EL NOSTRO DIALETO ISTRO-VENETO- UN DIALETTO DA SALVARE

  • Come dimenticare il nostro dialeto veneto, trasmesso dai nostri avi da secoli e fa parte delle nostre radici e che, per noi esuli istriani, fiumani e dalmati, è sempre stato il nostro italiano! I nostri "veci" conoscevano solo quello e l'hanno parlato da sempre e per noi, figli di esuli. parlarlo e ascoltarlo, è come una soave musica, un ritorno al nostro passato e al passato dei nostri avi.

    D'altronde tutte le nostre canzoni (vedi argomento in area discussione: ISTRIA -LE NOSTRE CANZONI..quanta nostalgia..) sono tutte in dialetto e ci piace cantarle e ascoltarle con tanta nostalgia e hanno girato il mondo intero, credo che tutti le conoscano e le capiscano, e sono cantate in tutto il mondo, anche da chi, con il nostro dialetto non ha nulla a che vedere

    Il nostro dialetto veneto è da salvare..NON DIMENTICHIAMOLO..

    (Tratto da internet)

    LA SCIARPA

    Penso a 'sto dialeto

    che xe come una sciarpa morbida

    el xe propio come un sciale

    e più che t'inveci

    più ti te lo tien streto

    per scaldarle i ossi e l'anima.

    Penso a ' sto dialeto

    che xe come la pele tacada al corpo

    qualcosa che respira con ti

    e con ti more.

    Raffaele Cecconi - (D come dalmata Del Bianco Editore 1998)

    Un dialetto da salvare

    « Con questo suo lavoro -" D ...come Dalmata" - Raffaele Cecconi offre

    un forte e interessante recupero del dialetto zaratino, quel dialetto

    che per le note vicende storiche è probabilmente destinato a

    scompa¬rire ma che il Cecconi, proprio per questi motivi, cerca

    ostinatamen¬te di salvare con ottimi risultati.

    Anch'io sono uno zaratino come luì, e come lui parlo uno zaratino

    corrotto, una koinè veneta in cui gli eventi postbellici e i contìnui

    contatti con altre realtà dialettali sia nel Veneto in senso ampio sia

    nella Venezia Giulia hanno imbastardito il sostrato originario. Ed

    anche per questa comune sorte acquisto in qualche modo il diritto di

    aggiungermi come 137° agli altri 136 scrit¬tori, critici, artisti che

    hanno espresso un loro autorevole giudizio sull'una o sull'altra o su

    tutte insieme le opere del Cecconi ».

    « Molti fenomeni portano all'appiattimento dei dialetti, di tutti i

    dia¬letti, ma con una progressione che appare lenta, poco preoccupante

    là dove la popolazione locale appare compatta, dove la mobilità è

    temporanea o periadica, dove l'infiltrazione di elementi etnici

    estra¬nei è scarsa o pressoché nulla. Immaginiamo invece quanto

    diventi precipitosa, o addirittura catastrofica, in una città come

    Zara dove la comunità dei parlanti (di quanti parlavano cioè un

    dialetto ben de¬finito nella sua natura e nelle sue caratteristiche)

    si è improvvisa¬mente frantumata, con una diaspora di cui si trovano

    nella storia pochi esempi simili.

    In tale dolorosa vicenda molti, troppi di noi sono rimasti coinvolti,

    e ne offre una testimonianza Raffaele Cecconi con questo suo libro a

    cui do il benvenuto.

    È un libro fatto da uno zaratino per zaratini, ma anche per tutti

    coloro che desiderano capire.

    Esso ci riporta a un pas¬sato che rinnova il ricordo bruciante di

    questa diaspora.

    È un libro che si colloca nell'alveo di una cultura legata

    indissolubilmente a Venezia.

    Perché Cecconi non solo da poeta, ma da uomo, ha perfettameme ragione.

    Il dialetto è davvero una sciarpa morbida, e molto di più:

    « Qualcosa che respira con ti e con ti more ».

    Dalla presentazione de! Prof. Aldo Duro Direttore presso l'Istituto

    Enciclopedia Treccani del Nuovo Dizionario della Lingua Italiana

    Aldo Duro, nato in Dalmazia, a Zara, abbandonò la città natale a seguito dell'annessione da parte della Jugoslavia. Si laureò alla Scuola Normale Superiore di Pisa nel 1939 per poi perfezionare la sua preparazione con Luigi Russo, Michele Barbi e Bruno Migliorini, a lungo presidente dell'Accademia della Crusca.

    Fu curatore del Grande Vocabolario Treccani nonché direttore dell'Osservatorio della Lingua italiana presso l'Istituto della Enciclopedia italiana.



    Like this post to subscribe to the topic.
  • (tratto da internet)

    LA VOCE DEL POPOLO Esuli rimasti| Sabato, 18 luglio 2009

    I «L’IMPRINTING DELL’ISTRIA» È IN VENDITA ANCHE IN INTERNET

    I racconti di Roberto Stanich pubblicati finalmente in un libro

    La notizia non può che rallegrarci.

    È uscito da poco ed è in vendita anche in Internet, il libro dal titolo “L’imprinting dell’Istria”, del nostro Roberto Stanich.

    Si tratta di una raccolta dei bellissimi, commoventi e spesso divertentissimi racconti dialettali che quest'autore, esule da Pola e oggi residente a Milano, aveva pubblicato a suo tempo pure sulle pagine di questa nostra rubrica. I nostri lettori più affezionati ricorderanno senza ombra di dubbio quelli intitolati “Le s'cinche“, “E dopo i Aleati“, “Via Medolin“ o altri, usciti su queste pagine con i titoli “El lavoro volontario“, “Bucalete e bucai“, “I dindii selvadighi“, "Mi preferiso magnar sardele", "La fionda de fero col manigo de oso", "El cavalin bianco".

    Nato a Pola nel 1941, Roberto Stanich lasciò l’Istria nel 1956. I suoi racconti hanno riscosso immediato successo fuori e dentro la comunità degli esuli istriani. Ora sono pubblicati, insieme ad alcuni inediti, nel libro “L’Imprinting dell’Istria”, acquistabile in rete al prezzo di 13 euro anche sui

    siti www.ibs.it, www.hoepli.it e www.lampidistampa.it.

    A tutti e tre gli indirizzi si può accedere anche cliccando sul sito appositamente creato dall'autore, all'indirizzo web www.imprintingdellistria.it, dove oltre a trovare qualche dato su Stanich e la sua foto, chi naviga in rete può anche leggere alcuni stralci dei racconti tratti dalla raccolta (storie de rider ma anchede pianzer, come sta scritto nel sottotitolo in copertina) e questa breve ed esplicativa introduzione

    al volume.

    ”Mi go avù l’imprinting de Pola e de l’Istria. Vardando ben, mi go vissù assai più ani in altri posti, dove go affetti, lavoro, interessi. Ma el mio posto dove tornar, apena che posso, xe Pola e l’Istria. Quando che vegno in auto, mi sento subito, apena passà el confin, quando che la strada la se rampiga su per el monte sora Capodistria e, dopo, quando che scominzia la terra rossa, mi sento subito una roba drento,

    verzo el finestrin, respiro e sento un'aria diversa. Vardo come che xe fate le case, i alberi, le campagne,

    i paesi, la gente e me sento a casa. Quando che se riva vizin al mar po’, quel odor de salmastro

    e quella brezza che me passa tra i cavei me fa vignir i brividi“.

    È un breve stralcio dell’introduzione del libro “L’imprinting dell’Istria” di Roberto Stanich,

    “Andando in giro per el mondo, tante volte me son trovà a far i confronti e a zercar cossa che

    ghe xe de simile con la mia città. Cussì, me ricordo, che a Howth, un paeseto de pescadori vizin a

    Dublino in Irlanda, iera un’osteria sul mar dove che andavo a magnar granzi che me pareva de

    esser ala Fischerhutte de inverno,perché là el clima xe più fresco.

    E anche un giardin publico a Tel Aviv, dove, passegiando de sera, me pareva de esser ai giardini

    Valeria a Pola. E de inverno, in montagna, quando che xe quel fredo suto, che te pizziga le

    rece e un poco de ventisel, mi sero i oci e me par che sia borin.”

    Questo xe “Imprinting”. Non ci resta che complimentarci con Roberto per la pubblicazione

    del bel libro e augurargli ancora tanti successi. In quest'occasione vi riproponiamo

    una delle sue “ciacolade“ pià divertenti: quella intitolata "El figher de mio nono".

    Roberto Stanich

    -------------------------------

    Roberto Stanich è su facebook o ho l'onore di averlo fra le mie amicizie :-)

    ciao Roberto e grazie per i tuoi lavori

  • Me xe capità de léger (o lèser?) i raconti e le ciacolade de Roberto Stanich (o Stanic, giusto?) e el me gà fato morir del rider ... No lo conosevo. El xe bravo, lugàro e simpatico.

    Mi gò fato apena in tempo a naser a Pola, i me gà portà qua a Pesaro nel '47 che gavevo gnanca un ano, ma a casa mia se parlava sempre cusì, in dialeto, se magnava istrian e guai a chi sgarava! -"Fuori di casa si parla in italiano (o in cìchera, come volè) e qua dentro se parla come ve parlo mi, intesi?"- ... Ierimo 6 fioi... El nostro dialeto non solo nol va perso, ma mi stago sercando de parlar sempre cusì coi miei nipoti perchè i mii fradei i xe sposai con done de qua o de altre cità e nisun de lori senti più parlar l'istroveneto... Ma el bel xe che a lori ghe piasi de mati sentir che ghe parlo in stò modo e ogni tanto i me tira fora qualche parola. come ieri la Giulieta: "zio, ma come mai vedo in giro tanti "strafanici"? Cari saluti, FALCO SANTIN - Pesaro

  • ciao Franco, anche mi digo strafanici e anche mi parlo el nostro dialeto quando che parlo con qualche d'un dei "nostri"..purtropo son sola e anche se mia fia capissi tuto sia el dialeto veneto sia el rovignese, non la parla ahimè el nostro dialeto..ma solo l'italian..ma me piaseria che la parlassi e la portassi avanti le nostre tradizioni..purtropo molti giovani de ogi, fioi de noi esuli, no senti come noi le nostre radighe, la nostra nostalgia, i xe nati qua e i no se senti istriani come noi..xe comprensibile e non dovemo sforzarli a sentir ciò che sentimo noi nel cuor..ogni d'un xe libero de sentirse come ch'el vol..Anca mi son vignuda a Bologna esule da Rovigno nel 1947, e gavevo un anno come ti..

    Per quanto riguarda Roberto, anca mi go leto qualcosa e me ho divertì sai..el xe sai simpatico e sc'eto, se piacevole legerlo..ciao Franco, me fa piaser de conosserte..xe sempre piaser conosser uno de noi ..un struconsin ..:-)

  • Oh nina un so' miha parla' el dialetto istrian...ma mi garbava scrivere costì anche nel mi...felice come un non mai di non aver perso codesti trugioli di storia he ci mpigliano tutti a esser fratelli! Bona...:-)

  • bravissimo Aldo, mai perdere la conoscenza del dialetto della terra in cui si è nati..tu sei toscano ed è giusto che continui a mantenere la tua bellissima e simpaticissima "c" muta sostituita dall' "h", io adoro tutti i dialetti e spesso mi faccio prendere nell'imitarne qualcuno..tutti i dialetti italiani sono belli e fanno parte della nostra vita e le nostre più antiche tradizioni..continuiamo a farli vivere tutti..ciao un baseto da mi istriana-veneta.. :-))

  • Giacomo Noventa da Versi e poesie, a cura di Franco Manfriani, Venezia, Marsilio, 1986.

    Mi vegno da Pola

    (lamento di un pescatore, profugo da Pola)

    Mi vegno da Pola,

    Son qua pa’ un momento,

    Signore e Signori,

    No’ féme parlar!

    Gò perso la barca.

    (I povari Inglesi

    Ghe n’à cussì poche...

    La barca gò dà.)

    Mi vegno da Pola,

    Son qua pa’ un momento,

    Signore e Signori,

    No’ féme parlar!

    Gò perso la casa.

    (I povari S-ciavi

    No’ i gèra in tel suo...

    La casa gò dà.)

    Mi vegno da Pola,

    Son qua pa’ un momento,

    Signore e Signori,

    No’ féme parlar!

    Gò perso i me morti.

    (La povara Italia

    Xe tanto distràta...

    I morti gò dà.)

    Mi vegno da Pola,

    Son qua pa’ un momento,

    Signore e Signori,

    No’ féme parlar!

    (No’ gò la me casa – No’ gò la me barca,

    No’ vogio fermarme – Né in tèra, né in mar,

    No’ so se i me morti – Sarà benedeti...,

    Signori Italiani – Lasséme passar!)

    traduzione:

    "Io vengo da Pola"

    Io vengo da Pola

    sono qua per un momento,

    signore e signori

    non fatemi parlare!

    Ho perso la barca

    ( i poveri Inglesi

    ne hanno così poche

    la barca ho dato.)

    Io vengo da Pola

    son qua per un momento

    signore e signori

    non fatemi parlare!

    Ho perso la casa

    (i poveri Slavi

    non erano

    non erano a casa loro..

    La casa ho dato.)

    Io vengo da Pola

    son qua per un momento

    signore e signori

    non fatemi parlare!

    Ho perso i miei morti

    (la povera Italia

    è tanto distratta...

    I morti ho dato.)

    Io vengo da Pola

    son qua per un momento

    signore e signori

    non fatemi parlare!

    Non ho la mia casa - non ho la mia barca,

    non voglio fermarmi - ne' in terra - nè in mare

    non so se i miei morti .. saranno benedetti

    Signori Italiani - lasciatemi passare!)

  • Cari ragazzi, ripropongo un racconto in dialetto di Roberto Stanich, che avevo pubblicato sul vecchio gruppo, ne avevo pubblicati diversi dei suoi simpaticissimi racconti e anche di altri autori, ma come sapete, qualche mese fa, facebook ha archiviato tutti i vecchi gruppi, per creare le nuove Pagine..e ho perso buona parte del mio lavoro..visto che dopodomani sarà la vigilia di Natale, questo racconto di Roberto .."EL BACALA' DE NADAL" è perfetto per ricordare antiche memorie delle tradizioni istriane :-)

    "El bacalà de Nadal

    di

    Roberto Stanich

    L'altro giorno iero de pasagio per Vicenza e me son fermà a magnar in un ristorante dove che la specialità xe el bacalà ala vicentina. A Vicenza el bacalà xe un piato tipico e asai rinomà. I lo ofri nei più boni ristoranti e go savù che esisti perfin una "Confraternita del Bacalà". I soci de questa specie de società i organiza periodicamente cerimonie per celebrar el culto de 'sto pese nordico, cerimonie che finisi sempre con grandi magnade de bacalà, con polenta e bevude de vin dei Colli Berici.

    Anche mi go provà el bacalà ala vicentina e el iera bon, assai bon, ma mai come quel che fazeva mia nona in Istria per Nadal anzi per la vigilia de Nadal. E alora, intanto che iero in 'sto ristorante, me xe vignù in amente de come che passavimo el Nadal co' iero picio de mia nona a Canfanaro. Iera el periodo subito dopo la guera, iera miseria, mancava tante robe e la situazion politica iera confusa ma la gente iera contenta de gaverla scampada e, dopo tanti sacrifizii, la gaveva voia de goderse un poco la vita.

    O de rif o de raf, el rivava

    In cità iera ancora el razionamento con le tesere e se trovava sai poco de comprar ma in tei paesi dei contadini se stava meo per el magnar. Per la zena dela vigilia e el pranzo de Nadal, le done scominziava a prontar zà tempo prima e una roba che bisognava assolutamente procurarse iera el bacalà. La vigilia de Nadal xe de magro e la zena doveva esser a base de pesse. Se scominziava con la pasta condida con le sardele salade e dopo pesse, zievoli che se ciapava in tel canal de Leme ma sopratuto bacalà, in bianco, mantecato.

    El bacalà, o come che i lo ciama, anche stoccafisso, no iera fazile de trovarlo. Xe anche la canzon "La mula de Parenzo" che la disi che "de tuto la vendeva, fora che bacalà". Sto' pesse i lo pesca e i lo secca in certe isole dela Norvegia che no me ricordo più el nome e el più grande consumo xe in Italia, principalmente in Veneto.

    In Istria, subito dopo la guera no iera fazile de farlo rivar ma iera tradizion de magnarlo per la vigilia e senza bacalà el Nadal no pareva gnanche Nadal. Ma la gente ghe tigniva a certe tradizioni e, o de rif o de raf, el bacalà el rivava. Dopo, bisognava lavorarlo perché xe tuta una trafila de robe de far prima de portarlo in tavola e magnarlo. Per prima roba bisogna pestarlo, per farlo diventar più morbido e questo xe un lavoro che fazeva i omini.

    Mio nono lo pestava col manigo dela manera

    Mio nono el ciolgeva el bacalà, el andava in corte, dove che iera el zogo per taiar i legni e el scominziava a pestarlo con el manigo dela manera, stando ben atento de no smigolarlo. Ogni tanto el ghe dava una voxe a Barba Toni, che in te la corte visin el pestava anche lui el suo bacalà: "Cossa ti bati Toni? Ti spachi legni?"

    E Toni de l'altra parte del muro "che nova, legni, mi pesto un bel bacalà, puro ragno, che la mia Marieta bel la cusinerà e che magneremo per la vigilia, e ti cossa ti bati?" "Anche mi pesto el bacalà" rispondeva mio nono "ma el xe cussì grando che fazzo fadiga a tignirlo".

    E Barba Toni "Scurta, scurta, Giovanni, no sta far come quei pescadori che i ciapa un guato e i conta che i ga ciapà una balena". Cussì i scherzava, intanto che i pestava 'sto bacalà, zà pregustando el momento, quando che el saria rivà in tavola.

    Messo a mojo in acqua per un per de giorni

    Dopo, el bacalà doveva esse messo a mojo in acqua per un per de giorni e, finalmente, se lo cusinava. Ma questa iera la parte più facile perché la preparazion vera e propria la scominziava dopo che el bacalà el iera stà cusinà. Mia nona la tirava via tuti i spini e anche la pele e la meteva solo la parte bianca del pesse, a tocheti, in una pignata, una de quele bele alte.

    Oio d'oliva, de quel de Dignan

    Dopo, la fazeva un sofrito de oio de oliva, de quel bon de Dignan, con una testa de aio e due sardele salade e la lo butava sora del pesse. La condiva con sal e pevere e la ghe pasava la pignata a mio nono che el iera zà pronto col lasagnar. Mio nono el se meteva la pignata tra i zenoci e el scominziava a misiar. Ogni tanto el ghe butava drento oio, sempre de quel bon, e avanti con el lasagnar.

    Mia nona la controlava e la giuntava ancora altre robe, meza patata lessa, un poco de late caldo, una grampa de persemolo. Mi penso che la doveva gaver anche qualche altro segreto perché mi go provà a far el bacalà come che la fazeva ela ma no el me xe mai vignù cussì bon. Indiferente, 'sta roba andava avanti per più de un' ora, con mio nono che ghe fazeva mal el brazzo e ogni tanto el domandava "xe fato?"Mia nona la vardava, la meteva un tochetin in boca e la ghe diseva "no el xe ancora bel morbido, cossa ti xe zà stanco? Misia, misia ancora e giuntighe ancora oio." Ala fine, 'sto bacalà diventava come una crema, un concentrato de sapori de una bontà che no se pol spiegar cole parole a chi che no lo ga mai magnà.

    La sera ierimo sentadi tuti intorno al grande tavolo in cusina, i noni, i zii, i nipoti. In tel fogoler brusava un grosso zoco. Prima de de scominziar a magnar, mio nono ghe dava un poco anche al zoco perché el dixeva che iera tradizion e che portava bon. El ghe gaveva dà ben de magnar anche ale armente e ai manzi perché iera una credenza che la note de Nadal le bestie le parla tra de lore e le se conta se el paron le trata ben.

    E quando che tuto iera pronto, mio nono el diseva una preghiera de ringraziamento e podevimo scominziar a magnar. Durante la guera, gavevimo pasado tempi bruti ma, fortunatamente, no gavevimo mai provà fame. Però, se qualchedun ne gavessi visto magnar in quela ocasion el gavessi pensà che de sicuro no magnavimo de almeno un mese. Che magnade, muli, el bacalà con le "posutize", la polenta, el pan de casa. E dopo, le storie, i zoghi, i scherzi, le ridade, volevimo che el tempo se fermassi in quei momenti.

    Purtropo inveze el tempo el va avanti e dopo i periodi bei, riva anche i periodi bruti. E cussì xe stà, i fioi xe andai via per el mondo e i noni xe restai in paese, sempre più soli e tristi. Per Nadal i zercava de rispetar la tradizion, sempre con la speranza che rivi qualchedun de via a farghe una sorpresa. Ma no iera fazile perché i fioi i stava lontan e ognidun gaveva i sui problemi. Però, o uno o l'altro fazeva in modo de mandarghe el bacalà e questo li consolava e li fazeva sentir un poco più vizin.

    Ma un ano el bacalà no xe rivà. Mancava ormai pochi giorni a Nadal e mio nono el iera sentado in osteria con Barba Toni e sior Romualdo. Mio nono no el gaveva voia de parlar. Sior Romualdo inveze el iera tuto alegro perché el se gaveva procurarà un bel bacalà e el contava come che sua moglie, siora Bepina la lo gaveria fato. Barba Toni no parlava tanto gnanche lui ma tutintun el se ga alzado dela sedia e el ga dito " bon, mi vado a casa, che devo pestar el bacalà che me ga mandà mio fio Vincenzo de l'Italia e a ti Giovanni…" el ghe fa a mio nono "te xe rivà el bacalà?"

    Mio nono iera tropo orgoglioso dei sui fioi per dir de no e cussì el ga risposto che sì, sicuro che me lo ga mandà la mia Maria. Più tardi però el ga pensà "che figura che farò se Toni vien saver che no xe vero, che ghe go contà una bala?" E alora el xe tornà a casa anche lui, el se sentiva solo, abandonà de tuti. El xe andà in corte dove che iera el zoco per spacar i legni, el ga ciolto el manigo dela manera e el ga scominzià a bater sul zoco.

    In te la corte vizin, oltre el muro se sentiva bater Barba Toni. Un colpo bateva Barba Toni e un colpo bateva mio nono, come a risponderghe. E intanto che el bateva el pianzeva. A un certo punto el se ga dito " Ma cossa pianzo mi per un bacalà? Se i fioi no me lo ga mandà vol dir che no i ga podesto, importante xe che i staghi ben lori, bacalà sarà ancora che noi no saremo". E cussì el ga smesso de bater, el se ga alzà el se ga sugà le lagrime.

    Ma la tentazion iera forte, "vedemo che bacalà che ghe ga mandà Vincenzo a Barba Toni?" El ga ciolto la scala, el xe andà su per un per de scalini e el ga cucà oltre el muro. Là te iera Barba Toni che el bateva con el manigo dela manera sul zoco e el pianzeva."

  • "El figher de mio nono"

    di

    Roberto Stanich

    Co' iero picio iera guera, la seconda guera per intenderse, e se stava mal. Gavevimo i tedeschi in casa, i partigiani in bosco e i Inglesi e Americani che ne butava bombe del ciel. De magnar iera sai poco e le done le doveva lambicarse ogni giorno per trovar qualcossa de meter in pignata per i fioi e i veci, dato che i maridi iera per lo più via.

    Mia mama, povera, la andava in bicicletta per i paesi a zercar un poco de farina, oio, ovi, in cambio de qualche vestito vecio de mio papà. Iera pericoloso perché per strada se incontrava de tuto, Tedeschi, Druzi e ala fine perfin Mongoli. Ma istesso bisognava andar perché se no no se magnava. Una volta, me ricordo, con una sua cugina, le se gaveva fato inprestar un careto con el mus del vecio Ive che ne portava late per andar fina rente San Piero a cior farina, patate e qualche altra roba, se se trovava. Quela volta le me gaveva portà anche mi e iero tuto contento che le me farà guidar el mus.

    Dunque, semo partidi de matina presto e all'andada xe andà tuto ben. 'Sto mus col careto svodo el coreva tuto contento e semo rivadi in poco tempo in 'sto paeseto, che no me ricordo più come che el se ciama, ma vizin San Piero. Bon, gavemo disligà el mus che el vadi a pascolar e le babe se ga meso a contratar con 'sti contadini per comprar patate , farina e altre magnerie. Le ga fato boni afari e, dopo mezzogiorno, gaveno tacà de novo el mus al careto e semo partidi per tornar a Pola. 'Sto mus però el andava sai più pian che ala matina, pensavimo che forsi iera el carigo, ma no gavevimo po' tanta roba, che forsi el gaveva magnà tropo in pascolo o chisà cossa altro. Fato sta che, ogni tanto, 'sto mus el ralentava e el se fermava. Per farlo ripartir bisognava smontar del caro e tirarlo per la caveza ma dopo altri cento metri el se fermava de novo. Ala fine el ga sbandà fora dela strada e el careto xe andà a finir in fosso. Là xe stà el panico, zà scominziava a far scuro e iera pensier de come tornar a casa. Per fortuna, là rente iera una casa e mià mama la xe andada a zercar qualchedun che ne iuti a tirar fora el caro del foso. Xe rivà un vecio che subito el se ga meso a bestiemar che cossa 'ste babe le va in giro per el mondo col mus, che le staghi a casa a tender i fioi. Ma quando che el ga vardà meo el mus, el se ga messo a rider: "Ma come volè che 'sto mus camini, no vedè che ghe gavè meso el comato storto, la caveza ghe va sui oci e lui no vedi più". El ghe ga drizà el comato, tirà via la caveza dei oci e el mus xe partì in quarta fina Pola. Questo per dir che anche a guidar el mus ghe se vol la patente. Bon, ve domanderè cossa che centra 'sta storia del mus con el figher de mio nono? Gnente, ma xe solo per far capir meo che tempi che iera e cossa che se doveva far per trovar la boba. Ma vignimo ala storia del figher. Vizin de casa nostra a Pola ghe iera un distaccamento de Tedeschi. Iera territoriali, tuti vecioti, riciamadi in tempo de guera. Mio nono, che soto l'Austria el gaveva lavorà in cantier, el gaveva fato squasi amicizia con un sotoufizial, un certo Franz. 'Sto Franz iera un bon omo, austriaco, de vizin Graz e col nono, un poco par talian e un poco par tedesco, i se intendeva. Mio nono zercava anche de rangiarse un poco e alora i fazeva scambi. Franz ne portava bighe de pan nero, margarina e qualche volta anche un tocheto de speck, che lori i gaveva sai bon. Mio nono in cambio ghe procurava legni de meter in stua e anche qualche fiasca de grapa che lui faceva de contrabbando in cantina. ' Sto commercio xe andà ben per un poco, fintanto che mio nono ga zimà un grosso figher che gavevimo in orto. Quel giorno xe rivà Franz che el gaveva bisogno de legni e mio nono, ne uno ne due, el ghe ga carigà sul camionzin i rami del figher che el aveva taià la matina. Franz ghe ga dà do bighe de pan e un toco de speck e quela sera a zena gavemo magnà ben. La matina dopo, de bonora, sentimo bater forte sul porton e zigar par tedesco in strada: "Stanich, apri porton,! Ti omo cativo, voler imbroiar soldato todesco! Vieni fora subito, sofort! " Mia mama la va a vardar de drio dei scuri e la vedi Franz con due altri soldai in montura de guera e coi sciopi in spala. La va subito a sveiar mio nono che el iera un poco sordo e nol gaveva sentì gnente. Mio nono al momento el se ga stremì e nol voleva andar fora ma Franz continuava a zigar e a bater e ala fine el ga dovù vestirse e andar a sentir cossa che el voleva. Come che el xe vignù fora, el ga visto subito che Franz iera sai rabià. El ga anche notado che sia lui che i altri do soldai i aveva i oci rosi e nol capiva perché. Franz, come che lo ga visto el ga scominzià a zigar: " Ti imbroiato me, ti dato cativi legni, no fa fogo solo fa fumo, tuti soldati male ochi, capitano molto rabiato, voler mandar mi Russia, io mando ti Germania." E el gaveva anche ragion perche el legno de figher, specie se fresco nol brusa e el fa solo fumo. Bon, mio nono gà fato sai fadiga a convinzer Franz che nol gaveva fato a posta e che per piazer no lo mandi in Germania. El ga dovù procurarghe altri legni per gnente e ghe ga costà anche altre due fiasche de grapa. Franz, ala fine el se ga convinto e el ghe ga dito: "Mi porto ancora pan, brot, ma ti Stanich mai più dare mi legni di figher".

    Ani dopo, a guera finida, 'sto figher che gavevimo in orto el iera diventà enorme. No se rivava andar fina su in alto e tuti i fighi li magnava i usei o i muli de oltre el muro dato el andava a finir fina in strada. No rivavo mai capir perché mio nono no lo voleva zimar, fina a quando mia nona no me ga contà 'sta storia.

  • El giogo dele s'cinche

    di

    Roberto Stanich

    Le s'cinche iera de tanti tipi, ogniduna col suo nome e col suo valor. Quela che valeva de meno iera la "piraia". La iera fata de argila, piturada de diversi colori. I colori se sconsumava sai presto, cussì che el suo color diventava maron. La piraia la valeva un solo un colpo. Dopo vigniva le "vetraie". Come che disi el nome, le iera de vetro e se le trovava in te le fiasche de pasareta. Ghe iera due tipi de vetraie, quela verde, che valeva 3 colpi e quela bianca, che la valeva 4 colpi. Dopo ancora vigniva la "sassaia". La iera fata de sasso e la valeva 6 colpi. Questa iera quela che se usava de più per giogar, perché la iera dura e no la se macava quando che la ciapava i colpi. Le s'cinche più bele iera le "americane." Le iera fate de vetro, con tanti colori e le valeva 7 o 8 colpi, secondo la beleza. Le iera però delicate e le se macava facilmente. La "marmaia", fata de marmo bianco, la iera sai rara e la valeva 12 colpi. Mi ghe ne gavevo solo una. El valor più alto lo gaveva i "bisini"che iera come le "americane" ma più grandi. No se li usava per giogar ma solo per far scambi. El giogo gaveva le sue regole che se doveva rispetar. El campo de giogo iera un toco de tera ben lissada con in mezo un buso che se ciamava "vaga". La "vaga" se la fazeva puntando per tera el taco dela scarpa e girandose intorno fina a che no iera fato el buso. Mi gavevo un per de scarpe che andava sai ben per far 'sti busi, perché mio papà me gaveva tacà i fereti in punta e sul taco per non sconsumar la siola. Fata la "vaga", se scominziava a giogar in due, in tre o anche de più. Chi che iera più svelto el diseva "ultimo" e el tirava per ultimo, che iera un vantaggio. Un altro diseva "pe", che voleva dir penultimo e el tirava prima del' ultimo. Chi che no diseva gnente, doveva meter zò la sua s'cinca per farse tirar dei altri. Se el diseva "pensa" , alora el podeva sconder un poco la s'cinca de drio de qualche saso, sempre che chi che doveva tirar no gavessi zà dito "gnente pensa". Se chi che doveva tirar diseva "neta" el podeva netar el percorso dela sua s'cinca, sempre che quel altro no gavessi zà dito "gnente neta" o "sporca". Come che vedè, bisognava rispetar una procedura con regole sai ben definide. Dopo questi "preliminari", chi che doveva tirar per primo el se meteva col mignolo dela man sul'orlo dela vaga e el tirava la sua s'cinca, zercando de colpir quela del'aversario. Iera diversi modi de tirar. Chi che no saveza giogar ben el tirava "a rusolo", cioè el sburtava la s'cinca con el dito police per farla rodolar, zercando de colpir quela del'aversario. Inveze, chi che iera bravo, el tirava "a sblock". Questo iera come un tiro balistico, a parabola, la s'cinca la pasava oltre i ostacoli e la colpiva quela del'aversario. Mi zercavo de tirar a sblock ma no sempre la s'cinca andava dove che miravo. Me ricordo che iera muli sai bravi a giogar che i girava per le campagnete, portandose via le s'cinche che i vinzeva. Qualchedun giogava anche per soldi ma noi no, perché no gavevimo mai un boro. Una volta xe vignù in te la nostra campagneta un mulo de Castagner, un certo Marieto. 'Sto mulo el gaveva un sacheto pien de s'cinche, bele, de tuti i tipi e colori. Mi me go fato gola e ghe go domandà de giogar, pensando de vinzer qualcheduna. Go tirà fora la mia "marmaia" per far bela figura e gavemo scominzià a giogar. Dopo i primi tiri, go subito capì che 'sto Marieto iera più bravo de mi ma, oramai, no podevo tirarme indrio. E, purtropo, colpo dopo colpo el xe rivà a 12 colpi e el me ga vinto la mia "marmaia". Me vigniva de pianzer ma go dovù darghela. "Debiti di gioco, debiti d'onore" xe el deto.

  • Le braghe de l'Inglese

    di

    Roberto Stanich

    Co' iero picio, dopo che xe finida la guera, a Pola xe rivadi i Americani e i Inglesi, "Truppe Alleate di Occupazione " i ghe diseva. Dopo tanta fame, bombardamenti, guera, se ga scominzià a star un poco meo. Ma no iera tuto bel. Apena fora de cità iera i posti de bloco dei Druzi e per andar a Medolin o Dignan o anche a Fasana ghe se voleva la "Propusniza", come che i ciamava lori la carta de identità. Per pasar el bloco bisognava far la fila e i fazeva sgarbi. I visitava anche per veder che no se fazi contrabbando de spagnoleti e borsa nera de oio, luganighe e altre magnerie.

    Ma in cità se stava ben. Sti soldai gaveva soldi "Amlire" de spender, masima i Americani e la gente se rangiava. Iera però sai confusion perché 'sti Americani i se imbriagava e dopo i fazeva scagaz. Mi li vedevo quando che pasavo con mia mama per cità vecia, in Via Kandler, per andar de mia zia che la stava vizin el castel, sentadi fora dei locai con 'ste done tute piturade con el spagnoleto in boca, che mia mama me diseva sempre de no vardar e mi no capivo per cossa. Lori i beveva de tuto e, quando che i iera imbriaghi, i faceva baruffa e i se bastonava fina che no rivava quei con el elmo e la fassa sul brazo con sora scrito MP, "Military Police", che iera la sua polizia. Questi i ghe dava col manganel per la testa e lori subito i se quietava, come con una medicina e i se lassava portar in caserma. I Inglesi i beveva anche lori ma più bire e quando che i se imbriagava i iera più calmi. I rideva, i diseva monade, i cantava anche ma no i faceva scagaz come i Americani. Bon, indifferente. A noi ne gaveva scominzià a vignir per casa un Inglese, un certo John. Iera un putel cocolo, un biondin con i oci ciari, sai educado. Mia mama, povera, la zercava sempre de ciapar qualche soldo e la ghe lavava e stirava le braghe e le camise. Lui vigniva due volte la settimana, el ghe portava un per de braghe e una camisa de lavar e el se portava via la roba lavada e stirada. El iera sai contento perche mia mama la iera brava de stirar, specie le camise, senza una piega. Qualche volta el ne portava una scatola de formagio, quel gialo olandese o pacheti de butiro salà che lori i usava magnar col pan. Mio nono ghe dava de bever bicerini de trapa che lui fazeva de ginepro "smrikva" e che el diseva che iera come gin. Bon, tuto bel fina che un giorno xe sucessa una disgrazia. Intanto che mia mama la fazeva fogo in lisiera per scaldar l'acqua e far zenere, una falisca xe andada a finir propio sule braghe de l' Inglese e la ga fato un buso, groso come una moneda, apena soto del ginocio. Tragedia, mia mama iera disperada, cossa che la ghe dirà a John. La gà provà a meter un tacon sul buso ma iera tropo in vista. Mio zio, quel più giovine, che ghe piaseva sempre cior pel cul, el carigava ancora de più: "xe una roba seria, se iera un American no iera problema. Lori i xe richi, i ga tanta roba e un per de braghe de più o de meno no fa diferenza. I Inglesi inveze i xe diversi, lori i xe più strenti e i ga la roba contada ,una cava e una meti, notada sul registro del magazin. Se i rompi un per de braghe i le devi pagar". Bon, el giorno dopo riva 'sto John a ritirar la roba lavada. Mia mama lo fa sentar, la ghe ofri un bicerin e, squasi pianzendo, la ghe scominzia a contar quel che xe sucesso, che xe stada una disgrazia, che no la ga fato aposta, che, scalogna, la fallisca propio sule sue braghe doveva andar a finir. 'Sto Inglese nol capiva ben cossa che la diseva e el scominziava a preocuparse, fina a che la ghe ga fato veder le braghe brusade. Alora el se ga meso a rider e el ghe ga dito "no problem, tagliare gambe di braghe e fare shorts, braghe curte, no tropo curte, short, gnanche tropo lunghe,long, one inch, un dito sopra ginochio." Mia mama, tuta contenta de gaverla scapolada, subito la ghe ga dito che la ghe farà ela, che la taierà le braghe no tropo curte, gnanche tropo lunghe, un dito sora el ginocio e che la ghe farà una bela pieta con la machina de cusir. E cussì la ga fato e el Inglese se ga portà vie le sue braghe curte tuto contento.

    Un per de giorni dopo, vedemo rivar 'sto John in montura alta e con le cotole. Mia nona no lo gaveva gnanche conossù e la gaveva domandà "chi xe quela baba in montura?" E inveze iera John, che el doveva andar a sonar i pifferi ala sfilata dei militari ai giardini. Lui ne ga spiegà che nol iera propio Inglese, anche se el parlava la stessa lingua, ma prettamente Scozese e i Scozesi co' i se meti in montura alta i ga la cotola. Iera una bela cotola, lunga soto el ginocio, a quadri de colori diversi, con i plissè, propio scozzese e mia mama ga fato girar in tondo John per veder come che la ghe stava de drio. Tutintun, 'sto Scozese el fa:"look, vardè" e, ne uno ne due, el se tira su la cotola. Mia nona la se ga spaventà, "Maria Vergine" la ga dito"cossa ne vol far veder veder 'sto mato?" e subito la se ga fato el segno de la crose, pensando che, come che i diseva, i scozzesi soto le cotole no portava mudande. E inveze, indovinè cossa che el gaveva soto? Le braghe curte che ghe gaveva taià mia mama, che ghe tigniva caldo, perché sufiava bora e quele xe parti delicate.

    Bon, "tutto è bene quel che finisce bene" i disi. Purtropo per noi no la se finida ben. Infati, dopo un poco i Americani e i Inglesi xe andadi via e dopo un altro poco semo dovudi andar via anche noi.

  • I Dindii Selvadighi

    di

    Roberto Stanich

    Co’ iero picio, dopo i Tedeschi e i Anglo-americani, a Pola xe rivada la “Jugoslavenska Armija”, l’armata jugoslava o, come che ghe disevimo noi, “i drusi”.

    Iera tanti soldai in giro per la cità, tuti con la stela rossa sula bareta e, intanto che i marciava, i cantava “ Druze Tito, ljubicize bijela….” La gente ghe gaveva subito fato la rima “Druze Tito, dane pesse frito” e anche “Ljubicize bijela, dane la gamela”. Questo per far capir che el problema principal iera ancora la boba. Iera el razionamento con le tesere e se trovava sai poco de comprar. Quando che rivava la roba, bisognava far file enormi e no sempre se rivava ciapar. Le done le andava de matina presto in mercato e in giro per le boteghe per trovar qualcossa de far per pranzo o per zena. Quando che le vedeva una fila, le domandava “cossa i da?” “oio”, ghe rispondeva qualchedun o “farina” e alora le se meteva in fila anche lore. O, altre volte, se vigniva a saver che là, in quela bottega vizin del Ponte, iera rivadi , tanto per far un esempio, capuzi garbi. E alora, tute ‘ste done a corer con le borse e con le pignate per comprar e, quando che le rivava là, i capuzi iera zà finidi. Magnavimo pan nero, de quel che scricolava soto i denti. I diseva che iera farina che vigniva dela Turchia dove che iera deserto e che alora che ghe iera dentro sabia. Mio nono diseva inveze che la sabia ghe la meteva dentro lori per far pesar de più la farina. Insoma, no iera ben e la gente doveva zercar de rangiarse. Mia mama la cusiva e ne vigniva per casa ‘ste babe in braghe e con la bareta con la stela rossa, le “drugarize”, per farse far le “borse za zize”, cussì le ciamava lore i regipetti. Anche mio nono el cercava de iutar e el se gaveva messo a ingovernar spacher, quei che ogi ciamemo cucine economiche,per ciapar qualcossa. Questi spacher iera sai boni ma col tempo el calor ghe brusava el rivestimento interno e anche la lamiera. Mio nono, che el gaveva lavorà in cantier, el iera bravo de far ‘ste riparazioni. El fazeva el rivestimento completo del spacher coi matoni refratari e la malta de un cemento special che i ciamava “samot”. El riparava anche la lamiera metendoghe dei taconi de lamierin tacadi con i ribatini. Qualche volta, la gente no gaveva soldi per pagar e, alora, la dava in cambio qualcossa de magnar. Insoma se se rangiava. Cussì xe sucesso anche con un Crovato de nome Branko che el se gaveva messo con una baba de Pola che stava vizin de noi. El ne gaveva portà ‘sto spacher, vecio, sai mal ridoto de riparar e, un poco in italian, che lui gaveva imparà qualche parola, e un poco “po nasu”, che mio nono gaveva imparà de picio a San Piero, i se ga intendesto. Mio nono bel ghe ga ingovernà el spacher e lui, per paga, ne ga portà due bestie selvadighe. Iera due usei, ma grossi e senza piume. ‘Sto Branko ga dito che xe dindii selvadighi che lori i ciapa in tei sui boschi là in Lika. E perché che no i ga piume? Ghe ga domandà mio nono “Perché je uzel giovino” ga risposto Branko “ma sai bon, rosto su bronze, ezzelente!” Bon, ga dito mio nono, li faremo ingrassar e li magneremo per Pasqua. Mia mama no iera tanto convinta, ma istesso gavemo messo ‘ste bestie in una caponera in orto e gavemo scominzià a darghe de magnar. ‘Sti usei gaveva sempre fame e se no ghe se dava i zigava come mati, che la siora Tonina, che la stava là vizin, la gaveva anche protestà, che raza de bestie che tignimo in caponera. In casa no ne vanzava tanto de darghe ai usei e, alora, mi andavo col secio a cior vanzumi e anche lavature de piati de siora Maria, che la lavorava in mensa dei ferrovieri. Lori tuto i magnava e co’ andavo in caponera i iera cativi e i me becava. “Bisogna gaver pazienza” diseva mio nono “xe bestie selvadighe”. Bon, finalmente xe rivada la settimana prima de Pasqua e mio nono ga dito che ‘sti usei iera cressudi abbastanza, anche se i gaveva ancora poche piume, e li ga mazadi. Dopo li ga speladi e li ga messi a frolar per un pochi de giorni in cantina.. El giorno de Pasqua, la matina presto, el ga impizzà el fogo, e, quando che se ga fato bele bronze, el ghe ga messo sora ‘sti due usei, impiradi su de un fero che el fazeva girar su due cavateti, “allo spiedo”, insoma. Dopo un poco che i se rostiva, gavemo scominzià a sentir spuzza, come de freschin, ma mio nono ga dito subito che xe normale, che la selvaggina per forza spuzza de selvadigo e el xe andà avanti a rostir Ogni tanto el tastava ‘sti usei con el piron per veder se i iera fati ma i iera sempre duri. A mezzogiorno gavemo deciso che i doveva esser fati per forza, li gavemo cavai del fogo e messi in un grande piato per taiarli. Mio nono ga scominzià a taiar i tochi ma el fazeva sai fadiga. El ghe dava la colpa a ‘sti cortei, che noi taia mai, che bisogna guarli, ma ala fine, aiutandose anche col marsan , el ga rivà a taiar ‘ste bestie e mia mama ga portà in tavola. Gavemo scominzià a magnar ma fin del primo bocon se ga visto che ‘sta carne no iera bona, la saveva più de pesse che de carne ma de pesse marzo come. Se gavemo vardà in tei oci e gavemo tirà via la roba del piato. Mio nono ga provà a magnar ancora ma anche lui, dopo un poco, el ga lassà, con la scusa che iera carne dura e che lui no gaveva denti boni. La sera gavemo provà a darghe ‘sta carne al can, che el gaveva sempre fame e el magnava de tuto ma gnanche el can no ga volesto magnar e cussì gavemo butà tuto in scovaze.

    El giorno dopo, mio nono xe andà del vecio Ive, che iera caciador e el conosceva tute le bestie selvadighe, e el ghe ga portà de veder qualche piuma che ‘sti usei per saver che bestie che iera. El vecio Ive ga vardà ‘ste piume e el ghe ga dito “Giovanni, ma queste xe piume de cucal giovine, no xe bon de magnar, i ovi sì, quei xe boni e se pol magnarli in fritaia coi sparisi, co’ xe stagion, ma no la carne, la ga tropo de freschin e de pesse”. Mio nono xe restà de sasso, el xe vignù drito a casa e el ga dito: “Anche questi i ne ga ciavà”.

  • L'Inprinting de l'Istria

    di

    Roberto Stanich

    Penso che tuti gaverè sentì parlar de " l'inprinting" quel fenomeno dela natura che se verifica per le bestie apena nate. Succedi che la prima roba che 'ste bestioline le vedi, quando che le verzi i oci, ghe resta impressa in maniera indelebile per tuta la vita. In genere, xe la mama che le vedi per prima e alora, per istinto, le se ataca e le fa tuto quel che fa la mama. Me ricordo un pochi de ani fa che i gaveva fato per television una commedia con Tino Buazzelli che el iera malà con la febre in leto e el gaveva covà un ovo de oca. Quando che iera nata 'sta picia ocheta, la pensava che Tino Buazzelli fussi la sua mama e la lo seguiva depertuto. Anche più de recente go leto che i gaveva fato nasser delle oche selvadighe, originarie dela Siberia, de una qualità assai rara e in via de estinzion e, quando che le xe nate, i ghe ga fato veder un picio roplan, in modo che le pensi che quel xe la sua mama. Dopo, con 'sto roplan i ghe ga insegnà a svolar e, ala fine, tute in ciapo, el roplan davanti e le oche de drio, i le ga menade fina in Siberia. Ma xe anche l'inprinting del posto dove che se nassi, come che ga per esempio le tartarughe de mar, che le va a far i ovi sempre in te le stesse spiagge, i salmoni che dopo esser andadi per mar i torna in tei fiumi dove che i xe nati, nudando contro corrente e fazendo salti per passar oltre le cascate. Xe un istinto assai forte e queste bestie le meti a riscio anche la vita per tornar in tel posto dove che le xe nate. Purtropo, con la "civiltà e el progresso" (per modo de dir), i posti i cambia e no i xe più come che i iera una volta. Alora capita che, per esempio, le rondinele no le torna a far el nido soto al nostro tetto perché no le se senti più come a casa.

    Mi go avù l'inprinting de Pola e de l'Istria. Vardando ben, mi go vissù assai più ani in altri posti dove go affetti, lavoro, interessi. Ma el mio posto dove tornar, apena che posso, xe Pola e l'Istria. Quando che vegno in auto, mi sento subito, apena passà el confin, quando che la strada la se rampiga su per el monte sora Capodistria e, dopo, quando che scominzia la terra rossa, mi sento subito una roba drento, verzo el finestrin, respiro e sento un aria diversa. Vardo come che xe fate le case, i alberi, le campagne, i paesi, la gente e me sento a casa. Xe una roba dificile de spiegar e chi che no la prova no la pol capir. Mia moglie, i mii fioi i xe vignudi con mi una moltitudine de volte, ghe piasi l'Istria, ma no i senti quel che sento mi. Quando che se riva vizin al mar po,' quel'odor de salmastro e quella brezza che me passa tra i cavei me fa vignir i brividi.

    Andando in giro per el mondo, tante volte me son trovà a far i confronti e a zercar cossa che ghe xe de simile con la mia città. Cussì, me ricordo, che a Howth, un paeseto de pescadori vizin a Dublino in Irlanda, iera un'osteria sul mar dove che andavo a magnar granzi che me pareva de esser ala Fischerhutte de inverno, perché là el clima xe più fresco. E anche un giardin publico a Tel Aviv, dove, passegiando de sera, me pareva de esser ai giardini Valeria a Pola. E de inverno, in montagna, quando che xe quel fredo suto, che te pizziga le rece e un poco de ventisel, mi sero i oci e me par che sia borin. Questo xe "Inprinting".

    Purtropo, el mondo cambia sempre più rapidamente e anche le nostre città e i nostri posti i xe soggetti a grandi cambiamenti. Le case vece le sparissi e se costruissi case nove, la città se slarga e se perdi verde e campagna, el mar, le spiage, le pinete, dove che una volta se se trovava in pochi, adesso le xe piene de gente de fora . Coi ani, i amici, le persone care e i conossenti i diventa sempre de meno e i foresti sempre de più. Xe una legge de natura inesorabile che se devi accettar ma se resta disorientai. Xe come che ghe succedi a quei delfini o anche quele balene e balenottere che ogni tanto se legi sul giornal che, per qualche ragion le perdi l'orientamento e, inveze de nudar verso el mar verto, le nuda verso tera dove che le se arena sula spiagia e le mori. No se sa perché che le se comporta cussì ma mi penso perchè le xe disperade che no le trova più la sua casa.

    Cussì me succedi anche a mi qualche volta e me vien voia de cantar come che cantavimo quando che iero in colegio dei profughi:

    Profughi siamo, figli del dolore,

    Sensa casa e sensa gnanca gnente..

  • "LA TORE" Nº 4, 15 giugno 1994

    PIU' PASSA EL TEMPO, PIU`GO VOJA DE TORNAR

    Me xe capitá squasi per caso de gaver per le mani el Nº uno e tre de "La Tore". A parte la bontá de chi ga voludo parlar ben de mi, quando go letto ste pagine me se ga strento el cor.

    Me xe vegnú in mente tante cose, e la nostalgia (che per molto tempo pol anche darte paze, la xe sempre in fondo all' anima che la cova come le bronze soto la zenere) la me ga ciapá e la me ga strucado fori dei oci,che tropo spesso se desmentega de pianser, due lagrime grose come due bisi.

    Legendo pó el articolo del mio amico Mario Zoia, che ricorda episodi dela vita pasada insieme, me son reso conto che gavemo vissú le stesse emozioni ala stessa maniera, almeno cussí credo, visto che i ricordi xe identici.

    Go capí anche cossa xe una vera amicizia. Caro Mario, anca ti come Fiume, anche se non se gavemo piú visto, e se gavemo sentido poco, ti me xe sempre vivo, anca se soto la zenere, basta una sufiada e l'amicizia se impiza come prima.

    Xe pasà molti ani, tante robe xe sucese, bele, brute, erimo muleti, adeso semo quasi veci, ma te devo confesar che dentro son rimasto come iero, e questo te fa viver mal, perché i altri vol che ti cambi secondo le circostanze, e no i te perdona se ti son sempre ti.

    Te devo confesar che piú pasa el tempo, piú go voja de ritornar, e perderme fra quei monti che gavemo traversá quasi mezo secolo fa.

    Fin adeso, go avú poco tempo, e quei pochi giorni de vere ferie che gavevo ogni ano go dovudo far qualcosa per la familia. Mia moje non xe fiumana, e no la pol capir che, chi come noi ghe volemo ben ala nostra tera, al nostro mar, non pol mai desmentegarse né trovar paze in altre parti.

    Scuseme el mio dialeto, che parlo più con mi che con i altri. I mii fradei i sta ognidun in un posto diverso, cusí le oportunitá de parlar xe poche.

    Ora continuo in "talian", cosí faccio forse meno sbagli, per dirvi quanto mi ha fatto piacere apprendere che esiste una minoranza cosí vitale che fa di tutto per tramandare la cultura Fiumana.

    Quelle poche volte che sono venuto a Fiume, mi sono sentito un estraneo a casa mia, e avrei voluto che la gente sapesse che ero un fiumano vero (i miei sono nati in Calle Canapini).

    Mi auguro che dietro il vostro esempio, anche i fiumani di adozione sentano il bisogno di conoscere la storia di Fiume, di far propria la sua cultura, in modo che tutto quello che é stato fatto in passato non muoia con i veri fiumani.

    Saluto tutti i concittadini, quelli che mi conoscono e quelli che non mi conoscono, e quegli amici che, anche se sparsi per il mondo, avessero la ventura di leggere "La Tore".

    Viva Fiume e i Fiumani.

    Abdon PAMICH

  • Due righe di testimonianza

    La mia Mama, Piera Vernier Scala

    di

    Giulio Scala

    Mi scrivo sempre quel che me capita, inte la vita de ogni giorno, qua in Veneto Orientale, sperando - con ste ciacole - de tegnìrve un poco de compagnia.

    Presempio, venerdi dopopranzo son andado cola mia molje a portarghe fiori a la molje del nostro amico Toni che ghe xe nato un picio in Ospedal.

    El Ospedal el xe novo. Se vederii che bel. Tuto vetri e tuto lustro, che par non un Ospedal del Comùn, ma una Clinica privata de quele che indove che in televisiòn i fa le Telenovele/teleromanzi dei dotòri.

    Leto elètrico che se struca un botòn e el va su e zò, aria condizionada ( anche de inverno) infermiere tute bele e eleganti, insoma una roba proprio mericana, de lusso.

    A mi me xe vegnudo inamente la mia mama, che essa la era levatrice a Fiume. Prima, dal 1926 al 1936, dieci anni in Ospedal Civile di SS. Spirito - ex- Acadèmia Naval de la Marina Ungarese - in ultimo piàn, in "maternità" e dopo - anche durante la guera, fino al 1946 - la era libera profesionista, lavorando privatamente.

    Mi credo che la gabi " rilevado" ( come che se diseva una volta) un pèr de generazioni de fiumani.

    Bionda, alta, magra e assai energica, essa la era sempre in movimento, sempre reperibile a tute le ore del giorno e de la note ( chissà perché i fioi i nassi squasi sempre de note)..

    La coreva per sta Fiume, anche de inverno, de note, col fredo e cola bora che la sufiava e non la gaveva paura de andar in giro - sola - per andar a far nàsser un pìcio fiumàn, gnanche durante la guera, col coprifuoco e cole ronde de la Feldgendarmerie tedesca e, dopo, cole patulje de la milizia jugoslava.

    Come tanti de noi fiumani, essa la parlava ben per todesco e la se rangiava col croato.

    Se la familja la era " benestante" e la abitava inte i "quartieri alti" presempio in Via Donatello alora la mia mama la ghe mandava dopo la sua " parcella".

    Se nasseva un pìcio in una sofìta de Zitavecia, de pòvara ente( quela volta no'i gaveva la Cassa Mutua) alora essa non la ghe cioleva gnente, la fazeva tuto senza domandarghe una lira, anzi mi me ricordo che la ghe portava de regalo panuze e altra roba che ghe ocoreva ala mamma e al picio.

    Una santa dona, la mia mama.

    Quando che semo andadi via de Fiume, nel quarantasei,a mi i me gaveva ciolto inte el Colegio " Niccolò Tommaseo", a Brindisi ( che fame, muli ! ) e la mia mama , essa la gaveva trovado - tramite la Famiglia Masè, sui clienti a Fiume, indove che i gaveva due salumerie ( una granda in Piaza Regina Elena, sul cantòn Via Carducci/Via Ciotta) - un posto de levatrice in una " condotta" de montagna, indove penso che nissùn voleva andar, in un picio paeseto de la Alta Val di Cembra, a 1700 metri, cole stradete tute in piòver, con 120 abitanti, comprese le crave e le armente.

    Anche là i era proprio pòvari, ma cussì pòvari che i gaveva solo un poco de tera, piena de grèbeni e gromaze e i omini i andava a lavoràr in Svizera. De inverno - con due o tre metri de neve - la mia mama, essa la doveva anche andàr a assister una partoriente in qualche " maso" isolado in montagna, a due o tre ore a piedi dal paese. Per andar suso, de note, per zerti sentieri jazadi, la se doveva mèter soto dei scarponi, i "rampini" per el jazo, (che in Trentino i li ciamava "carpelle".

    Tuti, anche là i ghe voleva 'sai bèn e anche se i non gaveva bori i ghe portava ovi, mièl, speck e butiro.

    Una volta era nato un bambino asfittico, tuto blu e no'l respirava. I voleva già mèterlo in una scatola de scarpe de cartòn soto el leto e bonanote. La mia mama, essa la se ga fato portàr due mastèle, una de aqua calda e una de aqua freda e la ga scominziado a tociàr sta pòvara cratura in acqua freda e in acqua calda per mèter in moto la circolaziòn. Dopo un poco, sto pìcio el tàca a frignàr a tuta forza. La gente zigava." miracolo, miracolo."

    De quela volta, la mia mama la gaveva in sti paesi la fama de Santa e tuti ghe basava le mani. El fato era che, prima che essa la rivassi de quele parti ( la mia mama la se gaveva diplomado a la Scuola de Ostetricia de la Università de Padova) i gaveva una vècia "mamana" che la fazeva tuto solo per pratica antica e quando che un fio el nasseva "morto" (asfittico) era Destìno, Insh'allah.

    Quando che mi go finido la scola, a Brindisi, son stado anche mi un due inverni in sto paese, che el se ciamava "Piscine di Sovèr" indove che finiva la strada e che, quando che era assai neve, non vegniva gnanche la coriera.

    Adesso se passa de là cola nova strada asfaltada per andar de Trento a Cavalese, in Val de Fiemme.

    Mi ero grande amico del parroco, Don Lorenzo e , sicome che lui el sonava ben la chitara e mi quela volta sonavo la fisarmonica, quando che de un contadìn era batèzo o sposalizio, alora noi due fazevimo grandi sonade e grandi magnade de polenta e luganighe con bicerini ( e bicèri) de grapa che i la distilava in bosco, de contrabando.

    • * *

    Dopo se gavevimo trasferido a Genova, e la mia mama, essa - senza più el suo lavòr - che per essa el era stado tuta la vita più una missiòn che un lavòr, non la se gaveva mai ambientado coi genovesi che i parlava un dialeto che el era foresto e che non la capiva.

    La xe morta nel mile novecento sesanta oto, de embolia, dopo de una operazion, ma mi credo anche de tristeza, lontàn de la sua Fiume.

    Mi go pensado che sarìa stado assai bèl ricordàrse una volta de sta dona, che in vita sua la ga fato tanto del ben e che la xe morta sentindose - come tanti de noi Fiumani in Esilio -"straniera in Patria".

    Grazie e adio muli.

    Giulio Scala

  • Pasquetta Isola - Strugnan...iera una volta....

    di

    Mario Lorenzutti

    Gente mia, quanti ani che xe pasai de quando noi Isolani andavimo al Santuario de Strugnan a festegiar la nostra Pasqueta.Iera una ricorensa che noi fioi spetavimo con ansia.....,come dir,iera la prima scampagnada de primavera ,fata insieme ala famea e co` i amici.Quanti ricordi per noi isolani pensando a sto giorno! Iera duta una preparasion...: la setimana prima le nostre mame e none le iera dute indafarade a preparar le "pinze " e per noi fioi no mancava mai le"titole".Ve le ricorde`no?Quele fate come una coda,co` l`ovo colora`in canton.Per colorar sti ovi se li boiva in acqua ,insieme a un toco de carta de napa,quela carta colorada e ingrespada che de solito iera messa intorno ala napa , in cusina ....,o anca se usava le foie de altricioco (oggi carciofo)....Iera sempre una gran competision tra le nostre done e te sentivi dir : le mie xe piu` bele,le mie xe un poco brusade ,le mie no se ga leva` `bastansa ,forsi le iera tropo condide o go messo tropa trapa o rum.... Ma che profumo che se sentiva co se passava davanti o vissin ai nostri forni ,che durante la setimana santa i iera indafarai al massimo .Se vedeva le done che col pianer in testa le tornava del forno con sto ben de Dio ,lasandose drio una scia de profumo de pan bon che a noi fioi ne fasseva vignir l`acquolina in boca. Ma .....,no se podeva tocar le pinse e le titole fina la domenega de Pasqua. Finalmente,la matina de Pasqua ,prima de `ndar a Messa,se podeva magnar una feta de pinsa ,fasendo sopa in tel cafe` o per i piu` fortunai tociandola in tela ciocolata .....Ma quei che `ndava a cior la Comunion doveva spetar dopo Messa.....,ve ricorde` che in quei tempi , se doveva esser digiuni per ricever el Signor....Me ricordo che me nono ghe piaseva tociar la pinsa in tel vin ,magari nel nostro refosco ,opur nel bicer de moscato che noi isolani lo fasevimo `ssai bon. Pasqua a Isola iera una roba granda e cusi` credo anca nei altri paeseti istriani. Me ricordo la cesa piena dela nostra gente,......la iera cusi` piena che noi fioi dovevimo sentarse sui scalini che `ndava sull`altar. Iera primavera,iera voia de tornar a vive....In sta ocasion la nostra gente sercava de vestirse come che i podeva meio,magari con qualche vestitin novo,iera la stagion nova e.... bisognava far bela figura . A Isola gavevimo dei sarti bravi e anca se no se podeva ver dei tochi de stofa novi ,se risolveva la question rimodernando e rimodelando la roba vecia ....che saria "voltar i manteli" come che se diseva o altri capi de vestiario per poder far bela figura " in piassa"...e esser eleganti nel nostro picolo. E ,po` ,no se diseva che noi, a Isola , gavevimo le piu` bele mule dell`Istria?!.... Tornando ala Messa granda,chi xe quell`isolan che no se ricordara` la Messa celebrada del nostro paroco Don Giuseppe Dagri ,ma per noi duti, conosu` come el paroco Biri ?... Un gran orator ,che con le sue prediche a ne fasseva vignir i brividi ...,se diseva :A ga propio un don de natura ,xe pochi come lu che predica cusi` ben, insoma ,ierimo orgogliosi de lu. Me ricordo che tante volte a doveva sonar anca l`organo ....,se sa in cesa bisogna far un poco de duto .Ma ,bisogna anche dir che a gaveva anche un gran aiuto da Don Attilio ,ultimo paroco de Isola prima dell`esodo,e Don Antonio ,grandi e benvolui anche lori .Chi gavaria mai imagina`,a quei tempi ,che per noi le robe dovesi cambiar per sempre.....?Chi varia mai pensa` che per noi isolani , Isola , diventara` solo che un ricordo....? Ma,pasemo ala scampagnata de Strugnan.... De solito ,el tempo iera sempre bel ; me ricordo che a casa mia se preparava un poco de duto ; iera sa pronto el radiceto novo e se se portava drio un pochi de ovi lessi,cunigio `pana`, un poco de formaio, un poco de parsuto ,le pinse no mancava ,compreso el vin . Se impiniva le borse e se partiva ....Strugnan no iera lontan....Chi `ndava a pie,chi col caro e caval o asino,chi in bicicleta,chi co la barca......,ma la magioransa `ndava caminando,in compagnia ,ciacolando....Noi ,de solito ,`ndaimo per la curta : passavimo sora dei rivassi de San Simon; de la` ,se fasseva presto e se godeva de un panorama che no ve digo .Rivai a Strugnan ,la prima roba che se fasseva,iera de `ndar in cesa e dopo ver scolta` la Messa dita dai frati o dal nostro prete isolan se `ndava a veder i quadri ex voto dove che anca tanti isolani ghe gaveva dedica` ala Madona per le grasie ricevute. Devo dir che a mi ,de fio, iera una roba che me restava `ssai impressa. Dopo ,pian,pianin se `ndava sui prai in giro ala cesa .La ` ,se sceglieva un bel posto dove che se distirava una coverta portada `posta da casa e se tirava fora dale borse el magnar che se magnava in compagnia coi parenti e amici e per noi ,quela volta ,iera un ben di Dio. Noi fioi corevimo in qua e in la`,sercando i nostri amici spagliai un poco per duto,per dopo `ndar duti insieme fin la` de la Croce,propio la` ,in sima al rivasso.Che bel che iera ! Che sensasioni! Che bela vista! Per noi mularia ,ierimo felici cusi`,no domandavimo altro,iera quele giornade indimenticabili ! Me ricordo anca, che co la matita fasevimo el nostro nome sula Croce....,sperando de trovar la scrita anca el prossimo ano . Questo iera parte dele nostre tradisioni del periodo de Pasqua , che noi fioi ,ma anche i grandi ,no gavessimo mai pensa` che un giorno dovessi duto finir. Intanto ,per i prai in giro ala cesa iera duto un`alegria ,un ciacolar ,cantar ,insoma quele giornade che no se volaria che finisi mai . A sol a monte ,se cominciava meter via la roba per tornar a casa .Magari ,prima de tornar verso Isola ,se faseva un gireto per le saline ,per ingrumar qualche maseto de santonego che le nostre mame diseva che fasseva `sai ben pei vermi.... come che se vedi ,la nostra gente pensava a duto... Dopo se se incaminava, in clapa verso el paese e iera sempre qualchidun che intonava qualche vecia canson popolare e duti ghe `ndava drio in alegria.Tra le varie canson me ricordo : Tuti mi chiamano bionda ,ma bionda io non sono .... Va l`ombra ,va l`ombra Nineta ,ch`el sol ti fa male .... e via disendo e per finir ....Magari col caro de Rucola ,magari col caro de Rucola,a Isola voio tornar formando un belissimo coro che ne `compagnava fin a Isola.....Questa iera la nostra gente:gente onesta ,umile e laboriosa che per colpa dei altri e no nostre ,le robe xe cambiade per sempre. Ma ,el ricordo del nostro paese vivara` sempre con noi,ierimo e semo e saremo sempre Isolani....,almeno questo nissun podara` portarne via.Anche se sparpagliati per il mondo ,per noi isolani ,Isola sara` sempre nostra.....,rimara` sempre con noi ,perche` l`abbiamo sempre amata....Vi saluto dal Canada con Isola nel cuore Mario Lorenzutti

  • Ciao! Mi chiamo Lea Šćulac. Sono la studentessa del 4 anno della Facoltà di lettere e filosofia di Zara, studio la lingua italiana e russa. Sono istriana e mi interessa molto il dialetto istro-veneto, anzi ho il desiderio di scrivere la laurea su questo tema. Anche io ho tante memorie della mia infanzia che trattano la vita con la mia cara nonna e proprio ad uso di questo dialetto. Fino tre anni fa usavo molto spesso il dialetto istro-veneto, ogni giorno, mentre vivevo a Umago con la nonna. Vorrei elogiare questi articoli scritti, sono molto divertenti, interessanti e umoristici. Cari saluti, Lea.

  • grazie Lea Šćulac e complimenti per i tuoi studi, perchè non ci scrivi qualche ricordo di tua nonna in dialetto? Mi farebbe molto piacere leggerti e immagino che dei bei ricordi de nona ti ne gaverà tanti :-) in bocca al lupo per i tuoi studi e la tua laurea e complimenti ancora, è raro che i ragazzi giovani di oggi amino il dialetto a tal punto di portarlo come materia alla tesi di laurea.. e questo ti fa davvero onore..Grazie picia..un baseto de cuor :-*

    Maria

  • In breve vi scrivo come per me è nata l’amore per il dialetto istro-veneto. Da quando eravamo piccoli, io e mio fratello spesso ascoltavamo parlare la nostra mamma con i suoi parenti il dialetto istro-veneto. In questo modo il linguaggio entrava nelle nostre orecchie. Comunque, noi spesso andavamo a visitare la nostra cara nonna Albina a Umago. Lei ne raccontava molte favole vechissime che lei le sapeva ancora dal tempo quando lei era bambina. Invece quando eravamo a casa, mamma ne cantava alcune canzoni italiane, come per esempio: „Da Trieste fino a Zara“, „La mula de Parenzo“, „Mamma mia dammi cento lire“, “Finché la barca va“ di Orietta Berti, “Bella ciao“,..

    Già come bambina io ricevevo l’influsso positivo della lingua italiana, dei suoi costumi, delle abitudini. Partendo dalla cucina della mia nonna, è nata l’amore per cucinare presenta dai tutti membri della mia famiglia.

    Ricordo sempre che già dall’ inizio avevo grande difficoltà nelle lezioni della lingua italiana, specialmente nella scuola elementare. Siccome io parlavo spesso il dialetto istro-veneto e non la lingua standard, per me era difficile dire alcune frasi esclusivamente in italiano standard. Mescolavo le parole dialettali e le parole italiane, per esempio sapevo dire: “Mi piace bevere il latte caldo “invece di „bere“; “Qualcheduno“ invece di „qualcuno“ e tante volte mi confondevo tra le parole „culo“e „collo“. Mi vergognavo tanto quando ho capito che cosa avevo detto, ma le professoresse non lo prendevano sul serio.

    I nostri nonni ci hanno mostrato come è importante conoscere le loro lingue origini, materne, vari dialetti perché si è dimostrato che hanno influenzato tantissimo.

    In ogni caso credo che non lo dimenticherò mai, il dialetto istro-veneto perché la sua forma specifica e musicalità resteranno sempre nel mio cuore, ricordandomi dei giorni felici passati nella mia infanzia.

    È vero che non tanti ragazzi giovani di oggi amino il dialetto, e a tal punto di avere il desiderio di portarlo come materia alla tesi di laurea. Per me grazie a questo dialetto è nata l′amore per studiare la lingua italiana. Ecco adesso vi racconto un ricordo di mia nonna in dialetto. Si tratta di una delle favole che lei mi raccontava quando ero bambina. La favola si chiama „Miseria“.

    Mižeria (Miseria) iera (era) una povera e vecchia donna che viveva da šola (sola) e che non gaveva (aveva) niente se no un albero di fighi (fichi). Nel paese c’erano tanti ragazzini possiamo dire farabuti, che šempre (sempre) le rubavano questi fighi. Inšoma (Insomma) ella (lei) non šapeva (sapeva) cosa far(e), non šapeva come cacciarli via. Così un giorno si è ricordata di mettere una colla così che poveri si sono taccati. Per intiera (intera) notte šono sono( stati) lì e non podevano (potevano) andar a casa. Il giorno dopo i loro genitori dovevano andar a prenderli. Alla fine questa mižeria ha continuato a vivere da šola (sola) e nella šua (sua) mižeria (miseria).