1861-2011 SI FESTEGGIA L'UNITA' D'ITALIA...RIFLESSIONI..

  • tratto da Internet) fonte EDITH - La voce del popolo/Storia

    IL 150º DELL'ITALIA UNITA..NON OMETTERE ISTRIA, QUARNERO, DALMAZIA.

    Siamo praticamente alla vigilia del 150.esimo anniversario dell’Unità nazionale italiana,

    ossia della proclamazione del Regno d’Italia, avvenuta il 17 marzo del 1861 a Torino.

    Le celebrazioni, al culmine in questi giorni, sono in effetti iniziate un anno fa, accompagnate da rispolverate storiche,rievocazioni, riflessioni – e qualche

    polemica – sulla miriade di eventi, date, fatti, personaggi e fenomeni che hanno contraddistinto e accompagnato il processo di unificazione nelle sue varie fasi, comprese

    quelle successive al 1861 (annessione del Veneto e del Friuli centro-occidentale nel 1866, annessione di Roma e del Lazio nel 1870 e “redenzione” del Trentino e della

    Venezia Giulia nel 1918).

    Sarebbe sbagliato omettere, in questa circostanza, l’apporto che diedero al Risorgimento le genti dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia, regioni che le vicende

    della storia hanno diviso dal territorio nazionale, ma che sono – edevono essere – a pieno diritto luoghi e comunità che appartengono alla memoria nazionale italiana.

    Pur non avendo fatto parte a lungo dello Stato italiano. Una prima particolare

    esperienza in questo senso risale al 1805, al periodo napoleonico e all’annessione al Regno d’Italia: sebbene si trattò di una “parentesi”, gettò indubbiamente i semi del futuro movimento patriottico italiano, tanto che qualche decennio dopo, tra il 1820 e il 1840, nacquero società segrete (una si chiamava “Esperia”, formata dagli ufficiali veneti, istriani e dalmati dell’Imperial-Regia Marina Austro-Veneta, e nella quale militarono pure i fratelli Emilio e Attilio Bandiera, la cui madre era di origine dalmata), un po’ come avveniva in altri Stati italiani. E non esitarono ad atteggiarsi come tali

    società italiane. Lo dimostra, ad esempio, la guerra d’indipendenza greca: istriani – come Pasquale Besenghi degli Ugi, che dà il nome oggi a una delle due Comunità degli

    Italiani di Isola – e dalmati vi parteciparono personalmente.

    Ci sarà poi la primavera del1848, con l’aspirazione dei popoli delle province adriatiche – Litorale(Trieste, Istria e Isontino), Regno di Dalmazia e Fiume – ad avere la loro autonomia; seguirà la partecipazione degli istriani e dei dalmati alla prima guerra d’indipendenza italiana.

    Centinaia di volontari aderirono a difesa della Repubblica di Venezia e della Repubblica Romana e nelle fi le dell’esercito piemontese.

    A Venezia, oltre a Nicolò Tommaseo, con Daniele Manin alla guida della Repubblica, molti

    membri del governo erano dalmati e istriani: Antonio Paulucci, Matteo Ballovich, Leone Graziani, Vincenzo Solitro, Matteo Petronio; a Roma collabora con i Triumviri il liberale raguseo Federico Seismit- Doda (autore de “la Romana”, l’inno dei difensori di Roma),

    che più tardi sarà ministro nel Governo Crispi.

    Al bienno rivoluzionario del 1848-1849 seguirà le censura un’assidua sorveglianza sulle

    persone che appartenevano al cosiddetto partito italiano. E prima della seconda guerra d’indipendenza, intere aree dell’Istria e della Dalmazia verranno poste in stato d’assedio allo scopo di prevenire manifestazioni filo-italiane, l’ammutinamento degli equipaggi

    e la fuga di informazioni sulle difese navali austriache.

    Anche in questo periodo affluirono nell’esercito piemontese e nelle formazioni garibaldine, tanti volontari istriani, dalmati e fi umani.

    A Zara, Sebenico e Spalato, le signore usavano reggicalze bianco-rosso- verde e confezionavano camice rosse per accogliere uno sbarco di garibaldini.

    E la proclamazione del Regno d’Italia venne salutata con manifestazioni di entusiasmo nelle città del litorale austriaco.

    Alla gioia, però, seguirono tensioni e un mutamento nell’atteggiamento del governo di Vienna, sempre più favorevole all’elemento sloveno e croato. A questi ultimi, che cominciavano a reclamare l’annessione dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia alla Croazia, si contrapposero i partiti “autonomi”, il cui primo scopo era quello difendere l’identità italiana dell’intera regione e l’uso uffi ciale della lingua italiana nelle scuole e negli atti pubblici.

    Pertanto, nel 1861 alla richiesta del Parlamento di Vienna di inviare una delegazione istriana, la Dieta Provinciale, riunita a Parenzo nella biblioteca del palazzo de Vergottini

    – e ricorrono ora i 150 anni anche di quest’ultima! –, risposee: “Nessuno”.

    E altrettanto lo fecero la Dieta della Città Libera di Fiume e la Dieta Dalmata, riunita a Zara, alle richieste di partecipare alla Dieta di Zagabria.

    Le “Diete del Nessuno” resteranno un punto fermo dell’orgoglio nazionale italiano fino alla prima guerra mondiale. La battaglia per l’autonomia sarà vincente in Istria e a Fiume, dove le amministrazioni locali restarono quasi tutte al partito autonomista

    italiano. In Dalmazia la maggioranza autonomista alla Dieta venne meno nel 1870 e nel 1882 erano stati conquistati dal partito annessionista croato tutti i comuni, ad eccezione

    di Zara, che resterà al partito italiano fino al 1915.

    La Triplice Alleanza tra Italia, Germania e Austria-Ungheria nel 1882, peggiorò la posizione degli italiani nelle province adriatiche dell’Impero, non avendo il governo

    di Roma l’interesse politico di proteggere la minoranza italiana, per non turbare i rapporti con il governo di Vienna. La difesa del carattere italiano e la continuità nell’uso

    della lingua italiana nelle scuole e nei pubblici uffi ci restò quindi affidata alle autorità locali quando i comuni erano retti da partiti italiani, come in gran parte dell’Istria e a

    Fiume, o all’iniziativa privata della componente italiana della popolazione.

    Determinante fu il ruolo della Lega Nazionale, con sede centrale a Trieste e sovvenzionata da contributi privati raccolti prevalentemente nelle stesse province defi -

    nite “irredente”.

    L’irredentismo fu una mutazione spontanea del movimento autonomista nel momento in cui le élites politiche italiane si resero conto che il lealismo al governo austriaco e anche a quello ungherese a Fiume non pagavano e che la protezione dell’identità italiana o di quanto ne restava non poteva più affi darsi alla buona fede dell’amministrazione imperiale e alla simpatia personale dei suoi dirigenti.

    All’aspirazione all’autonomismo si sostituì, alla fine dell’Ottocento, un’aperta volontà di entrare a far parte dello Stato italiano. A posizioni più marcatamente nazionalistiche

    si accompagnarono sempre e prevalsero le posizioni di apertura e di dialogo, come dimostrano le opere e gli atteggiamenti concreti degli scrittori triestini, istriani e dalmati

    italiani, e la loro attenzione alle culture e alle discipline linguistiche dei popoli vicini.

    I più importanti germanisti, slavisti e studiosi di lingua ungherese erano proprio giuliani,

    dalmati e fiumani di sentimenti irredentisti...

    Anche se lontani e incorporati nella multietnica realtà austro-ungarica,ungarica,

    istriani, fi umani e dalmati seguivano con interesse gli eventi italiani e la solidarietà delle città e della popolazione italiana dell’Adriatico orientale cominciò a manifestarsi sempre più apertamente, sfidando la tolleranza delle autorità di polizia.

    Le vie e le piazze si riempivano di tricolori italiani ad ogni occasione e le società ginnastiche, filarmoniche, come le società operaie di mutuo soccorso, furono focolai costanti di un patriottismo sofferto, ma ostentato con dignità e orgoglio.

    E venne la Grande Guerra, con i “volontari irredenti” nella marina e nell’esercito italiano che diedero un alto tributo di eroismo e di sangue. Sono rimasti nell’immaginario

    collettivo gli istriani Fabio Filzi, Nazario Sauro, Giani e Carlo Stuparich, il dalmata Francesco Rismondo.

    Ed esultarono, istriani, fiumani, dalmati, a fine ottobre e inizi novembre 1918, dopo la battaglia di Vittorio Veneto, come attestano le documentazioni filmate e fotografiche. Fu in quei giorni che sentirono compiuto il cammino del Risorgimento.

    Ma la questione fiumana, con l’impresa di Gabriele D’Annunzio, il limitativo Trattato di Rapallo, la recrudescenza dei rapporti tra le etnie, il Ventennio fascista – che compromise le tradizioni storiche di convivenza di quelle regioniplurali – e la Seconda guerra mondiale aprirono una “voragine” che non solo portò al distacco di queste regioni dall’Italia, ma fece piombare per circa mezzo secolo una “cortina di ferro” tra le

    due sponde dell’Adriatico. E staccò migliaia di dalmati, fi umani e istriani dalle loro radici, mentre coloro che vi rimasero non ebbero più modo di partecipare direttamente alle vicende dell’Italia.

    Ma non per questo cessò la loro “militanza” alla causa italiana.



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  • tratto da internet)

    28.10.2010

    Sintesi della lezione sul 150° anniversario della proclamazione dell'Unità d'Italia.

    Attività

    I. Quando nacque lo STATO ITALIANO il 17 marzo 1861 si disse che la nazione era il principio supremo che legittima l’unione di una popolazione sul territorio di uno stato indipendente e sovrano.

    II. Dunque si sosteneva che quella popolazione era unita da vincoli preesistenti e continuativi derivanti da una storia,una lingua comuni(anche se nel passato essa era stata frantumata in più stati). Anzi l’intento del Risorgimento era stato appunto quello di far coincidere STATO E NAZIONE.

    III. Secondo i protagonisti di quell’evento storia ,lingua e cultura avrebbero richiesto che anche altre popolazioni,oltre a quelle allora direttamente coinvolte nell’evento , fossero ricomprese nello stato che nasceva: Il Veneto,il Trentino,Friuli e Venezia Giulia,ma queste rimasero incorporate nell’Impero Austro –Ungarico.

    IV. 50 anni dopo,nell’occasione di quello che fu definito il giubileo della Patria (17 marzo 1911) dell’Italia unificata facevano ormai parte anche il Veneto e buona parte del Friuli. Ne restavano esclusi ancora Venezia Giulia e Trentino che entrarono in Italia nel novembre 1918, distaccandosi con il Sud Tirolo, che divenne la Provincia di Bolzano, da un mondo al quale avevano appartenuto da secoli. Ma,almeno per Trieste, Pola , Gorizia, Trento e Rovereto, come ha lasciato scritto uno storico triestino non nazionalista” sembrava a noi di aver raggiunto non una tappa della nostra storia, un ideale atteso, ma lo scopo ultimo della vita, quasi nient’altro potesse più serbare l’avvenire”.

    V. Ma alla svolta del centenario la situazione era ancora una volta cambiata: l’Italia unita aveva perso,dopo la sconfitta bellica, tutti i territori ad est di Trieste e Gorizia che già le erano appartenuti dopo il 1918.

    VI. Il fascismo , che con il suo nazionalismo, aveva preteso di estendere il Risorgimento sino a Fiume, portando l’Italia alla sconfitta aveva distrutto il risultato del Risorgimento, che tanti pensavano chiuso appunto nel 1918.

    VII. STATO e NAZIONE non coincidevano più secondo quella che era stata la prospettiva risorgimentale.

    VIII. Oggi quella separazione permane, ma ad est di Trieste e Gorizia.Non esiste più una barriera confinaria,o meglio, dopo il crollo della Yugoslavia le terre istriane, a questa assegnate dopo le lunghe vicende diplomatiche postbelliche,sono ripartite fra Slovenia e Croazia e fra questi due stati corre un confine che separa la seconda dalla prima che con l’Italia fa ormai parta dell’Unione Europea.

    IX. E’ evidente che il susseguirsi di queste vicende porta con sé un interrogativo. Quale significato ha qui, a Trieste, oggi, la celebrazione dell’Unità D’Italia se quando questa venne proclamata,con Veneto, Istria e Trentino la città ancora non faceva parte dello stato italiano? Se dopo la I guerra mondiale si consolidò una situazione che, per quanto salutata con entusiasmo dal governo italiano ( Vittorio Emanuele Orlando esaltava commosso la liberazione di Trento e Trieste:”... e voi tutti,cari….italiani delle città e dei borghi che furono il vostro sogno, il nostro amore,la nostra devozione......”), non corrispondeva alla richiesta di unificare tutte le componenti della nazione italiana nel regno, escludendo la Dalmazia, pur concedendo alla fine Fiume all’Italia? Se oggi i guadagni di allora si sono ristretti a Trieste e Gorizia?

    X. E’ chiaro che anzitutto la celebrazione dell’Unità deve essere intesa come la festa della Nazione e non del nazionalismo; e nazionalistiche vennero intese alla Conferenza di pace di Parigi nel 1919 le richieste italiane che andavano oltre le linee di demarcazione etnica tra Italiani e Slavi ( lungo il fiume Arsa e le falde del Monte Maggiore) dal Presidente degli Stati Uniti Wilson, fine sostenitore della coincidenza fra Stato e Nazione.

    XI. Inoltre,dopo le vicende di due guerre mondiali, è ragionevole ammettere che non è giusto pretendere di far coincidere le ragioni dello Stato e della Nazione militarmente. Lo Stato deve ricorrere ad altri mezzi quando non è politicamente e giuridicamente in condizione di far valere la sua tutela dell’identità su parti di nazione che sfuggono al controllo della sua autorità.

    XII. Cosa che oggi si può ottenere con lo strumento delle tutele internazionali delle minoranze nazionali e con gli strumenti offerti dall’Unione Europea.

    XIII. Il che non significa che non si debba celebrare l’anniversario dell’Unità d’Italia..

    XIV. Lo Stato Italiano è pur sempre anche per Trieste non solo il punto di riferimento della sua, a volte fortunata a volte sfortunata, storia, ma anche di tante altre storie e vicende che direttamente o indirettamente toccano l’Italia intera.

    XV. È la riduzione ad unità dei tanti luoghi che sono stati la culla della nostra cultura. E’ il quadro di un processo di sviluppo economico che ha visto in Trieste la sede di tante imprese industriali che hanno fatto parte in questi anni del sistema Italia. E’ il termine di uno snodo economico-culturale di cui Trieste è il tramite con l’Europa centro-meridionale ed orientale.

    XVI. E’ la ricomposizione ad unità di una identità linguistica e culturale di cui anche Trieste è parte.

    XVII. E’ infine l’interlocutore necessario a garantire Trieste nel grande discorso dell’Unione Europea. E’ da ultimo lo Stato la cui costituzione ci assicura al tempo stesso le forme della democrazia e della libertà cui ci ha portato la storia del XX secolo ed il ripudio del nazionalismo che nel XX secolo tanto male ci ha fatto.

    Sintesi della lezione tenuta il 19 novembre 2010 dal Prof. Sergio Bartole curata da Mariella

    Marchi-FAI Scuola

  • ((tratto da internet): fonte La Voce del popolo 5 marzo 2011)

    BALLARINI, MODENA, PANCIERA, PLONA E DOLENTI

    QUI HANNO BATTUTO CUORI GARIBALDINI

    Il 17 marzo prossimo ricorrono i 150 anni dell’Unità d’Italia.

    L’importante anniversario dovrebbe coinvolgere tutti gli italiani, inclusi quelli che non risiedono fisicamente all’interno dei confini dello stato, in un grande progetto di valorizzazione della coscienza e dell’identità nazionale.

    Fiume, anche se non interessata direttamente dalle guerre d’indipendenza italiane, ha

    invece un profondo legame con l’epopea garibaldina e con tutti quei patrioti che hanno voluto combattere per un ideale, quello di un’Italia unita, libera, indipendente.

    Al Cimitero comunale di Cosala, giacciono, infatti, una accanto all’altra, cinque tombe

    di fiumani garibaldini. Cinque figure che hanno voluto seguire l’Eroe dei Due Mondi nelle sue battaglie per la fondazione dello stato italiano. Forse erano troppo giovani per indossare la Camicia rossa e partire con i Mille da Quarto per scacciare i Borboni

    dal Regno delle Due Sicilie.

    Forse queste cinque figure parteciparono più tardi ad altri storici scontri; forse vinsero anche loro nella battaglia di Bezzecca, in Trentino, il 21 luglio 1866; o forse dovettero ripiegare su Monterotondo dopo lo scontro a Mentana, incalzati dai fucili “Chassepots”

    in dotazione all’esercito francese comandato del generale francese De Failly.

    Rimasero vivi, in qualche modo si ritrovarono a Fiume, con i loro ricordi, e si spensero uno ad uno.

    Ora, tra i cipressi di Cosala, attorniati da sepolcri più recenti, restano testimoni imperituri

    di un tempo passato. Sulle loro lapidi si possono leggere le seguenti epigrafi :

    “Qui riposano le venerate spoglie di Ubaldo Ballarini, d’anni 65, morto li 21 aprile 1915. Soldato di Garibaldi, padre modello ed di esemplari virtù. Questo mesto ricordo i dolenti fi gli dedicano”.

    In ordine di fila seguono la tomba di Gianbattista Lancetti, “nipote e non indegno allievo di Gustavo Modena. Con Garibaldi soldato della libertà d’Italia, si spense

    umile fra noi ma retto il 27 giugno 1910”;

    quindi di Giuseppe Panciera (24 dicembre 1843 – 2 marzo 1917);

    e poi ancora Federico – che è riportato come Federiko, forse per una svista dello

    scrivente – Plona (7 febbraio 1841 – 28 luglio 1923), sergente del Primo reggimento bersaglieri, che “combatté con Garibaldi, amò la Patria al di sopra d’ogni altro sentimento”;

    e infine Aristide Dolenti (1848 – 1930), e anch’egli amò “la Patria e la famiglia

    più di sé stesso”.

    Grazie al restauro realizzato dal Consolato Generale d’Italia a Fiume – l’intervento fu eseguito all’epoca in cui questo era retto da Roberto Pietrosanto –, le tombe si

    trovano in ottimo stato.

    Ma ci sono anche altre figure di queste terre che hanno contribuito, in prima persona o indirettamente, al Risorgimento italiano:

    fiumani, istriani, dalmati che hanno scelto di scendere in campo al fianco dei propri fratelli nelle Guerre d’indipendenza italiane, o che hanno disertato pur di non dover combattere contro di loro, al servizio dell’Austria, di cui erano sudditi.

    (gian)

  • tratto da Internet -fonte La voce del popolo del 17/3/2011)

    TANTI AUGURI ITALIA

    Il 17 marzo 1861 il parlamento riunitosi a Palazzo Carignano a Torino approvava la legge numero 4671 il cui unico articolo diceva che “Il re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di re d’Italia”. Il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia offre un’occasione per riflettere sulla realtà degli Italiani dell’Adriatico orientale e sul loro percorso storico, decisamente diverso rispetto a quello compiuto dai connazionali del resto della penisola. Il processo di unificazione nazionale, benché avesse previsto l’inclusione delle terre giuliane ad oriente, dopo la terza guerra risorgimentale, quella del 1866, dovette arenarsi e il neocostituito Regno fissò il nuovo confine sull’Isonzo, che rimase invariato sino al crollo dell’Austria-Ungheria. La questione delle tre Venezie veniva perciò risolta solo parzialmente, la Venezia Giulia e quella Tridentina, terre reputate parte integrante della nazione italiana e quindi da includere entro i propri confini, seguirono un percorso diverso. Fino al 1918, difatti, continuarono ad appartenere all’Impero danubiano e solo con il crollo di quest’ultimo, a seguito di un lungo ed estenuante conflitto, quelle regioni avrebbero conosciuto la loro “redenzione”, per usare un termine ricorrente all’epoca. Lo scontro con quello che era definito il “nemico ereditario”, oltre ad aprire un nuovo fronte nel vecchio continente, già dilaniato dalla conflagrazione dell’estate del 1914, fu inteso come il momento in cui lo sforzo bellico avrebbe portato al compimento dell’unità nazionale. Quella guerra fu definita da taluni addirittura “risorgimentale”, la quarta ed ultima.

    Al termine delle ostilità a Trieste e in Istria il regio esercito vi entrò “per diritto di conquista e annessione”, vi fu un Governo Militare Italiano, quindi un Commissariato Generale Civile, finché il 20 marzo 1921 – un’altra ricorrenza tonda di quest’anno – le “Nuove Provincie” furono aggregate formalmente al Regno d’Italia. I limiti della Nazione si erano dilatati e qualche anno dopo, nel 1924, anche Fiume, la “città di passione”, divenne parte integrante della monarchia sabauda. Dopo un ventennio circa scoppiò una nuova guerra. Nella primavera del 1941 l’Italia di Mussolini, alleata di Hitler, invase la Jugoslavia: il confine si espanse ulteriormente, anche in Dalmazia, regione che non aveva ottenuto nel primo dopoguerra – eccetto Zara, le isole di Meleda e Lagosta più qualche altro scoglio – nonostante le promesse degli Alleati dell’Intesa. Era la “vittoria mutilata”. Contemporaneamente furono occupate alcune porzioni dell’area ellenica, che si aggiungevano all’Albania già nell’orbita di Roma. Per un momento sembrava che l’Italia del littorio stesse per restaurare l’antico impero marittimo veneziano. Ma l’euforia fu effimera. Gli smacchi subiti dalle armi italiane sui vari teatri, gli sbarchi anglo-americani sulle isole del Mezzogiorno, compresa la Sicilia, ed i sempre più massicci bombardamenti aerei sulle città dello stivale, inclusa l’Urbe, determinarono la caduta del fascismo. Ben presto arrivò anche l’8 settembre. Tutti a casa, la guerra è finita, si credeva ingenuamente. Il Regno si era improvvisamente sgretolato e nel giro di alcuni giorni si ritrovò in una situazione che rimandava all’epoca preunitaria, con degli eserciti stranieri che si affrontavano sul suo suolo, come nel corso dell’età moderna, mentre gli Italiani, divisi, si stavano combattendo in una guerra fratricida, sprofondando in uno dei periodi più plumbei dello stato unitario. Al contempo all’Italia venivano amputate le terre orientali, che furono annesse direttamente al Terzo Reich. Era l’inizio della fine. La Nazione perdette non solo quanto aveva ottenuto con le aggressioni militari, bensì anche quelle terre già “irredente” e “liberate” solo a seguito di un conflitto sanguinoso e spossante contro l’aquila bicipite, che si protrasse dal “maggio radioso” del 1915 al novembre del 1918. I tanto decantati “sacri lembi della Patria” svanirono. Il confine orientale entrava in una fase di contrazione, che dal “ribaltone” per l’appunto, per oltre un decennio, sino al Trattato di pace e al Memorandum di Londra, avrebbe portato, passo dopo passo, alla perdita di quasi tutto ciò che l’Italia annoverava e possedeva sull’Adriatico orientale. Dopo una lunga ed articolata fase diplomatica essa conservò solo Trieste, una delle città simbolo della Grande Guerra. E non si dovette attendere il Trattato di Osimo del 1975, come ha bene evidenziato Diego de Castro, perché la perdita della Zona B risaliva al 1954 e la convinzione italiana della “provvisorietà” fu, in realtà, solo uno stratagemma del governo di Roma per ottenere in Parlamento la maggioranza dei voti. L’anniversario di quest’anno rappresenta altresì un momento per meditare sul concetto di italianità delle nostre contrade, da affrontare in termini storici e culturali, abbandonando la sua valenza politica, imposta dal fascismo quale elemento imprescindibile di una presunta “civiltà italica di rango superiore”, considerata l’erede diretta dell’antica Roma, contrapposta alla “barbarie slava”. Quell’impianto ideologico per molti aspetti pesa tuttora ed è un fardello ingombrante che impedisce di cogliere l’essenza di una componente abbarbicata sul territorio e che costituisce una parte integrante dello stesso, il cui contributo nel corso dei secoli è stato fondamentale allo sviluppo in senso lato dell’intera area geografica in questione. Quel messaggio che nel corso del Ventennio era ribadito in ogni circostanza nelle province di nuova acquisizione, al termine del secondo conflitto mondiale divenne, per gli Jugoslavi, la prova tangibile per dimostrare artatamente quella che potremmo definire la fragilità o l’infondatezza di un’italianità autoctona. Quelle autorità, impregnate di nazionalismo ed euforiche per la vittoria conseguita, giunte in contesti plurali e particolari, che sovente faticavano a comprendere, avviarono un processo di slavizzazione e di deitalianizzazione e deformarono il passato. Riscrivendo a tavolino la storia si creavano le basi – prive di alcun fondamento scientifico – sulle quali poggiare un edificio di menzogne. Mentre il secondo conflitto mondiale si avviava alla conclusione, nel febbraio del 1945, sulle pagine del giornale belgradese “Borba”, ad esempio, Boris Ziherl scrivendo delle “nostre città del Litorale sloveno e dell’Istria” evidenziava che quelle non costituivano affatto una parte dell’Italia e riteneva altresì non avessero con essa alcun legame geografico né economico! È uno dei tanti tentativi proposti attraverso i quali si doveva convincere l’opinione interna ed internazionale che quelle regioni nulla avevano da spartire con la sponda opposta, anzi, era doveroso rimarcare, semmai, che dopo “secoli di lotta” quei popoli erano fortemente intenzionati a “congiungersi alla madrepatria”. Ma era una “madre” che una buona parte della popolazione non riconosceva. Con le vessazioni e di fronte a un mondo ormai capovolto in cui furono stravolti i rapporti e le consuetudini che si perdevano nella notte dei tempi, il tessuto umano e sociale fu modificato irreversibilmente e scomparve con l’esodo. L’intellighenzia del nuovo Stato doveva sostenere la tesi dell’aleatorietà italiana, mentre l’esistenza di quella presenza veniva argomentata sostenendo fosse in realtà il risultato di una colonizzazione e quindi di una coercizione nonché di una conculcazione sistematica dei diritti della componente slava, intesa come assoluta o quasi. Quelli erano ragionamenti validi in buona parte per il periodo tra le due guerre mondiali, non rispecchiavano però né la dinamica dei fatti né il percorso storico di quelle terre in cui la dimensione romanza e quella slava avevano saputo convivere per secoli. La tesi voleva ancora che la popolazione fosse stata in realtà italianizzata e pertanto essa avrebbe “smarrito” il “vero” carattere nazionale. Un termine molto caro era (ed è) quello di “talijanaš” il cui significato, per lo più spregiativo, sta ad indicare un “rinnegato”, un “traditore” della causa nazionale – anziché un filoitaliano –, definito in siffatto modo arbitrariamente in base a criteri discutibili e privi di alcun fondamento, come il cognome ad esempio. Un profluvio di parole propose per decenni tale schema (e in minor misura continua ancora oggi), mentre su eminenti patrioti croati con cognomi di origine diversa non esisteva il minimo dubbio ed erano inseriti a pieno titolo nel pantheon dei patrioti nazionali. Insomma da sempre si ha a che fare con due pesi e due misure! Nel tentativo di riscrittura del passato, proprio la fase risorgimentale costituiva una spina nel fianco. La parola irredentismo era perciò uno dei peggiori mali, i protagonisti di quella stagione furono allora volutamente dimenticati, su di essi si abbatté la “damnatio memoriae” e qualcuno vide in tutto ciò addirittura una forma precorritrice del cosiddetto fascismo di confine (sic). Personaggi quali Carlo Combi di Capodistria, Tomaso Luciani di Albona, Vincenzo de Castro di Pirano, Domenico Lovisato di Isola, solo per citarne alcuni, erano innominabili, rappresentavano un divieto sacrale. Ecco perché accanto ai leoni marciani – simbolo della Serenissima ma strumentalizzato dal regime mussoliniano come “prova” d’italianità – la piccozza abbatté inesorabilmente le targhe, le lapidi, i monumenti, furono cancellati i nomi di coloro i quali si trovarono coinvolti o caddero nelle guerre risorgimentali – inclusa quella del 1915-18 – e quanto testimoniava il profondo legame del popolo italiano dell’Adriatico orientale (ed evidenziamo il sostantivo popolo) dell’allora impero asburgico verso l’Italia. La sorte volle che nel corso della formazione dello Stato unitario e anche in occasione del cinquantesimo anniversario le nostre fossero terre “irredente”, poi si aperse una breve parentesi in cui le stesse, ormai “redente”, divennero parte integrante del Regno, però ben prima del 1961, quando ormai c’era la Repubblica, le medesime erano già terre “perdute” e ormai appartenevano alla Jugoslavia. Nel 2011, vent’anni dopo la disgregazione della creatura di Tito, in quello spazio geografico vi sono due repubbliche sovrane. Dopo le tragedie del secolo scorso e i drammi consumatisi proprio in nome della nazione, auspichiamo di poter definire, finalmente, europee queste terre, senza la necessità (quasi patologica) di ricorrere ad altri aggettivi. Al contempo riteniamo vi debba essere anche il fondamentale rispetto per le peculiarità di queste nostre contrade, affinché ognuno possa esprimere, nella massima libertà, la propria identità, senza avere il timore di essere additato, o accusato di chissà che cosa, o incontrare ancora argomentazioni superate che risalgono al repertorio ottocentesco e sono di conseguenza figlie di quella precisa stagione storica e quindi troppo distanti dal presente. Tanti auguri Italia!

    Kristjan Knez