ESULI SUL VELIERO DELLA MEMORIA..

  • Maria Curkovic

    (Tratto da Internet)

    • IN DALMAZIA E ISTRIA PER RIVEDERE LE TERRE DA CUI DOVETTERO FUGGIRE.

    «Ecco la mia casa, la scuola», così le pietre di Pola tornano vive •

    Il viaggio a ritroso di un gruppo di profughi istriani e dalmati strappati dalle proprie radici oltre 50 anni fa e che adesso tornano a costeggiare i territori della loro infanzia • I ricordi delle violenze subite, della povertà patita e il dolore dell’aver perso i propri riferimenti trasfigurano in una pacificazione favorita dai nuovi assetti geo-politici

    di Lucia Bellaspiga

    Tratto da Avvenire del 25 luglio 2008

    Fermi per ore sul ponte di una nave che li portava verso un futuro ignoto, sessant’anni fa avevano guardato a lungo le loro città, la casa che rimpiccioliva, i campanili, la scuola fino a quel giorno piena delle loro voci e di tante speranze, i palazzi affacciati sul mare.

    Oggi, sessant’anni dopo, il veliero su cui viaggiano va a ritroso, torna a Pola, Zara, Spalato, giù giù lungo le coste della Dalmazia: a ritroso nello spazio e soprattutto nel tempo. Ora le case si avvicinano, così come i campanili bianchi, e i Leoni di San Marco scolpiti sulle facciate. Anche quella scuola di allora si riempie di nuovo di voci, e in fondo non è illusione: sulla nave degli esuli istriani, tornati a scoprire le loro radici, succede a volte che il filo spezzato della storia si riannodi e i destini lasciati in sospeso, congelati dall’esodo, riprendano il loro corso. « Ti xe la Carmen? », « E ti? Ti xe Enrico? Ma ti te ricordi che ierimo all’asilo insieme? »...

    Sono una trentina a bordo del 'Barbara', molti di Pola, altri nati sulle isole, qualcuno a Zara. Incrociano imbarcazioni cariche di turisti appagati dal mare e dal sole di Croazia. Ma loro no, non sono turisti: il veliero scivola silenzioso da un passato che si fa presente, e ogni pietra d’Istria e Dalmazia a loro parla una lingua di casa, che nessun altro potrebbe capire. Succede quando la nave sfiora Lagosta, un tempo italiana:

    «Ecco la scuola... l’ha costruita mio padre. È uno dei pochi ricordi 'materiali' che mi restano », dice Mia Valdemarin, classe 1928. Infatti del suo viaggio da esule ha rimosso assolutamente tutto: «Avevo 18 anni ma lo choc fu enorme. I ricordi riprendono da quando la mia famiglia arrivò in Alto Adige: si ricominciava da zero, tutto era perduto ». I beni, la casa, ma soprattutto «le persone»: «Quando un intero popolo si disperde - spiega - perdi il contatto con i tuoi compagni di scuola, la donnetta del mercato, il vicino di casa, il quartiere... È peggio di un terremoto, in macerie non vanno i muri ma tutta la tua vita». Suo padre Gigi, imprenditore edile, nel maggio del ’45, quando i partigiani jugoslavi di Tito rastrellarono migliaia di italiani, fu catturato in casa:

    «Vennero due ragazzi, la divisa di stracci, la stella rossa sul berretto, il mitra. Quella stessa notte furono arrestati tutti coloro che avevano imprese e negozi, il giorno dopo cercarono i medici... ». Della sua casa resta in piedi poco. «Quella era la mia camera da letto... ». Oggi è l’ingresso a un grande magazzino.

    «Noi finimmo a Gorizia. Niente casa – racconta Maria Laura Pussini, nata nell’isola di Cherso nel 1932 –. Un fattorino della banca dove papà lavorava ci diede una camera con cucina, il gabinetto sul pianerottolo era in comune con le altre famiglie. Mia madre non usciva mai: 'Dove vado, che non mi saluta nessuno qui?'... Ecco, questo è l’esule ». Oggi sul veliero parla perché Fabio, suo figlio, ascolti e sappia. Negli occhi anche lei ha il molo, la bora gelida, papà e mamma sul ponte «a guardare l’Istria fino a quando non è sparita». Poi il viaggio che prosegue in treno: finestrini rotti, «papà che mi prende i piedi e se li mette sotto il cappotto». Ai cugini, 21 e 23 anni, va molto peggio: «Furono presi dai titini, lui tenuto fermo mentre violentavano e uccidevano la sorella. Dopo due mesi morì anche lui».

    I primi che scapparono riuscirono a prenotare un vagone in cui caricare ciò che potevano, mobili, piatti, vestiti. Gli altri fecero cataste sul molo, nell’attesa le coprirono di teloni, che la neve a sua volta coprì... Altri ancora lasciarono ogni cosa a chi avrebbe occupato la loro casa. «Odio? No, da quando c’è la Croazia le cose stanno molto migliorando – assicura Salvatore Palermo, nato a Pola nel 1930, che con la moglie Graziella ha ideato il viaggio degli esuli – mentre sotto la Jugoslavia tutto apparteneva allo Stato e il degrado era totale. Oggi noi rispettiamo i croati e loro rispettano noi...

    La storia va avanti, io so che mi trovo nella mia città e che oggi ci posso venire in pace». Il suo paradiso personale è lo Scoglio di Sant’Andrea, «dove vivevamo perché papà, siciliano, era custode di un deposito militare della Marina. I miei ricordi? Mare, sole, pineta, vento, cicale, profumi. E un bambino felice, che quando non c’era la scuola pescava dalle 5 del mattino fino a sera». Un sogno spezzato di colpo: «Il 7 febbraio del ’47 ci imbarcammo sulla nave 'Toscana', era pomeriggio. La notte aspettammo nelle stive, mamma non faceva che piangere, la mattina tutti sul ponte a guardare Pola che lentamente sfumava per sempre». Destinazione Brindisi, arsenale: «Grazie alla Marina noi ci evitammo anni di campi profughi: ci diedero una camera, la cucina era a turno tra tutte le famiglie».

    Aveva solo 9 mesi Uccio De Caro quando il 'Toscana', in uno dei suoi viaggi carichi di disperazione, lo depositò in braccio a sua madre sull’altra sponda dell’Adriatico.

    «Oggi sono su questo veliero perché io non ho ricordi, ovviamente. Qui spero di incontrare qualcuno che possa colmare il mio vuoto, che mi racconti, anche se ognuno poi ha la sua storia personale... ». La sua approdò alla caserma 'Ugo Betti' di La Spezia, insieme ad altre 360 famiglie, «1. 300 persone stipate negli stanzoni militari, con pareti che non arrivavano al soffitto e tutti che sentivano tutto. Papà faceva lavoretti di falegnameria per la comunità: doveva tirar su due soldi per farci mangiare.

    Vivemmo così per nove anni, ma quanto mi sembra felice la mia infanzia in quella piccola Pola provvisoria! ». Cresciuto in una 'città fantasma' di istriani profughi, Uccio, figlio di siciliani e oggi torinese, parla in perfetto dialetto polesano: «Non so neanch’io spiegare com’è possibile, se ne stupiscono tutti». Forse è che l’anima parla una lingua che ha radici profonde. Molto più della memoria.

    LA STORIA

    Dal 1945 il genocidio la fuga precipitosa e la vita in baracche

    Il genocidio dei giuliano-dalmati in Istria, Fiume e Dalmazia avviene a più riprese, a partire soprattutto dalla fine della seconda guerra mondiale, già in tempo di pace: nel maggio del 1945, in particolare, mentre il resto d’Italia, liberata dagli anglo¬americani, festeggia la fine dal nazifascismo e pone le basi della rinascita democratica, un’altra parte d’Italia (Istria, Fiume, Dalmazia) è invece 'liberata' dai partigiani di Tito: l’ordine del maresciallo è de-italianizzare quelle regioni e per gli abitanti inizia il calvario delle foibe, dei campi di concentramento jugoslavi, delle deportazioni e – in Dalmazia, dove le foibe non esistono – degli annegamenti di massa. Per i giuliano-dalmati non resta che l’esodo: in 350mila scappano verso le altre regioni italiane, lasciando a Pola, Fiume, Zara ogni loro avere, la casa, il negozio, i terreni, le tombe di famiglia. Ma spesso, dove arrivano stremati e senza nulla, sono cacciati con l’accusa di essere fascisti (in quanto in fuga da un regime comunista). Si allestiscono in tutta Italia 109 campi di raccolta: baracche prive di servizi, ricavate in caserme o scuole dismesse, dove le famiglie convivono per anni tra fatiscenti divisori e porte di cartone. L’intera Italia aveva perso la guerra, ma solo questa parte di popolazione ne pagava il debito... Dopo decenni di silenzio, di recente il Parlamento italiano ha istituzionalizzato all’unanimità il Giorno del Ricordo, celebrato il 10 febbraio. L’impronta secolare delle architetture venete resta tuttora indelebile nelle case, nei campanili, nelle bifore, nei Leoni di San Marco: ovunque scorci di piccole Venezie. (L.B.)



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  • Maria Curkovic

    (tratto da internet)

    ESODO

    LA FUGA CON UNA NAVE E MILLE CARRETTE

    i profughi giuliano-dalmati si riversano nel resto d’Italia a ondate, con ogni mezzo:

    vecchi piroscafi, "bragozzi", treni, camion militari. La diaspora è l’unica via possibile

    per 350mila italiani che tali vogliono restare e che così sfuggono alla dittatura. Solo

    l’esodo da Pola avviene sotto la protezione inglese e con navi italiane, per cui i polesani

    possono spesso portare con sé il mobilio e parte dei loro averi. Ben diverso il destino

    di tutti gli altri giuliano dalmati, che fuggono incalzati dalle persecuzioni dei partigiani

    slavi, abbandonando tutto.Molti scappano su carrette del mare che non giungeranno

    mai a destinazione, altri vengono catturati dalle vedette slave e condotti ai lavori

    forzati per anni. L’Adriatico, come di nuovo accade oggi, restituisce spesso salme di

    fuggiaschi, e in Italia nasce il problema dell’accoglienza: alcuni comuni rifiutano

    l’aiuto, ma altri, come quelli del Gargano, offrono la terra per fondare Nuova Pola.

    Ma la realtà non è sempre così positiva e nell’attesa si allestiscono in tutta Italia ben 109 campi di raccolta:

    baracche prive di servizi, ricavate in caserme o scuole dismesse, dove le famiglie convivono in pochi metri quadri, tra fatiscenti divisori e porte di cartone. La gente

    sa bene a cosa va incontro,ma sceglie l’esodo. In quelle baracche rimarrà mesi, a volte anni. (L.B.)

  • Maria Curkovic

    (tratto da internet)

    SESSANT’ANNI FA LA FUGA : OGGI, IL GIORNO DEL RICORDO

    Come “ risarcire” gli esuli giuliani?

    Almeno ascoltiamo le loro vite.

    da “Gli editoriali di Avvenire” del 10 febbraio 2007

    Lucia Bellaspiga

    “I confini cambiano, da che mondo è mondo. Ma le popolazioni non per questo si

    spostano. Non sempre, almeno.

    Se lo fanno, specie se lo fanno in massa, per di più abbandonando ogni avere,

    rinunciando a tutto il proprio passato e mettendo in forse il futuro, è solo per

    disperazione.

    Così, per disperazione, sessant’anni fa si imbarcarono da Pola, in Istria, al

    confine nord-orientale d’Italia, gli ultimi esuli giuliani.

    Era l’atto finale di una diaspora iniziata quattro anni prima da Zara e da Fiume, per sfuggire all’eccidio delle foibe e per restare italiani

    .

    La guerra era ovunque finita da un pezzo, ma non qui.

    Le altre città d’Italia avevano già visto sfilare i soldati americani, accolti con abbracci generosi e urla di gioia.

    Ma qui, qui soltanto,la guerra era ricominciata, più atroce di prima: i soldati che sfilavano

    per Pola, per Fiume, per Zara non erano in festa, parlavano croato e indossavano la divisa con la stella rossa.

    Non portavano liberazione ma una nuova dittatura. Finito il fascismo, arrivava il comunismo.

    Finita l’Italia, arrivava la Jugoslavia, e la pulizia etnica.

    Pola, la più fortunata delle città olocausto, fino al 1947 rimase sotto la protezione degli inglesi,ma era solo un angosciante conto alla rovescia per i suoi abitanti: il 10 febbraio (oggi celebrato nel Giorno del Ricordo) era nell’aria, quel giorno il Trattato di pace firmato da ventun nazioni avrebbe ceduto Istria, Fiume e Dalmazia alla Jugoslavia.

    Per noi che la guerra non l’abbiamo vista ma l’abbiamo studiata sui libri, e che

    questa storia in particolare non l’abbiamo nemmeno studiata perché nessun

    libro la racconta, il silenzio durato sessant’anni deve essere colmato nel modo più

    vero e più umano: ascoltando i nostri vecchi, testimoni diretti della tragedia, ultimi sopravvissuti all’esodo dei 350mila.

    Sono loro, oggi, che ci possono raccontare di una notte d’agosto del 1946, quando ormai la voce del Trattato imminente si era diffusa e la popolazione si preparava alla fuga:

    quella sera l’Arena si riempì per l’ultima volta di polesani che in un tripudio di tricolori

    cantarono il "Va’ pensiero", simbolo risorgimentale di un’Italia che avrebbe voluto restare unita.

    Sono sempre loro, gli esuli, che oggi raccontano cosa significhi, di punto in

    bianco, chiuder casa e partire, portando appresso solo ciò che sta in una borsa, e ben sapendo che tra poche ore qualcun altro entrerà in quelle stanze, nelle nostre stanze, e ne prenderà possesso.

    Dormirà nel nostro letto e mangerà nei nostri piatti. E ancora loro parlano di

    addio sulle tombe dei loro cari, di viaggi verso l’ignoto, di sbarchi ovunque il destino li portasse a vivere di nuovo, ricominciando da capo.

    Quasi sempre al seguito dei sacerdoti, che più che mai in quei momenti diventavano pastori di anime e dalle cittadine della costa istriana e dalmata organizzavano l’approdo.

    L’ultimo viaggio della nave Toscana, che andava e veniva lasciando sui moli di Venezia e Ancona ogni volta centinaia di disperati, accolti nei campi profughi, avvenne il 20 marzo 1947.

    Le immagini in bianco e nero ci mostrano abbracci strazianti tra figli che partivano e genitori che restavano, incapaci di recidere le loro radici, resi fatalisti dall’età.

    Molti non si incontrarono mai più. Altri, nonostante l’età, sfidarono il viaggio e

    vissero gli ultimi anni in un campo profughi: l’Italia a volte li accettò malvolentieri.

    Certa Italia almeno, quella che pensava: se fuggono al comunismo devono essere fascisti.

    Oggi, 60 anni dopo, l’Italia dei politici litiga ancora, tra chi strumentalizza e chi vorrebbe negare.

    Il Giorno del Ricordo ristabilisce una verità e risarcisce, di un minimo, la disperazione di non essere creduti. Ma il vero debito, noi che non c’eravamo, paghiamolo così: ascoltiamoli gli ultimi nostri vecchi, non chiedono altro.