"CI CHIAMAVANO FASCISTI. ERAVAMO ITALIANI" il nuovo libro di Jan Bernas

  • L'ESODO E LE SUE FERITE: a gennaio il nuovo libro di Bernas che racconterà la nostra storia.

    Jan Bernas, giovane giornalista di origine polacca dell'Agenzia Apcom di Roma, da tempo attento studioso delle nostre vicende, esce a gennaio prossimo col suo libro "Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani", per le Edizioni Mursia e con la prefazione di Walter Veltroni (già Sindaco di Roma e profondo conoscitore della comunità giuliano-dalmata della capitale).

    Ecco la sinossi del libro, che presentiamo in anteprima.

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    Pensate a casa vostra, al vostro quartiere, alla vostra città. Gli odori, i colori, le vie, la gente. In ogni angolo risuonano voci e rumori. È la vostra terra. Ne riconoscete quasi per istinto il respiro.

    Dialetti, tradizioni e modi di dire. Feste, canti e luoghi di ritrovo. Luoghi d'amore, che vi dicono chi siete e da dove venite.

    Ecco, provate ora a immaginare il silenzio. La vostra città, i suoi vicoli, le sue piazze, le sue chiese senza più rumori, odori, parole, senza più la sua gente. Vuota. Silenziosa. Deserta. Un silenzio irreale che avvolge e ovatta tutto. Il vostro mondo diventa altro. Lentamente si spoglia di voi. E voi di lui. Altri se ne appropriano. Altri prendono il vostro posto. Quelle vie che erano la vostra stessa identità, oggi, rivedendole lasciano nell'animo solo un'innaturale senso di estraneità.

    Così un vecchio polesano, in un antico dialetto contaminato ormai da inflessioni romanesche, ha descritto il suo esodo. "Bisogna immaginare - diceva - perché quello che abbiamo provato e sofferto noi 350.000 istriani, fiumani e dalmati nell'abbandonare per sempre la nostra terra e le nostre case, lo si può solo immaginare". Sembra impossibile, oggi, soltanto pensare a una Firenze vuota senza fiorentini, a una Roma silenziosa senza romani o a una Napoli deserta senza napoletani. Sessant'anni fa, questo è accaduto. Ed è accaduto a Capodistria, a Rovigno, a Buie, a Parenzo, a Dignano, a Pola, a Fiume e a Zara. Interi borghi, intere famiglie, un'intera regione svuotate della propria essenza. Come in una lenta ma inesorabile emorragia. Come in un trasloco dell'anima.

    Persone che furono costrette a lasciare la propria terra. Altre che scelsero l'incognito e la perenne nostalgia, pur di non doversi staccare anche dalla propria identità. Decisero di restare quel che erano sempre stati, italiani. "Forse - come ha poeticamente detto l'ultimo vescovo di Fiume, monsignor Ugo Camozzo – la più bella espressione d'amore che l'Italia abbia ricevuto durante l'ultima guerra".

    Al posto di chi partiva, altri arrivavano. 'Altri' istriani: croati e sloveni che da secoli condividevano insieme agli italiani la stessa terra e la stessa storia. Ma anche tanti serbi, bosniaci, macedoni, kosovari, croati o sloveni dell'interno che alla fine del secondo conflitto mondiale si riversarono in massa ad occupare il vuoto lasciato dagli italiani. Loro sì, davvero 'altri'. Altra cultura, altra storia, altra lingua, abitudini, tradizioni, colori e profumi. Questa 'invasione dell'altro' ha trasformato per sempre l'Istria, Fiume e Zara cambiandone volto, aspetto, identità. E così agli esuli che ormai anziani tornano da stranieri ad assaporare i loro ricordi, resta solo l'illusione più intima di ritrovare gli stessi volti, gli stessi profumi e parole che li avevano accompagnati da giovani.

    Gli esuli, come a volte si sente dire, non sono emigranti. I tanti napoletani, veneti, siciliani che per quasi due secoli hanno attraversato l'oceano in cerca di fortuna in America, in Australia o in Argentina, sapevano che Napoli, Venezia, Palermo erano lì ad aspettarli, ad abbracciarli al loro ritorno. Attraversando semplicemente l'Adriatico, gli esuli istriani, fiumani e dalmati hanno detto addio per sempre al loro mondo, nutrendo la nostalgia solo di ricordi sempre più sbiaditi di quel che era ed ora non è più. "Fiume è un'altra città adesso". "Zara è quasi irriconoscibile". "La mia Pola, non esiste più". Gli esuli, non sono emigranti, ma un popolo sradicato dalla propria terra.

    Nel visitare le bellissime città che costellano l'Istria, il Quarnero e la Dalmazia, nel camminare per quei vicoli, nell'ammirare quei campanili, quelle piazze, quel mare non si può almeno per un istante non fermarsi a pensare a come dovevano apparire prima della guerra. Quali parole o profumi avremmo sentito? Quali i volti che avremmo incontrato? Non lo sapremo mai. Possiamo solo immaginare. Oggi, nelle case degli esuli, nelle loro città vive altra gente. Pola è diventata Pula, Capodistria Koper, Rovigno Rovinj, Buie Buje, Parenzo Porec, Dignano Vodnjan, Fiume Rijeka e Zara Zadar. L'essenza di quei posti è cambiata. Non solo i nomi. Sono passati poco più di 60 anni, eppure sembrano trascorsi secoli.

    Chi oggi da Trieste passa il confine che non c’è più e va a Capodistria, Pirano, Rovigno, Pola e fin giù alla punta estrema dell'Istria, percepisce a pelle un senso di familiarità con questi luoghi. Sembra quasi di conoscerli da sempre, di esserci stati milioni di volte. Un'intimità istintiva che inconsapevole ci rassicura osservando le calli, i campanili veneziani delle chiese, le mura e le piazze della 'città vecia'. Basta però leggere le insegne dei negozi, ascoltare le parole dei passanti, guardarne i lineamenti per ripiombare nella consapevolezza di aver ormai varcato il confine.

    Ma in Istria, come recita una nota canzone, non sono solo le pietre a parlare italiano. In ogni città, in ogni piccolo borgo vivono persone che, per scelta o perché costrette dalle circostanze, decisero di restare a casa propria: i 'rimasti'.

    Un termine sgradevole per chiamare gli italiani d'Istria, di Fiume o della Dalmazia. Quasi un marchio, che negli anni ha scavato una profonda frattura con gli esuli, suscitando risentimenti e diffidenze reciproche. 'I filo-slavi, i traditori, gli amici di Tito, gli assimilati, i comunisti': questi gli insulti che i 'rimasti' per anni hanno dovuto sopportare.

    Oggi, con la caduta del comunismo e lo sfaldamento della Jugoslavia, le due facce dello stesso popolo si sono riavvicinate e i circa 40.000 che vivono tra l'attuale Slovenia e Croazia sono tornati ad essere chiamati semplicemente per quello che sono: italiani.

    Di città in città, di casa in casa, entrando in punta di piedi nel loro mondo, si avverte in questi italiani dimenticati un'istintiva felicità nel trovarsi di fronte a un connazionale. "Uno dei nostri", direbbero loro. Dopo anni di silenzio represso e lacrime mai piante, poter raccontare la propria tragedia personale e di popolo assume un senso di liberazione, come un grido di dolore per troppo tempo caduto nel vuoto. E non importa se di fronte c'è uno sconosciuto, le cicatrici non si lavano e piangere non è una vergogna. Con orgoglio e ostinazione, gli italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia rivendicano la propria secolare autoctonia, rispetto alle altre minoranze slave accumulatesi nel corso degli ultimi decenni. Oggi, non sono che una goccia in mezzo a un mare slavo. Ridotti a minoranza, gli italiani hanno perso la virilità di popolo, costretti ad assistere impotenti alla snaturalizzazione della loro terra in un tormento quotidiano: "È come se ci fossimo trasferiti, senza mai muoverci, riscoprendoci stranieri a casa nostra".

    Questo libro nasce dunque da un viaggio, spirituale e di coscienza ancor prima che di ricostruzione degli eventi. E come in un viaggio, sono le voci non filtrate dei protagonisti a tracciare il percorso narrativo, offrendo a chi legge una panoramica capace di accendere un cono di luce su quanto accadde in quel fazzoletto di terra alla fine dell'ultima guerra. Si vuole così riscoprire una pagina di storia italiana per troppi anni dimenticata o raccontata solo attraverso la faziosità e gli opposti opportunismi della politica. Questo libro vuole andare ben oltre le foibe, diventate nell'immaginario collettivo simbolo di una vicenda assai più complessa. Nell'ascoltare le tante storie riportate, emerge però un denominatore comune: esuli o rimasti, vicini al regime di Mussolini o partigiani comunisti, nella Jugoslavia di Tito bastava essere italiani per venire discriminati e perseguitati.

    L'opera si compone come un mosaico. Racconti di esuli e rimasti ordinati secondo la zona o la città di origine, in un ideale intreccio di esperienze personali ma che messe insieme descrivono il dramma comune di un popolo. Sono uomini e donne, spesso di opposta fede politica, ma accomunati dalla stessa sorte e dalla stessa accusa: "Fascisti!".

    Tutti i 'rimasti', in quanto italiani, vengono guardati con sospetto. Non sono pochi quelli che conoscono l'inferno dei campi di concentramento titini, raccontato dalle testimonianze di due sopravvissuti a Borovnica e a Goli Otok. Altri, invece, descrivono il quotidiano tormento di chi decise di non abbandonare la propria terra, riscoprendosi giorno dopo giorno minoranza e straniero a casa propria.

    Ma anche per gli esuli, nell'Italia del dopoguerra, l'accusa è, paradossalmente, la stessa. Sono malvisti perché considerati 'fascisti in fuga' dal 'paradiso socialista'. Un'intera generazione senza terra viene accolta nei campi profughi, tra indifferenza e diffidenza. Per dare l'idea del clima che trovano in Italia i 'fascisti in fuga', ecco cosa scriveva L'Unità nell'edizione dell'Italia Settentrionale, sabato 30 novembre 1946: "Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi".

    È la voce di un bambino a raccontare l'assalto degli operai della stazione di Bologna al vagone merci, su cui viaggiava con la famiglia, diretto al campo profughi. Gridano: "Blocchiamo il treno dei fascisti!".

    C'è poi la storia della fuga da Fiume di due fratellini, che si ritrovano a vivere soli nel campo profughi di Novara. Uno di loro sarebbe diventato il portabandiera dell'Italia alle Olimpiadi del 1972. Tra chi scappava in cerca della libertà c'è l'odissea di una famiglia ebrea di Fiume, salvata dal coraggio di una famiglia di Portogruaro, oggi riconosciuta fra i "giusti tra le Nazioni" in Israele. O ancora, la testimonianza di una donna, a cui i titini hanno infoibato sette familiari. Sopravvissuta all'affondamento della nave Campanella, è rimasta nelle carceri jugoslave fino al 1949.

    Ultima tessera del mosaico, forse la meno conosciuta, è rappresentata dagli italiani che scelgono di restare sposando il progetto socialista della Jugoslavia di Tito. A loro si aggiungono quelli del 'contro-esodo', partiti appositamente dall'Italia per costruire il Comunismo. Un'odissea umana prima ancora che politica, raccontata da due partigiani, un fiumano e un monfalconese, e finita con la fuga e il disincanto per gli ideali traditi.

    Questo non è e non vuole essere un libro di storia, semmai un insieme di testimonianze capaci di ricostruire nella loro complessità i fatti, le sofferenze e le opposte ragioni che portarono un popolo con lingua, usi e tradizioni comuni a dividersi. Un popolo prima abbandonato e poi dimenticato da un'Italia matrigna, che dopo oltre sessanta anni ancora fa fatica a riconoscere dignità e onore a migliaia di suoi figli, sacrificati per lavare gli errori e gli orrori di una guerra sciagurata.

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    Il volume sarà in libreria da gennaio.

    CREDO CHE SARA' UN BEL LIBRO DA LEGGERE...



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  • Ho letto il libro, mi è piaciuto tantissimo e non sono mancati brividi e commozione, nel leggere le testimonianze di esuli e degli italiani rimasti in Istria..storie diverse seppur tanto uguali, che ognuno di noi, si riconosce nei protagonisti di quei racconti..

    consiglio a tutti di leggerlo :-)

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    (tratto da internet) (Voce del Popolo 16 mar)

    UNA SOLA "COLPA"..ESSERE ITALIANI..

    FIUME – Senza grossi paroloni, senza retorica, senza quell’enfasi che spesso contraddistingue i politici, così un vecchio di Pola, esule in Italia, narra il dolore dell’abbandono della propria terra: “Pensate a casa vostra, al vostro quartiere, alla vostra città. Gli odori, i colori, le vie, la gente. In ogni angolo risuonano voci e rumori. È la vostra terra. Ne riconoscete quasi per istinto il respiro. Dialetti, tradizioni e modi di dire. Feste, canti e luoghi di ritrovo. Luoghi d’amore, che vi dicono chi siete e da dove venite. Ecco, provate ora a immaginare il silenzio. La vostra città, i suoi vicoli, le sue piazze, le sue chiese senza più rumori, odori, parole, senza più la sua gente. Vuota. Silenziosa. Deserta. Un silenzio irreale che avvolge e ovatta tutto. Il vostro mondo diventa altro. Lentamente si spoglia di voi. E voi di lui. Altri se ne appropriano. Altri prendono il vostro posto. Quelle vie che erano la vostra stessa identità, oggi, rivedendole lasciano nell’animo solo un’innaturale senso di estraneità.” Ora, immaginate di passare per queste stesse calli e piazze – luoghi in cui siete nati e cresciuti, e prima di voi i vostri genitori e nonni, e chissà ancora quante generazioni addietro – e non solo sentirvi maledattamente stranieri a casa propria, ma di venir additati con il marchio infame di “fascisti”. Perché italiani. In Istria, a Fiume (e macroregione), in Dalmazia. Esuli e rimasti: due voci di una tragedia comune; due voci che da tempo stanno gridando l’ingiustizia subita sessanta e passa anni fa. Per decenni nessuno le ha ascoltate e, per certi versi, alcuni continuano, in parte, ancor sempre a ignorare, a far finta che non esistano, oppure a sentire una sola delle due. Quella più insistente, o semplicemente quella più capace di ottenere quell’amplificazione necessaria affinché la si percepisca nella maniera più incisiva.

    Di libri sulle foibe e sull’esodo degli istriani, giuliani e dalmati, ne abbiamo ormai a disposizione parecchi. Dopo il Giorno del Ricordo (10 febbraio), che rende omaggio, in Italia, alle vittime di queste vicende dimenticate, oltraggiate da un silenzio colpevole, si sono moltiplicate documentazioni, racconti, ricostruzioni storiografiche sulle sofferenze di 350mila persone costrette a lasciare le loro case dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Una voce, quella degli esuli, che dunque si sta facendo strada anche tra il più vasto pubblico da qualche anno a questa parte.

    Presentazioni a Fiume e Trieste

    Trasversalmente, dà spazio anche “all’altra voce”, quella dei rimasti, uno dei libri freschi di stampa sull’argomento, “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”, di Jan Bernas, edito da Ugo Mursia (Milano 2010, 192 pp., 16 euro), con una coraggiosa prefazione a firma di Walter Veltroni. Il volume verrà presentato venerdì prossimo a Palazzo Modello, con la partecipazione di Jan Bernas, nell’ambito di un incontro promosso dall’Unione Italiana in collaborazione con la Comunità degli Italiani Se ne parlerà anche a Trieste, il giorno prima, nella sala di lettura della libreria “Minerva” (via S. Nicolò, ore 18), su iniziativa del Circolo di Cultura istro-veneta “Istria”, con l’intervento dell’autore, di Livio Dorigo, presidente del Circolo, e del giornalista Ezio Giuricin. Jan Bernas, giornalista italiano di origine polacca, nasce a Roma nel 1978 e attualmente lavora per l’agenzia di stampa Apcom, occupandosi dell’Europa Centro-Orientale e balcanica. Scrive per “Il Messaggero” e collabora con la Fondazione Farefuturo, con il blog “Il Cannocchiale” e con la rivista di geopolitica “Equilibri”. Laureato all’Università di Bologna in Scienze Internazionali e Diplomatiche, ha conseguito un master in European Policy presso il College of Europe.

    Un’opera che, tra cronaca e storia, ricostruisce tassello dopo tassello l’intero mosaico, il dramma comune di un popolo. L’Unione Italiana l’ha definita “meritevole di essere distribuita” nel territorio dell’insediamento storico degli italiani che ne sono protagonisti, tra le Comunità degli Italiani, le scuole e le istituzioni dei rimasti, la Comunità Nazionale Italiana. Nel motivare la proposta di acquistare, dalla casa editrice, duecento copie del libro (con uno sconto del 35 per cento, per cui il valore complessivo dell’operazione è di 2.130,46 euro al lordo, comprese le spese di imballaggio e di spedizione), la Giunta esecutiva dell’UI rileva che l’autore, con questa pubblicazione, “ha voluto presentare sotto una diversa luce, fatta di testimonianze, una pagina di storia italiana troppo spesso dimenticata”, e ha intervistato e raccolto le testimonianze di diversi connazionali rimasti: Claudio Ugussi (Buie), Giovanni Radossi (Rovigno), Anita Forlani (oggi a Dignano, ma originaria di Fiume), Tullio Vorano (Albona), Nella Smilovich (Pola), Laura Marchig, Elvia Fabianić e Maria Schiavato (Fiume). Le loro, le nostre storie, si affiancano e intrecciano a quelle degli esuli Bruno De Bianchi (Cittanova), Mafalda Codan (Parenzo), Sergio Bormé (Rovigno), Livio Dorigo, Myriam Andreatini e Lino Vivoda (Pola), Abdon Pamich, Franco Gaspardis, Federico Falck ed Erio Franchi (Fiume), nonché all’esperienza di Dino Zanuttin, di Gradisca d’Isonzo, uno dei tanti italiani del cosiddetto controesodo che nell’allora Jugoslavia, nei campi di concentramento titini, vedrà infrangersi il sogno di una società più giusta e migliore.

    Un «mea culpa»

    Il libro in Italia ha avuto eco soprattutto per una sorta di “mea culpa”, messo nero su bianco, da Veltroni. Per l’ex segretario del Partito democratico, quello che portò alla tragedia delle foibe fu “un odio alimentato dall’ideologia, in questo caso soprattutto dall’ideologia comunista”. “La verità – aggiunge il politico italiano, che già in passato aveva sottolineato responsabilità e silenzi della sinistra italiana sulla tragedia delle foibe – è che nessuna costruzione ideologica, di nessun tipo e di nessun colore, può giustificare la violenza, la privazione della libertà la persecuzione e l’uccisione di migliaia di persone. E non c’è niente, né un se, né un ma, che possa far dimenticare il modo orribile in cui questo avvenne”. Veltroni con le sue parole chiarisce gli equivoci su “quell’ondata di violenza antitaliana” e non nasconde le responsabilità di quella rimozione: “Di quelle sofferenze e di quello sconvolgimento, infatti, l’Italia e la Repubblica non hanno colto né allora, né per tanto tempo dopo, la portata e il significato nazionale. Anche per colpa di una parte importante della cultura della sinistra, prigioniera dell’ideologia e della guerra fredda”. Una sinistra che troppo spesso ha minimizzato la portata di quello che avvenne, giustificandola con la crudeltà dell’occupazione fascista dei territori sloveni e croati: “Ma questo nulla toglie al dovere che tutti hanno di riconoscere che nessun rancore storico, nessuno spirito di vendetta può giustificare quel che avvenne, e il modo barbaro in cui avvenne. Ad alimentare l’espansionismo nazional-comunista di Tito fu un intreccio perverso di odio etnico, nazionale e ideologico. Un odio che colpì, come mette bene in luce l’autore, fascisti, antifascisti, persone senza una precisa posizione politica”.

    Oltre le foibe

    Brevi capitoli dedicati alla storia, poi Jan Bernas cede il passo alla voce dei protagonisti: ricorda gli italiani, quelli costretti ad andarsene e quelli rimasti – goccia in un mare slavo – a difendere con ostinazione la propria autoctonia. Gli esuli, “dimenticati da una patria matrigna, che dopo oltre sessant’anni ancora fatica a riconoscere dignità e onore a migliaia di suoi figli, sacrificati per lavare gli errori e gli orrori di una guerra sciagurata”; i rimasti, abbandonati di fronte all’avanzare delle truppe jugoslave di Tito alla fine della Seconda guerra mondiale. Come sottolinea l’autore, “paradossalmente, tutti subirono la stessa accusa: fascisti! Gli esuli perché in fuga dal paradiso socialista. I rimasti perché italiani”. Questo libro, spiega Bernas, vuole andare ben oltre le foibe, diventate nell’immaginario collettivo simbolo di una vicenda assai più complessa. Perché nell’ascoltare le tante storie riportate, emerge che donne e uomini, spesso di fede politica opposta, sono accomunati dalla stessa sorte e dalla stessa accusa: “Fascisti!”.

    Situazioni paradossali

    A differenza dei numerosi testi finora pubblicati su tale argomento, “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani” non si limita a riportare vicende passate, ma offre una prospettiva presente, raccontando le difficoltà e le condizioni, spesso al limite dell’assurdo, in cui vive da sessant’anni la CNI, spesso affiancando e confrontando le esperienze di italiani che, oltre a essere connazionali, sono stati in un certo senso anche concittadini. Non per “autismo”, ma semplicemente per dare rilievo a una “storia che nella storia è stata doppiamente obliata, riportiamo le parole dei “rimasti”. Esordisce il pittore e scrittore di Buie (nato a Pola), Claudio Ugussi: “Siamo cresciuti portandoci sulle spalle il peso di un marchio di fuoco, indelebile: ‘Italiani fascisti’. (...) Tutto quello che era italiano era fascista. Era automatico. Il paradosso era che in Italia, noi che avevamo deciso di restare e di non abbandonare la nostra terra, siamo stati, e a volte lo siamo ancora, tacciati di essere comunisti. O peggio, amici di Tito. Qui, i croati invece ci urlavano: ‘Fascisti!’. Uno strano destino, il nostro. Fascisti in Croazia, comunisti in Italia.”

    Anche il rovignese Giovanni Radossi illustra quanto è stato difficile essere, rimanere italiani a casa propria, mantenendo la propria dignità e l’onestà morale e intellettuale: “In città (Rovigno, nrd) non c’era un atteggiamento pregiudiziale antiitaliano, a condizione che gli italiani fossero assolutamente e dichiaratamente a favore dell’annessione dell’Istria alla Jugoslavia. Una discriminante fondamentale a quei tempi. Noi italiani, ancor prima della fine della guerra, eravamo distinti nell’ottica slava tra buoni e cattivi. I ‘buoni italiani’, così ci descrivevano i giornali slavi dell’epoca, erano coloro che in qualche modo avevano accettato o per paura o per convinzione il progetto di annessione e di slavizzazione dell’Istria da parte della Jugoslavia. Nella categoria ‘italiani cattivi’ rientravano, invece, tutti quelli che (...) avevano avuto legami diretti con lo Stato e le istituzioni italiane, anche se non compromessi con il fascismo. (...) Una distinzione che è rimasta ancora ai giorni nostri.”

    Astio e repulsione

    Restare non era impossibile, sebbene difficile, e non di rado significava soffrire, sopportare angherie. La fiumana Elvia Fabijanić (Fabianich, nel libro), all’epoca diciassettenne, finì in carcere, in cella con le prostitute, per una bravata, l’aver strappato dal libro la foto di Tito. E non fu (non è piacevole) sentirsi sempre e comunque “diversi”; stranieri in patria, ma stranieri anche in Italia, dove c’è stata una voluta rimozione della memoria, un oblio collettivo che “ha relegato noi e queste terre nel rifiuto e nella vergogna per il fascismo”, confessa Laura Marchig, di Fiume, che nella sua testimonainza parla anche di “scontro di culture”: “Il mondo croato (e quello slavo in generale) è sicuramente più aggressivo del nostro. E noi italiani di fronte a questa aggressività di solito soccombiamo.”

    Ma non senza lottare. Un grosso peso fu sostenuto – e continua ad essere sostenuto – dalla scuola, dagli insegnanti che salvarono/salvano le istituzioni dalla loro chiusura, dallo svilimento. Come narra Anita Forlani: “Era una lotta quotidiana contro i soprusi e i più svariati tentativi di ridurre gli spazi delle tradizioni e della cultura italiana. Insieme ad altri professori ci battemmo perché la lingua italiana fosse insegnata anche nelle sezioni croate. (...) Scoppiò una specie di rivolta. Gli alunni croati uscivano dall’aula quando iniziava l’ora di italiano. Insegnanti, colleghi ci chiamavano fascisti. Ci facevano il saluto romano quando passavamo. Non fu facile da sopportare. Erano umiliazioni continue. Sono certa che nei giovani di allora, oggi oltre la quarantina, è rimasto un sentimento di astio, di repulsione verso gli italiani, pur avendo imparato e utilizzato la nostra lingua. (...) Nonostante tutto, alla fine siamo riusciti con determinazione e coraggio a mantenere vive le nostre tradizioni e a salvare la scuola, da allora punto di riferimento importante per la comunità italiana, che comunque resta debole ed emarginata.”

    Altrove la scuola italiana non si salvò. Ad Albona il decreto Peruško comportò il trasferimento forzato dei ragazzi con cognomi che terminavano in “ich” nelle scuole croate e, conseguentemente, la chiusura degli istituti italiani. Un provvedimento che ha irrimediabilmente compromesso la continuità storica della presenza italiana nell’Albonese. “La comunità degli italiani qui è molto piccola. Non ha speranza di sopravvivere. Non c’è neanche una scuola di lingua italiana. Non riusciamo ad avere quadri dirigenziali. (...) Quel poco che è rimasto dell’italianità ad Albona è destinato a scomparire negli anni. Sarà rintracciabile solo nei monumenti o nei libri di storia”, afferma Tullio Vorano.

    Rimanere: non sempre fu una scelta e, anche se lo fu, seppur fatta consapevolmente, non fu semplice convivere con le conseguenze di tale scelta. Fu giusta o sbagliata? Un dilemma che, ne siamo convinti, accomuna esuli e rimasti. Ci fu chi partì per l’Italia ma tornò indietro. Nella Smilovich, polese, cita l’esempio di suo padre: “Non riusciva ad abituarsi all’idea di vivere lontano dalla sia terra. Così decidemmo di tornare a casa nostra, a Pola. Non ci volle molto tempo per capire che avevamo commesso un grave errore. La nostra, si era trasformata in una città fantasma. (...) Anche noi, tornando, ci eravamo di colpo trasformati. Nella Jugoslavia di Tito non eravamo più italiani, ma italiani fascisti. (...) Optammo due volte per la cittadinanza italiana, per tentare di ripartire nuovamente. Ma questa volta le autorità slave non ci lasciarono andare e così fummo costretti a rimanere.” Era cambiato il contesto: se nell’inverno del 1947 vi era tutto l’interesse, da parte degli jugoslavi, di ritrovarsi con una presenza etnica italiana ridotta al lumicino, anche al fine di legittimare l’annessione dell’Istria, più tardi, consolidato il nuovo potere, le dimensioni dell’esodo rischieranno di “offuscare” l’immagine che il regime – e quella decantata “fratellanza di popoli” – voleva dare di sé.

    Dimenticare/recriminare

    Microstorie, piccole vicende personali che fanno la Storia, che portano a galla tutte le sfaccettature di questo mosaico di dolori. A lungo gli Stati coinvolti – la stessa Italia, per non parlare della Jugoslavia, poi della Slovenia e della Croazia – hanno cercato di rimuovere questa pagina di storia. Qualcuno dei protagonisti, a livello personale, avrà cercato anche di dimenticare, di reprimere i sentimenti, i ricordi. Per poter andare avanti. C’è anche chi ha cristianamente perdonato. C’è chi non ce la fa. “Non posso. A chi dice oggi che bisogna dimenticare tutto, che dobbiamo andare verso una riconciliazione, vorrei rispondere: ‘Troppo facile. Avresti dovuto esserci anche tu lì con me a Goli Otok, per capire quello che ci hanno fatto, riducendoci a bestie e distruggendo quel che c’era di umano nell’uomo’. Gli slavi li ho odiati e li odierò per sempre”, ammette Sergio Bormé, esule di Rovigno.

    Riconciliazione impossibile? “Io, da rimasta, ho sempre recriminato contro chi se n’era andato. Non riuscivo ad accettare il fatto di essere rimasti così pochi. Se gli esuli non avessero lasciato queste terre forse avremmo potuto avere, seppur all’interno della Jugoslavia, più forza e una certa forma di autonomia. (...) Quando, dopo la caduta della Jugoslavia, si sono organizzate le prime riunioni, i primi incontri tra gli esuli e noi rimasti, è apparsa evidente la differenza. Ricompattarci, tornare ad essere un unico popolo come eravamo, era ed è illusorio. Sono passati tanti anni, troppi. Io mi considero da sempre irredentista, anche se so benissimo che non rivedrò mai più il tricolore sventolare di nuovo a Fiume. A noi rimasti, non resta altro che tentare di trasmettere e difendere il ricordo dell’identità italiana di Fiume. Ma siamo destinati a scomparire”, conclude Maria Schiavato.

    Parole sconsolanti che denotano tristezza per un destino che la Storia ha voluto diverso da quello sperato, da quello che sarebbe stato giusto; amarezza per le tante, troppe incomprensioni, da parte di tutti; forse anche un po’ di stanchezza nel vedere che le tante battaglie portate avanti sono destinate a svanire sotto i colpi di quell’assimilazione “naturale” che colpisce un po’ tutte le minoranze, anche in assenza di un preciso disegno politico di emarginazione ed annientamento. Ormai tutto è compiuto: non ci resta che piangere? E seppure tra le lacrime continuare a ripetere che Koper è Capodistria, Rijeka è Fiume, Zadar è Zara...

    Ilaria Rocchi