2 GIUGNO - FESTA DELLA REPUBBLICA ITALIANA -

  • (fonte Internet: tratto da Wikipedia)

    FESTA DELLA REPUBBLICA ITALIANA

    La Festa della Repubblica italiana è la principale festa nazionale italiana.

    Viene celebrata il 2 giugno a ricordo della nascita della Repubblica.

    L'emblema della Repubblica Italiana.

    Il 2 e il 3 giugno 1946 si tenne, infatti, il referendum istituzionale indetto a suffragio universale con il quale gli italiani venivano chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo, monarchia o repubblica, dare al Paese, in seguito alla caduta del fascismo. Dopo 85 anni di regno, con 12.718.641 voti contro 10.718.502 l'Italia diventava repubblica e i monarchi di casa Savoia venivano esiliati.

    Il 2 giugno celebra la nascita della nazione, in maniera simile al 14 luglio francese (anniversario della Presa della Bastiglia) e al 4 luglio statunitense (giorno in cui nel 1776 venne firmata la dichiarazione d'indipendenza).

    In tutto il mondo le ambasciate italiane tengono un festeggiamento cui sono invitati i Capi di Stato del Paese ospitante. Da tutto il mondo arrivano al Presidente della Repubblica italiana gli auguri degli altri capi di Stato e speciali cerimonie ufficiali si tengono in Italia.

    LA PARATA

    Nel giugno del 1948 per la prima volta Via dei Fori Imperiali a Roma ospitava la parata militare in onore della Repubblica. L'anno seguente, con l'ingresso dell'Italia nella NATO, se ne svolsero dieci in contemporanea in tutto il Paese mentre nel 1950 la parata fu inserita per la prima volta nel protocollo delle celebrazioni ufficiali.

    Attualmente il cerimoniale prevede la deposizione di una corona d'alloro al Milite Ignoto presso l'Altare della Patria a Massa e una parata militare alla presenza delle più alte cariche dello Stato.

    Alla parata militare e durante la deposizione della corona d'alloro presso il Milite Ignoto, prendono parte tutte le Forze Armate, tutte le Forze di Polizia della Repubblica ed il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e della Croce Rossa Italiana. Nel 2005, l'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ordinò che defilassero anche il Corpo di Polizia Municipale di Roma in rappresentanza di tutte le Polizie Locali d'Italia ed il personale civile della Protezione Civile. Prendono inoltre parte alla parata militare alcune delegazioni militari dell'ONU, della NATO, dell'Unione Europea e rappresentanze di reparti multinazionali che presentano una componente italiana.

    Dalla sua istituzione sino alla sua temporanea abolizione, la parata militare poteva contare sulla sfilata di maggiore personale. Dopo la re-introduzione l'organico defilante fu ridotto notevolmente e nel 2006 venne praticamente eliminata la presenza di mezzi terrestri ed aerei per ragioni di bilancio.

    La cerimonia prosegue nel pomeriggio con l'apertura al pubblico dei giardini del palazzo del Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica Italiana, con esecuzioni musicali da parte dei complessi bandistici dell'Esercito Italiano, della Marina Militare Italiana, dell'Aeronautica Militare Italiana, dell'Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza, del Corpo di Polizia Penitenziaria e del Corpo Forestale dello Stato.

    Prima della fondazione della Repubblica, la festa nazionale italiana era la prima domenica di giugno, anniversario della concessione dello Statuto Albertino.

    Con la legge 5 marzo 1977, n.54, soprattutto a causa della congiuntura economica sfavorevole, la Festa della Repubblica fu spostata alla prima domenica di giugno. Solamente nel 2001 su impulso dell'allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, il secondo governo Amato, con la legge n. 336 del 20 novembre 2000, riportò le celebrazioni al 2 giugno che divenne nuovamente festivo.



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  • fonte Internet

    (tratto da ILSOLE24ORE - archivio)

    2 GIUGNO 1946: "E' NATA LA REPUBBLICA ITALIANA"

    di Nino Gorio

    "È nata la Repubblica Italiana": con questo titolo freddamente cronistico, studiato per non urtare la sensibilità dei suoi eterogenei lettori, all'indomani del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il Corriere della Sera annunciava che l'Italia aveva mandato in pensione la monarchia. Il risultato era netto, anche se ancora ufficioso e inferiore alle aspettative dei repubblicani: 54,3 voti validi su cento avevano detto sì alla svolta, gli altri 45,7 si erano espressi perché Umberto II, incoronato re meno di un mese prima, restasse sul trono.

    Ma davvero vinse la repubblica? A 61 anni dal referendum che sancì il divorzio tra l'Italia e Casa Savoia, il suo risultato fa ancora discutere. I monarchici lo contestarono subito, parlando di brogli e lamentando che parte della popolazione era stata esclusa dalle urne. I supporters della corona non accettavano la sconfitta, anche perché avevano sperato molto sulla staffetta in zona Cesarini tra Vittorio Emanuele III, il re screditato degli anni fascisti, e Umberto II, sovrano più presentabile, che con Mussolini non era mai andato d'accordo.

    Tutti i ricorsi dei monarchici per annullare il voto furono respinti dalla Cassazione; ma certi argomenti da loro addotti erano tutt'altro che banali. Uno, soprattutto: non tutti gli italiani avevano potuto votare. Infatti nel 1946 i confini post-bellici non erano stati ancora definiti e Roma non aveva riacquistato la sovranità su tre province (Bolzano, Trieste e Gorizia), amministrate dalle truppe alleate. Così altoatesini e giuliani non poterono votare. Idem migliaia di prigionieri che, 13 mesi dopo la fine delle ostilità, non erano ancora tornati a casa.

    Secondo stime monarchiche, tutto ciò si era tradotto nella cancellazione di circa tre milioni di voti potenziali: cioè ben di più dello scarto con cui la repubblica aveva vinto (1.998.639). Dunque, almeno in teoria, il voto dei prigionieri e delle province "ibernate" avrebbe potuto cambiare il risultato; anche se è difficile pensare che i reduci dei lager (in parte internati dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943 e poi rimasti in prigionia per non aver voluto aderire alla Rsi) avrebbero votato in massa per i Savoia, corresponsabili della loro malasorte.

    Quanto alle tre province, pare altrettanto improbabile che gli altoatesini, in maggioranza di lingua tedesca, fossero a favore di una monarchia che aveva avallato la politica fascista di italianizzazione "forzata" della regione. Un dubbio più che ragionevole può esistere invece per la Venezia Giulia, dove l'occupazione jugoslava del 1945 aveva lasciato pessimi ricordi e diffusi sentimenti anti-comunisti, che potevano facilmente diventare anti-repubblicani. Il Pci era infatti (con Psi e Pri) un deciso sostenitore della svolta istituzionale.

    Certo che, se la Venezia Giulia avesse davvero scelto la monarchia, sarebbe stata una mosca bianca. Infatti tutte le regioni del Nord (ivi comprese Toscana, Umbria e Marche) votarono compatte per la repubblica. Persino il Piemonte, terra sabauda per eccellenza, umiliò la casa regnante, assegnando alla monarchia solo il 43,1% dei suffragi. Speculare fu il risultato nel Sud, dove tutte le regioni si espressero per la riconferma dei Savoia. Era una spaccatura netta del Paese, disegnata più su basi geografiche che di schieramento politico.

    Abilissima a sfruttare la situazione fu la Dc di Alcide De Gasperi che, intuendo in anticipo il fenomeno, lasciò libertà di voto ai suoi elettori, riuscendo così a prendere due piccioni con una fava: cioè a saltare sul carro dei vincitori e a fare il pieno di voti, anche nelle aree monarchiche del Sud, per i suoi candidati all'Assemblea Costituente, eletti in contemporanea al referendum. Fu allora che il partito cattolico, destinato a governare l'Italia per decenni, divenne la prima formazione politica del Paese, forte di 207 deputati su un totale di 566.

    Ben diversa era la posizione delle sinistre, che sulla cacciata dei Savoia avevano scommesso tutto: "O la repubblica o il caos" amava dire in campagna elettorale Pietro Nenni, segretario del Psi. E lo slogan era diventato un boomerang, perché molti l'avevano letto come una minaccia di tumulti in caso di sconfitta. Tanto che poi lo stesso Nenni, dalle colonne dell'Avanti, organo del partito, si era sentito in dovere di rassicurare: "Nulla accadrà, nulla deve accadere!". In effetti, nulla accadde. O almeno, nulla di visibile.

    Dietro le quinte, però, qualcosa potrebbe essere successo davvero. Come detto, i monarchici gridarono subito ai (presunti) brogli. Il dubbio nasceva dal fatto che i primi seggi-campione davano per vincente la monarchia (si dice che un'informativa in tal senso fosse stata trasmessa dal Comando carabinieri addirittura al papa Pio XII); ma poi le sorti si ribaltarono, come se qualcuno avesse aggiunto migliaia di schede "tardive", tutte repubblicane. L'accusa non fu mai provata, ma negli storici qualche dubbio residuo è rimasto.

    Cinque anni fa il "giallo" è stato riaperto da un protagonista di quei giorni, che monarchico non era affatto: il giornalista-scrittore Massimo Caprara, già segretario del leader del Pci Palmiro Togliatti, poi co-fondatore del Manifesto, infine approdato a Forza Italia. Secondo Caprara, a scrutini in corso Togliatti (che era ministro della Giustizia) avrebbe indotto il presidente della Cassazione dell'epoca, Giuseppe Pagano, a ritardare la diffusione dei risultati. Scopo della manovra: dare il tempo a qualcuno di inserire le schede tardive e "mirate".

    Vero? Falso? Probabilmente la storia dei presunti brogli resterà un tormentone irrisolto. Ma due cose sembrano certe. La prima: lo stesso Togliatti si lasciò scappare una frase sospetta ("I parti difficili vanno aiutati"). La seconda: De Gasperi, allora capo del governo, ancor prima che la Cassazione si pronunciasse, dichiarò perdente la monarchia e diede il benservito al re, come se contasse su un risultato strasicuro. Così, dopo un parto che forse fu cesareo, il Corriere poteva annunciare: "È nata la Repubblica Italiana".

  • (Fonte internet)

    MONARCHIA O REPUBBLICA?

    " Giugno 1846 . In none del popolo italiano

    Il 2 giugno è una data storica per il nostro Paese. Ma la nascita della Repubblica non è “un parto facile”, tutt’altro, e intorno alle circostanze della sua proclamazione si addensano ancora oggi molti interrogativi. Dopo una guerra sanguinosa e vent’anni di regime totalitario, il 2 giugno 1946 l’Italia è chiamata ad un doppio compito: esprimersi sulla forma dello Stato (monarchico o repubblicano) e votare i partiti che saranno rappresentati all’Assemblea Costituente. Dopo molto tempo gli italiani tornano a votare democraticamente (in Italia non si vota dal 1924, escludendo i plebisciti del ’29 e del ’34) e, inoltre, si tratta della prima consultazione in cui hanno diritto di voto le donne (la legge che estendeva il voto alle donne era stata approvata nel gennaio 1945).

    Nel ripercorrere quei giorni febbrili di incertezza e di tensione emergono alcune incongruenze. Ritardi, retrodatazioni più o meno “volontarie” nelle memorie dei protagonisti, oscillazioni di voti e reticenze; tutto farebbe pensare che in quella circostanza sia successo qualcosa di poco chiaro. Che fine hanno fatto le schede bianche e nulle (circa 1.500.000)? Perché tutte le schede votate sono state così velocemente bruciate? Perché De Gasperi scrisse al ministro della Real Casa Falcone Lucifero il 4 giugno dicendo di temere una vittoria della Monarchia? Perché il governo proclamò la Repubblica prima del verdetto della Cassazione?

    I protagonisti di quei fatti sembrano tutti confermare quantomeno una grande “cautela” nella gestione del risultato elettorale Lo storico Giovanni Sabbatucci, però, incalzato sull’argomento, reputa inverosimile l’ipotesi di veri e propri brogli elettorali, sostenendo che spostare due milioni di voti (tale fu la differenza tra i due schieramenti) avrebbe implicato una rete di complicità molto estesa, un controllo capillare del territorio e il coinvolgimento di un gran numero di persone, ed è improbabile che nessuno, negli anni successivi, abbia mai denunciato la propria partecipazione ad un simile piano. C’è inoltre un altro argomento che agli occhi di Sabbatucci chiude la questione: è la consistenza (nettamente maggioritaria) dei partiti repubblicani eletti lo stesso giorno all’Assemblea Costituente a sciogliere ogni dubbio.

    La questione istituzionale

    Un passo indietro... Come tutti sanno l’8 settembre del 1943 è la data in cui il capo del governo, il generale Badoglio, annuncia l’armistizio con gli Alleati. I partiti del CLN pongono immediatamente la questione istituzionale, condannando senza appello la monarchia. Vittorio Emanuele III si rifugia a Brindisi. Nella primavera del 1944, Togliatti, rientrato in Italia dall’esilio sovietico, si fa protagonista della “svolta di Salerno”; nel patto siglato nel capoluogo campano Togliatti e gli altri esponenti del CLN accettano la tregua istituzionale proposta da Badoglio e partecipano alla formazione di un governo di unità nazionale in cui sono rappresentate tutte le forze antifasciste. La questione istituzionale, ovvero se l’Italia debba essere una monarchia o una repubblica, è rimandata alla fine della guerra.

    Nell’aprile del 1944 Vittorio Emanuele III si ritira a vita privata e nomina suo figlio Umberto luogotenente del Regno. A quanto dice Andreotti, però, è un passaggio che scredita la monarchia; Umberto partiva delegittimato, perché a detta di suo padre stesso, era incapace di assolvere a quell’incarico. Il 25 giugno del 1944 il governo Bonomi (appena seguito a quello Badoglio) approva per decreto la cosiddetta “Costituzione provvisoria”: Nel decreto si prevede, che in via provvisoria la funzione legislativa sia esercitata dal Governo attraverso decreti legislativi sanzionati dal Luogotenente del Regno. Nel dicembre del 1945 Alcide De Gasperi diventa presidente del Consiglio. Si accende il dibattito sulle istituzioni; gli USA insistono per un referendum, i partiti di sinistra sono contrari alla consultazione ma poi, nel febbraio dell’anno successivo, si arriva ad un accordo e viene fissata la data della consultazione: il due giugno, anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi. I due schieramenti politici si preparano a fronteggiarsi. Liberali, monarchici e qualunquisti a favore della Monarchia; comunisti, socialisti, repubblicani e azionisti a favore della Repubblica. Pietro Nenni dichiara in quell’occasione: “Non si conduce un paese alla rovina senza che spariscano tutti coloro che si sono resi corresponsabili di tale delitto”. Prudente invece, in quei primi frangenti, la posizione della Democrazia Cristiana, anche perché toccava proprio a De Gasperi il compito di gestire il difficile passaggio. Poi, come ricorda Andreotti, vi fu all’interno della stessa Dc un piccolo referendum e prevalse la posizione a favore della Repubblica. 9 maggio 1946: Vittorio Emanuele III firma l’atto di abdicazione a favore del figlio, che diventa re con il nome di Umberto II (passerà alla storia con il soprannome di “re di maggio”).

    Le forze repubblicane accusano la monarchia di rompere, con questo atto, la tregua istituzionale. Il 31 maggio 1946 la campagna elettorale si conclude con imponenti comizi in tutte le città italiane.

    2 e 3 giugno 1946: il giorno del voto.

    Ci sono molte preoccupazioni; l’Italia uscita dalla guerra è attraversata da forti tensioni ed è necessario tenere a bada qualsiasi scintilla possa far divampare l’incendio, soprattutto nelle zone a forte prevalenza monarchica o repubblicana. Non bisogna dimenticare che l’esercito è ancora formalmente legato al giuramento di fedeltà alla Corona, che l’esperienza della Resistenza è vicina, e che ci sono ancora moltissimi uomini in armi. E’ invece un giorno tranquillo. Alle 14 del 3 giugno si chiudono le porte delle 35.000 sezioni elettorali; l’Italia ha votato. Afferma lo storico Giovanni Sabbatucci: “La Monarchia, attraverso l’immagine certamente più fresca del giovane Umberto, aveva cercato di recuperare lo svantaggio. Fu favorevole al referendum perché il voto popolare era l’unica speranza di rimanere al suo posto; se la discussione fosse stata affidata alla Costituente non avrebbe avuto chance.” Il risultato incerto e la cautela dei protagonisti 3 giugno 1946: i voti iniziano ad affluire al Viminale (allora sede del Governo); le percentuali oscillano in continuazione, a seconda che i dati arrivino dal nord o dal sud (a prevalenza monarchico).

    Il risultato è incerto

    In un primo tempo l’esito sembra favorevole alla Monarchia poi la situazione si capovolge. Il ministro degli Interni Romita, fervente repubblicano, scriverà nei suoi “Diari” che “intorno alla mezzanotte del 3 giugno sembrava che tutto fosse perduto, quando arrivarono i risultati di un nutrito numero di seggi meridionali. Fu un momento terribile”. In effetti sono momenti di grande incertezza. Il Presidente de Gasperi scrive, all’alba del 4 giugno al ministro della Real Casa Falcone Lucifero che “Sic stantibus rebus” non è plausibile una vittoria della Repubblica. E Massimo Caprara, allora segretario particolare di Togliatti, conferma che, in quei momenti, anche i comunisti sono convinti che si stia profilando una vittoria monarchica. 5 giugno 1946: il ministro Giuseppe Romita fa una conferenza stampa in cui si limita a fornire il numero dei voti ottenuti dalle due parti: 12.182.155 per la Repubblica; 10.362.709 per la Monarchia. Lo stesso giorno De Gasperi sale al Quirinale; i Savoia sembrano disposti ad accettare il risultato delle urne, ma poi due giorni dopo un gruppo di giuristi di Padova presenta un ricorso contro il risultato elettorale.

    Tutto sembra nuovamente in gioco.

    Il 5 giugno 1946 il ministro di Grazia e Giustizia nonché segretario del PCI, Palmiro Togliatti, chiama il suo segretario Massimo Caprara e, alla sua presenza, scrive una lettera al presidente della corte di Cassazione Giuseppe Pagano, in cui lo invita a non dare il risultato del referendum. Interrogato da Caprara sul perché di quella decisione, Togliatti gli dice: "Questa Repubblica è come un parto difficile e, come tutti i parti difficili, va aiutato”.

    Brogli o cautela?

    La Repubblica, quindi, secondo il segretario di Togliatti, Caprara, si può dire che ebbe un parto pilotato. Non ci furono brogli ma cautela certamente sì. E’ ancora lo storico Sabbatucci ad affermare che “il consiglio di Togliatti sicuramente non può essere letto come un sabotaggio alla Repubblica, di cui il leader comunista era un sincero sostenitore, ma come un consiglio di prudenza. La ricostruzione di Caprara, secondo lo storico, per quanto sicuramente sincera lascia però qualche dubbio, perché i timori di Togliatti non avevano fondamento dato che il 5 giugno già si sapeva che avesse vinto la Repubblica.

    La prudenza sembra sia la prima preoccupazione di molti; non dar adito a polemiche, non infiammare gli animi, evitare ogni reazione emotiva incontrollata, non diffondere dati che si rischia di dover smentire. Ugo Zatterin, allora cronista del quotidiano socialista l’Avanti ricorda che per tutta la giornata del 4 giugno il ministro Romita, di fatto, nascose il risultato, ma anche quando ormai la Repubblica aveva vinto, il ministro degli Interni diede ai giornalisti la consegna di non parlare. “Non lo dovete dire – queste furono le sue parole – solo così renderete un servizio alla Patria.” Zatterin ricorda che, in conformità alla consegna del silenzio, la prima edizione del 5 giugno del giornale aveva ancora un titolo molto vago, nonostante tutti sapessero chi aveva vinto: “Si delinea la vittoria della Repubblica”, e solo nell’edizione straordinaria delle dodici si sciolsero le riserve, con il grande titolo, che non lasciava più spazio a dubbi: “Repubblica”.

    La proclamazione della Repubblica e le sue controversie

    Lunedì 10 giugno 1946: Salone della Lupa Montecitorio. La Corte di Cassazione, per voce del suo Presidente Giuseppe Pagano, legge i voti ottenuti dall’una e dall’altra parte senza tuttavia proclamare la vittoria della Repubblica come tutti si aspettavano. Ricorda Andreotti che alla fine Pagano chiuse con una frase ambigua: “In altra seduta questa Corte darà conto dei reclami nel frattempo pervenuti…” Il modo in cui Pagano gestì quella situazione fu un eccesso di formalismo oppure invece il suggerimento di Togliatti aveva una qualche valenza politica? Anche lo stesso De Gasperi, di cui il giovane Andreotti era il segretario, si disse "meravigliatissimo" della condotta di Pagano, e si recò immediatamente al Quirinale da re Umberto II. Per il governo non ci sono dubbi: i risultati portano al passaggio di poteri dal Re al Presidente del Consiglio ed alla nascita della Repubblica. Ma Umberto II non riconosce il verdetto elettorale, definendo il risultato ancora provvisorio. Inizia un braccio di ferro tra governo e Casa Reale. Nel consiglio di ministri tutti sono favorevoli ad un immediato passaggio di poteri. Qualcuno cerca una mediazione con i Savoia, altri, come Togliatti, seguono una linea più intransigente.

    Secondo Sabbatucci, dal punto di vista giuridico, il Re aveva ragione; c’era stato un ricorso ed era necessario aspettare il verdetto definitivo, ma dal punto di vista politico quei due milioni di voti di scarto esprimevano una chiara volontà ed indicavano un’unica strada possibile. Si teme un colpo di mano della monarchia; la tensione è altissima. Togliatti, in una riunione del Consiglio dei Ministri dell’11 giugno dichiara che “se non deliberiamo subito potrebbe verificarsi che il Re formi un nuovo governo, e in tal caso due sono le ipotesi, o accettiamo chinando la testa al Re, o rifiutiamo, e allora è la guerra civile.”

    L'esito dello scontro tra governo e monarchia e l'esilio di Umberto II

    La maggioranza chiede a De Gasperi di assumere immediatamente i pieni poteri. Ci sono scontri nelle principali città italiane, quattro morti a Napoli. Ma re Umberto non sembra disposto a cedere le deleghe al Presidente del Consiglio sino alla sentenza definitiva. A quel punto De Gasperi forza la mano, assumendo i pieni poteri Al re resta la scelta tra l’esilio e la prova di forza. Umberto si rivolge agli americani che però gli dicono che non avrebbero preso posizione nella vicenda istituzionale italiana, il che equivaleva a dire che non lo avrebbero appoggiato. E così il re di Maggio si risolve per l’esilio. Questo il giudizio di Sabbatucci: L’Italia era uscita da poco dalla Resistenza, non tutte le armi erano state restituite, i partiti di sinistra avevano ottenuto alle elezioni più del 40%. Il re sapeva che non poteva farcela se non attraverso un’altra guerra civile. In questa occasione, dunque, si può dire abbia fatto un gesto di responsabilità. L’addio di Umberto II è fortemente polemico; il 13 giugno, con un proclama alla nazione, accusa il governo di aver “in spregio alle leggi ed al potere sovrano e indipendente della magistratura, compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto arbitrario e unilaterale poteri che non gli spettano”. La risposta di De Gasperi è lapidaria: “Un periodo che non fu senza dignità si chiude con una pagina indegna”. Il 18 giugno la Cassazione conferma la vittoria della Repubblica, ma nel computo delle schede vengono considerate solo quelle valide e non le bianche e le nulle, contravvenendo così alle norme precedentemente approvate sulla procedura di scrutinio. Come potè la Cassazione compiere un così evidente atto d’arbitrio? Secondo Sabbatucci la decisione non ha nessun fondamento giuridico. La Cassazione si assume questa responsabilità politica e lo fa per “blindare” il risultato, per evitare una spaccatura nel paese che avrebbe potuto portare ad una nuova guerra civile.