FIUME - UNA CITTA'..UNA STORIA..

  • tratto da Intenet: Wikipedia

    FIUME.. (ora) Rijeka(Croazia)

    Fiume (in croato Rijeka, in ungherese Fiume, in sloveno Reka; in tedesco Sankt Veit am Flaum, 144.043 ab. nel 2001), situata sull'Adriatico (Golfo del Quarnero) è la terza città della Croazia per popolazione dopo Zagabria e Spalato . Sede universitaria ed arcivescovile, è il porto principale del Paese.

    Già appartenente all'Impero austro-ungarico (dal 1779 al 1919), Stato libero di Fiume dal 1920 al 1924 e italiana dal 1924 al 1947 (capoluogo dell'omonima provincia), dal 1947 al 1992 fece parte della Jugoslavia; è croata dal 1991.

    Il suo nome latino originario è Tarsatica (da cui il nome del rione Tersatto); successivamente si chiamò Vitopolis e Flumen; per quanto riguarda le altre lingue ufficiali dell'ex impero austro-ungarico, in tedesco il suo nome era Sankt Veit am Flaum o Pflaum (sebbene oggi sia accettata la forma croata), in ungherese originariamente Szentvit e oggi Fiume, in sloveno Reka; infine, in friulano è chiamata Flum (più propriamente Sant Vît di Flum o Flum dal Cjarnâr) e nei dialetti locali croati è Reka o Rika.

    QUARTIERI

    La città di Fiume è divisa in 33 Quartieri (Mjesni odbori):

    Belvedere (Belveder)

    Braida-Dolaz (Brajda-Dolac)

    Brascine-Pulaz [o Malburgo] (Brašćine-Pulac)

    Bulevard

    Cantrida [già Borgomarina] (Kantrida)

    Centro Porto (Centar Luka)

    Centro Sussak (Centar Sušak)

    Cosala (Kozala)

    Crimea (Krimeja)

    Draga (Draga)

    Drenova (Drenova)

    Gelsi (Podmurvice)

    Gherbizzi [o Gherbzi, Gherbaz] Grbci

    Mlaca (Mlaka)

    Montegrappa (Banderovo)

    Nocera Inferiore [o Orecovizza] Orehovica

    Passaz [o Pasciaz] Pašac

    Pecine (Pećine)

    Fiumara (Potok)

    San Cosimo (Sv. Kuzam)

    San Giovanni[1] (Pehlin)

    San Nicolò (Sv. Nikola)

    Scoglietto (Školjić)

    Scurigne (Škurinje)

    Sérdoci (Srdoči)

    Svilno (Svilno)

    Tersatto (Trsat)

    Torretta (Turnić)

    Valscurigne (Škurinjska Draga)

    Vesizza inferiore (Podvežica)

    Vesizza superiore (Gornja Vežica)

    Vojak (“casermetta”[2])

    Zamét (Zamet)

    STORIA

    DAI ROMANI AGLI ASBURGO

    Il posto dell'odierna città era anticamente abitato dalla tribù illirica dei Liburni: conquistato dalle legioni della Repubblica Romana nel 60 a.C. fu fondato il municipio con il nome di Tarsatica.

    Nel medioevo la città passò sotto il successivo controllo franco, croato e del vescovo di Pola dal 1000: in questo periodo la città si governò da comune autonomo raggiungendo una notevole prosperità commerciale favorendo anche l'immigrazione di mercanti italiani. Fiume poi diventò ungherese prima di finire all'Austria degli Asburgo nel 1471. Nel XVII secolo il commercio fiumano si estese sino in Puglia quindi aumentò l'immigrazione marchigiana e veneta. La Repubblica di Venezia, che fu una forza importante nella zona, non ne ebbe mai il controllo se non per una brevissima parentesi nel 1508 ma la distrusse due volte. Tra le tante lingue parlate in città si usò, sino la fine della seconda guerra mondiale, il fiumano, ossia il veneziano "de mar", del quale esiste anche un dizionario fiumano/italiano ed è una parlata tuttora usata in prevalenza dai fiumani ultra cinquantenni poiché le generazioni successive, quando usano l'idioma materno, tendono a servirsi prevalentemente dell'Italiano standard. Ma la lingua originale di Fiume, che ne implica la sua latinità originaria, sembra fosse il quarnerino, dialetto della famiglia ladina, parlato fino al XIX secolo.

    Dal 1471 fino al 1779, quando fu ceduta al Regno d'Ungheria, Fiume fece parte integrante dell'austriaco Ducato di Carniola. Costituita come porto franco nel 1719, passò tra il XVIII e il XIX secolo da mano austriaca a francese, di nuovo austriaca, quindi croata ed ungherese sinché venne unita, come Corpus Separatum, a quest'ultimo regno per la terza e ultima volta nel 1867.

    Sotto il governo ungherese la città prosperò in un clima di generale tolleranza e collaborazione tra i vari gruppi etnici.

    Il notevole sviluppo portuale, l'espansione generale dei commerci internazionali, il collegamento della città (1873) alle ferrovie austriache e ungheresi, contribuirono alla rapida crescita demografica: dai 21.000 abitanti del 1880 ai 50.000 del 1910.

    A Fiume ci si trasferiva dall'Italia anche per godere di certe libertà e certi diritti (come quello del divorzio) che non erano concessi altrove.

    LA PRIMA GUERRA MONDIALE E LA QUESTIONE DI FIUME

    La sconfitta dell'impero austro-ungarico nella prima guerra mondiale e la sua conseguente disintegrazione portarono alla costituzione di due amministrazioni rivali (italiana e croata), in quanto sia l'Italia sia il nascente Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (la futura Jugoslavia) rivendicavano la sovranità sulla città. La confusione era accresciuta dal fatto che il Patto di Londra, stipulato fra l'Italia e le potenze dell'Intesa non prevedeva l'assegnazione della città all'Italia in quanto Fiume avrebbe dovuto rimanere l'unico porto in mano all'Impero Austro-Ungarico, del quale, nel 1915 non si poteva prevedere la dissoluzione.

    Dopo una breve occupazione italiana, una forza internazionale anglo-franco-statunitense ri-occupò la città (novembre 1918), ed il suo futuro venne discusso alla conferenza di pace di Parigi (1919).

    L'Italia avanzava le sue pretese in quanto la maggioranza della popolazione del cosiddetto "corpus separatum" era italiana, mentre gli iugoslavi facevano altrettanto giustificando che l'area circostante Fiume fosse a maggioranza slava. Il confine tra il "corpus separatum" e l'area circostante era delimitato dalla Fiumara (detta anche Eneo, l'antico porto cittadino); inoltre, il primo sobborgo ad est della città (Sušak, in italiano Sussa o Sussak di Fiume, oggi quartiere cittadino) era a maggioranza croata.

    Inoltre già nell'ottobre 1918 a Fiume si era costituito un Consiglio nazionale che propugnava l'annessione all'Italia di cui fu nominato presidente Antonio Grossich. A Fiume, già ad aprile Giovanni Host-Venturi iniziò a creare una Legione fiumana costituita da volontari per difendere la città in particolare dal contingente francese particolarmente filo-iugoslave

    REGGENZA ITALIANA DEL CARNARO

    I negoziati si interruppero bruscamente quando, il 12 settembre 1919, una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani composta da circa 2500 legionari, guidata dal famoso poeta Gabriele d'Annunzio, partita da Ronchi di Monfalcone (ora Ronchi dei Legionari in ricordo dell'impresa di Fiume), occupò la città chiedendo l'annessione all'Italia. Ai costanti rifiuti del governo italiano D'Annunzio si risolse a proclamare la Reggenza Italiana del Carnaro.

    L'ispirazione ideologica nazionalista di tale Stato lo ha fatto considerare da alcune correnti storiografiche come un possibile modello di riferimento per il regime fascista in Italia, che riprese alcuni dei suoi aspetti.

    Alcuni storici, come diverse fonti, sostengono che i primi ad adottare il saluto romano furono proprio l'immaginifico scrittore ed i suoi seguaci a Fiume. L'italianità della città era rivendicata con orgoglio dagli stessi abitanti, i quali erano per la maggior parte italiani (nei risultati del censimento ungherese del 1910: il 48,6% di lingua materna italiana; il restante 51,4% era diviso in varie etnie. Nel censimento promosso dal Consiglio Nazionale Italiano cittadino nel 1918, su una popolazione totale leggermente diminuita: 62,4% italofoni; 37,6% altri).

    Correnti storiografiche più recenti e più approfondite (tra i quali Francescangeli e Salaris) ricordano il contenuto Libertario e Democratico della Libera Repubblica di Fiume, la cui costituzione fu redatta da Alceste De Ambris, sindacalista rivoluzionario e sarebbe più avanzata in senso democratico e progressista della stessa Costituzione Italiana.

    Lo stesso Lenin sostenne la Reggenza dannunziana, e come riferì Nicola Bombacci, contestando l'inattività dei socialisti italiani definì polemicamente D'Annunzio come l'unica persona in grado di portare avanti la rivoluzione in Italia.

    L'appoggio leninista venne ricambiato: la Reggenza del Carnaro fu infatti il primo Stato al Mondo a riconoscere l'Unione Sovietica. Bisogna anche ricordare che il mercantile Persia con 1300 tonnellate di armamenti da portare ai controrivoluzionari russi fu abbordato dal capitano Giulietti e gli uscocchi di d'Annunzio e fu dirottato a Fiume, accolto dal d'Annunzio stesso con tutti gli onori.

    Il 12 novembre 1920 l'Italia e la Jugoslavia firmarono il Trattato di Rapallo in cui si impegnarono a garantire l'indipendenza dello Stato libero di Fiume. Ma D'Annunzio decise di rifiutare il trattato. Al rifiuto del "vate" Fiume fu completamente circondata e il mattino della vigilia di Natale fu sferrato l'attacco che portò all'allontanamento dei legionari fiumani e all'istituzione dello Stato libero di Fiume con a capo l'autonomista Riccardo Zanella.

    Il 3 marzo 1922 il movimento politico dei Blocchi Nazionali, costituito in buona parte da fascisti e parte dei legionari dannunziani, con un colpo di mano destituirono il governo di Riccardo Zanella. Dopo varie vicissitudini il governo italiano decise di inviare a Fiume il generale Gaetano Giardino che dal 17 settembre 1923 divenne di governatore militare con il compito di tutelare l'ordine pubblico: con il Trattato di Roma, siglato il 27 gennaio 1924 veniva sancito il passaggio della città all'Italia e il 16 marzo il re Vittorio Emanuele III giungeva nella città. In base al trattato la città veniva assegnata all'Italia, mentre il piccolo entroterra con alcune periferie, Porto Baross, incluso nella località di Sussak e le acque del fiume Eneo, cioè l'intero alveo e il delta, venivano annessi al Jugoslavia); il governo dello Stato Libero di Fiume considerò tale atto giuridicamente inaccettabile continuando a operare in esilio.

    Con il Trattato di Roma che ne sancisce l'annessione, Fiume passa ufficialmente allo Stato italiano

    FIUME ITALIANA

    Gli accordi raggiunti con il trattato di Roma vennero regolati con delle clausole da una Commissione mista per l'applicazione del trattato; tali clausole vennero ratificate dalla Convenzione di Nettuno il 20 luglio 1925.

    Dopo l'annessione al Regno d'Italia, Fiume divenne capoluogo di provincia, ovvero Fiume Provincia (FU). Dal 1930 la denominazione venne cambiata in Provincia di Fiume/Provincia del Carnaro (FM). In quegli anni riprese i traffici il porto, che divenne scalo primario nell'Adriatico. Negli anni '30 si sviluppò il settore industriale, grazie ai contributi dell'IRI. Durante la seconda guerra mondiale fu sede di un importante silurificio, che produceva la metà dell'intera produzione italiana di siluri. [1] Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, Fiume fu occupata qualche settimana dai tedeschi, invece che dai croati di Ante Pavelic, quando nell'ottobre 1943 passò sotto la giurisdizione della RSI, fino all'agosto 1944, quando anche formalmente cessò l'amministrazione italiana, nonostante truppe della repubblica di Salò restassero insieme all'amministrazione tedesca.

    L'ANNESSIONE ALLA JUGOSLAVIA

    L'epilogo della seconda guerra mondiale vide ancora una volta il destino della città determinato da una combinazione di forza e diplomazia. Questa volta le truppe jugoslave avanzarono ai primi di maggio del 1945 fino a Trieste, Fiume fu presa il 3 maggio, e la situazione fu formalizzata dal Trattato di Pace di Parigi dalle forze alleate il 10 febbraio 1947: i diplomatici presero atto dello stato di fatto. Da Fiume scappò la maggioranza della popolazione, in prevalenza italiana: l'esodo si concluse nei primi anni cinquanta e coinvolse oltre quarantamila cittadini (più del 70% della popolazione precedente il 1945). Circa 600 furono i civili italiani che scomparvero nel biennio 1945-1947 ad opera del regime jugoslavo.

    Alla fine degli anni quaranta la zona del Golfo di Fiume venne ripopolata massicciamente con abitanti provenienti dalle più disparate regioni della nuova Jugoslavia di Tito. Il primo decennio del dopoguerra fu molto difficile: le distruzioni operate dai tedeschi si accompagnarono alla sparizione dell'intero ceto dirigente cittadino (eliminato o esodato), cui si aggiunse la fuga della massima parte degli impiegati, dei commercianti, degli operai del porto e delle fabbriche fiumane. Tutto ciò causò un blocco quasi totale delle attività cittadine, cui si cercò di ovviare anche col trasferimento a Fiume di gruppi di operai specializzati italiani di Monfalcone (fu il cosiddetto "controesodo"), attratti dal progetto di edificazione di una società ispirata ai principi marxisti. Fedeli al Partito Comunista Italiano e all'Unione Sovietica di Stalin. Però negli anni cinquanta i "monfalconesi" furono perseguitati dall'apparato jugoslavo dopo la rottura politica Tito/Stalin del 1948.

    All'inizio degli anni sessanta la città ritrovò lo slancio di un tempo, seguendo le sorti del porto, che divenne il maggiore scalo jugoslavo.

    Nel giugno 1991, in seguito alla guerra e alla disgregazione della Jugoslavia, Fiume entrò a far parte dell'indipendente Croazia.

    La città dovette sopportare nuovamente le difficili condizioni derivanti da una guerra, e immancabilmente il porto ne subì i peggiori contraccolpi: i traffici - già colpiti dalla spaventosa crisi economico/finanziaria dell'ultima Jugoslavia - subirono un ulteriore tracollo, e per anni Fiume si resse con le provvidenze statali, col commercio e con la residua industria. La favorevolissima posizione geografica però, nel momento in cui le condizioni politiche interne ed internazionali resero la situazione più tranquilla, permise a Fiume di riprendere in pochi anni il suo ruolo di porto principale della Croazia. La costruzione dell'autostrada Fiume-Zagabria e i vari progetti di sviluppo intrapresi dalla giovane Repubblica di Croazia dimostrano una volta in più l'importanza strategica di Fiume nel contesto dell'intero bacino dell'Adriatico.



    Like this post to subscribe to the topic.
  • (segue)

    LA POPOLAZIONE DI FIUME

    All'ultimo censimento del 2001, la maggioranza della popolazione si è dichiarata croata per l'80,39%. L'1,92% (2763 persone) della popolazione si è dichiarata di nazionalità italiana.I serbi rappresentano il 6,21% dei residenti. L'1,46% si è dichiarato "altro", mentre gli indecisi sono ben il 5,05%. Altri gruppi nazionali rilevanti sono i bosniaci (1,37%) e gli sloveni (1,09%). Gli altri gruppi etnici sono presenti in numero meno rilevante[8].

    Per quanto riguarda la ripartizione linguistica le percentuali sono leggermente diverse:

    Fonte: Censimento Croazia 2001

    1,91% madrelingua italiana

    93,00% madrelingua croata

    0,96% madrelingua slovena

    0,98% madrelingua albanese

    0,79% madrelingua serba

    GLI ITALIANI

    Nel 1910 la maggioranza degli abitanti del comune era di etnia italiana, 24.212 cittadini, seguiti dalle minoranze croata ed ungherese. Con l'annessione alla Jugoslavia la popolazione italiana della città ha scelto in gran parte la dolorosa via dell'esodo e si è sparpagliata in tutta l'Italia (soprattutto a Trieste, Venezia, Roma, Genova) e oltre oceano (Australia, Canada, Argentina, Brasile, Uruguay). Tra le persone nate a Fiume, che si sono distinte dopo l'esodo, ricordiamo il linguista Giovanni Frau, il politico Leo Valiani, gli atleti Abdon Pamich (marciatore), Ezio Loik, Antonio Vojak, i fratelli Mario Varglien e Giovanni Varglien, Marcello Mihalic e Giovanni Udovicich (calciatori), Giovanni Cucelli e Orlando Sirola (tennisti), la regista Luciana d'Asnasch Veschi, la scrittrice Marisa Madieri, il poeta Valentino Zeichen, il giurista Danilo Zolo, lo scrittore e politico Sergio Travaglia.

    A cavallo tra il 1946 e il 1948 Fiume fu la città maggiormente interessata dall'arrivo nella Jugoslavia di Tito di alcune migliaia di emigranti italiani, perlopiù lavoratori dei cantieri navali di Monfalcone e Trieste che vi si trasferirono principalmente per motivazioni ideali e politiche, contribuendo come operai specializzati e tecnici al rilancio del cantiere navale 3 maggio (3 Maj).

    Oggi la Comunità degli Italiani di Fiume (CI di Fiume) conta quasi 7.000 iscritti e ha sede nell'antico Palazzo Modello (un edificio monumentale che in origine era la sede del Circolo degli ufficiali della Marina austroungarica e poi sede della Regia marina), a pochi passi dalla Torre Civica, uno dei simboli storici della città. La CI di Fiume è guidata dalla presidente Agnese Superina (dal 11/06/06); presidente della Giunta Esecutiva della CI è invece Roberto Palisca.

    Attualmente gli Italiani rappresentano quasi il 5% della popolazione totale della città.

    A Fiume ha sede pure la casa editrice EDIT proprietaria del quotidiano in lingua italiana La Voce del Popolo, del quindicinale Panorama, del periodico per ragazzi "Arcobaleno" (ex Il Pioniere) e della rivista culturale Battana. L'EDIT pubblica, inoltre, (in lingua italiana) i libri di testo destinati alle scuole italiane di Croazia e Slovenia e libri (quasi esclusivamente scritti in lingua italiana o nelle versioni locali del dialetto veneto) di autori italiani residenti in Croazia e Slovenia.

    A Fiume esistono quattro scuole elementari (otto anni dell'obbligo) ed una scuola media superiore italiane, rispettivamente la SEI Dolac, la SEI San Nicolò (ex Mario Gennari), la SEI Gelsi, la SEI Belvedere e l'SMSI di Fiume (conosciuta da tutti in città con il nome di "Liceo"). Alla SMSI gli alunni possono scegliere quattro indirizzi di studio: ginnasio generale, ginnasio matematico, ginnasio turistico (tutti corsi quadriennali) o scuola commerciale (corso triennale). Presso le scuole italiane le lezioni di tutte le materie, ad eccezione della lingua croata, vengono svolte in lingua italiana. Nell'ambito dell'insegnamento della lingua inglese le traduzioni vengono fatte dall'inglese all'italiano e viceversa (la stessa prassi vale anche nel caso dell'insegnamento del francese, del tedesco e del latino).

    Una particolarità di numerosi italiani autoctoni di Fiume, come nel resto dell'Istria e della Dalmazia, è l'avere cognomi che finiscono in "-ch", da pronunciarsi come una c dolce.

    Le testimonianze dell'italianità della città di Fiume residuano anche nell'inno della sua squadra di calcio (HNK Rijeka): anche se l'inno è in croato, una delle strofe inizia con le parole Forza Fiume, in italiano, e le stesse parole Forza Fiume possono essere lette su alcuni striscioni dei tifosi della squadra.

    Nel 2003 papa Giovanni Paolo II durante la sua terza visita pastorale in Croazia (si trattò del suo centesimo viaggio all'estero), si fermò a Fiume. Durante la celebrazione della messa svoltasi nell'ampio piazzale del Delta (tra il Canale morto e la Fiumara (o Eneo)), il papa si rivolse in italiano alla comunità autoctona.

    STORIA DELL'INDUSTRIA FIUMANA

    La storia del gas a Fiume.

    Il 1º agosto del 1852 a Fiume vennero accesi 226 lampioni alimentati a gas. Nello stesso anno nel rione di Scoietto (oggi Skoljić) fu realizzata la prima officina del gas del capoluogo del Quarnero. L'impianto venne trasferito nel 1874 nel rione di Mlaka (considerato all'epoca molto distante dal centro abitato), dove è rimasto fino alla fine del 2006. Nel 1923 il sistema della produzione del gas e della sua distribuzione si sviluppò e assunse la forma che quasi invariata si è mantenuta fino ad oggi. In quel periodo il gas iniziò ad essere utilizzato prevalentemente per la preparazione dei cibi e in misura sempre più ridotta per l'illuminazione. L'ultimo lampione a gas della città fu spento nel 1939. Nel 1995 il cosiddetto gas cittadino o gas città iniziò ad essere rimpiazzato dal gas misto, una fase intermediaria necessaria all'introduzione del metano. Il 27 novembre del 2006 l'officina del gas per la produzione di gas città è stata disattivata. Un importante impulso alla metanizzazione di Fiume si verificò nel 2003 quando la Città diede il proprio assenso all'aumento di capitale della società municipalizzata Energo S.r.l., un'operazione da 12 milioni di euro, alla quale aderirono anche investitori italiani. Dal 2003 al 2006 sono stati realizzati 136 chilometri di gasdotti urbani (il costo dei lavori è stato di circa 101 milioni di kune, circa 13,8 milioni di euro). Alla fine del 2006 i consumatori di gas erano 16.500.

    L'INVENZIONE DEL SILURO

    Il primo primitivo siluro fu inventato dal fiumano Giovanni Luppis attorno al 1860 e fu quindi perfezionato, sempre a Fiume, dal britannico Robert Whitehead, che subentro a Luppis nello sviluppo dell'arma. Fu sempre a Fiume che Whitehead aprì la “Whitehead & Co.”, che produsse ed esportò la nuova, rivoluzionaria arma, presso le marine militari di tutto il mondo.

    SPORT

    Il HNK Rijeka è il principale club calcistico cittadino, che milita nella PRVA NHL, il massimo campionato croato.

    Fiume, durante il periodo italiano, fu sede dell'Unione Sportiva Fiumana, che a fine della seconda guerra mondiale, dopo il passaggio della città alla Jugoslavia si sciolse.

    La squadra di pallacanestro è il KK Rijeka.

    I GOVERNANTI A FIUME SINO ALLA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

    Sovranità ungherese - Governatori di nomina regia

    6 aprile 1867 - 29 luglio 1870 Ede Cseh de Szentkatolna, Commissario di nomina regia

    29 luglio 1870 - 5 dicembre 1872 József Zichy di Zich e Vásonkeö, conte, Governatore

    26 febbraio 1873 - 1º novembre 1883 Géza Szapáry di Szapár, conte, Governatore

    1º novembre 1883 - 6 marzo 1892 Ágost gróf Zichy, Governatore

    6 marzo 1892 - 2 ottobre 1896 Lajos gróf Batthyány de Nemetujvár, Governatore

    2 ottobre 1896 - 14 luglio 1897 Rezsö Abele di Lilienberg, barone, Governatore

    14 luglio 1897 - 23 novembre 1897 Tibor Gaal de Hatvan, Governatore ad interim

    23 novembre 1897 - 2 agosto 1903 László gróf Szapáry de Szapár, Governatore

    2 agosto 1903 - 10 dicembre 1903 Tibor Gaal de Hatvan, Governatore

    10 dicembre 1903 - 17 febbraio 1905 Ervin báró Roszner, Governatore

    17 febbraio 1905 - 17 ottobre 1905 Tibor Gaal de Hatvan, Governatore

    17 ottobre 1905 - 26 dicembre 1905 Pál gróf Szapáry de Szapár, Governatore

    26 dicembre 1905 - 24 maggio 1906 Tibor Gaal de Hatvan, Governatore

    4 aprile 1906 - 29 aprile 1906 György gróf Károlyi de Nagykároly, Governatore

    24 maggio 1906 - 7 dicembre 1909 Sándor gróf Nákó de Nagyszentmiklós, Governatore

    7 dicembre 1909 - 13 novembre 1910 István gróf Wickenburg de Capelló, Governatore

    13 novembre 1910 - 31 luglio 1917 István gróf Wickenburg de Capelló, Governatore

    31 luglio 1917 - 28 ottobre 1918 Zoltán Jekelfalussy de Jekel- és Margitfalva, Governatore

    Fiume soggetta all’amministrazione delle principali forze vincitrici della Grande guerra

    28 ottobre 1918 - 29 ottobre 1918 Zoltán Jekelfalussy de Jekel- és Margitfalva, Governatore

    Sovranità italiana

    28 ottobre 1918 - 8 settembre 1920 Antonio Grossich, Presidente del Consiglio nazionale italiano di Fiume

    14 settembre 1919 - 8 settembre 1920 Gabriele D'Annunzio, Comandante della Reggenza italiana del Carnaro

    8 settembre 1920 - 29 dicembre 1920 Gabriele D'Annunzio, cancelliere

    29 dicembre 1920 - 31 dicembre 1920 Riccardo Gigante, Presidente del Consiglio municipale

    Stato libero di Fiume

    31 dicembre 1920 - 27 aprile 1921 Antonio Grossich, Governatore provvisiorio

    27 aprile 1921 - 28 aprile 1921 Riccardo Gigante, Presidente provvisorio del distretto di Fiume

    28 aprile 1921 - 13 giugno 1921 Salvatore Bellasich, Commissario straordinario

    13 giugno 1921 - 1921 Antonio Foschini, Alto Commissario designato dal Re d'Italia

    1921 - 5 ottobre 1921 Luigi Amantea, Alto Commissario designato dal Re d'Italia

    5 ottobre 1921 - 4 marzo 1922 Riccardo Zanella, Presidente

    4 marzo 1922 - 9 marzo 1922 Comitato di difesa nazionale

    9 marzo 1922 - 16 marzo 1922 Giovanni Giuriati, Presidente provvisorio

    17 marzo 1922 - 17 settembre 1923 Attilio Depoli, Capo dello Stato provvisorio

    17 settembre 1923 - 16 marzo 1924 Gaetano Giardino, Governatore militare designato dal Re d'Italia

    I podestà di Fiume prima del 1948

    Giuseppe Agostino Tosoni (podestà nel 1848, quando le truppe croate presero la città con la forza)

    Giovanni De Ciotta (dal 1872 al 1896)

    Michele Maylender (dal 1897 al 1901)

    Francesco Vio (dal 1901 al 1913)

    Antonio Vio (podestà nel 1918)

    Riccardo Gigante (dal 1919 al 1921 - dimesso dopo la partenza di d'Annunzio)

    Salvatore Bellasich (nominato commissario straordinario dopo Gigante nel 1921)

    Riccardo Gigante (dal 1930 al 1934 - infoibato)

    Carlo Colussi (dal 1934 al 1938 - infoibato insieme alla moglie Nerina Copetti)

    Arturo Maineri de Meichsenau (anni quaranta)

    Gino Sirola (dal 1943 al 1945 - infoibato)

    I prefetti di Fiume

    Gaetano Giardino (1924)

    Michele Sorge (dal 1924 al 1925)

    Emanuele Vivorio (dal 1925 al 1930)

    Antonio De Biase (dal 1930 al 1934)

    Francesco Turbacco (dal 1934 al 1938)

    Temistocle Testa (dal 1938 al 1943)

    Agostino Podestà (1943)

    Pietro Chiariotti (1943)

    Riccardo Gigante (1943)

    Alessandro Spalatin (1943)

    I sindaci di Fiume del secondo dopoguerra

    Pietro Klausberger (dal 1948 al 1952) - fu l'ultimo sindaco di Fiume di nazionalità italiana

    Edo Jardas (dal 1952 al 1955)

    Nikola Pavletić (dal 1962 al 1965 e dal 1974 al 1978)

    Dragutin Haramija (dal 1965 al 1969) - nato a Čavle, fu poi primo ministro della Jugoslavia

    Neda Andrić (dal 1969 al 1974)

    Vilim Mulc (dal 1978 al 1982)

    Sergije Lukež (1982)

    Josip Štefan (dal 1982 al 1984)

    Ivan Brnelić (dal 1984 al 1985)

    Zdravko Saršon (dal 1985 al 1987)

    Željko Lužavec (dal 1988 al 1990 e dal 1990 al 1993)

    Slavko Linić (dal 1993 al 1997 e dal 1997 al 2000)

    Vojko Obersnel (attuale sindaco, in carica dal 2000)

  • Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

    L'IMPRESA DI FIUME.

    L'impresa di Fiume è stato un avvenimento storico di cui fu protagonista Gabriele D'Annunzio.

    Infatti il 12 settembre 1919 guidò un gruppo di circa 2.600 ribelli del Regio Esercito -

    i Granatieri di Sardegna - da Ronchi, presso Monfalcone, a Fiume. Lì D'Annunzio proclamò l'annessione al Regno d'Italia della città quarnerina.

    Osteggiato dal governo italiano tentò di resistere alle pressioni che gli giungevano dall'Italia. Nel frattempo, l'approvazione del Trattato di Rapallo il 12 novembre 1920, trasformò Fiume in uno stato indipendente. D'Annunzio proclamò la Reggenza Italiana del Carnaro. Il 24 dicembre 1920 l'esercito italiano procedette con la forza allo sgombero dei legionari fiumani dalla città.

    Filippo Tommaso Marinetti, durante il periodo della sua presenza a Fiume nel settembre 1919, definì gli autori dell'impresa disertori in avanti.

    ----------------------------------

    ANTEFATTI

    Secondo il censimento ungherese del 1910 (dove venne richiesta la lingua d'uso), la popolazione di Fiume era pari a 49.806 abitanti, e così suddivisa: 24.212 dichiaravano di avere come lingua d'uso l'italiano, 12.926 il serbocroato ed altre lingue, soprattutto ungherese, sloveno e tedesco. Nel censimento non si consideravano i dati della località di Sussak, quartiere a maggioranza croata sorto in epoca recente ad est della Fiumara. Quest'ultimo era il corso d'acqua che suddivideva la municipalità di Fiume (formalmente dipendente dalla Corona Ungherese in qualità di Corpus Separatum) dal Regno di Croazia. La città di Fiume aveva sempre lottato contro la propria annessione al Regno di Croazia, reclamata invece dalla minoranza croata.

    LA MARCIA SU FIUME

    Alla conclusione del primo conflitto mondiale, dalle trattative di pace, l'Italia ottenne le terre irredente di Trento e Trieste ma l'opposizione del presidente americano Woodrow Wilson condusse ad una situazione di stallo per quanto riguardava la Dalmazia e Fiume, non promessa all'Italia col patto di Londra e reclamata dagli italiani in quanto abitata prevalentemente da connazionali. Inoltre già nell'ottobre 1918 a Fiume si era costituito un Consiglio nazionale che propugnava l'annessione all'Italia.[1] di cui fu nominato presidente Antonio Grossich. I rappresentanti italiani a Parigi Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, dopo aver polemicamente abbandonato il tavolo delle trattative il 24 aprile, non avendo colto risultati sperati vi fecero ritorno il 5 maggio.

    Nel frattempo Gabriele D'Annunzio si era recato a Roma per tenere una serie di comizi in favore dell'italianità di Fiume. I discorsi infuocati di D'Annunzio suscitarono l'emozione soprattutto dei moltissimi giovani reduci che ritornati dalla guerra erano rimasti disoccupati. In particolare si insistette sull'onta della vittoria mutilata che induceva un revanscismo delle aspettative di carattere nazionalista. Intanto a Fiume la situazione diveniva sempre più incandescente e si susseguivano costantemente manifestazioni della popolazione a favore dell'italianità della città e incidenti tra i vari reparti delle quattro nazioni che al termine del conflitto avevano occupato la città (italiani, francesi, inglesi, americani). A Parigi si decisero così alcune sanzioni e l'allontanamento dei Granatieri di Sardegna, reparto che si era dimostrato particolarmente irrequieto. I Granatieri, sotto il comando del generale Mario Grazioli, lasciarono Fiume il 25 agosto 1919 sfilando in mezzo alla popolazione di Fiume che cercò di trattenerli con suppliche e manifestazioni di italianità.

    I Granatieri di Sardegna si acquartierarono a Ronchi. Da qui sette ufficiali inviarono a D'Annunzio una lettera in cui lo invitavano a porsi a capo di una spedizione che a Fiume ne rivendicasse l'italianità:

    « Sono i Granatieri di Sardegna che Vi parlano. È Fiume che per le loro bocche vi parla. Quando, nella notte del 25 agosto, i granatieri lasciarono Fiume, Voi, che pur ne sarete stato ragguagliato, non potete immaginare quale fremito di entusiasmo patriottico abbia invaso il cuore del popolo tutto di Fiume… Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti i morti per l'unità d'Italia: Fiume o morte! e manterremo, perché i granatieri hanno una fede sola e una parola sola. L'Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo. »

    (Dalla lettera inviata a D'Annunzio da alcuni ufficiali dei Granatieri di Sardegna)

    LA MARCIA DI RONCHI

    Dopo alcuni giorni D'Annunzio ruppe gli indugi e garantì il proprio arrivo a Ronchi per il 7 settembre, ma a causa di una intempestiva febbre poté onorare il proprio impegno solo l'11 dello stesso mese. Intanto a Ronchi erano già arrivati numerosi volontari.

    Mussolini fu informato solo il giorno prima della partenza[per Fiume quando, sciolta ogni riserva, gli inviò una lettera chiedendogli sostegno.

    « Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d'Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile... Sostenete la Causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio.

    (Dalla lettera inviata da D'Annunzio a Mussolini immediatamente prima della partenza per Fiume)

    Qui giunsero anche i volontari al seguito del tenente Guido Keller dotati di autocarri su cui presero posto buona parte dei convenuti. L'11 prese il via la cosiddetta Marcia di Ronchi. Messisi in viaggio verso Fiume alla colonna via via si unirono altri volontari tra cui alcuni gruppi di bersaglieri che in realtà avrebbero dovuto bloccarlo, oltrepassato il confine presidiato dal generale Vittorio Emanuele Pittaluga il 12 settembre, dopo essersi congiunto con la Legione Fiumana di Host-Venturi, D'Annunzio prese possesso della città acclamato dalla popolazione italiana e dai volontari lì presenti. Nel pomeriggio D'Annunzio proclamò l'annessione all'Italia di Fiume.

    « Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione... Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d'Italia proclamando l'annessione di Fiume. »

    (Dal discorso tenuto da D'Annunzio il 12 settembre dal Palazzo del Governo di Fiume)

    Questa giornata sarà in seguito celebrata dallo stesso poeta come il giorno della "Santa Entrata", ricalcando il nome col quale per secoli venne ricordato l'ingresso dei rappresentanti veneziani a Zara nel 1409.

    Il giorno seguente i francesi e gli inglesi preferirono evitare che l'azione finisse in un bagno di sangue, anche se alcuni morti in realtà vi furono. Arrivò a Fiume il 22 settembre la Nave della Regia marina "Cortellazzo" (ex incrociatore Marco Polo) che si unì ai legionari di D'Annunzio.

    LE REAZIONI DEL GOVERNO NITTI.

    D'Annunzio costituì un "Gabinetto di Comando" al cui vertice pose Giovanni Giuriati.

    Il governo italiano guidato da Francesco Saverio Nitti disconobbe l'azione del vate, e intenzionato ad ottenere la resa e l'abbandono della città da parte dei legionari nominò Commissario straordinario per la Venezia-Giulia Pietro Badoglio, con il compito di risolvere la situazione. Il nuovo commissario straordinario fissò la propria sede a Trieste e come primo atto fece gettare dei volantini su Fiume in cui si minacciavano i legionari di essere considerati disertori e quindi di poter essere puniti dai Tribunali militari.

    L'ultimatum di Badoglio non fu accolto e non sortì alcun effetto. Nitti allora decise di porre la città sotto assedio impedendo l'afflusso di viveri. A ciò D'Annunzio rispose in maniera sprezzante chiamando in causa Nitti:

    « Impotente a domarci. Sua indecenza la Degenerazione adiposa si propone di affamare i bambini e le donne che con le bocche santificate gridano "Viva l'Italia"... Raccogliete pel popolo di Fiume viveri e denaro! »

    (Da un appello scritto da D'Annunzio al popolo italiano)

    Il 16 settembre inviò anche una polemica lettera a Mussolini contestandogli lo scarso impegno finanziario nell'impresa

    « Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho fatto tutto, ho avuto tutto. Sono padrone di Fiume, del territorio, d'una parte della linea d'armistizio, delle navi; e dei soldati che non vogliono obbedire se non a me. Nessuno può togliermi di qui. Ho Fiume; tengo Fiume finché vivo, inoppugnabilmente. E voi tremate di paura! Voi che lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abbietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese - anche la Lapponia - avrebbe rovesciato quell'uomo, quegli uomini. E voi stete lì a cianciare, mentre noi lottiamo d'attimo in attimo, con un'energia che fa di quest'impresa la più bella dopo la dipartita dei Mille. Dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi? Io ho tutti soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. È un'impresa di regolari. E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. Dobbiamo fare tutto da noi, con la nostra povertà. Svegliatevi! E vergognatevi anche. Se almeno mezza Italia somigliasse ai Fiumani, avremmo il dominio del mondo. Ma Fiume non è se non una cima solitaria dell'eroismo, dove sarà dolce morire ricevendo un ultimo sorso della sua acqua. Non c'è proprio nulla da sperare? E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela. Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere. Ma non vi guarderò in faccia. Su! Scuotetevi, pigri nell'eterna siesta! Io non dormo da sei notti; e la febbre mi divora. Ma sto in piedi. E domandate come, a chi m'ha visto. Alalà »

    (La lettera inviata da D'Annunzio a Benito Mussolini direttore del Popolo d'Italia)

    Questa lettera apparve sul Popolo d'Italia il 20 settembre emendate dalle parti più polemiche

    A riguardo è da rimarcare che mai in seguito D'Annunzio contestò la censura alla sua lettera. Mussolini avviò rapidamente una sottoscrizione pubblica per finanziare Fiume che raccolse quasi tre milioni di lire. Una prima tranche di denaro, ammontante a 857.842 lire, fu consegnata a D'Annunzio ai primi di ottobre, altro denaro in seguito. Parte del denaro, con un'autorizzazione pubblica del poeta, fu utilizzata per finanziare lo squadrismo milanese.[

    « Mio caro Benito Mussolini, chi conduce un'impresa di fede e di ardimento, tra uomini incerti o impuri, deve sempre attendersi d'essere rinnegato e tradito "prima che il gallo canti per la seconda volta"". E non deve addontarsene né accorarsene. Perché uno spirito sia veramente eroico, bisogna che superi la rinnegazione e il tradimento. Senza dubbio voi siete per superare l'una e l'altro. Da parte mia, dichiaro anche una volta che - avendo spedito a Milano una compagnia di miei legionari bene scelti per rinforzo alla vostra e nostra lotta civica - io vi pregai di prelevare dalla somma delle generosissime offerte il soldo fiumano per quei combattenti. Contro ai denigratori e ai traditori fate vostro il motto dei miei "autoblindo" di Ronchi, che sanno la via diritta e la meta prefissa.

    Fiume d'Italia, 15 febbraio 1920

    Gabriele D'Annunzio. »

    Intanto il 25 settembre tre battaglioni di bersaglieri destinati all'assedio della città, lasciate le proprie posizioni completi di armi e salmerie disertarono e raggiunsero i legionari. L'avvenimento spinse Badoglio a rassegnare le proprie dimissioni che vennero però respinte.[8] Il 7 ottobre Mussolini si recò a Fiume dove incontrò D'Annunzio mentre il 10 dello stesso mese gli Uscocchi presero possesso di un'imbarcazione carica di armi e munizioni.

    Al fine di risolvere la situazione che si rendeva sempre più esplosiva Nitti acconsentì a tentare una soluzione più diplomatica. In effetti a partire dal 20 ottobre 1919 cominciarono degli incontri tra Badoglio e D'Annunzio che, durati circa due mesi, non approdarono ad alcun accordo.

    Il 26 ottobre si tennero a Fiume le elezioni che videro scontrarsi le due principali compagini politiche, da una parte i fautori dell'annessione all'Italia guidati Riccardo Gigante e dall'altra parte gli autonomisti guidati da Riccardo Zanella. Vinse la lista annessionistica con circa il 77% dei consensi e Gigante divenne sindaco della città venendo ufficialmente proclamato il 26 novembre.

    LA SPEDIZIONE DI ZARA

    Mentre ancora duravano gli incontri con Badoglio, D'Annunzio il 14 novembre prese l'iniziativa di recarsi a Zara. Infatti il 14 novembre si imbarcò sulla nave Nullo insieme a Guido Keller, Giovanni Giuriati, Giovanni Host-Venturi e Luigi Rizzo. A Zara venne benevolmente accolto dall'ammiraglio Enrico Millo, divenuto governatore di quei territori occupati, che davanti al "vate" prese solennemente l'impegno di non abbandonare la Dalmazia finché questa non fosse stata ufficialmente annessa all'Italia.

    Alle Elezioni politiche italiane del 1919 tenutesi il 16 novembre Francesco Saverio Nitti fu riconfermato al governo (Governo Nitti II).

    LA QUESTIONE DEL PLEBISCITO

    Il nuovo governo italiano preparò un nuovo testo (definito Modus vivendi) che consegnò a D'Annunzio il 23 novembre. Con questo testo il governo italiano si impegnava innanzitutto ad impedire che la città potesse essere annessa al nuovo stato jugoslavo ed a ottenere per essa l'annessione all'Italia o almeno di renderla città libera con relative garanzie e statuto speciale. D'Annunzio rifiutò il testo reclamando l'annessione immediata, ma nella notte il testo fu affisso sui muri della città per portarlo alla conoscenza dei cittadini fiumani. Su di esso si poteva leggere:

    « L'annessione formale, oggi è assolutamente impossibile. Però il governo d'Italia assume solenne l'impegno e vi dà formale garanzia che l'annessione possa avvenire in un periodo prossimo... Cittadini! Se voi rifiutate queste proposte, voi comprometterete in modo fors'anche irreparabile la città, i vostri ideali, i vostri più vitali interessi. Decidete! Decidete voi, che siete figli e i padroni di voi e di Fiume, e non permettete, non tollerate che altri abusino del vostro nome, del vostro diritto, e degli interessi supremi d'Italia e di Fiume. »

    (Parte del testo del volantino affisso nottetempo sui muri di fiume per conto del governo italiano)

    Il 15 dicembre il Consiglio nazionale della città di Fiume approvò le proposte del governo italiano con 48 voti favorevoli e 6 contrari. Gli elementi più accesi della popolazione e dei legionari contestarono le decisioni prese dal Consiglio arrivando anche ad intimidire gli elementi più moderati pertanto si preferì indire un un plebiscito per decidere il da farsi. Molti legionari favorevoli a continuare l'occupazione della città si lasciarono anche andare ad intimidazioni nei confronti degli elementi più moderati ottenendo la benevola tolleranza del "vate". La rivista nazionalista "La Vedetta d'Italia" fu chiusa per qualche giorno.

    Il testo del quesito fu il seguente:

    « È da accogliersi la proposta del governo italiano dichiarata accettabile dal Consiglio nazionale nella seduta del 15 dicembre 1919, sciogliendo Gabriele d'Annunzio e i suoi legionari dal giuramento di tenere Fiume fino a che l'annessione non sia decretata e attuata?. »

    (Testo del plebiscito votato dai cittadini fiumani il 18 dicembre 1919)

    Lo scrutinio iniziò la sera stessa mostrando un andamento nettamente favorevole all'accoglimento delle proposte italiane, ma allo stesso tempo legionari contrari alla piattaforma proposta dal governo italiano bloccarono lo scrutinio sequestrando anche le urne. D'Annunzio decise allora di sospendere lo stesso e di invalidarlo.

    « Mi sono state riferite e provate le irregolarità commesse da una parte e dall'altra durante la votazione plebiscitaria: le giudico di tale natura da togliere alla votazione ogni efficacia di decisione... »

    (Con queste parole D'Annunzio decise di invalidare il plebiscito)

    Badoglio dal canto suo interruppe ogni possibile ulteriore trattativa e lasciò l'incarico. Al suo posto subentrò il generale Enrico Caviglia. A Fiume invece il capo gabinetto Giovanni Giuriati adirato per l'annullamento del plebiscito si dimise scrivendo a D'Annunzio:

    « Io sono venuto a Fiume per difendere le secolari libertà di questa terra, non per violentarle o reprimerle »

    (Testo della lettera con la quale Giovanni Giuriati rassegnò le proprie dimissioni da capo gabinetto)

    Gli subentrò Alceste De Ambris, ex sindacalista rivoluzionario ed interventista che era giunto a Fiume nel gennaio del 1920.

    IL GABINETTO DE AMBRIS

    In quei giorni, anche a causa di un cambio di rotta in senso rivoluzionario e popolare impresso dallo stesso De Ambris, si iniziarono a temere in Italia ipotesi di svolte in senso repubblicano e addirittura il timore di un tentativo di colpo di stato.

    Filippo Turati in quei giorni scrisse:

    « Il povero Nitti è furibondo per le indegne cose di Fiume […]. Non solo proclamano la repubblica di Fiume, ma preparano lo sbarco in Ancona, due raid aviatori armati sopra l'Italia e altre delizie del genere. Fiume è diventato un postribolo, ricetto di malavita e di prostitute più o meno high-life. Nitti mi parlò di una marchesa Incisa, che vi sta vestita da ardita con tanto di pugnale. Purtroppo non può dire alla Camera tutte queste cose, per l'onore d'Italia. »

    Nella stessa Fiume gli ufficiali del Regio esercito vivevano con disagio la nuova situazione tanto che lo stesso generale Caviglia pensò di poter fruttare un eventuale dissidio interno alla città tra monarchici e repubblicani. Inoltre alcune decisioni dello stesso D'Annunzio alimentavano i dubbi e le polemiche interne. Nel marzo 1920 un furto compiuto da alcuni legionari ai danni di alcuni commercianti scatenò le ire del capitano dei Carabinieri Rocco Vadalà che richiese al "vate" lo scioglimento dal giuramento per poter abbandonare la città. Dopo alcune resistenze iniziali i Reali Carabinieri abbandonarono la città seguiti da alcuni ufficiali di altre armi.

    Al contempo il problema degli approvvigionamenti diventò sempre più pressante tanto che circa quattromila bambini dovettero sfollare da Fiume con il supporto dei Fasci italiani di combattimento e delle organizzazioni femminili.[12]

    Il 20 aprile gli autonomisti di Riccardo Zanella, ostili ai legionari dannunziani, con l'appoggio dei socialisti[13], proclamarono lo sciopero generale.

    L'11 maggio cadde il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti. Al suo posto subentrò un nuovo governo presieduto da Giovanni Giolitti, che si insediò il 15 maggio.

    LA REGGENZA ITALIANA DEL CARNARO

    La situazione di stallo in cui si trovava la città di Fiume da ormai diversi mesi, e forse la rinuncia ufficiale dell'Ungheria a ogni diritto sull'antico possedimento, spinsero D'Annunzio ad una nuova azione, la proclamazione di uno stato indipendente, la Reggenza Italiana del Carnaro, proclamata ufficialmente il 12 agosto 1920.

    « La vostra vittoria è in voi. Nessuno può salvarvi, nessuno vi salverà: non il Governo d'Italia che è insipiente ed è impotente come tutti gli antecessori; non la nazione italiana che, dopo la vendemmia della guerra, si lascia pigiare dai piedi sporchi dei disertori e dei traditori come un mucchio di vinacce da far l'acquerello... Domando alla Città di vita un atto di vita. Fondiamo in Fiume d'Italia, nella Marca Orientale d'Italia, lo Stato Libero del Carnaro. »

    (Dal discorso di D'Annunzio del 12 agosto 1920 in cui proclamò la Reggenza Italiana del Carnaro)

    L'8 settembre, pochi giorni dopo la proclamazione dell'indipendenza fu promulgata la Carta del Carnaro. La politica dannunziana a Fiume, anche per via di tentennamenti non fu univoca. Se l'obiettivo di partenza era il ricongiungimento di Fiume all'Italia, in seguito, vista l'impossibilità di raggiungere tale obiettivo tentò di costituire uno stato indipendente. La struttura di questo nuovo stato, basandosi sulla Carta del Carnaro redatta da Alceste De Ambris avrebbe creato uno stato basato su valori propugnati dal sindacalismo rivoluzionario e sotto certi aspetti vicini a quelli che si pensavano esser nati nella Russia dei Soviet. D'altronde in quel periodo l'affermarsi del regime leninista in Unione Sovietica era avvertito negli strati della piccola borghesia e dei reduci militari in modo controverso: da una parte era forte la paura dei sovversivi; dall'altra era avvertibile un sentimento di interesse per qualcosa di nuovo che stava nascendo.

    Il 12 settembre fu presentato il vessillo del nuovo stato. Come atto di frattura la Reggenza fu il primo stato a riconoscere ufficialmente l'Unione Sovietica. Questo risultò per molti inaccettabile, causando la defezione di molti legionari fedeli alla monarchia, in particolare dei carabinieri. Si cominciò inoltre a fornire asilo a tutti coloro che erano costretti ad abbandonare il proprio paese per problemi politici.

    Il nuovo stato vide l'ingresso nel governo di personalità come Giovanni Host-Venturi, Maffeo Pantaleoni e Icilio Bacci.

    Il presidente del Consiglio Nazionale Antonio Grossich espresse le proprie perplessità riguardo la proclamazione dell'indipendenza.

    IL TRATTATO DI RAPALLO

    Nel frattempo il 12 novembre 1920 sia l'Italia sia la Jugoslavia firmarono il Trattato di Rapallo in cui si impegnarono a garantire ed a rispettare l'indipendenza dello Stato libero di Fiume. Tutti i partiti politici italiani accolsero favorevolmente l'accordo stipulato. Anche Mussolini e De Ambris considerarono positivo il nuovo Trattato, Mussolini lo difese inoltre sul Popolo d'Italia cercando di convincere la propria recalcitrante base.

    Pochi giorni dopo il generale Caviglia comunicò a D'Annunzio i dettami del trattato di Rapallo. Il capo gabinetto De Ambris avvertì D'Annunzio del desiderio di pace espresso dalla popolazione e dagli amici in Italia:

    « ...lo stato d'animo dei fiumani è in complesso per l'accettazione del Trattato di Rapallo. In Italia domina lo stesso sentimento anche negli amici più fedeli, i quali non lo dicono apertamente solo per non avere l'aria di abbandonarci. »

    (Alceste De Ambris a D'Annunzio prima che quest'ultimo respingesse il Trattato di Rapallo)

    D'Annunzio pochi giorni dopo decise di rifiutare il trattato. Seguirono alcuni giorni di frementi contatti, ma quando il Trattato di Rapallo fu ufficialmente approvato dallo Stato italiano il generale Caviglia si risolse ad intimare l'ultimatum a D'Annunzio. Al rifiuto del "vate" Fiume fu completamente circondata e, dopo 48 ore di tempo concesse per far evacuare i cittadini stranieri, il mattino della vigilia di Natale fu sferrato l'attacco.

    (segue)

  • (segue)

    IL NATALE DI SANGUE.

    Un primo attacco a Fiume fu sferrato la vigilia di Natale, che D'Annunzio battezzò come il Natale di sangue. Dopo una tregua di un giorno la battaglia ricominciò il 26 dicembre e vista la resistenza dei legionari verso mezzogiorno incominciò il bombardamento navale della città da parte della nave Andrea Doria che proseguì fino al 27 dicembre. Vi furono alcune decine di morti da entrambe le parti nel corso degli scontri. Il 28 dicembre D'Annunzio riunì il Consiglio nazionale e si decise ad accettare un incontro con gli emissari del governo italiano e ad accettare i termini del Trattato di Rapallo. Rassegnò conseguentemente le proprie dimissioni con una lettera fatta consegnare dal comandante dei legionari Giovanni Host-Venturi e dal sindaco Riccardo Gigante:

    « Io rassegno nelle mani del Podestà e del Popolo di Fiume i poteri che mi furono conferiti il 12 settembre 1919 e quelli che il 9 settembre 1920 furono conferiti a me e al Collegio dei Rettori adunati in Governo Provvisorio. Io lascio il Popolo di Fiume arbitro unico della propria sorte, nella sua piena coscienza e nella sua piena volontà... Attendo che il popolo di Fiume mi chieda di uscire dalla città, dove non venni se non per la sua salute. Ne uscirò per la sua salute. E gli lascerò in custodia i miei morti, il mio dolore, la mia vittoria. »

    (Dalla lettera scritta da D'Annunzio in cui rassegnava le dimissioni al generale Ferrario)

    Il 31 dicembre 1920, al termine del Natale di sangue, vista la sconfitta, D'Annunzio firmò la resa e da quel momento ebbe vita lo Stato libero di Fiume.

    Nel gennaio 1921 i legionari fiumani cominciarono ad abbandonare Fiume, D'Annunzio partì per ultimo il 18 gennaio alla volta di Venezia.

    Antonio Gramsci difese dalle colonne di L'Ordine Nuovo tanto D'Annunzio quanto la Legione di Fiume mentre i dirigenti del Partito Nazionale Fascista dal canto loro elaborarono una mozione di condanna per l'attacco a Fiume, firmata all'unanimità con l'unica astensione di Benito Mussolini.

    La conquista della città durò poco, ma il suo valore simbolico fu rilevantissimo. L’adesione di Mussolini al trattato (il quale, annullando i risultati dell’esperienza fiumana, cagionava un danno pesante all’immagine di D’Annunzio) causò l’indignazione del vate e di molti degli stessi fascisti lontani dal centro direttivo di Milano, i quali manifestarono la propria contrarietà alla decisione degli organi centrali, scatenando un moto di protesta interno al partito e auspicando la successione del poeta abruzzese alla guida dei fasci.

    LO STATO LIBERO DI FIUME

    Nell'anno 1921 si tennero le prime elezioni parlamentari, alle quali parteciparono gli autonomisti e i Blocchi Nazionali pro-italiani. Il Movimento Autonomista ricevette 6558 voti e i Blocchi Nazionali (Partito Nazionale Fascista, Partito Liberale e Partito Democratico) 3443 voti. Presidente divenne il capo del Movimento Autonomista, ossia Riccardo Zanella che intraprese una politica di allontanamento dall'Italia.

    Con un colpo di mano, nel 1922, i Blocchi Nazionali presero il potere a Fiume e il governo legale scappò a Porto Re (Kraljevica) nel Regno di Jugoslavia.

    Fiume verrà annessa a tutti gli effetti allo stato italiano solo nel 1924 dallo stesso Mussolini. Come nelle altre regioni annesse vi fu introdotta una politica di italianizzazione.