata in matematica e fisica e si era appena sposata, con un ragazzo conosciuto all’Università, bolognese, e di famiglia benestante. Vivevano in un paese a una ventina di km da Bologna, ai piedi delle montagne sulla strada che porta alla Futa, in una casa a due piani, in mezzo alle loro tenute di famiglia, di campi e frutteti. Nonostante tutta la famiglia e i parenti di Rovigno , fossero partiti prima di noi e già alloggiavano da lei, ricongiungendosi, ci avrebbero ospitato in qualche maniera per i primi tempi, in attesa di trovare una sistemazione. Per i miei genitori era un miraggio..un sogno, partire con la sicurezza di avere un tetto sulla testa e contare sull’aiuto di qualcuno. I miei genitori avevano poco più di trent’anni e a parte papà, che aveva fatto il servizio militare a Torino, non si erano mai mossi dal paese, il viaggio più lungo che aveva fatto mamma, era stato andare a Trieste, oltre Trieste, per lei c’era un mondo sconosciuto. Fu una grossa fortuna per noi, non dover conoscere i campi profughi, dislocati in tutta Italia, che hanno ospitato la maggior parte di esuli istriani, fiumani e dalmati con grossi disagi, e nei quali, molti, hanno vissuto per tanti anni.

    Caricarono per diverse notti, su un peschereccio di un amico, i loro mobili di casa, tutte le loro cose, materassi, coperte, cuscini, piatti, pentole, quei pochi vestiti, ogni viaggio qualche pezzo da portare a Trieste..in Patria.

    Poi arrivò il giorno dell’addio..ricordo mamma, quando mi raccontava fin da piccola, tra le lacrime, il giorno della partenza, quando con me in braccio, raggiunse la piccola stazione del paese accompagnata da tutti i suoi parenti, con le gambe tremanti e il cuore a pezzi, salire sul quel treno che l’avrebbe portata via.. Quanto ha odiato quel treno, quel mostro che sputava vapore e carbone e che l’avrebbe portata lontano.. verso un futuro ignoto.

    L’addio alla sua famiglia che amava, e chissà se avrebbe rivisto ancora

    o quando... l’addio al suo paese, che la vide bimba saltellante per le calli, poi da spensierata adolescente a ragazza innamorata, infine..donna, sposa e madre..l’addio alla casa che l’aveva vista nascere, l’addio alla sua casa da sposa..al suo mare..alle sue isole..alle sue rocce..ai suoi pini. Non avevano più lacrime quei grandi occhioni spaventati, che fissavano il bianco campanile del Duomo sul monte, che vedeva allontanarsi man mano che il treno acquistava velocità sbuffando.. l’addio alla statua della sua Santa, Santa Eufemia, che sembrava stesse guardando triste dall’alto del campanile, quel treno che si portava via altri figli rovignesi, figli italiani, quella statua che mamma vedeva diventare sempre più piccola, con l’ultima preghiera di proteggerci sempre, ovunque andassimo..l’addio struggente al piccolo cimitero..a sua madre, a suo padre, a suo fratello e le due sorelle che vi erano sepolti, e a cui lei..mai più avrebbe potuto portare in fiore. Mamma mi raccontò, che io in braccio a lei, guardavo attonita i suoi occhi, non capivo cosa stesse succedendo, ma non avendola mai vista piangere, guardando lei.. piangevo anche io. Non avrei potuto certo ricordare a solo un anno, quegli occhi.. quel volto, ma sicuramente deve essermi rimasta scolpita quella immagine, in qualche angolo remoto della mia mente, perché, ogni volta che sono tornata a Rovigno, appena avvistavo in lontananza quel bianco campanile, sono sempre scoppiata in lacrime, e ancora adesso, che sono ormaio anziana.. provo sempre la stessa forte emozione..e piango.

    ..certo è, che quel paese, quella terra rossa di bauxite, quel campanile e quel mare.. ce l’ho..come il mio sangue italiano..dentro le mie vene.

    SIAMO ARRIVATI A BOLOGNA

    Arrivati a Bologna, la cugina di mio padre ci sistemò nel seminterrato della sua casa, la casa era grande, e le camere dei due appartamenti del primo e secondo piano erano tutte occupate dalla numerosa famiglia di mia cugina arrivati anche loro da Rovigno poco prima di noi per ricongiungersi tutti, e stavano anche loro stretti, Il seminterrato era grande quando la metratura degli appartamenti ed era formato da piccoli locali quadrati, tipo delle celle senza porte, che venivano usate, prima del nostro arrivo, per il raccolto della campagna per l’inverno, la frutta, le patate, le cipolle, e le provviste per l’inverno, vasetti di marmellata, i vasi di pomodori ecc,e in quelle celle i miei genitori avevano sistemato un po’ in qua e in là, i mobili che ci stavano. Credo, fossero 6 celle, 3 a destra e 3 a sinistra e il corridoio nel mezzo. Non c’erano finestre ma solo aperture lunghe con telai e vetri, lunghe100 cm. e alte 40 cm. che all'interno erano poste più in alto delle normali finestre e che si aprivano a vasistas, e viste dall’esterno erano posizionate poco più su del marciapiede del giardino che circondava tutta la casa. L’aria non mancava di certo e non mancavano neppure, a certe ore del giorno, i raggi di sole. Una era diventata la cucina, ci stava il tavolo per mangiare e uno spaker (stufa a legna), in un’altra ci stava il letto, un'altra avevano collocato l’armadio dove riporre i vestiti, non ci mancava niente e per noi era tantissimo. Era la nostra nuova casa, la più bella del mondo, e col tempo, mamma, che aveva molta fantasia e le mani d’oro, aveva perfino fatto le tendine alle cosiddette finestre e aveva messo tende a mò di porte per ripare un pò il rigore dell’inverno. D’estate non si stava male, si stava freschi, d’inverno invece era molto freddo, ed era un po’ umido e io ero sempre raffreddata, ma con la stufa a legna ci si riscaldava abbastanza. Non c’era l’acqua, ma avevamo un contenitore con l’acqua per bere e cucinare. Per lavarci potevamo usufruire del bagno di servizio che era sulla scala, così non dovevamo neppure disturbare per entrare negli appartamenti per lavarci o andare in bagno.

    D’inverno, la neve che in quegli anni cadeva copiosa, (stavamo in alta collina ai piedi delle montagne), non ci metteva molto a ricoprire totalmente le nostre finestre, quindi papà, si dava subito da fare per rimuoverla dal marciapiede del giardino. Era un seminterrato ma quella era diventata la nostra casa, ci sentivamo sicuri, era finita la paura, eravamo liberi, era la pace e la serenità riacquistata.

    Siamo rimasti là credo 2 o 3 anni, non ricordo, prima che avessimo avuto la possibilità di trovare e poterci permettere di pagare un affitto per la nostra prima casa a Bologna.

  • L'ACCOGLIENZA DI NOI PROFUGHI IN PATRIA

    Le difficoltà che incontrammo non furono queste, ma arrivarono quando papà dopo i primi giorni dedicati a sistemarci, cominciò a cercare lavoro. Erano anni difficili, la guerra era finita da 2 anni, c’erano ancora tante macerie, iniziava la ricostruzione, e la disoccupazione era tanta. I bolognesi non ci accettarono i primi tempi, si sa Bologna era diventata rossa e la politica non mancava a quei tempi, e le teste calde neppure..c’era davvero da avere paura.

    Per i comunisti , i profughi, erano tutti sporchi fascisti cacciati dagli slavi, e per i fascisti eravamo sporchi comunisti. Sia da una parte che dall’altra non eravamo che feccia, esseri spregevoli da evitare, se non da fare sparire dalla faccia della terra. Quanti sputi, quante offese, quante minacce ci siamo presi sia da una parte che dall’altra. Era tornata la paura..quella paura che pensavamo di non trovare mai a casa nostra, nella nostra Italia, fra i nostri fratelli italiani. Eravamo stranieri, esuli nella nostra stessa Patria. Sono stati anni difficilissimi per noi, non ci aspettavamo tutto questo, eravamo sicuri che gli italiani avessero capito il motivo dell’abbandono della nostra terra, del dolore che avevamo dentro, e quel pezzo di Italia, non era solo nostro, ma era di tutti, un pezzo di Italia, la Patria di tutti,

  • L'ACCOGLIENZA A BOLOGNA...

    il primo giorno di lavoro di mia madre..e di asilo nido per me...

    Un altro ricordo che mamma mi raccontò, fu il primo giorno che si recò al lavoro, con me in braccio, alla Manifattura Tabacchi di Bologna. Essendo dipendente a Rovigno dei Monopoli di Stato, (l’Istria era Italia), aveva avuto, quando aveva firmato l’opzione per trasferirsi in Italia, il trasferimento dalla Manifattura Tabacchi da Rovigno a quella di Bologna. Forse troppa gente questo non lo sapeva, e pensava che i profughi usurpassero, rubassero un posto di lavoro che doveva essere riservato a un italiano disoccupato, non sapevano, che quel posto di lavoro, era quello che avevano ricoperto per anni a cui spettava di diritto, come se fosse stato un trasferimento dalla Manifattura da Napoli a quella Ancona, né più nè meno, l’Amministrazione Monopoli è la stessa, e quindi forse anche questo non sapere, aveva creato odio verso i profughi. La disoccupazione nel dopoguerra era ai massimi livelli, e tutti avevano diritto di lavorare per poter mangiare per tirare avanti e ricostruire tutti i cocci dell'Italia a pezzi..che una guerra aveva fatto.

    Mamma. non aveva dormito tutta la notte per l’ansia e la tensione di andare il giorno dopo al lavoro e portarmi all’asilo. La Manifattura era dotata di un bellissimo asilo nido, e di un asilo per i più grandicelli, per i figli dei dipendenti. Mamma, l’asilo nido lo chiamava “cunambolo” come si diceva da noi a Rovigno, che deriva dalla parola “cuna”, in veneto significa culla, e quindi mi aveva portato con sé, ma era terribilmente in ansia per come avrei reagito io, quando mi avrebbe lasciato da sola lì, per andare al lavoro, trovandomi fra gente sconosciuta, bimbi nuovi e ambiente nuovo. Stava in ansia anche per lei, perché non sapeva come sarebbe stata accolta fra le nuove colleghe bolognesi, papà che era già stato in città a cercare lavoro, l’aveva già avvisata che serpeggiava un certo astio nei confronti dei profughi e le aveva detto che se fosse successo di non reagire verbalmente. Mamma si vergognava anche un po’, perché non sapeva parlare bene l’italiano “pulito”, ma parlava solo veneto, per lei era questo il suo italiano. In casa si parlava il dialetto rovignese, ma fuori casa, si parlava “l’italian” e per lei, l’italiano era il veneto. Mamma era una donna semplice, non aveva studiato, ha sempre lavorato come un mulo fin da adolescente per portare qualche soldo alla famiglia che era povera, aveva fatto fino alla seconda elementare a Rovigno, anche se poi, per essere assunta in Manifattura Tabacchi, aveva dovuto finire la scuola dell’obbligo, per ottenere la licenza di quinta elementare. Mamma faceva gli errori più comuni a tutti i veneti, le doppie erano la sua dannazione..il late..i biscoti, la pastasuta, il leto, il pan..i pomi..ecc..e più si sforzava di parlare “l’italiano pulito” e più si incasinava e ne uscivano cose buffissime . Diceva che lei non sapeva parlar “in cicara” , che significa italiano perfetto, usando termini, così detti,“difficili”, per lei solo la gente “studiata”, come i medici e gli avvocati, parlavano il vero italiano “pulito”. Torniamo a quel primo giorno di lavoro.

    Nella stazioncina del paese, che distava dalla nostra casa, anzi la casa della cugina di papà, ma ora anche un po’ nostra, meno di un km, abbiamo preso il treno( a quei tempi, a parte i treni viaggiatori della linea Bologna Firenze, che erano decenti, per i tragitti brevi locali, c’erano vagoni merci con dei seggiolini o panche di legno).

    E arriviamo a Bologna, alla stazione centrale, ed eccoci nella grande città. . Mamma c’era già stata qualche volta con papà e sua cugina, a visitarla un po’, o quanto meno per imparare la strada che avrebbe dovuto fare dalla stazione, alla Manifattura e all’asilo, aveva imparato dove era il Mercato delle Erbe, dove avrebbe potuto fare la spesa uscendo dal lavoro, dove era la piazza Maggiore, le pescherie, insomma qualche piccola nozione per non perdersi, l’aveva acquisita, ma a mamma la grande città faceva paura, come aveva avuto paura la prima volta che era andata a Trieste, che l’aveva trovata enorme e con tanta gente. Per lei Bologna, era paragonabile a una metropoli come New York, per lei che era abituata a vivere da sempre in un piccolo paese di pescatori, dove tutta la gente si conosce e se hai bisogno di aiuto è pronta a darlo. Era abituata alle strette calli pavimentate in sassi, non certo alle tante biciclette e alle automobili, che a Bologna, anche se era a quei tempi un lusso per persone benestanti, bene o male c’erano. Dalla stazione centrale di Bologna siamo arrivate in via Roma, ora Via Marconi, e subito in via Riva del Reno dove aveva sede la Manifattura Tabacchi.. C’era ancora il fiume Reno che attraversava il centro della città nel 1947. e la Manifattura Tabacchi era quasi attaccata alla riva del fiume.

    Il “cunambolo” ossia l’asilo nido, era in una strada laterale di Via Riva del Reno, a pochi metri dalla Manifattura e, arrivate al portone, mamma con il cuore in gola ha, bussato. Ci ha aperto una “dada” dell’asilo con un sorriso.

    Ci ha fatto entrare, e ci ha portato verso i locali dell’asilo, dove c’erano altre dade con bimbi piccoli, che ci hanno accolto benissimo. Mamma si era presentata, scusandosi per il suo italiano, e loro carinissime la misero subito a proprio agio, domandandole di dove eravamo, da quanto tempo eravamo arrivati e come ci eravamo sistemati, e rassicurandola dicendo che c’erano già in Manifattura altre profughe istriane, qualcuna di Fiume e di Pola, e che si sarebbe trovata sicuramente bene a Bologna. Mi hanno tolto dalle sue braccia e mi hanno fatto tanti complimenti, in particolare una, la dada Renata, non la finiva di baciarmi e coccolarmi., e io che sono sempre stata coccolona me le prendevo tutte. A mamma si era aperto il cuore, e l’ansia se ne stava andando vista l’accoglienza che ci avevano riservato. Ci hanno accompagnato in una stanza che era lo spogliatoio, c’erano delle panche intorno alla stanza , e al centro un tavolo, una specie di grande fasciatoio, dove le mamme dovevano cambiare i bimbi, per mettere i coprifasce o vestitini dell’asilo. Mamma, nonostante fossimo poveri, mi vestiva sempre di bianco e come una piccola principessina, me li faceva lei i vestitini, i cappottini e persino i berrettini, ero sempre molto pulita e profumata di talco. Mamma aveva conosciuto il borotalco in Italia, la cugina di papà aveva appena partorito un maschietto, e lei lo aveva dato a mamma, quando mi faceva i primi bagnetti a casa sua, nel suo bagno, nella vaschetta di suo figlio.

    C’erano già due mamme che stavano cambiando i loro bimbi, una stava finendo di vestire il suo maschietto sul tavolo, mentre l’altra stava cominciato a spogliare la sua bimba seduta sulla panca. Ci hanno rivolto un sorriso con il saluto. Le dade dissero a mia madre di cambiarmi e di appoggiare i vestitini tolti sulla panca, l’avrebbero ritirata loro per riporla negli armadi.Le dade ci presentarono a quelle due mamme, dicendo che era per noi il primo giorno di lavoro e di asilo, perchè eravamo da pochi giorni a Bologna appena giunte dall’Istria. Ci fu il gelo! Quella che stava finendo di vestire il maschietto, si voltò di scatto e disse verso le dade, : “Profughi? Ne arrivano altri? Ma cosa vogliono questi? Li buttano fuori dai loro paesi e vengono qua a rubare il posto a noi italiani?” Le dade risposero qualcosa di circostanza, anche seccate da quel modo e quelle parole, mamma era rimasta impietrita e il cuore le scoppiava nel petto e con una grande voglia di piangere e scappare, perchè avrebbe voluto rispondere per le rime, se non prenderla per i capelli e urlarle chi eravamo, che eravamo italiani come loro, anzi di più, perché pagavamo anche per loro la sconfitta della guerra di tutti, ma in quel momento non è stata in grado di fare proferire parola, la gola chiusa dal pianto e dalla rabbia, e ha continuato a testa bassa a spogliarmi e a mettere i miei vestitini candidi sulla panca accanto a quelli di suo figlio, ma quella donna, con un scatto fulmineo, ha spostato quelli del figlio..perché erano troppo vicino a miei. Quel gesto di disprezzo nei miei confronti , è stata una coltellata nel cuore di mamma.. Avrebbe voluto piangere ma la forza dell’orgoglio le aveva rimandato indietro le lacrime, e ha risposto solo:

    “mia fia non ga la peste!!”

    La donna prende in braccio figlio ormai vestito con i panni dell'asilo, e lo passa tra le braccia della dada, lo saluta o lo bacia, saluta la collega e se ne va arrabbiatissima borbottando fra sé e sé.. L’altra signora che aveva cominciato a spogliare la sua bambina, era rossa di vergogna, se ne stava a testa bassa ma non era riuscita a dire niente. Le dade che avevano assistito alla scena, misero una mano sulla spalla, dicendole di non farci caso, e di non fare caso neppure se avesse sentito altre frasi del genere al lavoro. Mi hanno preso in braccio, ero già pronta, e hanno detto a mamma di andare tranquilla, che la sua piccola Mariuccia,(questo sarebbe stato il nome che mi sarei portata sempre dietro all'asilo e per tutte le mamme della Manifattura), sarebbe stata bene con loro, e lei abbracciandomi forte forte e baciandomi, mi lasciò piangendo, voltandosi più volta a guardarmi, avviandosi verso la porta, per recarsi al lavoro.

    Andò prima negli Uffici della Direzione a portare tutti i documenti e venne accompagnata in un reparto di lavorazione delle foglie del tabacco, lavoro che sapeva fare bene da anni, mamma ormai era pratica di un po’ tutti i lavori di tutti reparti e non aveva problemi. C’erano un paio di profughe fiumane nel suo reparto e appena si sparse la voce della “nuova profuga”, le andarono incontro e l’accolsero abbracciandola commosse come si incontra una sorella che non si vede da tanto tempo. Lei raccontò ciò che era successo all’asilo ed era indignata, ma anche le fiumane dissero di non farci caso, tutte ci erano passate i primi giorni e avevano pianto, ma bisognava fare finta di niente, e non dare la soddisfazione di farci vedere ferite, a lungo andare, ignorandole, si sarebbero stancate, meglio non dare adito di scontri verbali, che sarebbe stato poi peggio e saremmo passate sempre dalla parte del torto. Ignorare, e andare a testa alta, solo questo dovevamo fare, perché solo questo potevano fare i profughi, andare a testa alta e con tanta dignità. Si misero tutte a lavorare al loro posto fino a quando venne l’ora della pausa del pranzo. Le due fiumane, presero sotto braccio mamma per accompagnarla in mensa e la presero al loro tavolo. Mamma era troppo triste, non aveva voglia di mangiare, nonostante il cibo fosse invitante e abbandonante, da quanto tempo non vedeva la carne, a casa ci si poteva permettere solo patate o polenta, era una buona occasione per riempire un po’ la pancia, e non immaginava, lo avrebbe imparato dopo, che tante profughe, non mangiavano a pranzo, ma il loro pasto di mensa, lo portavano a casa per i loro figli o ai loro uomini disoccupati, privandosene loro alla mensa. Ma lei aveva lo stomaco chiuso e pensava a me, da sola, e si faceva mille domande, “cosa starà facendo,chissà se mi cerca, chissà se piange, avrà mangiato,” insomma tutte le domande che si fanno le mamme il primo giorno di asilo dei figli. Stava pensierosa con la faccia appoggiata sulla mano e trattenendo le lacrime a fatica ricordando con nostalgia il paese, alle sue vecchie colleghe della Manifattura di Rovigno, all’allegria e ai canti che regnava mentre lavoravano chine sulle foglie del tabacco, quando a distrarla, fu una mano sulla spalla che l’aveva fatta trasalire e si voltò per vedere chi fosse. Vide la signora che aveva assistito alla scena nell’asilo e che aveva lasciato quando era uscita. Le stava sorridendo e sottovoce le disse:

    Cara come mai non mangi? Su stai serena..mangia qualcosa..

    Sai ti ho cercato per dirti, che quando tu sei uscita dall’asilo, tua figlia era allegra e rideva perché le dade la sballottavano riempiendola di baci, e tua figlia si era messa a chiamare tutte “ mamma”, pensa che ha chiamato mamma anche a me, quando le ho dato un bacino prima di venire al lavoro. Quindi la tua Mariuccia sta bene, è allegra e si diverte, stai tranquilla, è in buone mani…e poi un’altra cosa, volevo chiederti scusa io ..per quella cretina per le parole e il gesto che ha fatto, è stata davvero imperdonabile, e a lei devo ancora fare un discorsetto. Come ti chiami cara? Mia madre col magone e i lucciconi che a fatica tentava di nascondere, rispose con uin filo di voce strozzata dal pianto:

    ..Michela, ma tuti i me ciama..Mice.! La collega baciandola sulla cuffia che aveva in testa, (era obbligatorio per le tabacchine, tenere i capelli trattenuti da una cuffia bianca onde evitare che qualche capello finisse nel tabacco), aggiunse: Benvenuta a Bologna.. Bice!

    Mamma si è alzata commossa e l’ha abbracciata. Da quel giorno per tutti fu Bice e non Mice, e io Mariuccia e non Maria, ma a lei non importava . Mamma era contenta e si sentiva più forte e più protetta.. Seppe subito dalle colleghe fiumane, dopo che se ne fu andata, che le due colleghe dell’asilo erano due comuniste, una era una brava persona e tranquilla e rispettosa verso la nostra gente, l’altra era una testa calda, comunista sfegatata come suo marito, anche lui, elettricista in Fabbrica, e ce l’avevano a morte con i profughi, perché li ritenevano dei fascisti assassini scappati in Italia per non essere ammazzati dai compagni titini, Stessa ideologia politica.. ma tanto diverse.. Sono bastati pochi giorni a mamma per farsi conoscere in Manifattura da tutti, operai, maestre, tecnici, meccanici, impiegati, per la persona che era e a farsi amare da tutti, rossi, neri e bianchi.. Quelle due comuniste, compresa quella che l’aveva trattata male, sono diventate, dopo pochi giorni, le sue migliori amiche bolognesi e lo sono state per tanti e tanti anni, fino a quando..sono andate in pensione.

  • Antonella Leto :

    ciao Maria confesso che se anche non sono giovanissima non avevo minimamente idea di quanto ho appreso ieri, i libri di storia non raccontano questo ma è importante anzi fondamentale che ne rimanga traccia nelle nostre memorie, mi sono commossa a leggere le tue parole: tristissime ma è un regalo di valore inestimabile che mi porterò nel cuore. Grazie

  • grazie a te Antonella, il regalo più bello lo hai fatto tu ..a me.. leggendolo.. come spero leggano tanti giovani, che, della nostra storia non sapevano nulla.

    Sto lavorando tanto, e passo le notti a fare ricerche in internet per trovare più notizie, articoli e testimonianze che posso, è un lavoraccio ma, se anche solo una persona che non sapeva, leggerà e conoscerà la nostra storia mai scritta, sarà una vittoria per me, e non saranno state vane le mie fatiche per raggiungere questo scopo. Grazie ancora ..un bacio

  • Corrado Giuricin Mattosovich :

    cara Maria, ho appena letto il tuo resoconto e ho rivissuto le mortificazioni della mia infanzia, le frustrazioni della mia famiglia, i lunghi silenzi assurdi bavagli dell'angoscia che si aveva nel cuore e che ci aveva murato le menti e la lingua.

    con un gropo in gola, un abbraccio

  • Caro Corrado, grazie per aver lasciato il tuo commento, ma scusa, perchè non scrivi qualcosa anche tu del tuo vissuto? Sciogli quel bavaglio dell'angoscia di quel tempo, credo sia doveroso farlo, per te, per la tua famiglia..per tutti noi esuli.

    Ho creato questo gruppo, e in particolare l'argomento FRAMMENTI DI MEMORIA, proprio per questo, perchè chi ha vissuto l'esodo in prima persona o raccontato dalla propria famiglia, possa scrivere qualche fatto, qualche aneddoto, qualche ricordo. Ricordare, può fare male, non sono ricordi piacevoli ma è giusto dare finalmente voce alla nostra storia, perchè tanti..troppi giovani.. non la conoscono. Devo ammettere, che pensavo che molti lo avrebbero fatto, ma invece sono rimasta un pochino delusa. Mi sarebbe tanto piaciuto sapere, e far sapere, dove sono andati a finire quegli esuli dopo avere lasciato la loro terra, di dove erano, dove sono ora, come hanno vissuto, le difficoltà che hanno incontrato..Io ho ancora qualche raccontino da scrivere che mamma mi ha raccontato, e spero di avere un pochino di tempo nei prossimi giorni per scriverli e pubblicarli.

    Ho cercato di rendere questo gruppo molto particolare, un pochino più intimo di tanti altri similari, proprio per mettere a proprio agio le persone e possano sentirsi come a casa, seduti nel proprio salotto..fra amici ..a raccontare le loro storie..le loro esperienze.

    Mi farà molto piacere se anche tu, Corrado, come tanti altri, vorrete sedervi comodamente sul divano del mio salotto virtuale..a raccontare la vostra storia...la nostra storia.

    grazie...un abbraccio

  • Carmen Inés Lambir García :

    cara Maryluz, non ho racconti da fare come puoi ben immaginare, visto che ci conosciamo da qualche tempo. Ti faccio innanzitutto i miei complimenti per il tuo bel modo di raccontare, e anche perché hai avuto questa ottima idea di servirti di fb per tramandare una storia, triste e conmovente, si, ma intrinsa anche di tanti bei spunti di umana condivisione della sofferenza altrui. Confeso di non aver mai letto di questa storia tranne qualche spunto quà e là. Ho seguito tutto, ma tutti i tuoi post. Grazie per la tua testimonianza.

    E sia pace nellla nostraTerra.

  • Hola Carmen, amica argentina, grazie per i tuoi complimenti, mi fanno molto piacere, ci siamo conosciute in chat 8 anni fa e nonostante la nostra amicizia si sia rafforzata negli anni, raramente abbiamo avuto modo di parlare delle foibe e dell'esodo, e della mia storia privata.

    Ricordo l'anno scorso o forse due anni fa, che sei stata tu a mandarmi per posta qualche articolo che parlava delle Foibe e dell'esodo nel Giorno del Ricordo. Ho gradito il tuo gesto e le parole di solidarietà che hai riservato alla nostra gente. Molte cose sapevo perchè mamma me le aveva raccontate fin da piccolissima, ma mi aveva raccontato la sua storia, quella che lei, noi, avevamo vissuto, ma la storia..quella vera, quella storia d'Italia, che tutti gli italiani dovrebbero sapere, io l'ho imparata solo ora..qua!

    Quando sono approdata in Facebook, non mi sarei ma sognata di creare un gruppo, tu sai bene quanto imbranata io sia in fatto di pc e internet, ma poi, girando per i tanti gruppi di facebook dedicati alla Giornata della Memoria e alle vittime dei campi di sterminio nazisti, mi sono sentita in dovere di ricordare anche altre vittime che, anche se non paragonabili in quantità ai milioni di vittime del nazismo, avevano lo stesso diritto di ricordo, come avevano diritto di ricordo gli esuli, di cui io faccio parte. Avevo trovato qualche gruppo dedicato al Giorno del Ricordo, mi ero entusiasmata che qualcuno ci aveva pensato e volevo iscrivermi, ma passando notti intere a leggere in quei gruppi, tutti i post e i commenti scritti..sono rimasta delusa..mi sono trovata a disagio, sola. Nei commenti che leggevo, troppa politica, troppo rancore, odio, rimbrotti, accuse, fascisti contro comunisti, comunisti contro i fascisti, italiani contro slavi, croati contro serbi, insomma, tutto questo mi faceva stare male e in nessun gruppo ho letto quello che avrebbe dovuto essere il vero scopo del gruppo, IL RISPETTO che quelle vittime delle foibe avrebbero meritato, e la SOLIDARIETA' verso quegli italiani che hanno vissuto l'esodo. Ed è così che mi è venuta l'idea di fare un gruppo tutto mio, dove di politica non si sarebbe parlato, un gruppo che avrebbe dovuto essere solo di informazione, per fare conoscere alla gente quella pagina di storia mai scritta e spesso negata. Così ho provato timidamente e per niente convinta di riuscirci, a fare qualche ricerca, a mettere qualche foto, cercare qualche video, qualche testimonianza di sopravvissuti alle foibe, testimonianze di esuli..e sono partita, sono entrata nell'ingranaggio della storia, mi sono entusiasmata, emozionata, non immagini quanti brividi e quante lacrime nel leggere le testimonianze, vedere video,foto, sentire canzoni nostre, leggerne i testi e pubblicarli, leggere storie quasi tutte uguali di esuli, immaginare le loro lacrime nel raccontarle, rivedendo le lacrime di mia madre quando mi raccontava la sua. Questa è stata la mia forza, credo di averlo fatto più per lei che per me, e sicuramente, lei, mi ha dato la costanza e la forza di andare avanti quando avrei voluto fermarmi, la forza di cercare sempre di più, aggiungere sempre di più articoli, dare ancora sempre più voce..all'esodo. Pensa, che mi sono perfino emozionata a leggere il Trattato di Pace di Parigi che non avevo mai letto, non finiva mai per quanto è lungo, ma ho voluto pubblicarlo lostesso, a pezzi, per lo spazio che mi era concesso in un post, che qua in area discussione per fortuna è più ampio, perchè lo ritenevo importante, forse qualcuno, come me, non lo aveva ancora mai letto. Non immagini quanti giorni mi dimenticavo di mangiare e quante notti verso le 4 o le 5 la testa mi cadeva sulla tastiera, le gambe gonfie e gli occhi rossi dopo 20 ore di lettura, di foto, video, ma non pensavo di andare a letto a riposare, anzi mi facevo un caffè per svegliarmi, e fumavo pacchetti interi di sigarette, ma andavo avanti perchè volevo dare sempre di più Beh, devo dire che ne valeva la pena e sono stata gratificata per essere andata avanti, e essere arrivata dove sono ora, e non ho ancora finito. In queste due ultime settimane mi ero presa una pausa, avevo invitato gli esuli, i loro figli e nipoti di lasciare qua in FRAMMENTI DI MEMORIA le loro storie vissute o raccontate, ho scritto anche io qualche ricordo, e ne avrei ancora da scrivere che mamma mi ha raccontato. Mi sembra di rendere onore a lei nel farlo, come credo farà onore alla sua famiglia, chi lascerà la propria storia. Questo è lo scopo del mio gruppo. Mio padre, mia madre, come tanti vecchi esuli, non ci sono più, e quelli che sono rimasti, purtroppo presto se ne andranno, credo sia giusto che la loro storia non debba morire con loro, ma si debba tramandare nel ricordo da padre in figlio, poche o tante righe della loro storia privata, non importa, ma messe assieme, potrebbero formare quel libro di storia d'Italia e di ITALIANI che non fu mai scritto.

    Grazie cara Carmen per la tua visita al gruppo e per i tuoi complimenti, sono davvero graditi, e credo facciano piacere a me quanto a tutti gli amici che sentono questo gruppo come loro, torna ancora a trovarci, magari troverai qualcosa di nuovo da leggere, io ce la metto tutta, spero che qualcun'altro mi aiuti a raccontare questa nostra storia..ti abbraccio..e Pace sia..

  • DOMANI 8 MARZO - GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA

    Siamo in tempo di mimose, domani è la Festa della Donna, e voglio raccontare un ricordo di quanto ero piccolina, che è rimasto impresso nella mia memoria.

    Un ricordo allegro e simpatico, ne avrei un altro da raccontare sempre inerente la festa della Donna, per ora racconto questo..mi rallegra..

    L’8 MARZO DI TANTI …E TANTI ANNI FA…

    Da quando l’8 marzo, nel dopoguerra, era diventata anche in Italia, la Giornata Internazionale della Donna, la Direzione della Manifattura Tabacchi di Bologna, dove mia madre lavorava, (trasferita da quella di Rovigno, come ho già spiegato esaurientemente nei miei ricordi precedentii), per festeggiare questo giorno, era diventata consuetudine offrire un rametto di mimosa ad ogni operaia e impiegata dipendente della Manifattura. A portare le mimose nei vari Uffici e nei reparti di produzione, in enormi ceste di vimini, erano due “dade” dell’asilo della fabbrica, che accompagnavano un bambino o una bambina, ogni anno scelto fra i bimbi dell’asilo, che doveva offrirla ad ogni donna presente al lavoro. Quell’anno la scelta ricadde su di me..e forse non era stata a caso.. Non potrei giurare sull’anno di preciso, ma doveva essere sicuramente l’anno 1949, perché io avevo 3 anni, e camminavo già bene da sola.

    Dopo avermi scelto fra decine di bimbi, le dade, il giorno prima della Festa delle donne, avevano chiesto a mamma di portare da casa, il costumino di carnevale che avevo indossato pochi giorni prima, per il carnevale dei bambini organizzata all’asilo, e che mia mamma mi aveva cucito con tanto amore, usando qualche ritaglio di fodere di cappotto in tessuto rasato che aveva in casa, e comprando con pochi spiccioli, uno scampolino di fodera bianca, e aveva creato un bellissimo costumino da contadinella.. le dade lo avevano trovato simpatico e adatto a farmelo indossare di nuovo per quella occasione.

    Il costume che mamma mi aveva cucito era molto semplice, una gonnellina di raso azzurro chiaro, corta e molto arricciata in vita, che metteva in mostra le mia belle gambotte cicciottelle. Sotto la gonna, un paio di mutandoni in raso bianco con la frappa che arrivavano a metà coscia e che spuntavano da sotto la gonnellina, sopra, una camicetta in raso bianco con frappa e elastico in vita e con le maniche ricche lunghe a sbuffo.. Davanti, sulla gonnellina, un minuscolo grembiulino blu allacciato in vita che formava sul dietro un bel fiocco. In testa un cappellino di paglia, sul quale le dade avevano infilato nelle trame, dei rametti di mimose.

    Ero una bella bimba, bionda, pienotta e avevo due grandi occhioni celesti, ero molto disinvolta, chiacchierona e sempre sorridente e allegra.. Così quella mattina, le dade dell’asilo, organizzarono il tutto, mi vestirono, prepararono grandi ceste di vimini col manico piene di mimose, che avrebbero portato loro al mio seguito, mentre io avrei portato in mano un piccolo cestino pieno di rametti di mimosa da offrire ad ogni donna, e man mano, che i miei rametti sarebbero finiti, le dade lo avrebbero riempito con altri rametti di mimosa che portavano nelle loro ceste. Ricordo ancora quel profumo di mimosa che mi inebriava e ancora oggi, la mimosa, è uno dei miei fiori preferiti e quando sento il suo profumo mi riporta indietro nel tempo..a quel giorno..

    Ed è così..che è cominciato il mio viaggio, per niente intimorita di incontrare centinaia di persone che non conoscevo, iniziato prima, negli uffici dove c’erano le impiegate, per poi recarci negli immensi reparti di produzione, dove lavoravano gli operai e le operaie della Manifattura.

    Ad ogni donna donavo un rametto, cantando una canzoncina, l’unica che sapevo e che mi aveva insegnato mamma e che la dade ne avevano riveduto e corretto il testo, per quell’occasione..

    La canzoncina originale diceva così:

    “E’ arrivààà..è arrivààà..è arrivataa la bella biondinaaa, con patate e con fagioli e insalata ricciolinaaaa ohh ohh ohhh”, che per l’occasione era diventata:

    “E’ arrivààà..è arrivààà.. è arrivataa la bella biondinaaa, col cestino di mimose da donare alle donne e a mamminaaa.. ohhh ohhh ohhh” . E’ stato un successo! Credo l’unico mio successo canoro con tanto pubblico. Quanti applausi.. quante carezze e quanti baci mi sono presa da tutti, e chi se li dimentica più!

    Mi sono agitata quando sono arrivata nel reparto di mamma, io non sapevo dove lei lavorasse, ma quando l’ho vista, un po’ in disparte, timorosa e emozionata nel vedermi così disinvolta a porgere mimose e a cantare, per l’emozione ho buttato per terra il cestino con tutte le mimose per correre da lei gridando: mammaaa …mamminaa!

    Si misero a ridere tutti e qualcuno si commosse. Dopo avere salutato mamma e raccolto il mio cestino di mimose aiutata dalle dade, ho continuato a fare il mio giro in quello stesso reparto e proseguire negli altri che ancora restavano per donare a tutte le donne, il mio rametto di mimosa. Alla fine del lungo giro per tutta la Manifattura, sono tornata esausta all’asilo, dove ho dormito nel lettino fino a sera, quando, a fine giornata, mamma è venuta a prendermi per tornare a casa. E’ stata una bella esperienza e la ricordo come ora…ma..

    Ma ..non tutti avevano gradito la mia presenza in quella giornata.

    Venni a sapere da più grandicella da mamma, quello che era successo dopo quel giorno.. e voglio raccontarlo..

    Quel giorno, a parte qualche mamma o papà, che per invidia o gelosia, avrebbe preferito vedere protagonista della giornata il proprio figlio o figlia al posto mio, altri e non pochi, per ignoranza, non avevano gradito che io, BIMBA ESULE, figlia di “slavi”, avessi preso il posto di un bimbo bolognese e italiano.

    Molti operai e operaie bolognesi, di ideologia comunista, che non vedevano di buon occhio la nostra gente arrivata a Bologna, ritenuti sporchi “fascisti”esuli cacciati dall’Istria, l’avevano quasi preso come un affronto e una provocazione da parte delle dade dell’asilo nell’aver scelto una bimba profuga piuttosto che un bambino bolognese, e nei giorni successivi, ci furono infinite polemiche da parte di queste persone, e il fatto giunse persino all’orecchio dell’Amministrazione, che non fece altro che approvare e confermare la scelta che le dade avevano fatto, con la motivazione che io ero una bimba italiana, figlia di una dipendente italiana con gli stessi diritti di tutti gli altri bambini, e non si doveva permettere nessuno di fare alcuna discriminazione, nè mettere in mezzo la politica sui bambini, che sono tutti uguali e tutti innocenti che con la politica nulla hanno a che fare.

    Anche qualcuno della nostra gente, profughi giuliani, questa cosa non era andata molto a genio, per la ragione opposta, per l’ignoranza di credere, che la Festa della Donna, fosse una festa comunista, e quindi, proprio per il rancore di qualcuno verso quella ideologia, non doveva mai essere una bimba esule a portare mimose, simbolo di una festa comunista.

    Di quel mio ricordo gioioso, ho cancellato l’ultima parte, nella mia mente è rimasto solo il ricordo di quella piccola bambina, vestita da contadinella che disinvolta e felice, cantava la sua canzoncina, offrendo le mimose a tutte le donne, e in cambio si prendeva applausi, coccole e baci da tutti...

  • L'altro ricordo, sempre inerente alla Festa della Donna, è riferito a qualche anno dopo al ricordo che ho scritto sopra, e doveva essere intorno al 1954 o1955, io avevo già 8 o 9 anni, quando mamma in quel giorno dell'8 marzo, venne a casa dal lavoro, triste e mortificata. e ci raccontò che era successo..

    Come ogni anno un bimbo o bimba dell'asilo, portava nel giorno della Festa della Donna, i rametti di mimose a tutte le dipendenti della Manifattura, come anni prima era toccato a me, e quando lei quel giorno lo aveva ricevuto, lo aveva messo infilato tra i capelli dentro la cuffietta da lavoro, come sempre e come facevano tutte le altre colleghe. All'ora della pausa pranzo, mamma, assieme alle sue colleghe di reparto, stava consumando il suo pranzo in mensa, quando all'improvviso si è sentita da dietro, una mano strapparle quel rametto dalla cuffia e buttato a terra. Si è voltata spaventata e ha visto una paesana, profuga come lei di Rovigno, che arrabbiatissima le ha detto in dialetto rovignese, (ma che trascriverò in italiano): "Ti devi vergognare di avere accettato e di portare addosso la mimosa, simbolo di una festa comunista, proprio tu, che come me, hai dovuto lasciare la tua terra a causa loro! Vergognati..sei la vergogna di tutti noi profughi". Mamma era rimasta allibita, e passato il primo momento di sbigottimento e anche di paura per questa, diciamo, piccola aggressione, con molta calma, si è alzata dalla panca dove stava seduta, ha raccolto il rametto di mimosa da terra, se lo è rimesso in testa fra i capelli e la cuffietta, e le ha risposto:

    "Io non mi devo vergognare di niente, non sono queste le cose per cui ci si deve vergognare. A me non interessa chi abbia istituito questa festa, è una festa dedicata a tutte le donne, e visto che io sono donna, e sono fiera di esserlo, la ritengo una festa anche mia! un fiore chiunque sia ad offrirtelo non si rifiuta mai, e se tu l'hai fatto, dovresti vergognarti tu! E ti devi vergognare soprattutto del gesto di disprezzo di cui sei stata capace di farmi e delle parole che mi hai detto! Nessuno si deve permettere mai di privarmi della mia libertà di pensiero, di parola e di comportamento, e tanto meno permettersi di togliermi un fiore dai capelli, che io, ho voluto mettere.. nessuno! ho lasciato la mia terra, per essere una donna libera e godere della mia libertà, e non sarai certamente tu, anche se amica, collega, e paesana.. a togliermela! Da questo momento, non ti azzardare mai più di rivolgermi il saluto e la parola, se non per motivi di lavoro..tu per me.. da questo momento..sei morta come mia madre che sta in cimitero!

    Mamma ci aveva raccontato quella sera tutto questo, ed era tanto arrabbiata. Io bambina,forse non capivo la gravità della cosa, la mia unica preoccupazione, era che sua figlia, era la mia amichetta del cuore, e suo marito, era il migliore amico di papà e dopo quanto successo, non lo sarebbero stati più.

    Mi ero messa a piangere angosciata per avere perduto la mia amichetta, ho chiesto a mamma come avrei fatto senza di lei, con chi avrei giocato, e mamma tranquilizzandomi, mi rispose che quello che era successo, era solo una cosa fra lei e la sua paesana, non c'entravamo nè io nè sua figlia, nè papà con suo marito, e avremmo potuto frequentarci liberamente come se niente fosse successo.

    Sollevata io, e sollevato papà, ci siamo sentiti meglio. Questo fatto, non ha cambiato nulla fra di noi amichette, nè tanto meno fra i nostri papà, nessuno mai, nè noi nè loro fece mai un accenno di quanto accaduto. I nostri rapporti sono stati ottimi sempre per tantissimi anni, ma mamma non ha mai più rivolto nè saluto nè parola alla sua paesana, nonostante lavorassero insieme e nonostante, dopo un paio di anni, siamo andati tutti, sia noi, che loro, ad abitare nello stesso palazzo costruito per i profughi, noi bambine si giocava nello stesso cortile, e i nostri papà si frequentavano come sempre, andando per anni, nella stessa osteria dove si ritrovavano tutti gli esuli, per cantare le nostre canzoni, o a giocare le carte, alla morra, o a fare qualche merenda. Mamma mi ha insegnato fin da piccola, che nessuno può privare un suo simile della propria libertà di pensiero, di parola e di opinione, e di avere sempre rispetto delle altrui idee, anche se non sono condivisibili..La libertà è il bene più prezioso che l'essere umano ha, dopo la salute, e solo chi ha provato che significa perderla, solo chi ha provato a vivere sotto una dittatura, può capire che significa..e mamma ne aveva provate due sulla sua pelle, e l'una non era stata migliore nè peggiore dell'altra. Quello che mamma mi ha insegnato, io a mia volta l'ho insegnato a mia figlia e, spero che lostesso farà lei con i suoi figli, e i suoi figli ai loro figli, perchè nessuno debba mai più provare, cosa significhi perdere la libertà...

  • Marina Gabriella de Marsanich :

    Nel 1945/1946 quando venne il momento della scelta, qualche previdente e benestante l'aveva già fatta per conto proprio, emigrando verso più tranquilli lidi per sfuggiere ai bombardamenti e ad altri guai. Molti tagliarano la corda all'ultimo momento, altri erano assenti perché sparsi per il mondo dalla bufera della guerra, prigionieri chissà dove. Altri ancora erano in galera, altri infine in qualche foiba. PS: Mio padre da giovane lavorava per la Todt. Un parente...ha fatto la brutta fine in qualche foiba. Un altro zio per sei mesi in campo di concentramento. etc. etc. Mio padre, nonni, zii lasciarano la città del cuore "Fiume" per sempre nel 2/1946 prima per Gorizia, Firenze.

    Tempi passati.....Fatto si è che Fiume, da quando appare nei documenti, non appartenne "mai" alla Croazia. Saluti a tutti fiumani nel mondo.

  • Grazie Marina ..per la tua testimonianza e mi associo nel saluto a tutti i fiumani

    ciao un abbraccio

  • Ileana Macchi :

    Ormai credo tu conosca la mia testimonianza...

    Mio nonno è nato il 22 novembre del 1912 a Pola.

    A 3 anni sua madre e tutti i sui fratelli muoiono di spagnola dopo essere stati trasferiti nel campo profughi di Graz. Quello che ho della mia bisnonna è solo la foto di una donna morente in quel campo. In famiglia si dice che era originaria del Montenegro, ma non si sa se era di quelle zone o figlia di commercianti che si erano trasferiti in quel luogo. In effetti le sue caratteristiche possono essere quelle di una donna montenegrina.

    Il papà del nonno era un uomo alto con gli occhi verdi e con grossi baffoni; era un commerciante che viaggiava molto.

    Così mio nonno fu cresciuto da sua zia ed iniziò a chiamarla mamma.

    Mio nonno proprio per essere nato nel 1912, oltre all’Italiano e al Polesano (il dialetto istro-veneto di Pola), che sentiva parlare abitualmente in casa, imparò anche il tedesco, la lingua ufficiale fino alla fine della prima guerra mondiale.

    Mia nonna, che nacque il 6 dicembre 1916 a Pola, non parlò mai il tedesco, ma solo l’Italiano e il Polesano.

    Sua mamma era di Capodistria, di famiglia con origini nobili (ma in declino) e di origini forse di Chioggia.

    Suo nonno dalla parte paterna era ungherese; era povero in canna; era in cerca di fortuna, spinto dagli incentivi che l’impero austriaco dava per chi si trasferiva da una parte all’altra dell’impero.

    Suo padre era un uomo che si amava definire un “operaio” e non avrà vita facile durante il fascismo.

    Il 10 marzo 1929 si svolse il plebiscito fascista. Venne proposta una lista unica con sopra 400 nomi di fascisti da votare o rifiutare in blocco.

    8.506.576 italiani l’approveranno; 136.198 no. Votò a favore il 98,33% degli italiani.

    Il mio bisnonno fu uno di quelli che votò no.

    Il plebiscito oltre ad avere lista unica, non era segreto. Le schede, del si e del no, avevano colore diverso. Quando il mio bisnonno consegnò la scheda, chi la ricevette la alzò, la mostrò a tutti i presenti urlano il cognome del mio bisnonno, per ricevere l’attenzione di tutta la sala.

    I risultati furono pubblicati, con nome e cognome e preferenza.

    La riga destinata al mio bisnonno era in rosso e di fianco al suo no, c’era scritto: uno dei 622 no al fascismo.

    Il mio bisnonno era il segretario e tesoriere del partito socialista a Pola, quando, durante il fascismo, il partito socialista era illegale.

    L’episodio che gli farà ricevere dallo stesso Tito una medaglia al valore è questo:

    un giorno qualcuno incendiò la sede del partito socialista; il mio bisnonno, rischiando la vita, entrò per salvare i fondi monetari e parte dei documenti, custoditi al suo interno.

    I miei nonni si conoscevano da sempre: erano vicini di casa.

    In effetti quando erano piccoli non si sopportavano, ma col crescere le cose cambiarono.

    Si sposano presto, tanto che mio nonno dovette chiedere il permesso al suocero per sposarla, infatti era ancora minorenne a 18 anni (a quei tempi si diventava maggiorenni a 21 anni).

    Mio nonno partì per il sevizio militare che a quel tempo durava 3 anni e non si poteva evitare.

    Al ritorno non volle iscriversi al partito fascista, anche se questo voleva dire non riuscire a trovare lavoro. Ma il suo rifiuto lo portò anche al carcere. Verrà liberato perché un suo vecchio compagno di scuola, che si trovava nella polizia, mise una buona parola per lui.

    La sua passione per le radio e l’esperienza fatta in questo campo durante il servizio militare riuscì a fargli trovare comunque un lavoro, ma questa situazione durò poco.

    Fece l’insegnante, insegnando quello che sapeva sulle radio e sul mestiere di radiotelegrafista.

    Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, venne chiamato a servire il Paese sin da subito. Partì lasciando Pola e la moglie. Venne inviato in Africa. Il suo ruolo era quello di telegrafista.

    Non dovette mai imbracciare un fucile e non dovette mai uccidere con una pallottola per salvarsi la vita. E per questo si sentiva un fortunato.

    La sua impresa più eroica fu ripristinare un contatto radio in un’area che era stata conquistata dagli inglesi. Partì con una jeep insieme ad un suo amico e passò davanti al blocco inglese tranquillamente, come se niente fosse. Gli inglesi non si accorsero nemmeno del suo passaggio; era l’ora del the, le 17:00 precise. Ripristinato il contatto radio ripassò davanti al blocco alle ore 17:00, nella stessa identica maniera.

    Rischiò la vita più volte, tra cui quella volta che scoppiò una granata, che gli lasciò una cicatrice ad una gamba e gli fece perdere l’udito ad un orecchio.

    Perse anche tutti i denti dell’arcata inferiore mentre caricava un cannone, la leva ritornò in dietro di colpo…

    Ma l’episodio più triste fu quando un suo amico colpito a morte gli morì fra le braccia. Quando me lo raccontò, una sola volta, pianse ancora guardandosi le braccia.

    Fu fatto prigioniero degli inglesi, insieme ad altri suoi amici. Nonostante la sua situazione di recluso, viveva in condizioni migliori che stando sotto l’esercito italiano. Vestiti adeguati, acqua, cibo e sigarette.

    Ma con la resistenza in Italia, il rispetto finì. Era preso in giro dagli inglesi e trattato male: veniva chiamato “double faces”; i prigionieri italiani erano chiamati volta faccia, traditori. Secondo gli inglesi, gli italiani avevano tradito i tedeschi, i loro alleati, per passare ai vincitori.

    Mentre mio nonno era prigioniero, lavorava sulle radio e mostrava le sue capacità di radiotelegrafista agli Alleati. Infatti fu notato da un gruppo di americani.

    Gli arrivò una proposta: “Quando sarà finita la guerra, venga a Hollywood, che le offriamo un lavoro”.

    Mio nonno non dette importanza a quella offerta, pensava solo a sua moglie lontana e alla sua terra, unico luogo dove voleva vivere. Rinunciò a Hollywood per Pola…Se solo avesse saputo quello che sarebbe successo dopo…

    Finita la guerra, l’esercito italiano, prima di abbandonare l’Africa, andò a recuperare i suoi soldati prigionieri, ma non era solo.

    Erano tutti in un piazzale: i soldati italiani si presentarono al gruppo di prigionieri italiani.

    In quel gruppo c’è mio nonno e il suo migliore amico, istriano anche lui.

    I soldati italiani chiamano per nome tutti, meno quei 2 istriani.

    Li fecero mettere da una parte e in quel momento arrivarono degli altri soldati, dei titini, che chiesero ai 2 istriani di lasciare quella gente e di seguirli, gli chiesero di tornare a casa con loro. Gli dissero che ora loro facevano parte di questo esercito.

    I 2 istriani non sapevano cosa succedeva in Italia, in Istria; sapevano solo di essere italiani e non capivano chi erano queste persone. Si rifiutarono di seguirli e vollero tornare in gruppo insieme con i loro amici.

    A questo punto quei soldati gli dissero a denti stretti: “Vi troveremo e vi uccideremo, uccideremo voi e le vostre famiglie”.

    I 2 istriani si riunirono agli altri ex prigionieri e tornarono a casa.

    Durante la guerra mia nonna aveva continuato a vivere a Pola, subendo gli attacchi aerei, le incursioni nemiche. Pola era un porto militare.

    Mi raccontava di quando partiva l’allarme e tutti si nascondevano nei rifugi, aspettando che passasse tutto, nel silenzio e nella paura.

    L’episodio, che mi raccontava ridendo e con orgoglio, era quello culminato con uno schiaffo dato ad un ufficiale tedesco, che aveva provato a baciarla…Uno schiaffo dato per impulso, nel silenzio più totale, davanti a tutti gli altri soldati tedeschi e davanti ai Polesani nascosti nel rifugio. Uno schiaffo che rimbombò in quel silenzio.

    Fortuna di mia nonna fu di aver trovato una persona non permalosa, o forse perché quell’ufficiale si era innamorato sul serio di lei…Non ci furono conseguenze.

    Mio nonno tornò a Pola e finalmente potè restare accanto a sua moglie.

    Un giorno decise di andare a trovare il suo amico istriano. Si recò al suo Paese. Ma l’amico non esisteva più.

    Non esisteva nulla che potesse dimostrare che lui fosse esistito. In casa sua c’era un’altra famiglia sconosciuta e non esisteva più nessun documento che dimostrasse la sua nascita. La sua intera vita era stata cancellata.

    Mio nonno scoprì che mentre a Pola, la presenza degli Alleati, ostacolava le azioni dei Titini, nei paesini quest’ultimi agivano indisturbati. Sono stati sterminati interi paesi, nel silenzio più assoluto.

    Inoltre nella zona dove si trovavano i russi, quella a est, i titini erano molto più liberi di agire rispetto alla zona ad ovest dove si trovano gli americani.

    Memore di quello che gli dissero in Africa quelle persone, capì che era il prossimo.

    Decise di scappare, per salvare la sua vita e la vita della sua famiglia. Ormai era padre.

    Mio nonno era riuscito a trovare lavoro in un paesino nell’entroterra della Liguria, grazie ad amici e conoscenze. La sua meta era quella.

    I miei nonni presero poche cose, l’intenzione era comunque quella di ritornare. La speranza era che quella situazione fosse una situazione temporanea. Partirono solo loro con il figlio di sei mesi.

    I genitori di mia nonna rimasero.

    Il mio bisnonno si sentiva protetto dalla sua situazione politica: Tito gli aveva anche dato una medaglia al merito.

    Rimaneva, perché era difficile incriminarlo di essere fascista; rimaneva perché amava la sua terra; rimaneva perché era convinto che era una situazione momentanea.

    Rimaneva perché credeva in quell’Italia che si era liberata dal fascismo, in quell’Italia che era la sua Patria. L’Italia non lo avrebbe abbandonato…non lo avrebbe tradito…

    Nonostante la sua ideologia, gli furono espropriati tutti i sui averi. Era un “operaio”, ma nel corso della sua vita era riuscito, grazie ad un buon investimento e con il sudore della fronte, a possedere una palazzina intera. L’aveva comprata ad un asta, era un rudere, ma l’aveva messa a posto nel corso della sua vita ed erano diventati ben 16 appartamenti.

    Ormai era anziano e non costituiva una minaccia al governo di Tito, non fu ucciso.

    Dopo il lavoro di una vita gli venne tolto tutto e finì la sua vita vivendo in affitto in una lavanderia 2 metri per 3, ma nella sua Pola.

    Quando si svolse il plebiscito, la mia bisnonna, non volle recarsi a votare visto che il plebiscito vedeva il partito di Tito come lista unica. Si chiedeva a cosa servisse andare a votare: si poteva votare solo sì. Ma i Titini irruppero in casa la presero a forza, la portarono al seggio e la infilarono dentro costringendola a votare, contro la sua volontà. Aveva sui 70 anni...

    L’Italia li tradì. Morirono delusi dall’Italia e dagli esponenti di quei partiti politici italiani che regalarono la loro terra, definendola un ammasso di pietre. E uno di quei politici arrivò persino a baciare la bara di Tito.

    Invece i miei nonni scapparono, con poche cose. Presero il treno da Pola per arrivare a Trieste.

    Al confine furono fermati. I documenti che avevano erano quelli italiani e quindi non valevano più.

    Furono rinchiusi in una cella, ma i titini videro un orologio d’oro, non mi ricordo se al polso di mia nonna o di mio nonno. Era l’unica cosa di valore che avevano portato con sé, dovettero lasciarlo in cambio della libertà.

    Presero finalmente il treno da Trieste, che li avrebbe portati verso la Liguria.

    Quel treno era quel famoso treno fermato a Bologna. Mia nonna per lo spavento perse il latte:e non sapeva cosa dare da mangiare a mio padre di 6 mesi.

    Ma io non me la sento di odiare chi assalì quel treno. Era gente che aveva vissuto una guerra, stanca e sofferente, gente facilmente manovrabile, gente a cui era facile raccontare falsità.

    La colpa è di chi fece credere agli italiani (a tutto il resto d'Italia) che gli esuli fossero stranieri fascisti.

    Arrivati in Liguria, i partigiani catturarono i miei nonni e mio padre. Erano convinti che scappassero dalla Yugoslavia, in quanto stato comunista. Quindi erano convinti che fossero fascisti.

    I miei nonni provarono a raccontargli chi erano e quale era la loro ideologia, ma non servì a nulla.

    Prepararono 3 alberi per impiccarli: l’accusa di essere fascisti.

    Una, la figlia del segretario e tesoriere del partito socialista di Pola.

    Uno, un uomo andato in carcere per non iscriversi al partito fascista.

    Uno, un neonato di sei mesi.

    Ma per fortuna era periodo di elezioni politiche. Nel giorno scelto per impiccarli, nel paese dove si trovavano prigionieri, vinse la dc. Si salvarono per questo!

    Il partigiano, che aveva orchestrato tutto, venne convinto dagli altri partigiani del suo gruppo di lasciar perdere tutto, avevano paura di essere incriminati di omicidio (non essendo più appoggiati dal partito comunista).

    Ma anche qui, il mio pensiero va a quelli che hanno fatto si, che queste persone arrivassero a queste azioni. Queste persone erano solo strumenti in mano loro.

    I miei nonni con molte difficoltà riuscirono finalmente a trovare casa: un garage di una signora che ebbe compassione di loro.

    Mio padre crebbe e andò a scuola; significativo per far capire il clima in cui viveva è il commento della sua maestra quando il suo tema era il più bello della classe: “Ma è possibile bambini, che riuscite a farvi superare da uno straniero!”.

    Ma posso capire cosa ha passato mio padre, perché anche io ho avuto un insegnante che mi dava 5 di tema perché ero mezza straniera. Un cinque politico per essere nata a Rijeka, Fiume.

    Sono nata lì per coincidenza: mio padre lavorò per conto dell’esacontrol o dell’ansaldo (non mi ricordo) per la costrizione della centrale elettrica di Urini, vicino Fiume alla fine degli anni ’70 e mia madre lo seguì.

    Se io per metà straniera prendevo 5, una mia compagna di Rijeka, croata al 100% prendeva 4.

    Non posso giudicare i miei temi (che comunque erano giudicati sul sette da tutti gli altri professori che ho avuto), ma ho letto i temi di quella ragazza ed erano bellissimi.

    Quella professoressa era due volte ignorante: una volta perché razzista e una volta perché non sapeva neanche che io fossi italiana.

    La mia famiglia aveva subito una persecuzione, un esodo e l’espropriazione dei propri averi proprio per essere Italiana e nell’Italia stessa aveva subito la negazione della loro identità e l’odio.

    Io di questo ho ricordi da sempre…

    Vedo ancora gli occhi sconvolti dei miei compagni, mentre raccontavo chi ero.

    Al principio i bambini mi credevano, ma poi bastava che ne parlassero in giro e dopo alcuni giorni mi sentivo chiamare bugiarda, o nelle migliori delle ipotesi mi sentivo guardata come una “strana”, una pazza…

    In effetti ero una bambina che voleva raccontare chi era suo nonno e suo padre…una bambina come tutte le altre…ma io, bimba, non mi rendevo conto di raccontare una Storia che il resto d’Italia invece voleva dimenticare.

    Vedevo come venivano elogiati i bambini che avevano avuto nonni partigiani. Anche io avevo avuto un nonno, ragazzino nascosto tra i partigiani, ma non capivo perché non venissi elogiata anche per l’altro mio nonno.

    Perché lui non era un eroe? Eppure per tutto quello che aveva subito, ne avrebbe avuto il diritto! Perché appena parlavo di lui venivo azzittita. Perché non potevo scrivere un tema su di lui?

    Perché?

    Perché questo non si può raccontare?

    Mi chiedevo tutto questo e non riuscivo a capire, ma crescendo mi sono data tutte le risposte.

    Le risposte le ho capite sulla mia pelle, sugli sguardi, sulle amicizie troncate dal fatto che avevo raccontato quello che ero, sul quel ragazzo che usciva con me perché ero “dell’est” (se fossi stata russa sarebbe stato anche più contento), sulla mia città natale, sulle lacrime dei miei nonni che mi raccontavano nonostante il dolore, perché almeno io, per metà istriana, sapessi.

    Persino sulle piccole cose, come per esempio il fatto che scrivendo questa testimonianza, non esiste la parola Pola e la parola titino nel dizionario italiano di word. O sul fatto che spesso i data-base inserendo il mio codice fiscale scrivono che sono nata a Rijeka, Serbia Montenegro.

    Ancora dopo 3 generazioni, mi sento chiamare spessissime volte fascista e slava, anche da persone che credo amiche, da persone alle quali racconto chi sono, persone che ormai credo che mi ascoltino, nonostante le falsità che sono state dette da decenni. Ma queste falsità sono più forti di me.

    Mio padre mi racconta di un episodio svoltosi nel cantiere di Urini, vicino a Fiume, fine anni settanta.

    Si sentirono rumori metallici…e poi sentì una frase detta da alcuni colleghi di Fiume: “Cos’è questo rumore? Stanno fucilando gli italiani?” Seguì una risata: era una battuta.

    Solo gli italiani non sanno quello che è successo in Istria. L’unico italiano che capì la “battuta” era mio padre.

    C’è chi mi dice di dimenticare dopo tanto tempo: io non posso dimenticare, perché lo vivo ancora sulla mia pelle.

  • Cara Ileana, ho letto con molta attenzione e con emozione la tua testimonianza.. dettagliata nei particolari e scritta molto bene. Mi ha fatto molto piacere leggerla, perchè qualche frammento della tua storia mi avevi già accennato tempo fa quando ci siamo conosciute, ma non sapevo tutti i particolari. Leggerla è stato un pò rivivere i racconti dei miei genitori, anche loro mi avevano raccontato tanti particolari che ho ritrovato nel tuo scritto..D'altronde le nostre storie posso differire solo per la vita vissuta di ognuno prima del Trattato di Pace, ma sono più o meno simili...per quanto riguarda.. il dopo...la partenza dalla nostra terra e l'arrivo in Patria.

    La paura, l'amarezza, le delusioni e le mortificazioni, sono state il filo conduttore che ha accumunato, chi più o chi meno, noi italiani vissuti in esilio.

    Grazie anche a te cara Ileana per la tua testimonianza e per aver contribuito a far conoscere la storia della tua famiglia, un'altra paginetta di quel libro di storia che non fu mai sui banchi di scuola..perchè nessuno lo volle mai scrivere..ciao un bacione

  • Ma Lu Botteri :

    Per quanto riguarda i ricordi ci sono molte associazioni che stanno raccogliendo materiale di prima mano, registrando su nastro la viva voce dei nostri anziani, Avevo provato anch'io a farlo, ma sono imbranata con ogni oggetto che abbia "audio".... però molti dei nostri anziani non gradiscono la pubblicità per cui chiedono che i loro ricordi vengano mantenuti segreti fino a dopo la loro morte. E' un desiderio che va rispettato.

    Io ho già scritto molti ricordi in vari siti...se ne trovi qiuualcuno trasportalo pure qui, ne sarò contenta

  • lo farò sicuramente, ..grazie Ma Lu.. smack

  • Davide De Pieri :

    quando lavoravo a reggio emilia 4 o 5 annifa (io sono di padova) per via del lavoro (pratica di avvocato) avevo conosciuto un signore che si chiamava mattosovich.

    purtroppo viveva in una casa di accoglienza poco fuori reggio (aveva dei problemi psichici credo legati all'uso di alcol ma non ho indagato)

    mi aveva detto che la sua famiglia era istriana e mi aveva raccontato se non ricordo male che suo padre lo aveva dovuto abbandonare dopo la guerra (mi pare avesse pure un fratello che era rimasto con il padre)

    avrei voluto poterlo aiutare di pù anche per rimetterlo in contatto con i suoi parenti ma era difficile stabilire un contatto con lui e capire bene i suoi discorsi!!

    avrà avuto più o meno sessantanni...

    non so magari non è neppure lontanamente tuo parente ma volevo dirtelo

    ciao

    davide

  • Davide De Pieri :

    Ciao non riesco a leggere la risposta al mio messaggio!

  • Non ti ha risposto Davide..lo contatterò, forse non ha letto il tuo post..ciao

  • Corrado Giuricin Mattosovich:

    Ciao Davide. Infatti non avevo letto il tuo post. Mi spiace ma non conosco il signore Mattosovich di cui scrivi.

    Un salutone

    Corrado

  • Bentornato Corrado dal tuo viaggio nella nostra terra..grazie per avere risposto a Davide..

    un bacione

  • Pubblico un articolo di Piero Ghetti tratto da:

    Romagna Oggi ..

    Forlì, giorno del ricordo:

    “L’esodo, una ferita che non si rimarginerà mai più”

    8 febbraio 2010 - 16.06 (Ultima Modifica: 08 febbraio 2010)

    "I miei genitori sono persone tenaci e fuori dell'ordinario, ma quella ferita non si rimarginerà mai più". Carlo Bressanello, ex cancelliere del tribunale di Forlì, addita i genitori Arpad e Maria, 181 anni in due, come clamorosi esempi di longevità e lucidità. Soprattutto Arpad, classe 1915: quando nacque a Fiume, alle soglie del Natale, c'era ancora l'impero austro-ungarico. Bressanello dovette lasciare la "Perla del Quarnaro", oggi chiamata Rjieka, per non sottostare al dittatore comunista Josip Broz detto Tito, che l'aveva occupata il 2 maggio 1945 al termine della sciagurata guerra persa dall'Italia fascista.

    Il trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, che tolse al "Bel Paese" 9.953 chilometri quadrati di territorio, fra cui gran parte della Venezia Giulia, tutta l'Istria, l'enclave di Zara, le isole di Cherso e Lussino e, appunto, Fiume, fu solo l'apice formale di una tragedia che dal 1943 al ‘57, vide la fuga irreversibile dalle proprie case di circa 350 mila persone. La pulizia etnica tanto di moda nell'ex Jugoslavia durante l'ultimo conflitto sui Balcani, fu sperimentata per la prima volta con successo proprio sui civili italiani, ritenuti tutti fascisti. Pezzo forte dei comunisti guidati da Tito il "liberatore" fu l'infoibamento: si calcola che nelle cavità carsiche dell'Istria, profonde anche alcune centinaia di metri, siano stati gettati, spesso ancora vivi, dai 5 ai 15 mila italiani. Dal 1946 Forlì è diventata la nuova "patria" per almeno 50 esuli istriani e giuliano-dalmati, circa 400 persone in tutta la provincia. Fra loro anche il "nostro" Bressanello Arpad, per 25 anni funzionario prefettizio a Forlì e per oltre 40 presidente onorario della sezione locale dell'"Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia".

    Di quei giorni di fuga, nell'agosto 1946, con la moglie incinta e il figlioletto di 5 mesi assieme ad altri 75 mila italiani, la maggior parte dei quali residenti a Fiume da sempre, il profugo conserva solo dolore. "Dopo l'8 settembre 1943 - racconta - nello sbando totale del mio reparto militare di stanza in Calabria, camminai per 44 giorni lungo ferrovie e strade invase dall'occupante tedesco, fino a raggiungere la mia città, dall'altra parte dell'Adriatico. Nell'atto di riabbracciare i miei cari, pensai di essere alla fine dell'odissea. E Invece...".

    L'arrivo a Forlì non fu dei migliori: "Alla stazione ferroviaria fummo accolti con l'insulto di "fascisti" dai militanti comunisti, indottrinati a dovere e increduli che i primi italiani a beneficiare del paradiso marxista fossero fuggiti così in fretta". Bressanello ha poi trovato un ambiente eccezionale, degno della miglior ospitalità romagnola. Nel 1968, dopo vent'anni di lontananza, è potuto ritornare a Fiume, da turista: "Una città irriconoscibile, deturpata dal cemento di regime". Alla moglie Maria Francesca Frank, anch'ella perfettamente integrata in Romagna, non è ancora andata giù quella volta che, all'atto di partire per l'Italia, i burocrati "tutini" gli negarono il latte in polvere per il figlioletto Carlo: "Te lo daranno i fascisti quando sarai di là". L'esodo è uno strappo emozionale che non si ricucirà mai più. Bressanello Arpad recherà la sua testimonianza di esule venerdì 12 febbraio alle 15, in sala Randi, nel corso della pubblica conferenza promossa dal Comune di Forlì in occasione del "Giorno del Ricordo", istituito dal 2004 in memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. "

    Piero Ghetti

    a Piero...grazie!

  • Fabrizio Monaldi :

    Salve a tutti! Mi chiamo Fabrizio e sono di Roma. Il fratello di mio nonno, originario dell'Umbria,è vissuto molti anni a Fiume per lavoro..Mi ha sempre raccontato della bellezza di questa città, dell'Istria e delle Isole del Quarnaro..Anche lui fu costretto a fuggire..se non ricordo male nel'45..e tornò, suo malgrado,nel nostro paese d'origine..Norcia,in provincia di Perugia.I suoi racconti mi hanno trasmesso la passione per queste meravigliose terre..nonostante purtroppo non ci sia ancora mai stato!Studio Geografia all'Università La Sapienza,quì a Roma,e darò entro la fine dell'anno la Tesi proprio riguardo il passato e il presente della Comunità Italiana presente in Istria,parlando anche dell'appartenza millenaria di questi territori alla cultura Italiana.Infatti nella prossima estate verrò in Istria sia per ammirare finalmente dal vivo questa meravigliosa terra che indirettamente sento Mia,sia per i miei approfondimenti per completare in maniera dignitosa, come merita l'Istria, la mia Tesi di Laurea.

    Un saluto a tutti, Fabrizio Monaldi

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