ESULI..NELLA NOSTRA PATRIA

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    tratto da Internet dal sito

    Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (A.N.V.G.D)

    MOLTI ITALIANI NON COMPRESERO LA NOSTRA TRAGEDIA

    (Il Gazzettino 05 feb)

    domenica 08 febbraio 2009

    Settantadue anni, dal 1968 a Belluno. Esule da Zara. Giovanni Ghiglianovich è uno dei trecentocinquantamila esuli istriano-dalmati che nel dopoguerra dovettero abbandonare la propria terra sotto la spinta della pulizia etnica attuata dalla Iugoslavia comunista del "maresciallo" Tito, dopo le inenarrabili violenze e nefandezze compiute dalle bande partigiane dalla stella rossa, di cui le foibe sono l’incontestabile documento.

    Oggi Ghiglianovich è alla guida della sezione bellunese dell’Associazione Venezia Giulia Dalmazia, che a distanza di oltre sessant’anni continua a custodire la memoria di un popolo, ricco di tradizioni e cultura, condannato senza colpa a pagare il conto della storia.

    Ghiglianovich, a distanza di tanto tempo è possibile collegare le parole perdono e ricordo?

    Il perdono ci è stato insegnato dai nostri padri. È trasmesso dalla fede cristiana. Ma le condizioni non sono ancora tali da chiudere le ferite, soprattutto constatando che le presidenze di Slovenia e Croazia insistono sulle colpe del fascismo senza riconoscere quelle ben più gravi, con episodi di ferocia sanguinaria, di cui si rese responsabile il regime comunista di Tito.

    Ma quali responsabilità porta l’Italia di allora?

    La colpa del fascismo fu quella di credere di dover portare l’italianità in terre in cui quell’identità esisteva fin dai tempi delle dominazioni romana e veneziana. Ciò andò a scapito dell’elemento etnico slavo che per la politica lungimirante, prima di Venezia e poi degli Asburgo, era riuscito a trovare una buona possibilità di convivenza con la componente italiana.

    I giuliano-dalmati si sono spesso definiti "esuli in patria". Che vuol dire?

    Mi riconosco nella definizione. A cominciare dai nostri primi arrivi, fuggendo dalle regioni ormai nelle mani di Tito, trovammo spesso un’assai brutta accoglienza. A Venezia i portuali comunisti ci inveirono contro, tacciandoci di essere fascisti. A Bologna fecero anche di peggio, impedendo di rifocillarsi alle donne e ai bambini che gremivano un treno. Sono ricordi dolorosi. Ce li portiamo ancora dentro. Forse non tutti rammentano, poi, che fu proprio un ministro di allora, comunista, a bloccare la strada al progetto di far convergere in un’unica città o zona geografica, che era stata individuata nel Gargano, la popolazione dell’esodo.

    Poi ci fu la rimozione del problema, le giovani generazioni sanno ben poco del vostro dramma...

    Sì una grossa lacuna politica e culturale nella memoria nazionale, rimasta tale per sessant’anni. Vi ha fatto breccia nel febbraio 2007 il presidente Napolitano allorchè ricordò il colpevole a lungo protrattosi.

    Come interpreta quel silenzio?

    Porta il nome della convenienza e dell’opportunismo politico. Vede, quel silenzio, imposto da quella che doveva essere la madrepatria a noi che avevamo dovuto abbandonare tutto ciò che ci apparteneva, è stata una cosa intollerabile.

    Cosa prova quando sente italiani, immemori, che chiamano Parenzo Porec, Pola Pula e Zara Zadar?

    Siamo all’assurdo. Qui è proprio rifiutare la storia. Equivale a negare una cultura millenaria.

    Qui a Belluno come sta operando l’Andvg?

    Avevamo una sede all’ex Eca, che abbiamo dovuto lasciare per ristrutturazione. Alle varie amministrazioni abbiamo chiesto di poter disporre di un altro punto di riferimento, non ottenendolo per carenza di spazi. Ora si rende disponibile la caserma Tasso. L’importante sarebbe riuscire a collocare la nostra biblioteca. C’è tanto materiale che servirebbe per far conoscere la nostra storia. Soprattutto ai giovani.

    Bruno De Donà



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  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    IL TRENO DELLA VERGOGNA

    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

    Con treno della vergogna, locuzione popolare, o treno dei fascisti, così definito da una parte di ferrovieri, s'intende un treno che trasportò da Ancona chi proveniva dal quarto convoglio marittimo di Pola carico di esuli italiani che al termine della seconda guerra mondiale abbandonarono le loro proprietà in Istria, Quarnaro e Dalmazia nel contesto storico generale ricordato come l'esodo istriano.

    La domenica del 16 febbraio 1947 da Pola partirono per mare diversi convogli di esuli italiani con i loro ultimi beni e, solitamente, un tricolore. I convogli erano diretti ad Ancona dove gli esuli vennero accolti dall'esercito a proteggerli da connazionali, militanti di sinistra, che non mostrarono gesto alcuno di solidarietà [1] . Ad accogliere benevolmente gli esuli ci furono tre uomini, dei quali due con la fisarmonica, che cominciarono a cantare vecchie canzoni istriane: questi erano esuli precedentemente sbarcati e che avevano combattuto nella resistenza italiana.

    La sera successiva partirono in un treno merci tra la paglia per giungere a Bologna dove la Pontificia Opera di Assistenza e la Croce Rossa Italiana avevano preparato dei pasti caldi, soprattutto per bambini e anziani. Il treno giunse appena a mezzogiorno del seguente giorno, quindi martedì 18 febbraio 1947, dove dai microfoni di certi ferrovieri sindacalisti veniva detto Se i profughi si fermano, lo sciopero bloccherà la stazione [2] . Il treno venne preso a sassate da dei giovani che sventolavano la bandiera con falce e martello, altri lanciarono pomodori e altro sui loro connazionali, mentre terzi buttarono addirittura il latte destinato ai bambini in grave stato di disidratazione sulle rotaie.

    Per non avere il blocco del piu' importante snodo ferroviario d'Italia [3] il treno venne fatto ripartire per Parma dove POA e CRI poterono tranquillamente distribuire il cibo trasportato da Bologna con automezzi dell'esercito; la destinazione finale del treno fu La Spezia dove i profughi furono temporaneamente sistemati in una caserma. Queste testimonianze nel tempo si sono accresciute di dettagli grazie ai racconti di vari esuli, tra i quali Lino Vivoda.

    È da ricordare, sempre sotto testimonianza di Lino Vivoda, che ci furono anche altri sbarchi di profughi. Anche molti giornali mostrarono dissenso verso gli esuli. Il giornalista de l'Unità Tommaso Giglio, poi direttore di L'Espresso, scrisse un articolo il cui titolo recitava Chissà dove finirà il treno dei fascisti?.

    Lo storico e scrittore Guido Rumici in uno dei suoi saggi scrive: Si trattò di un episodio nel quale la solidarietà nazionale venne meno per l'ignoranza dei veri motivi che avevano causato l'esodo di un intero popolo. Partirono tutte le classi sociali, dagli operai ai contadini, dai commercianti agli artigiani, dagli impiegati ai dirigenti. Un'intera popolazione lasciò le proprie case e i propri paesi, indipendentemente dal ceto e dalla colorazione politica dei singoli, per questo dico che è del tutto sbagliata e fuori luogo l'accusa indiscriminata fatta agli esuli di essere fuggiti dall'Istria e da Fiume perché troppo coinvolti con il fascismo. Pola era, comunque, una città operaia, la cui popolazione, compattamente italiana, vide la presenza di tremila partigiani impegnati contro i tedeschi. La maggioranza di loro prese parte all'esodo.

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    tratto da Internet dal sito

    Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (A.N.V.G.D)

    Padriciano: nomadi e profughi (Il Piccolo 15 gen)

    giovedì 15 gennaio 2009

    LETTERE

    «Siamo stufi, abbiamo ospitato per decenni i campi profughi». Così dichiara nell’intervista il sig. Drago Gregori sul Piccolo dell’8 gennaio 2008.

    È qui che voglio soffermarmi, in quanto mette sullo stesso piatto della bilancia profughi e nomadi. Questo vuol dire che lei signor Gregori non sa distinguere la lana dalla seta.

    I profughi istriani installati nei campi di Padriciano hanno portato la loro cultura sul Carso e si sono ben integrati nella realtà locale. Anche se non era facile, in quanto voi non siete stati teneri nei nostri confronti, ci chiamavate «Tuijzi»!

    Lascio a lei la traduzione che penso sia spregiativa. Con tutto ciò penso che ai profughi istriani non sia rimasto nessun rancore nei vostri confronti, anzi vi ringraziano per la vostra ospitalità. Anche se non è stato facile.

    I profughi istriani hanno lavorato e hanno speso quei quattro spiccioli che avevano nelle botteghe e nelle osterie del Carso ma non hanno mai rubato, come dice lei che fanno i nomadi, che, a parole, tutti li amano ma nessuno li vuole.

    Ce li impone l’Europa come impone la caratura delle banane e la lunghezza dei cetrioli. Dunque, signor Gregori, neanch’io voglio i nomadi vicino a casa mia. Ma se venisse ad abitare nel mio condominio un carsolino della minoranza slovena sarebbe ben accettato.

    Mi perdoni signor Gregori, penso che lei indossi ancora l’abito dell’odio, che, per fortuna, nel nostro territorio si è dismesso ormai da tanto tempo.

    La prego di non sproloquiare più confondendo il diavolo con l’acqua santa e le auguro che la sua lotta abbia un buon fine.

    Antonio Coslovich

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    fonte: internet da www.leganazionale.it

    ATTUALITA'

    Chi è nato in Istria lo sa: su documenti e dichiarazioni alla voce "Nato a" si è trovato le denominazioni più strane, da Jugoslavia, a Croazia e Slovenia, fino anche a Ex Jugoslavia.

    Il Giornale 11/05/05 Beffa per i profughi istriani: all'anagrafe risultano serbi

    > Lega Nazionale > Istria, Fiume, Dalmazia

    Beffa per i profughi istriani: all’anagrafe risultano serbi

    di Fausto Biloslavo

    Fuggiti dall’ Istria per le persecuzioni titine, si ritrovano nei documenti la sigla

    Prima sono stati costretti all'esodo, dalle violenze di Tito, poi la storia ufficiale li ha volutamente dimenticati ed oggi gli esuli italiani dell'Istria, Fiume e Dalmazia vengono addirittura beffati. Su alcuni documenti pubblici risultano nati in Serbia-Montenegro, Croazia, Slovenia alla stregua di extracomunitari. I più fortunati si ritrovano con un documento che riporta, come luogo di nascita, la vecchia Jugoslavia. Un oltraggio per chi sente di aver perso tutto per l'Italia.

    Lo scorso aprile Nidia Cernecca ha acquistato un'automobile e sbrigato tutte le pratiche per i documenti di circolazione. La signora è un'esule istriana, che oggi vive a Verona, sempre in prima linea per le battaglie dei 350mila italiani che dovettero fuggire dalle proprie terre annesse alla Jugoslavia di Tito dopo il 1945. Sul certificato di proprietà risulta che la signora Cernecca è nata a Gimino, un paese italiano, nel centro dell'Isola, prima dell'esodo. Sulla casella indicata per la provincia o lo Stato, se diverso da quello italiano, compare la sigla «Yu», che sta ad identificare la Federazione jugoslava socialista creata da Tito. Un vecchio problema che si era posto anche sulle carte d'identità, fino a quando lo Stato non aveva emanato una legge almeno per omettere lo Stato di appartenenza attuale del comune di nascita. Legge ancora disattesa per molti documenti pubblici a cominciare dalla carta di circolazione. Se la signora Cernecca ci aveva fatto quasi il callo a quella fastidiosa «Yu» non poteva immaginare il resto. Sul nuovo documento di circolazione del 27.04.2005 risulta correttamente nata a Gimino, 68 anni fa, quando era Italia, ma accanto sta scritto «SerbiaMontenegro». I nuovi sistemi informatici si sono aggiornati, dato che la Jugoslavia di Tito è crollata in un bagno di sangue. Sulle sue ceneri sono sorte Repubbliche separate come la federazione fra Serbia e Montenegro. L'aspetto più assurdo è che Gimino, trovandosi nell'Istria centrale, attualmente fa parte della Croazia. «Oltre al danno la beffa - osserva Nidia Cernecca -. Adesso sono diventata extracomunitaria e magari se vengo fermata dalla polizia stradale, per un controllo, mi chiedono il permesso di soggiorno. Queste offese sono frutto del silenzio e dalla disinformazione che per troppi anni ha avvolto la storia di un pezzo d'Italia».

    «Quando ho protestato allo sportello del pubblico registro automobilistico mi hanno detto che in alternativa potevo cambiare il mio "stato" di nascita da Serbia-Montenegro alla solita Yu di Jugoslavia» racconta amereggiata l'esule.

    Non si tratta di un caso isolato, ma di un problema diffuso anche con altri documenti pubblici. A Brescia e dintorni, circa 3mila esuli si sono visti recapitare la carta regionale dei servizi con un oltraggio ancora peggiore. Sulla tessera plastificata il luogo di nascita non specifica la città, ma solo lo Stato. Quindi Claudia Zorizza, italiana di Zara, si ritrova nata in Croazia. Erio Giachelich, fiumano del Quarnaro, è invece nato in Serbia e Monte-negro, secondo il curioso sistema informatico della Regione Lombardia. Tragicomico il caso di Franco Liberini, nato a Tolmino, in provincia di Gorizia, prima di venir occupato dai titini alla fine della seconda guerra mondiale. Il computer non riconosce Tolmino e quindi nello spazio del luogo di nascita, viene stampato un enigmatico «non codificato». A Brescia l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd), uno dei gruppi che rappresenta gli esuli, ha inviato una lettera di protesta a tutti gli enti coinvolti nella beffa dei documenti. Per assurdo esiste già una legge, del 15 febbraio 1989, che risolve alla radice il problema, ovvero «obbliga a riportare sui documenti in genere, in cui ricorre la necessità di indicare il luogo di nascita dell’interessato, solo il nome italiano del Comune, senza riferimento allo Stato cui attualmente appartiene». La Regione Lombardia ha spedito la settimana scorsa una lettera di scuse invitando 1’Anvgd ad informare gli esuli che possono rivolgersi alle Aziende sanitarie locali per richiedere una nuova tessera dove sarà indicato come luogo di nascita, Pola, Fiume, Zara, Tolmino, ovvero i toponimi delle città in italiano.

    «Resta l’amarezza per l’ignoranza della pubblica amministrazione - spiega Luciano Rubessa che a Brescia ha sollevato il caso - Evidentemente la storia rimossa della nostra tragedia ha colpito ancora. Ci sentiamo vilipesi, o quantomeno presi in giro, se nel 2005 chi ha scelto la via dell’esodo, proprio per rimanere italiano, si ritrova croato, sloveno, serbo o montenegrino».

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE..

    L'ARRIVO DEGLI ESULI IN ITALIA..LA LORO PATRIA...

    L'ACCOGLIENZA

    Ricordo che l’I.R.O. (International Refugèe Organisation) ha stimato che le foibe siano state ‘riempite’ con 12.000 persone. Ecco l’accoglienza destinata ai superstiti dai comunisti nostrani:

    A completare il quadro non può essere taciuto il comitato di accoglienza che queste popolazioni così ampiamente tribolate hanno ricevuto dai comunisti italiani al loro arrivo nella loro madre patria:

    insulti, fischi e sputi a Venezia e Bari quando le navi cariche di profughi attraccarono al porto;

    minacce di sciopero a Bologna per evitare che un treno di profughi avesse modo di rifocillarsi al posto di ristoro organizzato dalla Pontificia Opera di Assistenza;

    la costante azione di diffamazione operata nell’indicare al pubblico ludibrio come ricchi borghesi “fascisti” che fuggivano dalle “magnifiche sorti e progressive” del comunismo di Tito.

    “Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici “

    L’occupazione successiva della Venezia Giulia da parte degli Jugoslavi diede avvio alla stagione delle Foibe che Togliatti giustificò

    come “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”

    Così l’Unità: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.”

    I “comitati d’accoglienza” organizzati dal partito contro i profughi all’arrivo in Patria furono numerosi.” All’arrivo delle navi a Venezia e ad Ancona, gli esuli furono accolti con insulti, fischi e sputi e a tutti furono prese le impronte digitali. A La Spezia, città dove fu allestito un campo profughi, un dirigente della Camera del lavoro genovese durante la campagna elettorale dell’aprile 1948 arrivò ad affermare “in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani”. A Bologna i ferrovieri, per impedire che un treno carico di profughi provenienti da Ancona potesse sostare in stazione, minacciarono uno sciopero. Il treno non si fermò e a quel convoglio, carico di umanità dolente, fu rifiutata persino la possibilità di ristorarsi al banchetto organizzato dalla (Poa) Pontificia Opera Assistenza.

    I profughi non crearono mai, in nessun luogo dove trovarono rifugio, problemi di criminalità.

    Definizione (comunista) dei profughi istriani.

    “in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani”

    “Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici.”

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    Pubblico anche qua la parte del mio racconto pubblicato IN FRAMMENTI DI MEMORIA DELL'ESODO - TESTIMONIANZE..in Area discussioni:

    L'ACCOGLIENZA DI NOI PROFUGHI IN PATRIA

    ........"Le difficoltà che incontrammo non furono queste, ma arrivarono quando papà dopo i primi giorni dedicati a sistemarci, cominciò a cercare lavoro. Erano anni difficili, la guerra era finita da 2 anni, c’erano ancora tante macerie, iniziava la ricostruzione, e la disoccupazione era tanta. I bolognesi non ci accettarono i primi tempi, si sa Bologna era diventata rossa e la politica non mancava a quei tempi, e le teste calde neppure..c’era davvero da avere paura.

    Per i comunisti , i profughi, erano tutti sporchi fascisti cacciati dagli slavi, e per i fascisti eravamo sporchi comunisti. Sia da una parte che dall’altra non eravamo che feccia, esseri spregevoli da evitare, se non da fare sparire dalla faccia della terra. Quanti sputi, quante offese, quante minacce ci siamo presi sia da una parte che dall’altra. Era tornata la paura..quella paura che pensavamo di non trovare mai a casa nostra, nella nostra Italia, fra i nostri fratelli italiani. Eravamo stranieri, esuli nella nostra stessa Patria. Sono stati anni difficilissimi per noi, non ci aspettavamo tutto questo, eravamo sicuri che gli italiani avessero capito il motivo dell’abbandono della nostra terra, del dolore che avevamo dentro, e quel pezzo di Italia, non era solo nostro, ma era di tutti, un pezzo di Italia, la Patria di tutti."

  • ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    tratto da un commento al Giorno del Ricordo da Torre di Babele:

    "Era una fredda domenica, quella dei 16 febbraio dei '47, quando da Pola s'imbarcò con i sacchi, le pentole, le ultime lenzuola e un piccolo tricolore il quarto convoglio marittimo di esuli. Qualcuno aveva voluto portare con sé le ossa dei morti. Tutti avevano gli occhi rivolti alla città che sempre più rimpiccioliva. "Era come voler trattenere dentro l'incomparabile visione della nostra cittadina. Nessuno poteva immaginare quello che ci attendeva in madrepatria".

    A ricordarlo è uno di quei profughi, Lino Vivoda, allora quindicenne, che s'era imbarcato con i genitori sul piroscafo "Toscana". Una delle tante storie di addio a una terra amata e cancellata per sempre vissuta da chi, a guerra finita, scelse l'esilio per continuare a sentirsi italiano.

    "Ad Ancona l'impatto fu tremendo. C'era un cordone dell'esercito a proteggerci e tanta gente che scendeva dalla parte alta della città. Noi, dal ponte della nave, agitavamo le mani in segno di saluto, con le bandiere al collo, anche perché faceva freddo, nevicava. E loro rispondevano col pugno chiuso". Possibile che nessuno la pensasse diversamente. che non sentisse fratelli quei "veneti di la de mar"? Uno episodio, toccante ci fu.

    "Da quella folla vennero fuori in tre, due con la fisarmonica, e cominciarono a cantare vecchie canzoni istriane. Erano esuli pure loro, accettati per aver combattuto a fianco dei partigiani. Una scena commovente che un po' ci rincuorò. Anche chi ci insultava per un po' smise.

    Da lì partimmo con un lungo treno di vagoni merci la sera di lunedì 17 febbraio, sdraiati sulla paglia, attraverso l'Italia semisepolta dalla neve. Dopo innumerevoli soste in stazioncine secondarie arrivammo a Bologna. Era martedì, poco dopo mezzogiorno. La Pontificia Opera di Assistenza e la Croce Rossa Italiana avevano preparato un pasto caldo, atteso soprattutto dai bambini e dai più anziani". Ma dai microfoni "rossi" una voce gridò: "Se i profughi si fermano, lo sciopero bloccherà la stazione". Poco prima il convoglio, che i ferrovieri chiamavano il "treno dei fascisti", era stato preso a sassate da un gruppo di giovanissimi che sventolavano le bandiere con la falce e il martello. Ci fu perfino chi, per eccesso di zelo, versò sui binari il latte destinato ai bambini già in grave stato di disidratazione.

    Il treno scomparve nella nebbia con il suo carico di delusione e di fame: la meta finale sarebbe stata una caserma di La Spezia. I pasti della Poa nel frattempo vennero trasportati a Parma con automezzi dell'esercito e distribuiti dalle crocerossine. "Vi giungemmo a tarda sera, la gente potè rifocillarsi dopo 24 ore di viaggio. C'erano tanti poveri tra noi, ma per i comunisti i poveri non avevano neanche il diritto di essere poveri". A inquadrare la drammatica vicenda del "treno della vergogna" in un contesto storico più ampio è Guido Rumici, goriziano, ricercatore di Storia ed economia regionale, autore di "Infoibati", "Fratelli d'Istria" e "Istria cinquant'anni dopo il grande esodo" per i tipi di Mursia.

    "Si trattò di un episodio nel quale la solidarietà nazionale venne meno per l'ignoranza dei veri motivi che avevano causato l'esodo di un intero popolo. Partirono tutte le classi sociali, dagli operai ai contadini, dai commercianti agli artigiani, dagli impiegati ai dirigenti. Un'intera popolazione lasciò le proprie case e i propri paesi, indipendentemente dal ceto e dalla colorazione politica dei singoli, per questo dico che è del tutto sbagliata e fuori luogo l'accusa indiscriminata fatta agli esuli di essere fuggiti dall'Istria e da Fiume perché troppo coinvolti con il fascismo. Pola era, comunque, una città operaia, la cui popolazione, compattamente italiana, vide la presenza di tremila partigiani impegnati contro i tedeschi. La maggioranza di loro prese parte all'esodo".

  • COMMENTI :

    Mario Contento:

    ...go letto tutto... sapevo tutto... ma nonostante tutto... quante inc...avolature ho preso... e si continua... Ciao Mariucci.

    ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    lo so Marieto, viene tanta rabbia a ricordare quei momenti..abbiamo sofferto tanto, ma è anche vero che col tempo, la gente che ci aveva bistrattato offeso e disprezzato, ha imparato a conoscerci e ad amarci per le persone che realmente eravamo, per la serietà e l'impegno dimostrato nel lavoro, la dignità, l'umiltà e la solidarietà verso gli altri che ci ha sempre contraddistinto, e ci siamo guadagnati la stima di tutti quelli che ci hanno conosciuti e non ci dimenticheranno..è stata forse questa, la nostra più grande soddisfazione, anche se ci resta l'amarezza, che la nostra Patria, lo abbia fatto per più di 60 anni....ciao un baseto

    Mario Contento :

    ,,,ma... ci sono ancora tanti "ignoranti", veri e propri; non solo quelli che ignorano...

    ciao e stamme ben, se sentiremo...

  • Loredana Grubessich:

    Volevo segnalare la pubblicazione da parte della sezione di Genova dell'Associazione Venezia Giulia e Daklmazia, in collaborazione con la Regione Liguria, di un opuscolo sull'argomento in oggetto che il socio EMERICO RADMANN, ha redatto come un prontamano (così lui lo definisce). Come socio attivo ed avendo vissuto in prima persona l'esodo ha voluto aiutarsi anche nella distribuzione nelle scuole non solo della sua personale conoscenza dell'argomento in questione, ma anche di una tangibile testimonianza al riguardo. L'opuscolo viene distribuito gratuitamente dall'Associazione ed il socio è a disposizione di tutte le scuole del territorio italiano che ne vorranno far richiesta. Scusate se ho usato l'area discussioni, ma non ho travato altro modo per contattarVi. La sezione di Genova è contattabile sull'argomento ogni giovedì dalle 17 alle 18. Grazie per l'attenzione. Cordiali saluti.

    LOREDANA GRUBESSICH

    ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE

    cara Loredana,

    grazie per la segnalazione, hai fatto benissimo ad usare l'Area Discussioni per informarci, è molto interessante per gli insegnanti che ci leggono, così potranno proporre alla loro scuola questo opuscolo, per iniziare a far conoscere agli alunni la nostra storia che non fu mai scritta sui libri di testo di Storia..

    Grazie infinite, ciao buona domenica

    Loredana Grubessich :

    Grazie anche a te: aggiungo, ora che mi ricordo, anche l'iniziativa dei ragazzi più giovani, figli di esuli, che stanno organizzando un archivio del ricordo on line.

    Per riferimenti http://www.anvgdgenova.com/contact